Corriere della Calabria

REGGIO CALABRIA Quarant’anni, magro, quasi allampanato. Col capo coperto da un cappuccio, il pentito Consolato Villani si allontana dall’aula bunker di Reggio Calabria dove ha iniziato a deporre al processo “’Ndrangheta stragista”. Scortato da due uomini, si allontana in fretta, quasi inseguito dall’eco delle pesantissime dichiarazioni appena pronunciate e che potrebbero cambiare la storia fino ad ora conosciuta dell’Italia. Perché Villani – in maniera chiara e netta – ha detto che non solo la mafia siciliana, ma anche la ‘ndrangheta ha costruito e partecipato alla stagione degli attentati continentali che negli anni Novanta puntava a destabilizzare l’Italia.

KILLER RAGAZZINO Una prima fase di una strategia ben più articolata e complessa, che mirava – ha svelato l’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto, Giuseppe Lombardo – a imporre un governo “amico” in grado di sostituire i vecchi referenti politici. Villani, all’epoca, non ne sapeva nulla. Diciassettenne della periferia sud, orgogliosamente figlio di ‘ndrangheta e ansioso di guadagnarne i galloni, lui si è limitato a dire sì alla proposta che avrebbe potuto fargli fare il salto di qualità nella gerarchia criminale. «Calabrò è venuto e mi ha detto: “Dobbiamo uccidere dei carabinieri. Sei d’accordo, vieni con me?”. E io ho risposto sì».

IL VERO MOVENTE Sono stati loro – è c’è anche una sentenza definitiva che lo afferma – a firmare i tre agguati contro le gazzelle dell’Arma di pattuglia a Reggio Calabria e provincia fra il dicembre del ’93 e il febbraio ’94, che sono costati la vita ai brigadieri Fava e Garofalo e il ferimento di altri militari. «Ma il processo che è stato fatto per quegli agguati - afferma il pentito - racconta la verità sulla dinamica. Sul movente no». Lo stesso Villani non ne è stato a conoscenza fin quando non gli è stato concesso un grado tanto elevato da essere messo a conoscenza di certi segreti. «La ‘ndrangheta – spiega – ora lo so, non è solo quella che si vede. Quella più potente è entrata nella massoneria». Rigidamente compartimentata, in modo da non diffondere dettagli sulla propria struttura neanche fra i suoi stessi affiliati, anche per Villani – che per i clan si è macchiato giovanissimo di efferati omicidi – la ‘ndrangheta è stata per lungo tempo sconosciuta.

VERITA’ STRATIFICATE «Solo quando sono diventato santista mi è stato spiegato che è un’organizzazione che gioca con due mazzi di carte. A certi livelli ha contatti con personaggi delle istituzioni, politici, servizi segreti deviati. Questo perché la ‘ndrangheta è uno Stato nello Stato, si comporta come uno Stato». Un po’ – dice il pentito – lo aveva intuito anche prima che gli venisse spiegato in dettaglio, «perché il mio clan, i Lo Giudice, avevano contatti con questi personaggi, magistrati, forze dell'ordine». Poi è toccato a Nino Lo Giudice, di cui Villani era cugino e braccio destro, spiegargli qualcosa in più. «Mi disse che ci sono soggetti, che si sono uniti a ‘ndrangheta, camorra e Cosa nostra, che fanno parte dei servizi segreti deviati. Fanno parte delle istituzioni ma lavorano per le mafie». 

L’OMBRA DEL MOSTRO «Mi raccontò di due persone – continua Villani - Lui, mi disse, è uno straccione, un mercenario, brutto, pericoloso. Stava insieme ad una donna, bionda in quel periodo. Pericolosa anche lei». Un riferimento sembra a quel Faccia di mostro che diversi collaboratori, incluso Nino Lo Giudice, hanno identificato in Giovanni Aiello, l’ex poliziotto della Mobile di Palermo morto nell’agosto scorso sulla spiaggia di Montepaone Lido, e alla misteriosa Antonella con cui faceva coppia. Personaggi – è emerso dall’inchiesta – che anche Villani avrebbe incontrato, dunque, forse per questo potrebbe essere stato informato da Lo Giudice. Ma senza scendere troppo in particolare. «Avrebbe potuto farlo quando ero santista, ma ha aspettato che mi facessero evangelista, perché io alcune cose non le potevo capire, non ero uno che gioca con due mazzi», dice Villani.

