Corriere della Calabria
Sergio Pelaia

Sergio Pelaia

JOPPOLO Una famiglia di Joppolo è finita nel mirino di ignoti malviventi che da tempo mettono in atto gravi gesti intimidatori. La notte scorsa, una bomba è esplosa davanti all'abitazione della famiglia. Solo la chiusura di una seconda porta interna ha evitato conseguenze drammatiche, visto che la moglie del padrone di casa si trovava a pochi metri dal luogo dell'esplosione. La bomba-carta ha provocato la rottura di tutti i vetri della casa della famiglia. Venerdì scorso, un'altra bomba è stata lanciata contro il cancello dell'abitazione. Un'azione che stava per essere reiterata poche ore dopo se non fosse che lo stesso proprietario è riuscito a far scappare i malintenzionati a bordo di un furgone. Successivamente, qualcuno, con una spranga di ferro, ha distrutto la telecamera esterna dell'abitazione provocando anche danni alla recinzione perimetrale. In precedenza erano stati rotti i vetri dell'auto di una componente la famiglia, era stato bruciato il portone di casa ed erano stati bruciati vivi diversi animali da cortile. Inoltre, ignoti hanno tentato di impiccare un cane della famiglia ed hanno ucciso diverse galline infilzate ai pali delle recinzioni in ferro della famiglia presa di mira. Anche un'auto era stata parzialmente danneggiata da un incendio. Oltre dieci le denunce inoltrate negli ultimi mesi ai carabinieri di Joppolo.

COSENZA I carabinieri forestali della Stazione di San Pietro in Guarano hanno posto sotto sequestro nei giorni scorsi un'area di 3000 mq in località “Fosso D’Olmo” nel territorio del Comune di Luzzi, nel Cosentino. All’interno di tale area, con l’ausilio di mezzi meccanici, era stato effettuato un notevole movimento di terreno, pari a circa 5000 mc, mediante uno scavo a monte e riporto a valle con la realizzazione di scarpate con dislivelli fino a 8 metri. Il controllo da parte dei militari ha inoltre evidenziato che l’area preesistente era formata da bosco di castagno e robinia ora sradicate al fine di effettuare i lavori. Tale attività, fanno sapere i carabinieri, è stata eseguita dal proprietario del terreno senza alcuna autorizzazione in una area sottoposta a vincolo paesaggistico-ambientale provocando la denudazione del terreno e la perdita di stabilità. Oltre al sequestro dell’area i militari hanno denunciato il proprietario del terreno per distruzione e deturpamento di bellezze naturali, in quanto avrebbe svolto tali opere senza le necessarie autorizzazioni procedendo anche all’estirpazione di parte dell’area boscata esistente.  

COSENZA «Ti spanzo». Sarebbero state queste le ultime parole dette la sera della vigilia di Natale tra Vittoria Bellusci e Salvatore Accursi. La prima è la madre di Cosimo Donato, il secondo è lo zio di Faustino Campilongo. Donato e Campilongo sono i principali imputati nel processo sul triplice omicidio di Cassano allo Ionio, dove a perdere la vita, assieme a suo nonno e alla compagna di quest'ultimo, fu anche il piccolo Cocò Campolongo. Il processo si sta celebrando alla corte d’Assise del tribunale di Cosenza. 
Solo l’intervento di due gazzelle dei carabinieri ha messo fine alla lite dello scorso 24 dicembre che, a quanto riportato sulle annotazioni dei militari, ha interessato le due famiglie. Alla base del diverbio ci sarebbe proprio la testimonianza di Salvatore Accursi nel processo. L'ipotesi emersa in aula è che i familiari di Donato pretendevano che Accursi scagionasse il loro congiunto fornendo dichiarazioni non veritiere.

