Corriere della Calabria - Articoli filtrati per data: Giovedì, 14 Maggio 2015
Giovedì, 14 Maggio 2015 22:28

ANDROMEDA | Omicidio e champagne

LAMEZIA TERME L'omicidio di Antonio Torcasio, 32 anni, sorvegliato speciale, fece molto scalpore perché il ragazzo venne freddato davanti al commissariato di polizia da due sicari a bordo di un motorino. L'operazione "Andromeda" martedì sera ha colpito anche i due sicari del Torcasio: Gennaro Pulice, che era residente ad Alessandria, e Angelo Anzalone che avrebbero agito su mandato di Vincenzo Torcasio detto "U Giappone" che voleva vendicare la morte dei propri congiunti, il padre Francesco e lo zio Antonio. Dopo l'omicidio, Angelo Anzalone e Gennaro Pulice, alleati alla cosca Iannazzo, si recarono in una nota gioielleria con una bottiglia di champagne perché, avrebbe detto Pulice, bisognava festeggiare perché era stato ucciso Antonio Torcasio detto "il macellaio". Pulice, riferiscono i testimoni di giustizia agli inquirenti, era stato poi avvisato che all'interno della gioielleria si trovava un parente dei Torcasio che stava facendo dei lavori da elettricista, ma questi continuò con aria sprezzante a festeggiare. Le versioni dei collaboratori Angelo Torcasio, Umberto Egidio Muraca e Giuseppe Giampà coincidono, secondo gli investigatori, nell'indicare i due autori del delitto. In particolare, Angelo Torcasio ha raccontato di avere personalmente assistito ai festeggiamento dei due killer nella gioielleria; Umberto Egidio Muraca ha raccontato quanto gli avrebbe riferito lo stesso mandante, cioè Vincenzo Torcasio il quale avrebbe partecipato attivamente al delitto con un ruolo di "specchietto", segnalando ai killer il momento in cui Antonio Torcasio usciva di casa per andare in commissariato; infine Giuseppe Giampà ha riferito dettagli appresi da un parente che li avrebbe ascoltati dallo stesso Anzalone. Se le versioni dei collaboratori si intrecciano e convergono l'unica voce fuori dal coro rimane quella del proprietario della gioielleria che, sentito a marzo 2014, afferma di conoscere Anzalone e Pulice ma di non aver mai ricevuto i due "festeggianti" nel suo negozio e di non ricordare cosa fece durante la giornata in cui venne ucciso Antonio Torcasio. Ma la sua voce rimane fuori dal coro.


ale. tru.

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    Arrestati i due sicari di Antonio Torcasio, freddato davanti al commissariato di polizia nel 2003. Dopo il delitto andarono a brindare in una gioielleria

COSENZA Il Tribunale di Cosenza ha condannato a un anno e tre mesi di carcere Aurelio Scrivano, l'ex primario di Oculistica dell'ospedale Annunziata di Cosenza per il reato di peculato. Secondo l'accusa, rappresentata dal pm Giuseppe Cozzolino, l'ex primario avrebbe fatto visite intramoenia senza rilasciare fattura e quindi senza il versamento della quota del corrispettivo all'Asp.

 

m.m.

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    Sul banco degli imputati Aurelio Scrivano, l'ex responsabile del reparto di Oculistica dell'ospedale Annunziata di Cosenza 

Giovedì, 14 Maggio 2015 19:37

Cosenza, una condanna per bancarotta

COSENZA Il Tribunale di Cosenza ha condannato a quattro anni di carcere Pasquale Signoretti per bancarotta semplice e per distrazione. Signoretti, difeso dall'avvocato Armando Veneto, è stato assolto invece per il reato di bancarotta per documentale. I fatti contestati risalgono al 2008-2009. Signoretti è stato già condannato per l'omicidio di Liberato Passarelli, il presidente dell'Ordine dei commercialisti di Castrovillari. Signoretti il 12 dicembre del 2009, in seguito al fallimento della sua azienda, avrebbe ucciso con una pistola Passarelli che in quell'occasione ricopriva il ruolo di curatore fallimentare.

 

mi.mo. 

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    Dovrà scontare quattro anni di carcere Pasquale Signoretti. L'imprenditore è stato già condannato per aver assassinato il presidente dell'Ordine dei commercialisti di Castrovillari

CATANZARO «Bene ha fatto il prefetto di Reggio Calabria, Claudio Sammartino, a intensificare le misure di vigilanza e di controllo nei confronti della cooperativa dei giovani della Valle del Marro che gestiscono da dieci anni i terreni confiscati alla 'ndrangheta nella Piana di Gioia Tauro». È quanto ha affermato il presidente della Regione, Mario Oliverio, che ha condannato con fermezza l'ultimo tentativo della 'ndrangheta di bloccare e ostacolare il progetto che don Pino De Masi e i ragazzi della Cooperativa "Valle del Marro" stanno portando avanti da dieci anni a questa parte nella Piana di Gioia Tauro, utilizzando i terreni confiscati alle 'ndrine.