GALLONI Una carriera quasi folgorante la sua, rapidissima, con tappe bruciate una dopo l’altra anche nel giro di mesi. «L’omicidio dei carabinieri era una cosa che mi faceva avanzare in fretta». Un controsenso, per certi versi. «Se un qualsiasi ‘ndranghetista si fosse azzardato a toccare qualcuno delle forze dell’ordine sarebbe stato eliminato, fisicamente eliminato» ricorda. Eppure per lui, quegli attentati erano stati quasi un modo per scalare più rapidamente la gerarchia. «Ho provato a parlarne più volte con Nino Lo Giudice, ma lui mi stoppava sempre. Io invece sono sempre stato convinto che lui sapesse tutto. Mi diceva di non  parlarne con nessuno, perché potevano ammazzarci». Solo con il tempo, racconta il pentito, ha scoperto cosa si celasse dietro quegli agguati. Qualcosa aveva capito durante il processo d'appello, quando il suo legale, l'avvocato Lorenzo Gatto, ha chiamato a testimoniare il pentito Gaspare Spatuzza, che ha riferito la conversazione con Giuseppe Graviano durante la quale lo avrebbe invitato ad affrettarsi con l'attentato (poi fallito) all'Olimpico, perché "i calabresi già si erano mossi".

IL PATTO CON COSA NOSTRA Ma solo anni dopo, da "evangelista" è riuscito a ricostruire un quadro più o meno organico. «Ho saputo che era stata fatta una riunione nella Piana di Gioia Tauro prima di questi fatti. C'erano tutti i rappresentanti della 'ndrangheta, i Piromalli, i De Stefano, ma anche gente di fuori, di Milano e capi siciliani. Ma questa non era una cosa strana. La spinta per la pace dopo la seconda guerra di 'ndrangheta l'ha data Totò Riina che venne a Reggio Calabria per far finire la guerra, ma anche per prendere accordi. Questo perché aveva la necessità di reclutare la 'ndrangheta per le stragi. Ci fu un patto fra i clan reggini e Cosa nostra». E nell’ambito di questo patto – dice senza esitazione - il primo favore fu l’omicidio del giudice Scopelliti. I De Stefano, I Tegano e i loro alleati, fra cui i Garonfalo, hanno da fare un favore a Riina». Dettagli di cui solo nel tempo Villani viene messo a conoscenza, così come solo a molti anni dagli efferati attentati capisce perché – diciassettenne – sia stato mandato al macello.

RECLUTAMENTO Perfettamente controllabile, troppo entusiasta per fare domande o per tirarsi indietro, giovane ma già in grado di mostrarsi risoluto e spietato, Villani è stato reclutato senza difficoltà alcuna da Calabrò per una “missione” di cui per anni non ha saputo nulla. «Era lui che sapeva i posti, che organizzava, che sapeva dove procurare le armi e diceva cosa fare. Io non gli facevo domande, mi limitavo a eseguire», sostiene. «Sempre lui ha detto che dovevamo sparare sempre con la stessa arma. E questo già all’epoca mi è sembrato strano. Era una firma».

L’OMBRA DI FILIPPONE Tuttavia, già all’epoca Villani qualche domanda ha iniziato a farsela. Soprattutto dopo che il primo agguato fallisce e Calabrò improvvisamente decide di presentargli lo zio, Rocco Filippone. Un boss di livello. «Era uno ‘ndranghetista invisibile, uno di quelli che difficilmente vengono presi perché hanno contatti solo con i massimi vertici dei clan», ricorda il pentito. Dopo quella visita, Calabrò inizia ad essere più risoluto. «Dopo il primo attentato – racconta il pentito – era ancora più determinato, come se non volesse far brutta figura con qualcuno. Mi diceva che dovevamo fare di più. Quando abbiamo ucciso i brigadieri, il piano è riuscito solo a metà. Dopo aver sparato dovevamo buttarli giù per una scarpata, solo che non ci siamo riusciti». Alla morte, bisognava aggiungere lo scempio dei corpi. «Mi ha detto una cosa che mi ha colpito molto. Mi disse che dovevamo fare come quelli della Uno bianca». Una strategia del terrore, destinata a fare rumore. Ma di cui nessuno si è mai lamentato.

L’AUTORIZZAZIONE Sebbene una delle regole cardine della pace seguita alla seconda guerra di ‘ndrangheta fosse proprio il necessario avallo di tutto il direttorio, se non della Provincia, prima di procedere all’omicidio di uomini delle istituzioni, ha mai rimproverato a Villani e Calabrò per i tre agguati. «Anzi mi è sembrato che personaggi come Vincenzo Ficara mi guardassero con maggiore rispetto». Anche per questo, afferma il pentito in aula, «ho sempre pensato che qualcuno abbia dato l’autorizzazione». E quel qualcuno poteva essere solo Rocco Filippone.

