Corriere della Calabria

Riposte le catene e riconsegnati lucchetto e chiavi al fido Franco Pacenza, Mario Oliverio ha dovuto prendere atto, nel lungo e cordiale incontro con Beatrice Lorenzin, che ben poco aveva da illustrare “a Roma” in merito alla emergenza della sanità in Calabria. Ha trovato, infatti, una ministra della Salute che addirittura aveva qualche notizia in più di quante non ne avesse lui stesso. La Lorenzin è stata cortese ma ferma e soprattutto si è presentata con una pila di documenti che lasciavano ben poco spazio al chiacchiericcio e alla polemica di cortile.

Il ruolo della politica Preliminarmente la Lorenzin ha voluto spazzar via dal tavolo ogni riferimento a presunte pressioni politiche sulla scelta del commissariamento e su quella del commissario. Il primo è regolamentato e imposto da una legge e non può essere modificato con decreti ministeriali. Il secondo risponde alle indicazioni del Partito democratico che non ha mai inteso rivederle. Detta brutalmente suona così: Massimo Scura è espressione del Pd che lo ha scelto, imposto e fatto nominare. Federico Gelli, responsabile del dipartimento sanità del Pd, non ha mai rivisto tale sua posizione. Se quindi l’incatenamento riguarda la nomina di Scura a commissario, il palazzo dove incatenarsi non è quello di Piazza Colonna ma quello di largo del Nazareno, sede della direzione nazionale del Pd. Lo spieghi ai suoi accompagnatori Oliverio, arrivato all’incontro con il sempre incollatissimo Sebi Romeo e gli outsider Mirabello e Aieta.

Le colpe di Scura Massimo Scura ha fallito gli obiettivi e ha agito più da politico che da tecnico. Ha combinato guai a Cosenza, creato problemi a Catanzaro, frantumato Crotone e provocato disastri a Reggio Calabria. Gli uffici giuridici del ministero della Salute e di quello dell’Economia hanno redatto un dossier zeppo di inadempienze e di scelte sbagliate. Nel farlo, però, il commissario ha potuto contare su un atteggiamento se non complice sicuramente acquiescente del dipartimento Salute della Regione Calabria che, nell’arco del commissariamento, ha cambiato ben tre volte il suo direttore generale e per lunghi mesi è risultato addirittura acefalo. Ancora oggi ha al suo vertice un direttore generale ad interim pur avendo espletato un primo bando di reclutamento al quale avevano partecipato ben 26 aspiranti, alcuni dei quali provvisti di titoli eccellenti ma, evidentemente, non rispondenti ai “requisiti politici” richiesti, al punto che detto bando è stato rinviato e riaperto con la motivazione che erano “pochi” i 26 concorrenti.

Le colpe di Oliverio Non meno gravi, però, le responsabilità di Mario Oliverio. E anche qui la Lorenzin ha fatto redigere un dossier che presto, in uno con quello riguardante l’azione del commissario, verrà sottoposto alla valutazione del governo. Vediamo di riassumerne i contenuti. Intanto la nomina dei direttori generali. Dopo una lunga, ingiustificata e ingiustificabile stagione di commissariamenti, protrattasi per circa due anni, la Regione Calabria ha nominato i manager delle aziende territoriali e ospedaliere. In molti casi tali nomine riguardavano personaggi sprovvisti dei requisiti di legge. In altri si è provveduto alla trasformazione del commissario in direttore generale lasciando in sella lo stesso nominativo. In un caso, Asp di Crotone, si è atteso che il commissario maturasse i titoli per poter essere nominato direttore generale, procedura assolutamente illegittima e illegale. E sempre a Crotone per due mesi il commissario è stato scelto dal capo del personale dell’Asp, una procedura non solo illegale ma che ancora viene fatta circolare nei ministeri a dimostrazione della «extraterritorialità della Regione Calabria». Nessuno dei manager ha mai avuto fissati gli obiettivi da raggiungere, nonostante la norma preveda che l’assegnazione degli obiettivi venga allegata alla stipula del contratto, onde consentire la revoca del manager senza alcun rischio di contenzioso, qualora non raggiunga gli obiettivi fissati dal Piano di rientro. Nel caso dei commissari, invece, è andata anche peggio non essendo previsto, proprio per la loro “provvisorietà” (sic!), che a questi vengano affidati degli obiettivi. Se i Lea non sono stati riallineati e la spessa ha ripreso a crescere, di conseguenza, lo si deve proprio alla inadeguatezza di molti dei manager scelti direttamente dal governatore. Emblematico il caso del manager dell’Asp di Crotone che rimane al suo posto pur avendo presentato un bilancio 2015 con un deficit di 8 milioni e un bilancio 2016 dove il deficit è salito a ben 25 milioni. Il che, per una realtà come Crotone, significa vero e proprio disastro finanziario, visto che Crotone da sola rappresenta quasi un quarto del complessivo deficit presentato al tavolo Adduce-Urbani la scorsa settimana. E qui a Oliverio si contesta di non avere rispettato neanche la legge varata dalla stessa Regione Calabria che prevede la «decadenza automatica» del direttore generale che deposita un bilancio in passivo. Infine, anche sull’ammontare del deficit il dossier evidenzia come lo stesso potrebbe essere ben più grave dei 153 milioni “confessati” dai dirigenti calabresi auditi, posto che allo stato la Regione Calabria non ha più un advisor che certifichi i conti.

