Corriere della Calabria - Articoli filtrati per data: Venerdì, 08 Maggio 2015

COSENZA «Sono contento per l'esito di questa vicenda perché mi fa felice pensare che quel bimbo insieme alla sua meravigliosa classe potrà adesso recuperare il viaggio mancato. È un nostro preciso dovere civile garantire pari diritti a tutti, e per questo ringrazio la Regione Calabria che, chiamata a trovare una soluzione, ha accolto repentinamente il nostro appello». Così il presidente della provincia di Cosenza Mario Occhiuto ha commentato la decisione della Regione di fornire un pullman attrezzato alla scolaresca, che aveva rinunciato alla gita perché un compagno disabile non avrebbe potuto parteciparvi, perché
non si era riusciti a reperire un autobus con la pedana per farvi accedere il piccolo Gabriele. «La vicenda – si legge nella nota della Provincia- aveva portato in luce l'enorme gap del sistema dei trasporti in Calabria. Ovvero: esistono mezzi con contributi regionali, adibiti ad accogliere portatori di handicap, ma possono viaggiare solo localmente e non per permessi turistici».

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    «È un nostro preciso dovere civile garantire pari diritti a tutti, e per questo ringrazio la Regione Calabria che, chiamata a trovare una soluzione, ha accolto repentinamente il nostro appello»

Venerdì, 08 Maggio 2015 20:53

Speziali: «Io perseguitato politico»

BEIRUT Si definisce un perseguitato politico e lamenta che l'ordinanza non gli sia stata notificata a Beirut dove risiede, l'imprenditore Vincenzo Speziali jr, accusato di procurata inosservanza di pena aggravata dalle modalità mafiose e per questo attivamente ricercato dalle forze di polizia per ordine del gip di Reggio Calabria. «Considero questo atto un inutile sfregio - ha affermato Speziali, oggetto di un'ordinanza di custodia cautelare emessa su richiesta del pm Giuseppe Lombardo- perchè per un anno intero, da quando ho ricevuto l'avviso di garanzia, ho chiesto ripetutamente di essere ascoltato, convinto di potere spiegare alla lettera, al di là delle interpretazioni scandalistiche, le intercettazioni telefoniche su cui si basano gli atti dell'inchiesta». Interpretazioni che, ha aggiunto l'imprenditore, «sono una forma di pressione a mo' di tortura». Speziali ha sottolineato che la sua «fiducia nei confronti dei giudici risulta essere assoluta, totale, piena e ossequiosa, poiché essi gestiscono e garantiscono ad ogni cittadino italiano la certezza del diritto». Sono durissime invece le parole che Speziali riserva al pm Giuseppe Lombardo, che secondo l'imprenditore ricercato « pervicacemente mi ha sempre dimostrato ostilità preconcetta». Un atteggiamento, secondo Speziali, dimostrato dall'uso di un «termine improprio, quello appunto di latitante". Per Speziali, lui non potrebbe essere considerato tale «avendo inviato alla magistratura italiana due atti in cui, a norma di legge, chiedo che ogni notifica mi sia inviata a Beirut».

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    Duro attacco al pm Lombardo da parte dell'imprenditore accusato di aver agevolato la latitanza di Matacena: « pervicacemente mi ha sempre dimostrato ostilità preconcetta»