«I 96 alberi di ulivo tagliati la scorsa notte da mani ignote e criminali – ha detto Oliverio – rappresentano l'ennesimo tentativo della 'ndrangheta di rialzare la testa e di imporre la propria legge con la violenza, la paura e l'intimidazione. Ancora una volta la sfida è al cuore dello Stato e, quindi, a ognuno di noi. È la sfida alla Calabria onesta e laboriosa, che vuole scrollarsi, una volta per tutte, il marchio infamante di regione "mafiosa" e lavorare per costruire una cultura della legalità, delle regole e della trasparenza. Per questo occorre reagire subito con fermezza, senza esitazione, facendo ognuno la propria parte. Le parole stanno a zero. Alle minacce e alle intimidazioni mafiose occorre rispondere con fatti tangibili, concreti, credibili. Mettendo in campo nuovo progetti e investendo risorse adeguate per realizzarli. Noi lo faremo».

«Nei prossimi giorni – ha aggiunto il governatore della Calabria – accompagnato dal direttore generale del dipartimento Agricoltura della Regione e dal dirigente per la Programmazione dei fondi comunitari, mi recherò personalmente nei luoghi in cui è avvenuto questo scempio e incontrerò don Pino De Masi e i suoi ragazzi per esprimere loro la mia solidarietà e la mia vicinanza, ma anche e soprattutto per dire loro che li sosterremo concretamente, investendo su questo progetto della Valle del Marro, che è diventato luogo di lavoro e scuola di legalità e di riscatto a cui la Calabria intera deve guardare, risorse comunitarie consistenti destinate all'agricoltura e all'affermazione della legalità per la difesa della libertà e la dignità del nostro popolo».

«I calabresi – ha concluso Oliverio – sono stanchi di subire minacce e intimidazioni e vogliono vivere in una regione normale in cui progetti come quelli portati avanti da don Pino e dai suoi ragazzi abbiano piena cittadinanza e concreta realizzabilità».

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    La solidarietà del governatore alla cooperativa di don Pino De Masi. «Bisogna rispondere con atti concreti»

Giovedì, 14 Maggio 2015 18:59

Perseguitava l'ex compagna, arrestato

CATANZARO Un disoccupato, Massimo Pristerà, di 35 anni, è stato arrestato a Fossato Serralta dai carabinieri della Compagnia di Catanzaro. Pristerà ha commesso il reato che gli viene contestato ai danni dell'ex compagna, di nazionalità polacca. Secondo quanto è emerso dalle indagini, Pristerà, malgrado gli fosse stato notificato, a causa dei suoi comportamenti, un provvedimento di allontanamento dalla casa familiare, aveva continuato a infastidire l'ex compagna. Da qui l'emissione da parte del Gip di Catanzaro nei confronti di Pristerà, su richiesta della Procura della Repubblica, di un'ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari.

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    Si tratta di un 35enne di Fossato Serralta, nel Catanzarese. Secondo le indagini l'uomo avrebbe infastidito la donna nonostante gli fosse stato vietato l'avvicinamento alla casa