La spesa sanitaria fuori regione Anche qui la Regione non è immune da colpe. I tecnici del ministero, infatti, sottolineano che gli investimenti in termini di materiale e personale umano sono andati non in direzione del fabbisogno assistenziale, bensì delle baronie mediche e delle persone da accontentare. Molti servizi trasformati in strutture complesse, infatti, hanno spostato personale e dirigenti medici dai settori più carenti a quelli che non hanno un adeguato bacino d’utenza ma garantiscono la possibilità di una pluralità di promozioni sul campo. In altri altri casi, i manager hanno seguito il percorso inverso, limitando l’operatività di servizi laddove arrivavano utenti da altre regioni. Un caso emblematico è quello della camera iperbarica di Palmi, polo di eccellenza declassato laddove due terzi delle prestazioni offerte vengono fruite da pazienti che arrivano da Sicilia, Campania, Lazio, Puglia e Basilicata.   

Quello che Oliverio non sapeva Lungo anche l’elenco dei dati in possesso del ministero e sconosciuti al governatore, perché non forniti alla sua cognizione dallo stesso dipartimento regionale che pure è rimasto nella competenza diretta del presidente, che ha trattenuto per sé la delega alla sanità. Basti pensare alla situazione degli ospedali di nuova costruzione. E se per i nuovi nosocomi di Rossano, Vibo e Palmi, Oliverio ha ragione di lamentare la pesante eredità lasciatagli da Scopelliti, non può dirsi la stessa cosa per i nuovi Ospedali riuniti di Reggio Calabria. Questi dovevano essere realizzanti in 18 mesi dall’Inail a proprie spese con i finanziamenti del Dl 20. Difficilmente vedranno la luce, visto che lo steso amministratore delegato dell’Inail, calabrese di origini, ha fatto sapere al ministero che l’attuale manager degli Ospedali riuniti di Reggio Calabria ha comunicato di non essere in condizione, almeno fino al 2020, di fornire il progetto esecutivo e senza di quello l’opera non può andare in appalto. La sciagurata gestione degli appalti dei nosocomi di Rossano, Palmi e Vibo, questa non imputabile alla giunta Oliverio ma a quella precedente, porta oggi le tre opere a incagliarsi nelle aule giudiziarie per il fallimento delle imprese capofila. Tuttavia la gestione Oliverio non ha inteso rescindere i contratti e procedere a nuovi appalti e questa la rende corresponsabile di una paralisi che rischia di diventare mortale per lo sviluppo dell’assistenza sanitaria calabrese.  

La Calabria e… le altre Quello che in ogni caso il ministero e il governo non accettano è il tentativo, congenito nei governanti calabresi, di lamentare disparità di trattamento ai loro danni. Nel caso il riferimento è alla regione Campania e al Lazio. Vero è che il governatore della Campania ha avuto la nomina a commissario e che la Regione Lazio è uscita dal commissariamento ma il paragone con la realtà calabrese è azzardato. In Campania De Luca è commissario perché i Lea sono tornati in linea con il sistema paese e quindi si trattava solo di completare l’allineamento della spesa, comunque rientrata sotto il parametro dell’imponibile fiscale, vale a dire che basta il prelievo ordinario e non servono nuovi balzelli o ticket. Il Lazio, invece, è rientrato nei parametri di legge sia con riferimento ai Lea che all’allineamento della spesa sanitaria per cui venivano meno le ragioni che avevano portato al commissariamento. In Calabria i risultati sono diametralmente opposti: i Lea sono peggiorati e i bilanci sfiorano il tetto di spesa fissato.