QUESTIONE DI ELEMENTI «Io non ho elementi certi per dirlo – dice Villani – ma ci sono varie cose che mi hanno sempre portato a pensare questo. Filippone era un grande ‘ndranghetista, un invisibile, aveva contatti solo con i massimi vertici. I Condello, i De Stefano e i Tegano a Reggio, i Piromalli e i Pesce nella Piana, i Nirta, Strangio, Papalia, Sergi sulla Jonica. È da lui che siamo andati dopo il primo attentato e anche il pentimento di Calabrò non ha “rovinato” lo zio. Ed è stato suo figlio a consegnarci le armi». Il nome di Filippone - emerge dalla sua deposizione - non è mai mancato dalla copiata che ha accompagnato il passaggio a un grado superiore del pentito. E sempre dall'anziano boss – ricorda Villani - si è recato suo padre quando la stagione degli attentati è iniziata, per chiedere che il figlio fosse tenuto da parte. Per questo oggi afferma con sicurezza che «gli attentati ai carabinieri erano cosa di 'ndrangheta»

LOTTANDO CONTRO LA PAURA «Prima – afferma Villani - non ho detto tutta la verità perché avevo paura per i miei figli e per i miei familiari. Poi però, ho capito che non mi potevo tenere tutto dentro». Ma almeno in parte, adesso, quella paura sembra averla vinta.

 

Alessia Candito
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  • Occhiello Il pentito Consolato Villani ha deposto nell'aula bunker di Reggio nel processo sugli agguati ai militari tra il '93 e il '94, per il quale è stato condannato in via definitiva. Un episodio che «mi fece avanzare in fretta». Ma di quel giorno ricorda: «Il piano riuscì solo a metà»
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RENDE Lo spazio autogestito “Arrow” di Commenda, a Rende, ha ospitato l'iniziativa “Siria tra guerra e rivoluzione”. Un momento di discussione su un tema, quello del conflitto siriano, lontano geograficamente ma reso quanto mai vicino dalla testimonianza di Paolo Andolina, torinese che ha prestato servizio nell'esercizio rivoluzionario delle Ypg al confine nord siriano. Al Corriere della Calabria ha raccontato la sua scelta e la sua esperienza.

Quali sono state le ragioni principali che ti hanno portato a entrare nelle Ypg?
«L’intenzione di partecipare all’esperienza rivoluzionaria del “confederalismo democratico” e le notizie sulla resistenza nella città di Kobane del 2014. Ci sono andato una prima volta, poi sono ritornato lo scorso marzo; lì ho potuto osservare meccanismi di autogestione e autorganizzazione reali, e nelle Ypg ho potuto constatare come sia possibile per un esercito utilizzare le armi solo come strumento di autodifesa».

Quali sono gli aspetti più significativi di questo modello di partecipazione politica e quali le principali differenze con il nostro paese?
«Un concetto chiave per la “rivoluzione confederale” attualmente in atto nel nord della Siria è certamente la liberazione delle donne; il ruolo centrale che la donna assume nella politica quotidiana costituisce un chiaro esempio di questo orientamento. Il fenomeno del patriarcato e del maschilismo in quei territori sono infatti molto più accentuati che in Italia, dove sono comunque ancora presenti. Il ruolo determinante delle assemblee territoriali costituisce un altro aspetto cruciale della politica interna, e si dà molta importanza al dialogo e all’autocritica durante le discussioni. Le relazioni tra persone sono più umane e meno “monetarizzate”, o incentrate sulla merce, rispetto ai rapporti a cui siamo abituati nelle culture occidentali, ed è infatti molto diffusa la pratica del dono».

Ora che sei rientrato, cosa ti spinge a girare l’Italia per raccontare questa esperienza?
«Ci sono dei princìpi fondamentali, come l’antifascismo, l’anticapitalismo e l’antisessismo, che sono internazionali e trasversali rispetto alle culture. Un elemento fondamentale che il progetto del confederalismo esprime è la diversità (etnica, culturale, religiosa, eccetera) come valore aggiunto, e non pretesto di discriminazione. Non è possibile esportare un modello socio-politico fisso, nato in un tempo e in uno spazio determinatisi in contesti differenti, ma è possibile, e in alcuni paesi come il nostro necessario, riadattarne le idee cardine a popoli e culture anche molto differenti tra loro».

 

Delfina Donnici
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  • Occhiello Il torinese Paolo Andolina ha fatto tappa in Calabria per raccontare la sue esperienza nell'esercito rivoluzionario delle Ypg al confine nord siriano. «Sono partito ascoltando le notizie sulla resistenza a Kobane. Ora giro l'Italia perché alcuni princìpi sono trasversali a tutte le culture»