Giovedì, 14 Maggio 2015 18:43

Rifiuti, Oliverio rinnova l'emergenza

CATANZARO Tutto secondo copione: proroga doveva essere e proroga è stata. Stiamo parlando del settore della gestione dei rifiuti che ancora una volta vede perpetrata la poca edificante procedura di rinnovare – in deroga alle normative del comparto – l'ordinanza che autorizza l'aumento della capacità di accumulare immondizia nelle discariche calabresi.
L'ultima puntata della lunga serie è stata firmata dal governatore Mario Oliverio e porta la data del 13 maggio. Giorno di scadenza del precedente decreto che permetteva, appunto, per sei mesi – a partire da dicembre 2014 – l'incremento fino al 50 per cento della capienza dell'abbanco di pattume tal quale nei siti. Con un'aggravante: queste discariche, destinatarie del provvedimento, sono anche prive dell'Autorizzazione integrale ambientale (Aia). Anzi è proprio che in attesa di questa autorizzazione che Oliverio – in continuità con quanto aveva già deciso il suo precedente – ha emanato la nuova ordinanza contingente e urgente che rinnova questa possibilità per ulteriori sei mesi e riduce anche i tempi di maturazione della frazione organica stabile e con la produzione di rifiuti e simili "non compostati". In parole povere consente nuovamente di accatastare i rifiuti proveniente da ogni dove, senza alcun pretrattamento. Ma c'è dell'altro. Nella stessa ordinanza – così come era avvenuto in passato – la Regione rinnova l'intesa con i privati i cui impianti «sono dichiarati di interesse pubblico», quindi autorizzati allo stoccaggio dei rifiuti urbani non differenziati e al successivo trattamento di trito-vagliatura.
Così in Calabria si perpetra un modo di operare in materia ambientale come se nulla fosse cambiato dalla stagione del commissariamento. E in barba a quanto più volte sollecitato dall'Unione europea che in materia di scorretta gestione dei rifiuti ha sonoramente bacchettato Calabria.
Mentre la prospettiva di vedere crescere in maniera seria la raccolta differenziata in regione sembra assomigliare sempre più al libro dei sogni, la realtà parla che all'orizzonte – non troppo lontano – ci sarà una nuova proroga di questo cattivo costume: la prossima data di scadenza di ordinanza reca in calce la data del 13 novembre. Eredità, per dirla tutta che proviene da lontano e costringe la Calabria a rimanere in eterna emergenza.

 

Roberto De Santo

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LAMEZIA TERME Il 24 maggio sarà trascorso un secolo esatto dallo scoppio della Prima guerra mondiale. Per commemorare la ricorrenza, lo Stato Maggiore dell’Esercito ha organizzato “L'esercito marciava...”, una serie di attività promozionali che si svolgeranno su tutto il territorio nazionale. Nell'ambito dell'iniziativa, sarà rappresentato il movimento di avvicinamento a a Trieste per mezzo di una serie di staffette costituite da soldati, che attraverseranno tutte le regioni italiane. Correndo ininterrottamente lungo tutto l’arco delle 24 ore, gli oltre 600 soldati impegnati si alterneranno portando, alla stregua di tedofori, una bandiera Italiana, simbolo di unità nazionale. La staffetta che attraverserà la Calabria partirà venerdì 15 maggio e durerà fino al giorno successivo. L’inizio della manifestazione, che avrà luogo in Piazza Italia a Reggio Calabria, è fissato alle 11. In apertura, ci sarà la cerimonia dell’alzabandiera. L’intervento del comandante del comando militare Esercito “Calabria”, Generale di Brigata Vito Dell’Edera, e delle Autorità locali saluterà la partenza del primo tedoforo che, come i colleghi che si succederanno fino a Cosenza, sarà un militare del 2° Reggimento Aviazione dell’Esercito “Sirio”.
Gli uomini e le donne del Reparto di volo dell’Esercito, di stanza a Lamezia Terme, correranno nelle successive 24 ore, consegnando la Bandiera ai colleghi del primo reggimento bersaglieri di Cosenza il 16 maggio alle 10. In entrambi i capoluoghi di provincia, nel corso della cerimonia, verranno consegnati ad alcuni studenti gli attestati di servizio di loro avi che hanno preso parte alla Grande Guerra e si terrà la premiazione degli alunni che hanno partecipato al concorso fotografico “la via della Grande Guerra”. Saranno inoltre allestite mostre statiche di mezzi e materiali in dotazione all’Esercito.

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    Il 15 e il 16 maggio varie staffette attraverseranno la Calabria per ricordare i cento anni dallo scoppio del conflitto. La prima partirà da Reggio

LAMEZIA TERME Facevano paura, gli Iannazzo. Così tanta paura che gli imprenditori di Lamezia si sentivano obbligati a consegnare le mattezze spontaneamente. Regalie recapitate a casa del boss Vincenzino "U moretto" in occasione delle feste comandate. Pasqua, Ferragosto, Natale: Salvatore Mazzei, noto imprenditore ed ex titolare della cava di Lamezia, negli anni ha recapitato bustarelle di 2mila, 3mila e 5mila euro. «Ritenevo che omaggiare quello che era considerato capo di una famiglia importante nel panorama criminale lametino potesse preservarmi da future estorsioni da parte di altri gruppi criminali», ha spiegato Mazzei agli inquirenti. Si sbagliava. Perché gli Iannazzo – finiti al centro dell'operazione Andromeda, che oggi ha portato all'arresto di 45 persone – hanno scambiato la sua sollecitudine come segno di debolezza. E infatti «sono stato vittima – ha ammesso l'imprenditore – di altri esponenti della sua famiglia, che non mi hanno pagato per i materiali ricevuti oltre che di altri personaggi legati alle cosche del lametino».