Il Consiglio dei ministri Proprio il peggioramento dei conti e la diminuzione delle prestazioni assicurate legittima il fatto che oggi si dica di una emergenza sanitaria il Calabria. Una emergenza che il Paese deve conoscere e affrontare, ragione per la quale il ministro intende portare la discussione e il confronto in Consiglio dei ministri. In quella sede il “dossier” redatto sulla Calabria verrà consegnato al Governo nella sua interezza ma la soluzione che potrebbe arrivare rischia di risultare ancora più indigesta a Mario Oliverio e a quanti vogliono far fuori il commissariamento per tornare ad avere la gestione di una sanità che se non serve a curare la gente, sicuramente torna utile a garantire poltrone, benefici e dividendi ai vari potentati, politici e non.

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  • Occhiello di Paolo Pollichieni

LOCRI Dopo l’incontro di ieri tra il presidente della Regione Calabria Mario Oliverio e il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, in cui il governatore ha ribadito la necessità di porre fine alla «fallimentare» gestione commissariale e di attuare un tavolo di rinegoziazione del Piano di rientro, mercoledì pomeriggio a confrontarsi con la Lorenzin è stata una delegazione dei sindaci della Locride.
Presenti al vertice capitolino, il sindaco di Locri Giovanni Calabrese, i rispettivi presidenti del Comitato e dell’Assemblea di AssoComuni della Locride, Rosario Rocca e Franco Candia e i primi cittadini di Africo e Ardore, Francesco Bruzzaniti e Giuseppe Grenci.
Al confronto con Lorenzin hanno partecipato anche il consigliere regionale Francesco Cannizzaro e il capo di gabinetto del ministero della Salute Giuseppe Chinè.
Un incontro che una settimana fa, il sottosegretario al ministero dello Sviluppo Economico, Antonio Gentile, aveva preannunciato, frutto di un «lavoro di raccordo politico e istituzionale» che il senatore aveva avviato, sollecitato dal sindaco di Locri che con una lettera aveva lanciato un accorato appello contro il declassamento e il depotenziamento dell’ospedale di Locri.
Il ministro Lorenzin dopo aver ascoltato le istanze dei sindaci locridei, ha condiviso l’idea proposta dai primi cittadini, predisponendo l'invio immediato di ispettori ministeriali all'ospedale di Locri.
«Siamo soddisfatti – ha commentato il sindaco di Locri Giovanni Calabrese – un importante risultato che permetterà di verificare le criticità denunciate nel tempo, per poter realizzare un piano straordinario finalizzato a rilanciare il nostro presidio sanitario».

Francesca Cusumano
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  • Occhiello Incontro tra una delegazione di sindaci e la ministra Lorenzin. Il sindaco Calabrese: «Siamo soddisfatti, servirà a verificare le criticità denunciate da tempo»
Mercoledì, 06 Dicembre 2017 19:29

«Liquidare il Consorzio ex valle Lao»