LOCRI «Un piano di misure correttive urgenti per ripristinare la normalità sanitaria». È quanto proporrà la qualificata task force dei 7 ispettori ministeriali, all’attenzione del ministro della Salute Beatrice Lorenzin, che nelle giornate di giovedì e venerdì ha fatto tappa all’ospedale di Locri, effettuando dei sopralluoghi tra i reparti e confrontandosi con il personale medico. Ciò è il risultato di quanto emerso nell’incontro convocato venerdì mattina dal prefetto di Reggio Calabria, Michele Di Bari, al quale hanno preso parte oltre gli ispettori che non hanno inteso sbilanciarsi sui contenuti della loro relazione, anche il primo cittadino di Locri, Giovanni Calabrese e i rispettivi presidenti del Comitato e dell’Assemblea di AssoComuni Locride, Rosario Rocca e Franco Candia.
I sindaci, dopo aver esposto il quadro critico (più volte denunciato) che attanaglia il nosocomio, hanno ribadito la necessità di ricondurre il presidio agli standard previsti dalla legge per gli ospedali Spoke. «Il tempo è scaduto - ha commentato al termine dell’incontro Rosario Rocca - fino a questo momento noi sindaci, abbiamo cercato di mantenere i termini e le modalità della protesta a difesa del diritto della salute, nelle vie istituzionali. I cittadini vivono un grosso disagio e temiamo che possano verificarsi livelli più estremi di protesta, se si pensa ai casi di emergenza/urgenza cui sono sottoposti giornalmente i pochi medici rimasti in servizio». «La situazione è preoccupante anche dal punto di vista sociale – prosegue Rocca -. Dal vertice capitolino del 14 novembre scorso, continua a mantenersi costante anche l’attenzione della presidenza del Consiglio dei ministri. Siamo in attesa di un’azione straordinaria, non vogliamo che la problematica della sanità si trasformi in una tribuna politica».
«Vogliamo essere fiduciosi - ha commentato invece il sindaco di Locri Giovanni Calabrese - e sperare che questa nuova, ulteriore ed inedita iniziativa possa portate risultati positivi per i nostri cittadini che quotidianamente, hanno necessità di ricevere assistenza sanitaria presso l'ospedale. Noi ci crediamo e continuiamo a lottare per difendere il nostro territorio».
Martedì mattina intanto, è stata convocata la conferenza dei sindaci dell’Asp di Reggio Calabria, nella quale saranno eletti 4 componenti del direttivo e così anche la Locride, avrà il suo rappresentante.

Francesca Cusumano
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  • Occhiello I sette ispettori del ministero nella giornata di giovedì e venerdì hanno effettuato sopralluoghi e confronti col personale medico. I sindaci dell'area chiedono che «il presidio venga riportato agli standard previsti per gli Spoke»
Venerdì, 15 Dicembre 2017 20:35

Canile lager nel Vibonese, denunciato un 58enne

 

VIBO VALENTIA Nella mattinata di venerdì, a Filogaso, i carabinieri della Stazione di Maierato hanno denunciato P. M., 58enne del posto per maltrattamento di animali. I militari, durante un controllo, hanno notato tre cani meticci, in evidente stato di malnutrizione, all'interno di un recinto metallico, costretti camminare nel fango e negli escrementi. I carabinieri hanno richiesto l'intervento dell'Asp di Vibo Valentia, che ha soccorso gli animali portandoli in un canile convenzionato. L'uomo si è giustificato dicendo che non aveva avuto tempo di accudire i cani, abbandonandoli a se stessi.  

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  • Occhiello I carabinieri hanno scoperto tre cani meticci rinchiusi in un recinto metallico tra il fango e gli escrementi nel comune di Filogaso. L'Asp ha soccorso gli animali portandoli in una struttura convenzionata

 

CARIATI Si è aperto il 13 dicembre ufficialmente il Natale 2017 a Cariati, con la benedizione del presepe e l’accensione dell’albero in piazza Rocco Trento. Una festa, a cui hanno partecipato le famiglie e i bambini del paese. Una cerimonia prevista all’inizio per l’8 dicembre, in corrispondenza dell’Immacolata. Che però è stata rimandata in segno di rispetto a una cittadina cariatese che è venuta a mancare proprio in quei giorni e di vicinanza a tutta la sua famiglia.
«Quest’anno il Natale sarà sobrio, a Cariati, per quanto riguarda le illuminazioni. E ne siamo dispiaciuti – ha detto la sindaca Filomena Greco –. Avremmo voluto fare molto di più, illuminare molte più strade e piazze, ma come tutti noi sappiamo il Comune è in dissesto finanziario e privo di risorse. Tuttavia, quello che importa è lo spirito con cui viviamo, insieme, come comunità, il Natale. Spero che la magia di questo periodo dell’anno illumini i nostri cuori e le nostre menti».
Ma l’accensione dell’albero è stata solo una tappa di un evento articolato in diversi momenti. All’inizio, i parroci don Angelo, don Rocco e don Mosè hanno benedetto l’albero e il presepe. Dopo è stata la volta dei veri protagonisti della manifestazione: i bambini. Quelli delle parrocchie Cristo Re e Maria delle Grazie e quelli della scuola Molinello di Cariati hanno intonato una serie di canzoni natalizie. Tutti insieme, alla fine, si sono divertiti e hanno festeggiato con una serie di giochi allestiti nella piazza per loro.
Nei prossimi giorni, altri eventi pensati per il Natale animeranno le vie di Cariati. Il programma, non ancora definitivo, è già ricco. Il 16 dicembre ci sarà la Fiera Mercantale Natalizia con giochi e intrattenimenti per bambini e una tombolata di beneficienza sulla prevenzione organizzata dalla Lilt. Il 17 dicembre è previsto un concerto gospel in cattedrale. Il 26 dicembre in teatro la compagnia L’arcobaleno si esibirà in Il malato immaginario mentre il 29 dicembre verrà rappresentato il testo teatrale All'Onda del Mare di Assunta Scorpiniti. E ancora, il 28 dicembre i bambini e i ragazzi potranno divertirsi nel Torneo di Playstation. Il 5 gennaio si aspetterà la Befana in compagnia degli amici dell’Era. Ma questi sono alcuni degli eventi che si trovano sul programma del Natale con noi a Cariati 2017.