 

TIMORE
Mazzei è del tutto succube del potere criminale del "Moretto": «Ne ho sempre avuto e ne ho particolare timore». Ma c'erano altre "consorterie" ad avanzare richieste all'imprenditore, che si è ritrovato a pagare contemporaneamente, oltre agli Iannazzo, anche i clan Andricciola e Pagliuso. Lo stesso Mazzei rammenta che, nonostante il defunto Francesco Iannazzo (fratello di Vincenzino) lo avesse invitato a non dare più soldi agli altri gruppi, lui aveva deciso di accontentare tutti comunque, per una questione semplice: «Il quieto vivere».

 

CICCIO IANNAZZO
Non era necessario parlare espressamente di denaro. «Ciccio Iannazzo infatti – ricorda Mazzei – non mi chiedeva mai soldi in maniera diretta, ma prendeva spesso materiale dalla cava per la sua impresa che si occupava di movimento terra e spesso lasciava degli insoluti. Ho provato qualche volta a chiedergli i soldi, anche con telefonate alla sua abitazione, e a volte rispondeva la moglie, ma non mi sono mai stati dati. Alla sua morte il mio credito era di circa 60 milioni». Soldi mai più incassati. «Non ho mai pensato di agire per il recupero di questo credito in quanto mi avrebbero altrimenti ammazzato e oggi non sarei qui a parlare con voi», confessa l'imprenditore agli inquirenti.
Mazzei non ha mai denunciato volontariamente alcuna estorsione, ma è stato "costretto" alla luce degli elementi già acquisiti dalla polizia giudiziaria. Un atteggiamento «riconducibile – scrivono gli investigatori nell'ordinanza di arresto firmata dal gip Domenico Commodaro – al grandissimo timore e sottomissione nei confronti di tali personaggi riconosciuti quali esponenti di spicco della criminalità organizzata».

 

ESTORSIONI CONTINUE
Tutti i clan andavano a battere cassa da Mazzei: Cerra, Torcasio, Giampà. Ma le tecniche per estorcere denaro erano sempre diverse. «A volte – racconta l'imprenditore – sono stati spregiudicati e ci hanno violentato psicologicamente, chiedendo soldi in maniera esplicita e diretta a titolo di mazzetta», altre volte il ricatto avveniva attraverso altre richieste. «Nel momento che acconsentivo alle forniture di materiale, avevo ben chiaro che mi stavano facendo un'estorsione e che non avrei recuperato nulla. Non ho mai avuto il coraggio di denunciare queste cose perché ho famiglia e viviamo a Sambiase che è un paese, purtroppo, dove abitano anche molti soggetti legati a queste organizzazioni criminali».

 

Pietro Bellantoni

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LAMEZIA TERME Nel mese di marzo del 2003 venne ucciso l'imprenditore Antonio Perri, 71 anni. Questi, insieme ai suoi figli, tra cui Francesco finito in manette nell'operazione Andromeda, era il fondatore del centro commerciale “Due Mari” che si trova al confine tra Maida e Lamezia Terme. Decine di commercianti avrebbero trasferito in quella zona le loro attività ma questo per la cosca Torcasio veniva considerato un grave danno poiché il territorio in cui ricadeva il centro commerciale non era di loro competenza e questo sottraeva al clan la possibilità di controllare le estorsioni. Per prima cosa i Torcasio reagirono con telefonate minatorie ai commercianti ma, non ottenendo risultati, decisero di mandare un segnale forte alle cosche che proteggevano i Perri e le attività del centro commerciale. Il simbolo della loro vendetta fu Antonio Perri. Ma questo non bastò a placare l'odio contro i Perri e a giugno 2005 venne trafugata la bara dell'imprenditore. Saranno i Iannazzo a prodigarsi per farla ritrovare, rinsaldando così il loro rapporto con la famiglia Perri. «Diversi collaboratori di giustizia – scrivono gli inquirenti –  riferiscono che nel 2006 vi furono parecchi incontri con le cosche locali e anche con rappresentanti di famiglie di Reggio Calabria (esponenti di Trimboli e Papalia), con lo scopo di poter addivenire a una “pace” fra le cosche della piana lametina». Uno degli indagati, Giovanni Governa, nel 2010, quando era collaboratore di giustizia, riferì di una riunione organizzata da Nino Cerra con lo scopo di fermare la cruenta faida che stava insanguinando la città.