SCALEA Non sembrano finire i guai per il Consorzio ex Valle Lao poi diventato Consorzio di Bonifica Integrale dei Bacini del Tirreno Cosentino. A segnarlo è lo stesso commissario straordinario, entrato in carica dallo scorso agosto, Leonardo Pier Luigi Ciliberto in una missiva inviata al governatore Oliverio e al suo delegato all'Agricoltura, Mauro D'Acri, in cui riassume le difficoltà di riorganizzare un'Ente che «soffre» chiedendo anche una liquidazione immediata.
«Non si riesce a far pronte al pagamento delle proprie obbligazioni e per questo l'Ente è in dissesto finanziario – spiega – con un disavanzo finanziario di poco più di 6mila euro oltre ai debiti fuori bilancio in corso di accertamento». Problemi economici a cui si somma anche «la disaffezione del personale verso gli obiettivi dell'Ente, la mancanza del senso di appartenenza allo stesso, la rivalità tra gli stessi dipendenti e in particolare tra i dipendenti consortili e quelli del servizio forestazione».
«Nel solo comparto dell’attività istituzionale vera e propria dell’Ente – prosegue Ciliberto -, consistente nei servizi irrigui e nel funzionamento dei relativi impianti, i conti economici presentano uno sbilancio negativo costi/ricavi di oltre 700 mila euro, recuperabile solo con il passaggio di almeno 20 unità come lavoratori stagionali, mentre un’altra quota andrebbe posta in esubero».
«Le misure già intraprese riguardano l’emissione dei ruoli 2016 secondo il nuovo piano di classifica, anche se – evidenzia - l’esecuzione è legata all’acquisizione di nuovo programma di gestione, senza considerare che con il passaggio del servizio di riscossione da Equitalia all’Agenzia delle Entrate non è possibile alcuna anticipazione sui ruoli coattivi; per l’attivazione delle procedure di esubero è stata attivata l’Inps, al fine di accertare quali dipendenti abbiano maturato il diritto alla pensione, e quali altri possano avere incentivi all’esodo (Legge Fornero). Il seguito, ovviamente, sarà oggetto di procedure sindacali»Una negatività, prosegue il commissario straordinario in cui «i fornitori nicchiano; i dipendenti si lamentano (giustamente); i pignoramenti sulla tesoreria dell’Ente sterilizzano quel poco di liquidità che si ricrea dal gettito dei ruoli, senza contare la messa in pericolo anche dei fondi destinati alla forestazione. Fattori, questi, che vanno ad incidere sulla continuità aziendale».
«Mi corre l'obbligo – conclude Ciliberto - di ipotizzare il ricorso alla liquidazione coatta amministrativa, previa dichiarazione giudiziale dello stato di insolvenza dell’Ente. Ritardare questa procedura significherebbe l'accentuarsi dello stato di dissesto con nocumento al personale dipendente».

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  • Occhiello Il commissario straordinario Ciliberto scrive ad Oliverio e D'Acri sulle «difficoltà di un ente che soffre». Evidenziati i debiti fuori bilancio e la disaffezione del personale. «Ritardare questa procedura significherebbe accentuare lo stato di dissesto»
Mercoledì, 06 Dicembre 2017 18:48

Il (solito) disastro delle partecipate calabresi

ROMA Sono oltre 7 mila gli "organismi", tra società di vario tipo, fondazioni e altri format, partecipate dagli enti territoriali (Comuni, Regioni e Province). Così la Corte dei Conti in una nota in cui riporta i principali risultati del monitoraggio condotto sulla base delle informazioni presenti nella banca dati condivisa con il ministero dell'Economia. «Dei 7.315 organismi rilevati alla data dell'11 settembre 2017, per 5.869 sono disponibili i dati di bilancio civilistico 2015», precisano i magistrati contabili. Il fenomeno delle partecipazioni è ampiamente diffuso, visto che, evidenzia, «non risulta in possesso di partecipazioni solo il 14,26% dei Comuni». Al solito, i conti delle partecipate calabresi sono un disastro.
All'11 settembre del 2017, tra le 1.948 società partecipate totalitariamente dagli enti territoriali, almeno 95% del capitale, le perdite ammontano a 618 milioni di euro, gli utili a 809 milioni. Sono i numeri del monitoraggio della Corte dei Conti. Tra le società a partecipazione pubblica totalitaria è significativo il forte divario tra le perdite e gli utili presente nel Lazio (con perdite pari a 114,09 milioni contro i 37,64 milioni di utili), Molise (rispettivamente, 5,83 milioni e 1,51 milioni), Campania (rispettivamente, 91,89 e 12,14 milioni), Calabria (rispettivamente, 20,55 e 309mila) Sicilia (rispettivamente, 39,35 milioni e 10,90). Altra musica tra le società partecipate ma senza controllo totalitario da parte del socio pubblico. Qui 5.869 società producono complessivamente 4,17 miliardi di utili e 1,9 miliardi di perdite. Quindi una netta prevalenza, nell'ultima riga di bilancio, del nero sul rosso. Adagio che non vale in alcune regioni. In Campania le perdite (171 milioni) prevalgono sugli utili (38 milioni). Stessa musica in Molise dove a 14 milioni di rosso si contrappongono 1,7 milioni di profitti. Calabria con 37 milioni di rosso e 3,41 di nero, infine la Sicilia 77,9 milioni di perdite contro 23,8 milioni di utili.