REGGIO CALABRIA La sentenza conferma l'impianto accusatorio, ma alcuni degli imputati incassano pesanti riduzioni di pena al processo d'appello Barracuda, che ha fatto luce su una violentissima banda – una vera e propria associazione a delinquere per i giudici – che ha messo a segno una serie di rapine ai danni di numerosi anziani. Per gli imputati, accusati a vario titolo di associazione per delinquere finalizzata alle rapine agli anziani, rapina aggravata, lesioni aggravate e sequestro di persona, i giudici hanno stabilito condanne tra i due e i 19 anni e nove mesi, in alcuni casi sensibilmente ridotte rispetto al primo grado di giudizio grazie al riconoscimento di una delle principali istanze delle difese, che hanno insistito per il riconoscimento della continuazione – dunque la cumulabilità – dei reati fine con il reato associativo.
La pena più alta va a Domenico Palmisano, condannato a 19 anni e 9 mesi di carcere, in luogo dei 26 e 9 mesi rimediati in primo grado, mentre 18 anni sono andati ad Antonio Caracciolo, in prima istanza condannato a 22 anni e 9 mesi. Passa da 20 anni di reclusione a 14 Fabio Calù, difeso dall'avvocato Giovanni De Stefano, mentre sono 7 gli anni di pena inflitti a Salvatore Bonura, in primo grado condannato a 11 anni e 6 e 9 mesi quelli decisi dalla Corte per Giovanni Bellantoni, in luogo degli 11 anni e 6 mesi rimediati in primo grado. Una sostanziale riduzione di pena è stata invece riconosciuta a Carmelo Calù, difeso dall'avvocato Gianfranco Giunta, condannato a 4 anni in luogo dei 14 e 6 mesi in precedenza rimediati. La pena più bassa va a Mirko Falcomatà, punito con 2 anni in luogo dei cinque in precedenza rimediati.
Anche per i giudici sono loro i responsabili della banda che a Reggio Calabria aveva scelto come vittime privilegiate gli anziani, che sorprendeva da soli in casa e non esitava a spogliare di qualsiasi cosa avessero di valore. Una banda organizzata, con ruoli definiti e una gestione pianificata dei proventi delle rapine – ha sostenuto la pubblica accusa e confermato la sentenza - tutte portate a termine con tecniche consolidate, secondo una prassi divenuta metodo.

 

Alessia Candito

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  • Occhiello

    La Corte infligge pene dai 19 anni e 9 mesi ai 2 anni. Ridotta a 4 anni la pena per Carmelo Calù, considerato uno dei principali imputati

Venerdì, 08 Maggio 2015 19:53

Ordine di cattura per Speziali jr

REGGIO CALABRIA È accusato di procurata inosservanza di pena aggravata dalle modalità mafiose in concorso l'imprenditore Vincenzo Speziali, dichiarato ufficialmente latitante e inseguito da un'ordinanza di custodia cautelare, che la Dda di Reggio Calabria non ha potuto eseguire perché l'uomo da tempo non si trova sul territorio nazionale. Per i magistrati, Speziali insieme all'ex ministro Claudio Scajola, alla moglie di Amedeo Matacena, Chiara Rizzo, al suo braccio destro, Martino Politi, e alle segretarie dei due coniugi, Roberta Sacco e Maria Grazia Fiordelisi, come ad «ulteriori persone in corso di compiuta identificazione» avrebbero aiutato Amedeo Gennaro Raniero Matacena, a «eseguire od occultare il delitto di cui al capo che precede (intestazione fittizia di beni n.d.r.)», ma anche ad «assicurare a questi il prodotto o profitto ovvero la Impunità del medesimo», come pure a «sottrarsi alla esecuzione dell'ordine di esecuzione per la carcerazione n. 193/2013, disposto in data 06 giugno 2013 dalla Procura Generale presso la Corte d'Appello di Reggio». E sono gravi e dettagliate le accuse mosse dal pm Giuseppe Lombardo a carico dell'imprenditore, con l'avallo del gip Olga Tarzia. Anche per il giudice infatti, Speziali e i suoi coindagati «ponevano in essere articolate condotte finalizzate a mantenere inalterate le capacità operative in campo economico imprenditoriale del Matacena, impegnato nel completamento del progetto• di fusione inversa», che per i pm è al centro delle manovre messe in atto dal politico armatore per occultare il suo immenso patrimonio, come a  «costituire le provviste finanziarie necessarie al predetto per proseguire in territorio estero la intrapresa latitanza, operazione resa più agevole dai contatti privilegiati, garantiti dallo Scajola (che si avvale spesso della Sacco) alla Rizzo, con altri soggetti operanti, in Italia ed all'estero, all'interno dei circuiti bancari e finanziari di riferimento del predetto Matacena», ma soprattutto a «rendere attuabile Il pianificato spostamento del Matacena dall'Emirato di Dubai alla Repubblica del Libano, Individuato dallo Scajola per la possibilità di sfruttare le proprie relazioni personali (tra le quali quella con Speziali Vincenzo) al fine di far riconoscere il diritto di "asilo politico" a favore del condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, Amedeo Matacena».
Contestazioni che la Procura avrebbe voluto aggravate dalle modalità mafiose perché il progetto era consapevolmente finalizzato a «proteggere economicamente» Matacena, come «soggetto in grado di fornire un determinante e consapevole apporto causale alla 'ndrangheta reggina attraverso lo sfruttamento del suo rilevantissimo ruolo politico ed imprenditoriale e per questa via agevolare il più ampio sistema criminale, imprenditoriale ed economico, riferibile alla predetta organizzazione di tipo mafioso a cui favore il Matacena forniva il proprio costante contributo». Anche per il gip, è tramite la società Cogem – segretamente contro tramite la A&A , a sua volta schermata da finanziarie italiane ed estere– che l'ex politico oggi latitante a Dubai, non solo avrebbe ramazzato commesse e lavori, ma avrebbe provveduto a distribuire subappalti fra i clan reggini. I segugi della Dia hanno infatti scoperto che la Cogem avrebbe rapporti stabili e strutturali con la Si.ca., sulla base di risultanze processuali riferibile a soggetti di vertice della cosca Tegano, con la Zumbo colori srl per una quota pari a oltre il 99% di proprietà dell'ex antenna dei servizi Giovanni Zumbo, condannato a sedici anni perché pizzicato a soffiare preziose informazioni ai clan e indicato da più collaboratori come uomo che sarebbe stato al servizio del clan De Stefano, con la Real Cementi srl, società che sarebbe espressione della cosca Libri e per questo confiscata in via definitiva nel 2012, con la Italsavia di Autolitano Saverio e C snc, che inchieste e processi rivelano che sarebbe di proprietà della cosca Latella, con la Edil Primavera srl e la Rossato, entrambe riconducibili alle cosche Libri e Alampi di Reggio Calabria. Tutte società con cui la Cogem ha stipulato contratti di fornitura in relazione ai milionari appalti pubblici collezionati dalla società negli ultimi quattordici anni a Reggio. Rapporti contrattuali che per la Dda non sono coincidenze, né casualità, ma risponderebbero allo schema di spartizione degli appalti su cui le 'ndrine reggine avrebbero forgiato le nuove regole e i nuovi assetti all'indomani della seconda guerra di 'ndrangheta. Secondo la ricostruzione dei pm, le aziende riferibili a Matacena come la A&A o la Cogem venivano infatti utilizzate «dietro articolate ed indispensabili operazioni di interposizione fittizia in grado di superare gli sbarramenti costituiti dalle informazioni prefettizie, per schermare la vera natura delle compagini sociali, dei consorzi e delle associazioni temporanee di imprese e la destinazione delle relazioni politiche, istituzionali imprenditoriali del sistema criminale di tipo mafioso prima richiamato e dal predetto Matacena garantite a livello locale, nazionale o internazionale». Argomentazioni che tuttavia il gip Olga Tarzia non ha ritenuto sufficienti. 