LA FALSA TESTIMONIANZA Il pubblico ministero Domenico Assumma chiede di poter ascoltare gli agenti che la vigilia di Natale dello scorso anno sono intervenuti. A contrada Cerzitello le vite delle persone che vi abitano si mescolano come i fatti di cronaca. Un quartiere popolare e solo un corridoio a separare le due abitazioni. Due case popolari. Paolo Falasca brigadiere che presta servizio per i carabinieri di Castrovillari risponde senza esitare alle domande del pubblico ministero. «Quando la donna ha detto “Ti spanzo” al figlio di Accursi mi sono messo davanti a lui e l’ho accompagnato a casa». Pochi metri separano le due abitazioni. «Ho lasciato il maresciallo Geremia nella casa della donna e appena sono arrivato a casa di Accursi ho visto che era molto agitato». Tra le due famiglie erano volate parole grosse. «Era arrabbiato con la mamma di Donato Cosimo perché più volte gli aveva ripetuto che avrebbe dovuto testimoniare nel corso del processo e doveva dire che suo figlio quella sera aveva bussato a casa sua in modo da poterlo scagionare da ogni accusa». Donato Cosimo detto “Topo” e Faustino Campolongo detto “Panzetta” sono accusati dell’omicidio di Giuseppe Iannicelli, Ibtissam Touss e del piccolo Cocò. «Mi riferì – continua il brigadiere – che non aveva nessuna intenzione di dire il falso. Non lo avrebbe fatto neanche per il nipote (Faustino Campolongo, ndr). Anche perché mi disse che quel giorno lui non si trovava a casa, era stato operato da poco e stava da sua figlia Lucia». La vigilia di Natale del 2017 si trovava a casa con il padre e, in base al racconto del carabiniere, annuiva ad ogni parola proferita dal genitore. «Padre e figlio sono scoppiati in lacrime – conclude – siamo riusciti a convincerli a passare una serena vigilia come avevano pianificato di fare e li abbiamo accompagnati fino alla macchina».

LA RABBIA Non è da escludere che Salvatore Accursi abbia nel corso dei minuti precedenti all’arrivo dei carabinieri fatto valere le sue ragioni prendendo a colpi di stampelle (che usa per motivi di salute, ndr) la porta della vicina. A riferirlo in udienza è il maresciallo Fabrizio Geremia che racconta quello che Vittoria Bellusci ha raccontato appena è arrivata la prima volante. La donna da qualche mese è agli arresti domiciliari, misura cautelare ridotta dopo aver scontato un periodo in carcere. Quella sera a casa non era da sola, c’erano la figlia ancora minorenne e la suocera. Intanto nei confronti di Salvatore Accursi il tribunale ha predisposto un accertamento medico tramite visita fiscale in modo tale da accertare se ci siano effettivamente degli impedimenti per fornire la sua versione dei fatti.