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  • Occhiello Venti milioni di euro di perdite e soli 309mila di utili per le società controllate dal settore pubblico. La bocciatura sonora della Corte dei conti

ROSSANO Cinque minori extracomunitari sono stati arrestati dagli agenti di polizia in flagranza di reato per danneggiamento, lesioni e tentata estorsione. I ragazzi erano ospiti di una casa famiglia nel centro di Rossano gestita da un’associazione della cittadina ionica. Gli agenti di polizia coordinati dal commissario Giuseppe Massaro sono intervenuti sul posto dopo che proprio gli stessi responsabili della struttura avevano chiamato gli agenti del 113 chiedendo un aiuto urgente. L’episodio non è un inedito. È da tempo che la struttura viene sorvegliata, infatti diversi sono stati gli interventi, ma non per reati gravi come questi ultimi. I cinque minacciavano proprio i responsabili della struttura tenendoli sotto ostaggio e solo l’intervento delle forze dell’ordine ha evitato che la situazione potesse degenerare in qualcosa di ben più grave. Il grido d’allarme è stato lanciato dalle persone che si trovavano all’interno della struttura che si sono mostrate agli agenti in stato terrorizzato e dopo aver ricevuto diverse minacce di morte. Nelle fasi concitate il personale dell’associazione ha raccontato di essere stato strattonato, non a caso in molti riportavano ferite. Dai cinque alla polizia arrivavano minacce che se solo si fossero azzardati ad entrare dentro per gli operatori della casa famiglia non ci sarebbe stato scampo. Nel frattempo dalla struttura si avvertivano rumori di qualcosa che veniva danneggiato o rotto. Il tentativo di mediazione però presto è terminato in una vera e propria irruzione nella struttura ed i cinque, prontamente individuati, aspettavano con atteggiamento sfrontato e arroganza gli uomini in divisa. L’atteggiamento ostile veniva palesato anche attraverso l’uso della lingua araba. Parole indecifrabili venivano dette nei confronti delle due donne della casa famiglia che erano all’interno dell’abitazione. Subito dopo l’arresto dei cinque minori, la polizia ha proceduto all’ispezione dei locali e fin da subito si è visto come lo stabile fosse stato danneggiato in più punti.

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  • Occhiello I ragazzi erano ospiti di una casa famiglia gestita da un'associazione della città. Due donne sono state tenute in ostaggio e minacciate più volte di morte. Entrambi visti gli strattonamenti hanno riportato delle ferite

SAN FERDINANDO Due persone, ospitate nella tendopoli di San Ferdinando, sono state arrestate per detenzione e spaccio di stupefacenti. Un cittadino del Mali di 27 anni e un nigeriano 31enne sono finiti in manette in seguito ad un controllo che ha visto coinvolto il personale della Polizia di Stato in servizio presso il Commissariato di polizia di Gioia Tauro, dell’Arma dei carabinieri e della Guardia di finanza e della polizia provinciale. Durante il servizio di controllo è stato tratto in arresto anche un cittadino della Mauritania responsabile del reato di evasione ai domiciliari a cui era sottoposto.

 

 

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  • Occhiello In manette sono finiti un cittadino del Mali di 27 anni e un nigeriano 31enne per detenzione e spaccio stupefacenti, mentre un terzo per il reato di evasione dai domiciliari