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  • Occhiello Il 13 dicembre si sono aperti i festeggiamenti. Il sindaco Greco: «Spero che la magia di questo periodo dell’anno illumini i nostri cuori e le nostre menti»
Venerdì, 15 Dicembre 2017 19:32

La geopolitica mafiosa della curva juventina

LAMEZIA TERME «Andate avanti e non vi preoccupate, che abbiamo Rosarno, Barrittieri, Seminara, Reggio». Barrittieri è soltanto una frazione del comune di Seminara. Ma, tra i capi dei gruppi ultrà della Juventus, evoca un “potere” capace di spostare gli equilibri all’interno della curva. L’invasione dei clan – finalizzata alla gestione del bagarinaggio – è in corso da tempo. Da anni. E l’operazione biglietti ha l’avallo delle famiglie calabresi. Le “autorizzazioni” dei referenti della ‘ndrangheta per entrare nell’affare ci sono tutte e capi se lo raccontano al telefono: «E se ve lo dice lui sapete chi ve lo ha detto? Ve lo ha detto Rosarno! Ma chi vi tocca... ma chi vi tocca... andiamo avanti che veramente, abbiamo la possibilità di fare la guerra veramente...». Si parla di un nuovo gruppo legato alle cosche e pronto ad acquisire una fetta della torta. Anche il lessico richiama le faide. È quello di una parte della tifoseria più in vista d’Italia. In quel settore ultrà la scalata dei clan calabresi ha radici che affondano in un passato neppure troppo recente.  

2012: LE PRIME INFILTRAZIONI «I primi segnali dell’interessamento della ’ndrangheta alle partite della Juventus sono emersi negli anni 2012-2013, “in un contesto del tutto inaspettato”, nel corso di un’indagine su un’associazione di tipo mafioso di origine rumena». Il rapporto “Mafia e calcio” della Commissione parlamentare antimafia approfondisce la storia di un tentativo di infiltrazione che avrebbe attecchito nei settori del tifo organizzato della società torinese. E rivela che «un collaboratore di giustizia aveva dichiarato che tra gli affari del sodalizio rumeno vi era “anche un’attività relativa alla cessione a terzi di abbonamenti per partecipare alle partite della Juventus e che questa attività era stata condotta previa autorizzazione di criminali di origine calabrese, con i quali il sodalizio mafioso rumeno trattava stupefacenti”». Una joint venture criminale con vista sullo Juventus Stadium. Nella quale il gruppo oggetto dell’inchiesta mostra grande “rispetto” per i presunti ‘ndranghetisti. Emerge, infatti, dalle intercettazioni «che il capo di questa associazione si era recato in Calabria al fine di essere autorizzato alla costituzione di un gruppo di ultras ( i “Templari”) che potesse avere accesso allo Juventus Stadium». Altro giro, altra indagine: questa volta la Procura distrettuale di Torino si occupa di un traffico di stupefacenti tra la Sicilia e il Piemonte «e il referente di questo traffico, per quantitativi molto cospicui, era Andrea Puntorno, il capo ultras del gruppo dei “Bravi ragazzi” – la cui zona d’influenza all’interno dello stadio comprendeva, quale sottosezione, quella dei templari – e che gestiva anch’egli un cospicuo numero di biglietti e abbonamenti, acquistati, sia pure con modalità di favore, dalla Juventus – e rivenduti a prezzi maggiorati in una redditizia attività di bagarinaggio». 