Michele Presta
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Sino a prova del contrario sono impulsive e gratuite le recenti affermazioni di Adriana Musella e Maria Rosaria Russo sull'inchiesta che le tocca da vertici dell'associazione antimafia “Riferimenti-Gerbera Gialla”. Le due, ha ricordato il Corriere della Calabria, sono a vario titolo indagate per abuso d’ufficio, appropriazione indebita e malversazione ai danni di ente pubblico.
La prima ha scritto: «Restituiamo allo Stato i beni a noi affidati, nell'impossibilità di poter continuare nel nostro impegno. Hanno voluto così e così sia». E poi, in crescendo: «Questa non è la nostra sconfitta, ma quella dello Stato di diritto. A questo Stato e alla causa, siamo coscienti di avere già dato e tanto, forse troppo. Lo abbiamo fatto perché abbiamo creduto. Oggi non crediamo più».
La seconda ha parlato, nella scuola di cui è preside e davanti agli studenti, di un «tentativo di delegittimazione, operato da apparati dello Stato che hanno redatto informative con falso ideologico artatamente costruito».
La libertà di manifestazione del pensiero è sancita dalla Costituzione repubblicana all'articolo 21. Questo non significa che si possa dire ciò che si vuole, senza tenere conto del peso, degli effetti delle proprie esternazioni.
È banale ripetere quanto invano suggerisce il buon senso: ci si difende sempre nel singolo procedimento, in uno Stato democratico. Soprattutto gli esponenti dell'antimafia civile, dunque, non possono delegittimare la giustizia penale con tesi, come quelle di Musella e Russo, che alludano al complotto. Non è bello, non è giusto, non è coerente con lo specifico di ruoli e attività svolti, nella fattispecie con fondi pubblici.
La logica e la cultura antimafiosa impongono di riferire e circostanziare, nel caso in cui si conoscano o presumano trame a danno della propria storia, della propria immagine e credibilità. Perciò le vie sono due: o Musella e Russo sanno chi, come e perché a loro dire sta provando a screditarle, e quindi spieghino come d'obbligo, oppure non hanno elementi a sostegno delle loro dichiarazioni e pertanto tacciano.
Ora è il momento peggiore per la Calabria: regna una confusione senza precedenti ed è complicato orientarsi, distinguere, vivere in pace e libertà. Una parte della politica è dentro la 'ndrangheta e viceversa, la massoneria deviata gestirebbe l'accademia per candidati dell'antistato, su pezzi dell'antimafia civile gravano sospetti di tradimento della missione statutaria e alla Chiesa tocca combattere contro l'inquinamento di sacrestie, parrocchie e oratori.
Impossibile uscirne se non ci facciamo Stato, se, cioè, non cominciamo ad assumere posizioni culturali, politiche e morali che preservino le istituzioni di governo e controllo dall'illegalità e dalla corruzione dilaganti.
La sfida per la Calabria richiede la volontà di pulizia nelle forze politiche; l'indipendenza e la correttezza dell'informazione; il radicamento della cultura dei diritti e delle regole da parte delle agenzie formative, intanto nell'istruzione pubblica; la pratica del vangelo dei poveri e degli ultimi negli ambiti religiosi; la trasparenza dentro le pubbliche amministrazioni; la (non più rinviabile) discesa in trincea degli intellettuali e attori sociali; la garanzia di un reddito adeguato a singoli e famiglie emarginati.
Nel dominio del capitalismo finanziario e dei consumi, stiamo perdendo di vista l'obiettivo principale, cioè la costruzione di un futuro migliore per i più giovani, oggi senza lavoro e certezza di pensione. In Calabria si sfruttano a oltranza il patrimonio comune e il bisogno delle masse, la responsabilità e le funzioni del potere, le postazioni d'influenza e l'ignoranza generale sulla gestione dei soldi e degli uffici pubblici, compensata da forme di appagamento virtuale ed effimero che non ribaltano lo stato comatoso dei servizi, dell'economia e della tutela dei diritti. Intanto molta politica punta alla propria sopravvivenza, come dimostrano le trattative romane per le imminenti elezioni. E tace, immobile, sui vecchi problemi che producono emigrazione, astensionismo, sfiducia nel palazzo e solidarietà meccanica verso i potentati criminali.

*Giornalista

«Non è accettabile che una dirigente scolastica convochi un'assemblea di istituto, coinvolgendo gli studenti, per difendersi da rilievi mossigli dalla magistratura». È quanto dichiara il Garante per l'infanzia e l'adolescenza della Regione Calabria, Antonio Marziale, evidenziando quanto accaduto all’istituto scolastico "Piria" di Rosarno.
«È sacro e legittimo che una persona si difenda da accuse che ritiene essere infondate - spiega il Garante - ma non si ravvede il benché minimo motivo di coinvolgere gli studenti. Non è l'ambito scolastico il luogo della difesa e soprattutto non sono gli studenti i destinatari di vicende che devono necessariamente essere affrontate nelle sedi competenti, visto e considerato altresì che la circostanza è del tutto personale e non coinvolge in alcun modo l'istituzione scolastica in sé e per sé».
Per Marziale, dunque, è «urgente e necessario che la direzione scolastica generale regionale valuti gli accadimenti ed impedisca che la scuola diventi teatro di manifestazioni personali e dai contenuti collusivi con il senso autentico di rispetto dovuto alle istituzioni ed alla legalità. Non ho gli strumenti, né mi compete entrare nel merito della vicenda, ma l'unica cosa che mi preme - conclude il Garante - è che mai più si abbiano a verificare in ambito scolastico situazioni del genere, che nel territorio in cui sono avvenute nelle scorse ore rischiano di diventare un boomerang contro la credibilità delle istituzioni e del senso della giustizia».