 

Alessia Candito

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  • Occhiello

    Indagato per procurata inosservanza di pena aggravata dalle modalità mafiose insieme all’ex ministro Scajola, a Chiara Rizzo, Martino Politi,  Roberta Sacco e Maria Grazia Fiordelisi. Ma nella rete che ha aiutato Matacena ci sono anche “ulteriori persone in corso di compiuta identificazione” 

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ROMA La Corte dei conti del Lazio ha assolto il presidente dell'Anas Pietro Ciucci dall'accusa di danno erariale in riferimento all'appalto per la realizzazione del secondo megalotto della strada statale 106 Jonica. Il procedimento riguardava il riconoscimento da parte dell'Anas dell'importo di circa 47 milioni di euro al contraente generale Co.meri, a fronte di riserve iscritte per oltre 350 milioni di euro, in relazione alla realizzazione dei 17 km tra lo svincolo di Squillace e quello di Simeri Crichi, comprendente ulteriori 5 chilometri di prolungamento della statale 280 dei Due Mari tra lo svincolo di San Sinato e quello di Germaneto. La Procura Regionale della Corte dei Conti per il Lazio aveva chiesto la condanna, a titolo colposo, di Ciucci e di altri dirigenti e funzionari Anas per un presunto danno erariale quantificato in circa 17 milioni di euro. Con Ciucci sono stati assolti anche gli altri dirigenti Anas coinvolti.