REGGIO CALABRIA «La riforma del welfare regionale rischia di rivelarsi un clamoroso bluff: sono in pericolo migliaia di posti di lavoro e l'erogazione di servizi essenziali». Lo sostiene il consigliere regionale Gianluca Gallo «alla luce delle allarmate segnalazioni – è detto in un comunicato – giunte dalle strutture operanti nel settore dell'assistenza a persone disabili, anziani e minori, sin qui rimaste inascoltate dal governo regionale».
«Un anno fa – afferma Gallo – la giunta presieduta da Mario Oliverio ha adottato una delibera, la numero 449 del 16 dicembre 2016, con la quale si ridisegna in sostanza il sistema del welfare, con effetti a partire dal 2018 ormai prossimo. Tuttavia, gravi potrebbero essere le conseguenze di alcune previsioni. A preoccupare, anzitutto la dotazione finanziaria, immutata rispetto al passato e ferma a 27 euro pro capite, da spendere per servizi in realtà molto più costosi poiché di alta qualità».
«Ma c'è di più, e peggio – dice ancora il consigliere regionale –. In allegato alla delibera c'è una tabella economica con la quale, in sostanza, si prevede la compartecipazione delle famiglie alle spese. Anche quella dei nuclei familiari con Isee pari a zero. Non bastasse, un'altra parte dei costi viene spalmata a carico dei Comuni. Scelte che potrebbero rivelarsi catastrofiche, poiché da un lato potrebbero indurre le famiglie a rinunciare a qualsiasi tipo di prestazione, con grave compromissione del diritto alla salute, e, dall'altro, potrebbero far saltare i conti dei Comuni, già provati dai continui tagli del governo centrale, dal momento che la compartecipazione è richiesta a tutti gli enti, anche quelli in dissesto o in stato di pre-dissesto. Una situazione per molti versi esplosiva, aggravata dalle potenziali ripercussioni di ordine occupazionale. Se il pur precario sistema del welfare calabrese si inceppasse, a farne le spese, un attimo dopo utenti e famiglie, sarebbero i circa diecimila lavoratori che prestano la loro opera alle dipendenze delle strutture del comparto».
«Pare di capire – aggiunge il consigliere regionale della Cdl – che il contrasto alla povertà non sia tra le priorità del governo regionale. Per questo chiediamo un'attenta verifica delle sollecitazioni che giungono dal mondo del welfare: è necessario invertire rotta, evitando di restare insensibili a istanze e proposte che giungono quotidianamente da forze sociali e politiche e, non ultimo, dalla Conferenza episcopale calabra, da tempo in campo per richiedere l'adozione di misure concrete e l'avvio di un confronto finora mai intavolato dalla giunta regionale. Che la situazione sia seria e per molti aspetti delicati lo dimostra un altro dato: a quanto pare, in occasione del passaggio di competenze tra Regione e Comuni in materia di politiche sociali, la Regione non si è curata di trasmettere, attraverso gli uffici competenti, i codici univoci per procedere al pagamento delle spettanze. Risultato? Da luglio, per non interrompere le prestazioni e non arrecare disagi ai cittadini, le strutture stanno lavorando senza convenzioni, sulla base di accordi taciti, e senza aver ricevuto neppure un soldo dopo cinque mesi. Non fosse per l'appunto questione seria, ci sarebbe da riderne».
«Confido che il governatore Oliverio, tornato da Roma senza catene – conclude Gianluca Gallo – possa decidere di incatenarsi magari nel tinello di casa sua per contestare a se stesso e alla sua amministrazione vicende ai limiti della realtà, forse già abbondantemente oltre». 

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  • Occhiello L'allarme lanciato dal consigliere regionale: «La dotazione finanziaria delle strutture per disabili è insufficiente. Chiesti soldi anche alle famiglie senza reddito». Preoccupazione per 10mila dipendenti. «Oliverio si incateni a casa sua per contestare se stesso»
Mercoledì, 06 Dicembre 2017 17:43