 

 

A questo incontro non parteciparono gli esponenti di spicco della famiglia Iannazzo: Vincenzino detto “il moretto” e Francesco detto “il cafarone”. La ragione, mandarono a dire, sta nel mancato ritrovamento della bara di Antonio Perri. La bara, riferisce Governa, era stata rubata da un uomo dei Torcasio, Gino Benincasa. Gli Iannazzo non conoscevano l'autore del furto ma intimarono a Cerra di «fare uscire la bara» e mandarono, inoltre, a dire che «se non restituivano la bara di Perri non vi sarebbe stata mai la pace», e aggiunsero «anzi, il primo che mette la testa fuori gliela tagliamo». Questa versione dei fatti è stata confermata dagli interrogatori di altri due collaboratori: Saverio Cappello e Giuseppe Giampà, boss della cosca egemone di Lamezia Terme stroncata dalle operazioni Medusa, Medea e Perseo. Giuseppe Giampà riferisce che in una sola occasione si rivolse al padre Francesco, detenuto nel carcere di Bologna «in quanto ritenevo necessario informarlo sul fatto che a Lamezia si stava cercando di concludere una sorta di pace con in clan Cerra-Torcasio-Gualtieri, nonché con i Iannazzo e con tutte le famiglie 'ndranghetistiche di Lamezia. In quell'occasione  suo padre gli disse di stare attento «perché poteva trattarsi in realtà di uno stratagemma ideato dai Torcasio per farci abbassare la guardi e poi colpirci alle spalle». In quel periodo, dice il collaboratore, si effettuarono diversi summit a cui parteciparono le famiglie lametine con l'appoggio di 'ndranghetisti venuti da fuori. I Torcasio era rappresentati dalle famiglie Trimboli-Papalia, i Giampà dai Bellocco, mentre i gli Iannazzo erano contrari alla rappresentanza da parte di altre famiglie anche se erano in buoni rapporti con i Vallelunga e i Mammolati. «Le riunioni – aggiunge Giampà – avvenivano presso la stalla di mio cigino Pasquale, detto “Millelire”, oppure un paio di volte da Aldo Notarianni e in qualche occasione in località Cafarone, da Francesco Iannazzo». Un unico dato emerge da queste riunioni, un vero e proprio vincolo posto dal clan Iannazzo: «[...] essi non avrebbero partecipato a nessun accordo con le altre famiglie sino a quando non fosse stata restituita la bara dell'imprenditore Antonio Perri che era stata sottratta qualche tempo prima». La bara di Perri verrà ritrovata dalla polizia il 21 marzo 2008, seppellita a 50 metri dalla strada dei Due Mari. Quale sia stato il ruolo degli Iannazzo nel farla ritrovare non è chiaro, quello che emerge fu il loro prodigarsi davanti alle cosche calabresi, dando battaglia durante le trattative di pace.

ale.tru.

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    Nel 2006 gli Iannazzo si opposero ai summit di riconciliazione: «Non parteciperemo se non restituite la bara di Antonio Perri»

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REGGIO CALABRIA Con il venir meno delle restrizioni, sarà più facile esportare salami, pancette, culatello e coppe in Usa dove sul mercato prevalgono le imitazioni dei salumi e prima fra queste la soppressata calabrese. «Drammaticamente – afferma Pietro Molinaro presidente di Coldiretti Calabria – la Calabria non potrà avvantaggiarsi nell'export dopo l'annuncio del ministero della Salute sul fatto che le Autorità statunitensi hanno finalmente rimosso una serie di misure che limitavano fortemente l'export dei prodotti a base di carne cruda, operanti dal settembre del 2013. Infatti, come abbiamo denunciato più volte, la Calabria non è territorio dichiarato ufficialmente indenne dalla vescicolare suina e quindi continuerà a subire le restrizioni».
«Oltre al danno – commenta Molinaro – la beffa: la nostra soppressata e i nostri salumi Dop sono i più imitati e noi non possiamo esportare. Una filiera storica, conosciuta e apprezzata nel mondo subisce forti limitazioni a causa di ritardi burocrati ed inefficienze varie che non consentono l'eradicazione delle epizozie. Il superamento del blocco ci poteva consentire – continua – di aumentare le esportazioni anche grazie al tasso di cambio favorevole che sta facendo impennare le esportazioni negli Usa a ritmi crescenti. Per l'irresponsabilità di pochi, tra l'altro ben individuati, da anni sta pagando e continuerà a pagare la Calabria con il rischio che dei nostri veri e autentici salumi resteranno nel mondo solo le foto. Ribadiamo e reiteriamo l'urgenza, affinché il presidente Oliverio e il commissario Scura – conclude – intervengano con determinazione».

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    L'Usa ha rimosso le limitazioni prima vigenti sull'esportazione dei prodotti. Molinaro: «La soppessata è la più imitata, ma non sarà comunque possibile portarla all'estero»

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