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    Il presidente dell'Anas era accusato di danno erariale in relazione alla realizzazione dei 17 km tra lo svincolo di Squillace e quello di Simeri Crichi

LAMEZIA TERME «Noi che abbiamo una cultura di governo e di responsabilità, se dobbiamo dare una mano anche a questa amministrazione regionale siamo pronti a farlo». Lo ha detto il segretario nazionale dell'Udc, Lorenzo Cesa, rispondendo a Lamezia Terme a una domanda dei giornalisti su un ipotetico ingresso dell'Udc nella maggioranza che governa la Regione Calabria. L'Udc, è opportuno ricordarlo, non ha alcun rappresentante in consiglio regionale. «E lo dico – ha aggiunto – anche da parlamentare europeo perché non si possono non utilizzare le risorse che arrivano dall'Europa, così come è successo negli ultimi decenni in questa regione e nelle altre regioni del sud. Dobbiamo utilizzare al meglio tutte le risorse e se, come parlamentare europeo, dovesse chiamarmi il presidente della Regione, sono a disposizione come lo sono tutti gli altri amici».

«Mi auguro – ha proseguito Cesa – che questa maggioranza realizzi le cose che ha promesso in campagna elettorale, ma non mi sembra che sia così. Il mio auspicio è che vedendo la Calabria in maggiori difficolta' rispetto al resto d'Italia, questa Amministrazione regionale si dia davvero da fare perche' finora si e' bloccata troppo sugli assetti e questo non va bene».

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    Il segretario del partito paventa un possibile appoggio al centrosinistra di Oliverio

Venerdì, 08 Maggio 2015 18:59

«Porto con me l'onestà morale di Falcone»

LAMEZIA TERME A Giovanni Falcone non piacevano le parole. Ma i fatti. Era solito accompagnarsi sempre con i documenti, con le prove. Il generale Angiolo Pellegrini ne conserva un ricordo indelebile. Puro e intimo. A lui ha dedicato il libro che ha scritto, assieme a Francesco Condoluci, dal titolo "Noi, gli uomini di Falcone. La guerra che ci impedirono di vincere", edito da Sperling e Kupfer con la prefazione del giornalista di Repubblica Attilio Bolzoni.
Pellegrini è stato uno dei protagonisti degli anni Novanta. Investigatore vecchio stampo che, dopo aver combattuto Cosa nostra siciliana al fianco di Giovanni Falcone, arrivò a Reggio Calabria a dirigere la Direzione investigativa antimafia. Il generale, in poco tempo, diventò la bestia nera della 'ndrangheta reggina. A lui va il merito di alcune importanti collaborazioni con la giustizia, come quella di Giovanni Riggio, e, prima ancora, di boss della caratura di Filippo Barreca e Giacomo Ubaldo Lauro ma anche di aver dato un contributo fondamentale al pool della Dda che ha aperto uno squarcio nella zona grigia della città dello Stretto.

"Noi, gli uomini di Falcone" è un capitolo di storia vera, un omaggio alla figura del giudice ucciso a Capaci nel '92, ma anche a tutti quei valorosi uomini che combatterono quella stagione epica e che hanno pagato con la vita la loro sfida. Arricchito da materiale investigativo inedito e immagini esclusive di Giovanni Falcone e dei magistrati che indagarono su Cosa nostra, è un libro importante soprattutto per il suo messaggio di denuncia, chiara e forte, contro chi, quella guerra non ha voluto vincerla.
Palermo, gennaio 1981. Angiolo Pellegrini assume il comando della Sezione anticrimine dei carabinieri. Un ruolo scomodo: la mafia in Sicilia ha alle spalle una scia di cadaveri eccellenti. Unica speranza, un giudice palermitano che ha fatto della lotta alle cosche la sua missione: Giovanni Falcone. Falcone ha bisogno di uomini fidati. Pellegrini non si tira indietro. Con la squadra detta "la banda del capitano Billy The Kid", va a cercare dove nessuno ha mai osato, guadagnandosi l'amicizia e la stima di Falcone. Mentre i viddani di Riina e Provenzano falcidiano con il kalashnikov le vecchie famiglie, carabinieri, polizia e magistrati si alleano in un'azione che culmina nel rapporto dei 162 e nell'estradizione di Tommaso Buscetta. Questo libro ricostruisce dall'interno il periodo più complesso della lotta a Cosa nostra e con coraggio esprime una denuncia: il vero nemico del pool è stato un potere politico oscuro che ha fermato le indagini subito, prima della loro svolta decisiva.