I ricercatori del Cnr continuano la protesa

RENDE Non si ferma l’occupazione della sede di Rende del CNR. Al termine dell’assemblea a cui hanno partecipato decine di precari provenienti da tutti gli istituti calabresi, l’appello nei confronti di governo e  parlamento è chiaro: «Il 40% delle risorse umane – scrivono nel documento votato in assemblea - del più grande ente di ricerca italiano, il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), circa 4500 su un totale di oltre 11500 dipendenti, svolge da decenni attività di ricerca scientifica in Italia con forme contrattuali che la legge definisce precarie e atipiche. Tra questi lavoratori precari, 2000 hanno un contratto a tempo determinato, mentre i restanti 2500 lavorano con contratti distribuiti fra assegni di ricerca e Co.co.co.». Dentro questi freddi e scientifici numeri però non sono considerate anche le altre forme di collaborazione che vengono previste per l’ente. «I dati –prosegue il documento- non considerano anche altre forme di retribuzione come le borse di studio». Quindi che fare? Una prima risposta prova a darla il movimento dei “Precari uniti del Cnr” con iniziative di protesta predisposte su tutto il territorio nazionale nelle sedi di: Pisa, Milano, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Potenza, Cosenza, Palermo, Bari, Ancona, Sassari e Lecce. «Con l’assemblea permanente indetta dai precari delle 11 sedi del CNR della Calabria viene ufficialmente presidiata, dal 1 dicembre 2017, anche l’area della ricerca del CNR di Cosenza – scrivono i ricercatori-. Se le regole delineate dal decreto Madia per la stabilizzazione dei precari delle pubbliche amministrazioni potrebbero rappresentare l’occasione per superare il precariato cronico in cui versano gli enti di ricerca, le misure in legge di bilancio non consentono le stabilizzazioni previste, per le quali servirebbe uno stanziamento ad hoc di soli 120 milioni di euro». Tutto passerà dalla votazione alla Camera dei Deputati della legge finanziaria che dovrà provvedere alla definizione della parte economica per la piena attuazione del decreto Madia. «Dopo aver occupato varie sedi del CNR –conclude il documento- la nostra protesta continua, raggiungendo il culmine con un presidio di tutti i precari uniti davanti al Parlamento in occasione della votazione alla Camera sugli emendamenti alla legge finanziaria che riguardano il finanziamento dei piani attuativi del Decreto Madia». Oltre alla mobilitazione generale i precari del CNR chiedono al governo che si possa dare piena applicazione alla legge Madia con il contestuale aumento degli importi economici per la stabilizzazione dei precari e l’estensione del fondo di solidarietà per tutti i contratti in scadenza.

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  • Occhiello Ancora occupata la sede di Rende. «Trovate i fondi per stabilizzare tutti i precari»

Povia sì, è una figura pericolosa. Stigmatizziamo negativamente l’evento programmato per lunedì prossimo a Decollatura con lui protagonista.
Esprimo innanzitutto, come segretario locale di Arcigay e anche a nome dei nostri iscritti, profonda solidarietà ad Alessia Bausone, donna sensibile alle nostre istanze e compagna di molte battaglie, oggetto in queste ore di attacchi misogini e sessisti da parte del cantautore e della sua stuola di haters virtuali e non debitamente fomentati.
Aggiungo, che i più attivi di loro sono parte dello staff dello stesso Povia, quindi, dietro la difesa d’ufficio (che mai e, aggiungo, mai, entra nel merito delle forti perplessità assunte dalla Bausone nelle sue dichiarazioni) vi siano interessi personali di tipo economico.
Anche l’organizzatore dell’evento Gigi De Grazia, ex candidato a sindaco di Decollatura, potrebbe avere come interesse politico quello di ingraziarsi gli ambienti di estrema destra tanto cari al cantautore che difende a spada tratta.
Non vi è dubbio, infatti, che Giuseppe Povia sia fortemente xenofobo, come sottolineato da Anpi Catanzaro (che tutt’altro sono che “minorati mentali” come ama definirli il cantautore).
Ma non vi è nemmeno dubbio che egli sia un personaggio altamente omofobo: da lui una comunità civile come la nostra e il mondo dell’associazionismo e delle istituzioni che lo scorso settembre ha partecipato all’evento “omofobi del mio stivale” prendendo posizione contro episodi abietti come quello della casa vacanze di Ricadi che non accetta “gay e animali”, dovrebbe prendere nettamente le distanze.
E noi lo facciamo; lo facciamo contro chi afferma che la tutela della diversità e le azioni contro le discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere siano affini ai regimi totalitari. Contro chi dice che le leggi che tutelano una comunità come quella lgbti sono “leggi che fanno diventare gay una razza”. Contro chi dichiara che se siamo nati così non è colpa sua e invita a prendercela con “i vostri genitori o con la musica di merda che ascoltate” e di volerci dare “supposte di Eterox” paventando il pericolo di una teoria gender totalmente antiscientifica.
Queste posizioni veicolate non solo attraverso la musica del cantautore, ma attraverso i suoi canali social network, la convegnistica che correda le sue esibizioni comprendente spesso l’avvocato Amato, già sospeso dall’ordine forense e sostenitore di bizzarre, ma pericolose, ideologie ghettizzanti e discriminanti.
Le “terapie riparative”, cioè quelle che vorrebbero “convertirci” sono atti di indegna violenza.
A chi canta “ma cosa vuoi da me, se sei gay prenditela con te” rispondo invitando il Comitato di San Bernardo e il parroco della Parrocchia ospitante l’evento programmato ad accogliere l’invito già inoltrato da Alessia Bausone e dall’Anpi, al quale ci associamo, di sospendere, come già successo a Trezzano sul Naviglio grazie ad Anpi e a Pisa grazie ad Arci, l’esibizione di questo terribile omofobo del nostro stivale