STORIE DI TIFO E DI MAFIA Sono le conclusioni della Commissione, davanti a un meccanismo di «controllo, da parte di alcune famiglie di ‘ndrangheta, dei diversi gruppi del tifo organizzato della Juventus». È il contesto in cui emerge una delle figure più chiacchierate nella terra di mezzo che si apre tra clan e ultrà juventini: Rocco Dominello, «che, allora incensurato, è stato introdotto nell’ambiente societario della Juventus da Fabio Germani (fondatore di un’associazione di tifosi, anch’egli indagato – per concorso esterno in associazione mafiosa – assolto nel processo di primo grado e per il quale pende appello) e che si pone progressivamente come “facilitatore” nel difficile rapporto tra la società e i tifosi organizzati, spesso soggetti pluripregiudicati per gravi reati, quali ad esempio Dino Mocciola, leader dei “Drughi” (già condannato per concorso in omicidio), e Loris Grancini, leader dei “Viking”». La storia di Grancini si incrocia spesso con le aule di giustizia. Lo dicono le condanne riportate e i contesti descritti nei processi e nelle sentenze. Il suo nome, e non solo il suo, terrorizzava alcuni testimoni, tra i quali la vittima di un “regolamento di conti”. Che «nel verbale di dichiarazioni rese al pm il 13.2.2007, affermava di essere stato avvicinato nell’ottobre 2006 da alcuni calabresi, che gli riferivano che il padre di Romeo (noto agli archivi della polizia come affiliato alla ndrangheta, mentre Romeo è l’esecutore materiale di un tentato omicidio per il quale è stato condannato Grancini) voleva parlargli”; appena uscito dall’ospedale “era stato avvicinato da una persona vicina a Grancini, che gli aveva chiesto ‘gentilmente’ di cambiare versione, di ‘salvare il salvabile’”; nell’ottobre 2008 “veniva aggredito da tale Domenico La Greca, che lo accoltellava e lo accusava di essere un infame, proprio in relazione alle sue dichiarazioni nella vicenda di Grancini”». 

LE DUE FACCE DI DOMINELLO Insomma, il rapporto tra pezzi della tifoseria juventina e settori delle cosche non si limiterebbe soltanto alla compravendita di biglietti. Che pure rappresentano una quota cospicua delle relazioni registrate dalla magistrature e riportate agli atti dell’Antimafia. Ci sono i «contatti e reiterati rapporti di Rocco Dominello e Fabio Germani con il security manager della Juventus, Alessandro D’Angelo, e con il responsabile della società per la biglietteria, Stefano Merulla. (...) Dalle intercettazioni risulta che sia Dominello sia Germani ricevevano una quota personale riservata di biglietti, anche cospicua. Dalla sentenza di primo grado emessa dal Gup del tribunale di Torino emerge peraltro che “gli interessi della ‘ndrangheta (...) riguardano in realtà la gestione dei tagliandi che la società calcistica ha destinato ai propri gruppi di tifosi organizzati e non anche quelli, infinitamente più limitati numericamente, dei quali Rocco Dominello ha potuto disporre proprio in virtù dei buoni rapporti instaurati con i rappresentanti della società”».
«La sentenza citata – continua la relazione – delinea chiaramente il duplice ruolo assunto da Rocco Dominello in tutta la vicenda: un “deferente tifoso”, come lo definisce il gup, dal lato dei rapporti con la società Juventus e, grazie al ruolo del padre Saverio, referente della ‘ndrangheta dal lato della gestione dei rapporti con i gruppi del tifo organizzato juventino». 

IL CONTROLLO DEGLI ULTRÀ IN NOME DEL DENARO Mentre il primo rapporto «ha effetti estremamente limitati nell’ambito del presente procedimento, apparendo come un fatto secondario, di contorno e gli ha fruttato, oltre ad un innegabile prestigio personale (comunque significativo anche per la propria affermazione nel mondo della malavita organizzata), una fornitura “riservata” di biglietti e quindi ulteriori possibilità di guadagno, il secondo merita di essere più puntualmente analizzato in quanto è l’unico che in questa sede rileva». In merito a questi due versanti, infatti, secondo il tribunale «il punto nodale della vicenda in esame non è la forza di intimidazione esercitata dalla ‘ndrangheta sulla Juventus F.C. s.p.a., che è invece sottoposta al ricatto dei propri tifosi, bensì quella esercitata dal sodalizio sul mondo del tifo organizzato al fine di acquisirne il completo controllo» e Rocco Dominello, «anche accreditandosi presso la società calcistica Juventus come soggetto in grado di mediare con le frange più violente del tifo organizzato, ha per l’appunto assunto il ruolo di “garante ambientale” fra la ‘ndrangheta e gli ultrà, gestendo nell’interesse della cosca i rapporti con questo mondo». Nella vicenda processuale, tra l’altro, la Juventus non rivestiva la qualità di parte lesa. I magistrati quantificano i profitti della criminalità organizzata «derivanti dall’attività illecita di bagarinaggio, quantificati in circa 30mila euro a partita per uno solo dei gruppi di tifosi, e quindi in proporzione anche di molto superiori. Sintomatico della redditività dell’operazione è quanto accaduto a un tifoso svizzero che si è lamentato con la società per il costo spropositato di un biglietto di Champions League pagato 620 euro a fronte del prezzo ufficiale di 140 euro». 