Una narrazione intensa e avvincente, raccontata per una volta dalla parte di chi si "sporcava le mani" a fare le indagini, ricca di squarci inediti e inquietanti, come i tentativi di delegittimazione nei confronti del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa da parte di istituzioni, politica e anche all'interno delle stesse forze armate, dopo la sua nomina a prefetto di Palermo.

 

copertrina libro

 

Perché ha deciso di scrivere questo libro?

«Ho voluto scrivere questo libro per ricordare le vittime della mafia, le tante persone che si sono sacrificate per lo Stato e le istituzioni, eppure sono state rapidamente dimenticate. L'ho scritto soprattutto pensando ai ragazzi, che conoscono così poco della storia recente d'Italia. Poi, via via che raccoglievo il materiale e ripercorrevo gli eventi, ho avuto la sensazione che dietro quello che è successo – e ancora di più, quello che non è potuto succedere – poteva esserci una mente sottile. Non mi riferisco ai corleonesi, ma a qualcuno di più sfuggente, che ha fatto naufragare le attività avviate da Giovanni Falcone. Questo qualcuno, prima, ha provveduto a eliminare o ad allontanare tutti i suoi collaboratori più fidati, sostituendoli con persone che non sempre erano all'altezza, rallentando così le indagini. E poi ci fu l'evidente tentativo di delegittimazione dello stesso Falcone: il fallito attentato all'Addaura, gli anonimi del corvo, la mancata elezione a capo dell'ufficio istruzione, per cui il pool fu gradualmente smantellato. Venne poi ricostituito, sì, ma ormai il danno era stato fatto. Non può essere tutto attribuito al caso».
Come ha pagato il suo personale impegno contro la mafia?
«In tanti modi: rinunciando alla tranquillità, allontanando la mia famiglia per non esporla, prendendo e imponendo costanti (quasi maniacali) precauzioni. Che però a qualcosa sono servite, visto che oggi sono qui a raccontarle e che nessuno dei miei uomini ha mai subito danni. Il pericolo maggiore probabilmente l'ho corso una sera, uscito dalla questura. Ero fermo a un semaforo e ho visto spuntare dal nulla una moto blu, con due uomini. Non vedevo i visi, coperti dal casco, ma ho avuto subito la sensazione che fossero lì per me. Ho accelerato e sono partito a tavoletta, lasciandoli dietro. Anni dopo ho avuto conferma che quello era un attentato bello e buono. Me l'ha detto Angelo Siino, uno degli uomini di Riina, che quella volta volevano uccidere, come uccideranno poi Ninni Cassarà. Non ci sono riusciti, e poco dopo sono stato allontanato da Palermo. Neppure questo può essere un caso. Ma esiste anche un prezzo, meno evidente e forse più alto, che si paga ogni giorno. Una persona in prima linea deve indurire il cuore, mettere a tacere i sentimenti, perché altrimenti, di fronte alla morte di colleghi, che spesso sono anche amici, e al rischio che si corre ogni ora, la tentazione di rinunciare è fortissima. Invece bisogna resistere».
Qual è l'insegnamento più importante che le ha trasmesso Falcone?
«L'onestà assoluta di uomo e giudice. Di qualunque indagine si trattasse, Falcone la conduceva con estremo rigore e serietà, senza travalicare, senza inventare, e rimetteva il giudizio alla Corte. Dovevano essere i documenti e le prove a parlare, non le sue convinzioni. Questa onestà morale e intellettuale l'ho sempre portata con me».

 

Mirella Molinaro

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Venerdì, 08 Maggio 2015 18:13