 

*segretario Arcigay Fenice Catanzaro

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  • Occhiello di Antonio Migliazza*

COSENZA «Siamo condannati all’ergastolo del dolore». Un dardo infuocato lanciato alle belle parole dei tanti rappresentanti delle istituzioni che prima di lei avevano preso parola. Vera Squadrato, mamma di Giordana Di Stefano, la ragazza siciliana uccisa dal suo convivente con quarantadue coltellate, parla agli studenti nell’aula magna dell’istituto tecnico "Antonio Monaco" di Cosenza. Un salto brusco nella cronaca la riporta ai quindici anni della figlia. All’inizio dell’adolescenza Giordana conobbe quello che poi cinque anni dopo sarebbe diventato il suo aguzzino. «Nessuno pensa concretamente a quello che succede ai familiari – aggiunge – le atrocità che siamo costretti a sentire nelle aule di tribunale e poi alla fine rassegnarci al fatto che una vera giustizia nei nostri confronti non sarà mai pienamente realizzata».
L’incontro con l’assassino di sua figlia in tribunale, il rito abbreviato e la certezza che nonostante la condanna a trenta anni, pena massima nel rito abbreviato, Luca Priolo potrebbe ritornare in libertà tra non molti anni. Sono queste cose a logorare l’animo di Vera che però, a toni sempre composti, dice: «Sono qui perché mia figlia parli attraverso le mie parole».

NESSUN PERDONO Vera Squatrito ha raggiunto la città di Cosenza per dare la sua testimonianza all’interno del progetto che gli studenti del Liceo Fermi, e degli istituti tecnici Pezzullo e Monaco hanno fatto con l’ausilio della Prefettura e l’Associazione Interculturale Mediterranea. “Io non ci sto” è questo lo slogan scelto per il progetto che ha coinvolto gli studenti ed è un po’ anche l’urlo sopito che si avverte dalla voce della mamma della giovane vittima. «Non riesco a perdonare l’assassino di mia figlia. Ci sono troppe cose che dovrei perdonare prima a me stessa. Forse avrei fatto bene ad “azzopparlo” prima che lui decidesse porre fine alla vita di mia figlia». Le affermazioni di Vera vanno contro vento agli appelli di fiducia nella giustizia lanciati dal procuratore generale di Cosenza, dall’ questore e dal colonnello dei carabinieri. Non potrebbe essere altrimenti, il coinvolgimento della donna è troppo forte. «Prima che mia figlia venisse uccisa – racconta – abbiamo denunciato il suo “fidanzato” per stalking. La sua era diventata una presenza asfissiante per mia figlia».

LA NOTTE DEL TERRORE La denuncia sembrava aver sopito la presenza del ragazzo. Dalla relazione tra i due è nata una bambina che oggi guarda le stelle e immagina sua madre come se fosse un angelo. Ma la nascita della bambina non ha scalfito il cuore di pietra di suo padre. «La gravidanza di Giordana – prosegue la madre incalzata dalle domande di Arcangelo Badolati – è stata vissuta in modo drammatico da parte del padre che diceva a mia figlia di non uscire perché sembrava brutta e spesso l’aveva invitata ad abortire». All’appuntamento con la morte Giordana De Stefano ci arriva dopo una serata di lavoro, non un appuntamento, stava rientrando a casa e dopo qualche ora che la madre non aveva più notizie decise di denunciare la scomparsa. Il corpo è stato ritrovato qualche ora dopo, mentre il suo assassino preparava le valigie prima. È stato fermato a Milano.

 

Michele Presta
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  • Occhiello La testimonianza della madre di Giordana Di Stefano agli studenti di Cosenza: «Siamo condannati all'ergastolo del dolore». La ragazza siciliana fu uccisa a coltellate dal suo convivente. Che tra pochi anni potrebbe tornare in libertà
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