 

GEOPOLITICA (MAFIOSA) DI UNA CURVA La geopolitica della curva, inoltre, dimostrerebbe «l’esistenza di un sistema di ripartizione dei gruppi di tifosi organizzati fra diverse articolazioni locali della ‘ndrangheta, che non a caso devono prestare il proprio assenso all’ingresso in curva di nuovi soggetti in quanto ciò comporta evidenti ricadute di carattere economico. Si è inoltre già avuto modo di apprezzare come le decisioni di maggior rilievo e la definizione di contrasti particolarmente accesi siano devolute alla “casa madre” in Calabria. Nel corso delle indagini è stato addirittura possibile monitorare in tempo reale le operazioni che hanno portato all’ingresso di un nuovo gruppo di tifosi organizzati, insediatosi nella curva sud dello Juventus Stadium a partire dalla partita Juventus - Milan dell’aprile 2013». Dalle intercettazioni telefoniche e ambientali è emerso, infatti, che persone vicine ai Dominello «si stavano attivando per organizzare un nuovo gruppo di ultras, i “Gobbi”, che avrebbe dovuto occupare lo spazio prima occupato dai “Bravi ragazzi”. Per la costituzione di un nuovo gruppo ultras erano necessarie due autorizzazioni: una da parte degli ultras storici, una da parte della ‘ndrangheta». La sentenza del gup del Tribunale di Torino è pesante come un macigno: «Mafia e tifo ultras si saldano (plastica in questo senso è la riunione fra i Dominello, il capo dei Drughi e uno dei capi del neo gruppo Gobbi, Farina) non certo in vista di un comune obiettivo legato allo sport ma per lucrare denaro in specie con l’affare assai redditizio del bagarinaggio dei biglietti delle partite». Le conversazioni intercettate sono eloquenti: i nuovi gruppi, dopo aver ottenuto l’ok dalla Calabria, erano intoccabili. 

Pablo Petrasso
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  • Occhiello Nel rapporto “Mafia e calcio” tutti i particolari sull'ingerenza della ‘ndrangheta nella tifoseria. Gli accordi chiusi in Calabria per far entrare nuovi gruppi nella spartizione dei proventi del bagarinaggio: «Abbiamo Rosarno e Seminara». Le prime infiltrazioni documentate nel 2012
Venerdì, 15 Dicembre 2017 19:20

Delitto Galizia, ergastolo per Attanasio

COSENZA Francesco Attanasio, reo confesso dell'omicidio di Damiano Galizia, è stato condannato alla pena dell'ergastolo. Il fine pena mai è stato inflitto dal giudice, in rito abbreviato, che non ha riconosciuto le generiche del caso, riconoscendo invece i futili motivi e l'occultamento di cadavere. Il giallo del delitto si incastra con il duplice omicidio di San Lorenzo del Vallo che si sta celebrando in corte di Assise a Cosenza. Damiano Galizia è stato ritrovato in un'abitazione di Rende avvolto in un tappeto sigillato dal nastro adesivo. Francesco Attanasio ha poi condotto gli inquirenti al rinvenimento di armi in un box di Rende che egli stesso aveva in uso vista la presunta attività da agente immobiliare che esercitava in quel periodo. Il cadavere di Galizia è stato ritrovato dopo qualche giorno dalla confessione di Attanasio alle forze dell'ordine, alla fine d el mese di aprile nel 2016.

mi. pr.

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CROTONE Un gruppo di studenti di scuole medie del Crotonese avrebbe inneggiato a Totò Riina al termine di uno spettacolo dedicato alle scuole medie della provincia "La Divina Commedia, lo spettacolare viaggio dall'Inferno al Paradiso". Lo scrive il sito CrotoneNews. Sulla vicenda, ha appreso l'Ansa, sono in corso accertamenti da parte della Questura di Crotone per capire cosa sia successo e accertare i fatti. Secondo quanto scrive il sito, al termine del spettacolo, andato in scena ieri al teatro Apollo di Crotone, dopo il viaggio di Dante, sullo schermo «sono state proiettate le immagini della malvagità umana: Hitler, Mussolini, Stalin, campi di concentramento, bomba atomica, violenza su donne e bambini, strage di Capaci e molte altre». «Di tutti quei volti - è il commento di una docente riportato dal sito - i ragazzini conoscevano solo Hitler, ma appena è apparso il volto di Riina è scattato un applauso seguito da urla di incitamento». Diversi insegnanti hanno fatto alzare i propri alunni per andare via e al momento sarebbe stato impossibile stabilire quanti e di quale scuola fossero i ragazzi che hanno applaudito.

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  • Occhiello L'episodio è avvenuto al termine di uno spettacolo andato in scena al teatro Apollo e dedicato alle scuole della provincia. Sulla vicenda sono in corso accertamenti della Questura

 