Turismo, le (tante) occasioni mancate

Avere un tesoro inestimabile e non riuscire a valorizzarlo. E' il prezzo che la Calabria paga. Non si sa bene perché o per colpa di chi. E' facile dire che si parla solo delle cose negative della nostra regione invece di promuovere quelle positive. Però, spesso, non viene "offerta" la possibilità di raccontare o semplicemente di osservare il bello che la terra di Calabria ha. Capita, infatti, che il primo maggio – quando nel resto di Italia si possono visitare musei o mostre gratuitamente – il museo di Ferramonti, a Tarsia, è chiuso. Quel campo di internamento è stato uno dei più importanti (in termini di consistenza numerica), tra i numerosi luoghi di internamento per ebrei, stranieri nemici e slavi, aperti dal regime fascista tra il giugno e il settembre del 1940, all'indomani dell'entrata dell'Italia nella seconda guerra mondiale. Il campo fu liberato dagli inglesi nel settembre del 1943, ma molti ex internati rimasero lì anche negli anni successivi e il campo di Ferramonti fu ufficialmente chiuso l'11 dicembre del 1945. Conseguentemente, dal punto di vista cronologico degli eventi della seconda guerra mondiale, Ferramonti ha già un suo peculiare primato: fu in assoluto il primo campo di concentramento per ebrei a essere liberato e anche l'ultimo a essere formalmente chiuso. Però per vedere quello che è stato possibile conservare bisogna prenotare. Così c'è scritto su un foglietto attaccato al cancello del museo. Proseguendo, poi, per San Marco Argentano si è attratti anche lì dalla storia. Ma, se dopo aver visitato la Cattedrale e le sue cripte, venisse voglia – in un giorno di festa (il primo maggio sempre) da dedicare alla cultura – di visitare la Torre Normanna, è meglio invece cambiare itinerario. Chiusa anche questa. La Torre (detta di Drogone) è una rara testimonianza del primo insediamento normanno in Calabria. Fatta innalzare da Roberto il Guiscardo nel 1048 sulle rovine di un'antica fortificazione romana, è contraddistinta da un enorme tronco di cono detto rivellino o motta alto 18 metri (la motta è peraltro la struttura peculiare dei castelli normanni). La fortezza, che si eleva per un'altezza di ventidue metri, ha un diametro di tredici metri e mezzo ed è suddivisa in cinque piani ad ambienti circolari. Chiuso anche il museo di arta sacra, a San Marco. E' vero che, solitamente, nei giorni di festa sono aperti i musei pubblici. E in Calabria nemmeno quelli. Ma non sarebbe meglio tenere aperti pure quelli privati nei giorni di festa e far lavorare tanti giovani calabresi, che invece sono a spasso o costretti a fare la valigia? Altrimenti capita – come è successo un anno fa a Sibari, sempre il primo maggio – che un custode, dedito al pascolo del bestiame e all'agricoltura, sia "costretto" a trasformarsi in guida e accompagnare i turisti – persino stranieri – tra gli scavi degli antichi insediamenti.

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    di Mirella Molinaro

Venerdì, 08 Maggio 2015 18:04

Vincenzo Speziali jr è latitante

REGGIO CALABRIA Vincenzo Speziali jr, omonimo nipote dell'ex senatore del Popolo della libertà, è ufficialmente latitante. A suo carico è stata emessa un'ordinanza di custodia cautelare in carcere dal gip di Reggio Calabria Olga Tarzia che non è stato possibile eseguire perché l'imprenditore da tempo non è in Italia. A Speziali vengono contestate le condotte messe in atto per agevolare la latitanza dell'ex parlamentare di Forza Italia Amadeo Matacena. La notizia è emersa nell'ambito del procedimento che vede imputati la moglie del parlamentare, Chiara Rizzo, e il suo braccio destro Martino Politi.

A comunicarlo è stato il pm Giuseppe Lombardo, che ha annunciato che da lunedì saranno messe a disposizione delle parti gli atti a sostegno dell'ordinanza a carico di Speziali perché l'imprenditore è da considerarsi indagato in procedimento connesso.

La figura di Speziali era già emersa fin dalle prime battute dell'indagine che vede al centro l'ex parlamentare di Forza Italia, Amedeo Matacena. Stando alle ipotesi investigative, emerse dalle informative già messe agli atti dei procedimenti che allo stato vedono imputati da una parte l'ex ministro Claudio Scajola e la segretaria dei coniugi Matacena, Maria Grazia Fiordelisi, e dall'altra la moglie del politico-armatore, Chiara Rizzo, e lo storico braccio destro del marito, Martino Politi, anche Speziali farebbe parte del sistema che ha permesso all'ex parlamentare di Forza Italia di sfuggire all'esecuzione di una condanna definitiva per mafia.

Nonostante da parte del diretto interessato siano sempre arrivate secche smentite, per i pm sarebbe stato lui a fare da trait d'union fra i massimi vertici della politica libanese – in particolare l'ex presidente Amin Gemayel – e Scajola, in quei mesi impegnato – è emerso dalle conversazioni intercettate – a dare un comodo rifugio ad Amedeo Matacena, all'epoca approdato in Arabia Saudita, dopo mesi di permanenza alle Seychelles, ma proprio grazie a questi contatti in via di trasferimento a Beirut.