ROMA Il ministro dell'Ambiente Gian Luca Galletti ha ricevuto a Roma il presidente del Consiglio regionale della Calabria Nicola Irto, che ha presentato il dossier conoscitivo sul contratto di fiume Crati appena pubblicato. Presenti anche Paola Rizzuto e Maria Claudia Marazita, componenti del Tavolo nazionale dei Contratti di Fiume. Lo rende noto un comunicato del ministero. «Stiamo trovando grande attenzione sul territorio - ha detto Galletti - per lo strumento dei Contratti di Fiume. La governance dei nostri corsi d'acqua, che con i Contratti diventa più forte e condivisa tra gli attori territoriali, è la chiave per superare criticità e lacune storiche, ma anche per porre l'Italia guida in Europa nelle politiche di buona gestione idrica. Il lavoro sul Crati si sta dimostrando molto utile, per la forte partecipazione e per l'approccio scientifico che lo contraddistingue». Nel corso del colloquio, Irto ha espresso al ministro Galletti «la soddisfazione per i risultati del lavoro che la Calabria sta conducendo in questo campo. Il nostro è stato il primo consiglio regionale del Mezzogiorno - ha spiegato il presidente - ad avere legiferato in materia di contratti di fiume, istituzionalizzando gli strumenti di governance negoziale delle aree fluviali: è una delle più importanti misure per la salvaguardia e lo sviluppo del territorio approvate in questa legislatura. Con questo dossier che propone il sistema del partenariato pubblico-privato ci proponiamo come punto di riferimento per le altre realtà locali». Il dossier, prosegue la nota, contiene un'accurata analisi ambientale, giuridica, amministrativa, socio-culturale ed economica del territorio interessato e si conclude con la formulazione dello schema del Ppp, corredato di un approfondito programma di sviluppo locale. Durante l'incontro nella sede del dicastero, Galletti e Irto hanno convenuto sull'opportunità di presentare pubblicamente, dinanzi all'Osservatorio nazionale che si appresta ad essere istituito, i risultati del dossier. È stata inoltre rimarcata l'opportunità di misurare, mediante un'ulteriore ricerca, le ricadute socio-economiche che derivano dai contratti. È stata infine discussa la possibilità che sia Reggio Calabria, e in particolare la sede del consiglio regionale, il luogo in cui celebrare gli Stati Generali italiani sui contratti di fiume: un momento di confronto nazionale ai massimi livelli, organizzato per iniziativa del Ministero con la collaborazione dell'assemblea legislativa calabrese.

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  • Occhiello Il presidente del consiglio regionale, Nicola Irto, ha presentato il dossier al dicastero dell'Ambiente a Roma. «La nostra governance dei corsi d'acqua sempre più forte e condivisa tra gli attori territoriali»

LAMEZIA TERME Il 12 maggio del 2015, dieci giorni dopo la presentazione delle liste e quindi in piena campagna elettorale per le Comunali di Lamezia, l'allora candidato a sindaco Paolo Mascaro apprendeva dal Corriere della Calabria – come disse lui stesso in una dichiarazione di replica – che tra le liste che lo appoggiavano c'era un candidato (Pino Cerra) che, stando al racconto del pentito Giuseppe Giampà in “Perseo”, in passato aveva chiesto voti all'omonima cosca lametina. In quelle dichiarazioni lo stesso Mascaro, oggi ex sindaco in seguito allo scioglimento per mafia del Comune, dedicava un passaggio anche a Franco Fazio, 49enne arrestato nell'ambito dell'operazione “Columbus” e condannato dal Tribunale di Palmi, proprio pochi giorni fa, a 17 anni e 10 mesi di reclusione più 150mila euro di multa. Il processo in questione era scaturito dall'inchiesta che aveva fatto luce su un'organizzazione criminale dedita al narcotraffico tra Italia e Usa.
Fazio, 49enne di Pianopoli che al momento dell'arresto era candidato per il Cdu a sostegno di Mascaro, era stato subito scaricato dal suo partito. E anche l'ex sindaco si era affrettato a replicare al Corriere sottolineando che Fazio era stato «immediatamente messo fuori dalla competizione elettorale». La storia che ne segue è nota: Mascaro ha vinto quelle elezioni e, dopo due anni e mezzo, è arrivata per lui la tegola dello scioglimento per infiltrazioni mafiose. La sua presa di distanza da Fazio, però, appare poco credibile se si leggono le carte confluite nel processo per narcotraffico scaturito da “Columbus” e approdato a sentenza nei giorni scorsi. Già a novembre del 2015, infatti, quando la Dda di Reggio Calabria avanzava la richiesta di rinvio a giudizio per gli indagati, lo stesso Mascaro, che in quel momento era sindaco in carica, era l'avvocato difensore di Alfonso Santino Papaleo, un 62enne di Pianopoli che all'epoca era coimputato di Fazio ma che, a differenza dell'ex candidato del Cdu, è stato poi assolto dalle accuse.
Ma Mascaro, da sindaco, ha continuato a difendere Papaleo nonostante sapesse che nella stessa inchiesta era stato arrestato un suo ex candidato. I due fino alla sentenza sono stati dunque coimputati: non il massimo in termini di opportunità politica per chi sostiene di aver fatto della legalità la sua stella polare.

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  • Occhiello L'ex sindaco di Lamezia prese subito le distanze dal suo ex candidato arrestato durante la campagna elettorale (e poi condannato) nell'ambito dell'operazione antidroga. Ma da primo cittadino ha continuato a difendere un 62enne (poi assolto) che era coinvolto nella stessa indagine
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