Ma il nome dell'imprenditore in passato è emerso anche – hanno scoperto i segugi della Dia di Reggio, rovistando fra le carte dell'archivio della segretaria dell'ex parlamentare di Forza Italia – in una cartella piena zeppa di documenti relativi al progetto Freesun, concernente la realizzazione di impianti eolici, fotovoltaici e mini idroelettrico, presentato per "lndustria 2015" per la Liguria, la selezione su base regionale dei progetti da finanziare con il fondo governativo per l'innovazione energetica, all'epoca gestito dall'allora ministro per lo Sviluppo economico, Claudio Scajola.

«Il dato che fa riflettere – avevano annotato al riguardo gli uomini della Dia – è che all'interno di tale busta è stato rinvenuto un appunto manoscritto riportante il nominativo di Vincenzo Speziali con i recapiti telefonici e l'indirizzo di posta elettronica, come se il citato Speziali avesse un qualche ruolo anche nella vicenda delle energie rinnovabili. Da una consultazione delle fonti aperte è emerso il coinvolgimento di Speziali Antonio nella vicenda del parco eolico Pitagora di Isola Capo Rizzuto».

 

Alessia Candito

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    Emesso un ordine di arresto per l'imprenditore nipote dell'ex senatore del Pdl. A comunicarlo è stato il pm di Reggio Lombardo 

Venerdì, 08 Maggio 2015 17:44

La fiera della nocciola a Torre Ruggiero

TORRE RUGGIERO «La "due giorni" dedicata alla nocciola a Torre Ruggiero è un evento di grande rilevanza per la Calabria. Tutti sanno – afferma il capogruppo per il Pd nella commissione Agricoltura della Camera dei deputati Nicodemo Oliverio a proposito delle iniziative programmate nell'antico borgo della provincia di Catanzaro sabato 9 e domenica 10 maggio – che la nocciola rappresenta un'importante risorsa, capace di sviluppare notevoli ricadute economiche sia per i produttori che per il territorio. Va dato atto al sindaco di Torre di Ruggiero Pino Pitaro, da tempo impegnato su questo fronte, e agli organizzatori dell'evento, di aver visto giusto e di essersi mossi con la necessaria determinazione».
La Calabria – aggiunge – può ottenere molto in questo campo. Sicuramente, il nuovo corso in Regione con la guida del presidente Oliverio, darà vita a percorsi positivi, in grado di valorizzare e sostenere il settore. Anche a livello nazionale si avvertono novità su cui riflettere, basti pensare all'intesa fra Ismea e Ferrero spa, finalizzata a promuovere uno sviluppo sostenibile della corilicoltura italiana. L'obiettivo è favorire lo sviluppo delle imprese della filiera agroindustriale corilicola, in modo da migliorare gli standard qualitativi e irrobustire le imprese nel confronto con altri Paesi produttori quali la Turchia che, a fronte di costi di produzione più bassi, non raggiunge comunque la qualità eccellente della produzione italiana. Altrettanto importante è il rafforzamento degli strumenti aggregativi dell'offerta, attraverso l'implementazione del ruolo delle organizzazioni dei produttori, in modo da poter contrattare in una posizione di maggiore forza con le imprese di trasformazione e prevedere indicazioni facoltative nell'etichettatura dei prodotti a base di nocciola, in modo da valorizzare le realtà locali e fornire un contributo di visibilità e di conoscenza del territorio, nonché per sottolineare le qualità nutrizionali del prodotto».
Conclude il deputato del Pd: «È in questi percorsi virtuosi che occorre inserire la Calabria e le sue strutture economico-produttive. D'altronde, la sinergia tra rappresentanze del territorio vocato a questa produzione, Regione e Parlamento, fanno sperare che si è sulla buona strada per attivare ogni strumento finanziario a disposizione delle imprese agricole perché investano in innovazione del processo produttivo. Nello specifico, utili possono essere interventi di Ismea, affinché si potenzi la rete di imprese che già operano in Calabria, senza tralasciare ogni nuovo strumento posto in essere dal Governo anche per favorire l'ingresso nel comparto produttivo di giovani al di sotto dei 40 anni».

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    In programma per il 9 e 10 maggio. Nicodemo Oliverio: dobbiamo sostenere il settore

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