COSENZA È entrata in funzione all'Azienda ospedaliera di Cosenza, la nuova Tac simulatore per la radioterapia. «Il Tc simulatore - è scritto in una nota del direttore generale dell'Azienda Achille Gentile - offre immagini molto dettagliate del paziente da irradiare, per ottimizzare le terapie, in modo da avere a disposizione dati e immagini necessarie a pianificare ed ottimizzare il trattamento sull'acceleratore lineare. Sull'apparecchiatura è, difatti, possibile simulare i campi di trattamento che verranno poi impiegati sulle macchine per la terapia e identificare il posizionamento più idoneo che il paziente dovrà tenere, al fine di concentrare totalmente la dose sul tumore». «È il segno - prosegue la nota - di una strategia che investe su un Hub centrale del nostro Servizio sanitario regionale, al servizio dei cittadini, per lavorare insieme agli altri e dare a chi ha necessità risposte di elevata qualità. Le risorse aziendali messe a disposizione per finanziare gli investimenti, hanno consentito di poter immettere risorse tecnologiche preziose nel nostro sistema sanitario. Chi si rivolge alla nostra Azienda chiede servizi qualificati, personale competente, strutture adeguate e nuove tecnologie. Noi stiamo lavorando per assicurare questo a tutti i nostri utenti e i dati positivi ci incoraggiano a proseguire». Nel marzo 2018, conclude la nota, sarà la volta della installazione di un nuovo Acceleratore lineare che abbrevierà i tempi di attesa dei pazienti ed andrà a rafforzare il Polo Onco-ematologico, che troverà collocazione unica nello S.O. del Mariano Santo, una volta ultimati i lavori di ristrutturazione.

Un tracollo. Difficile definire diversamente le ultime previsioni elettorali per il centrosinistra al Sud. Nella geografia politica disegnata da un sondaggio pubblicato oggi dal Corriere della Sera la coalizione a trazione Pd, dalla Campania in giù, sarebbe destinata a fare quasi da spettattrice a uno scontro diretto tra centrodestra e Movimento 5 stelle. Secondo la simulazione, in sei regioni (Campania, Basilicata, Sicilia, Calabria, Puglia e Sardegna) Pd e alleati riuscirebbero a incassare in tutto solo quattro collegi.
Un trend che, sempre stando al sondaggio, si confermerebbe anche in Calabria, dove i dem porterebbero a casa uno solo degli otto collegi uninominali della Camera in ballo tra il Pollino e lo Stretto. Quattro, invece, sarebbero i collegi calabresi appannaggio del centrodestra e tre, invece, andrebbero ai candidati del movimento di Grillo e Di Maio.

LA METODOLOGIA Il sondaggio che prevede il tracollo renziano al Sud è stato realizzato da Ipsos PA, per il quotidiano di via Solferino, presso «un campione casuale nazionale rappresentativo della popolazione italiana maggiorenne secondo genere, età, livello di scolarità, area geografica di residenza, dimensione del Comune di residenza». I risultati presentati «sono il prodotto di un'elaborazione basata su un archivio di 5041 interviste svolte nell'ultimo mese, cui si sono aggiunte 998 interviste (su 4175 contatti)» condotte tra il 10 e 11 gennaio 2018.

SIDERNO Sette colpi. Due al torace, uno alla testa, quattro alle spalle. Chi ha sparato contro Carmelo Muià, quarantacinquenne elemento di vertice del clan Commisso voleva uccidere. E per assicurarsi di non aver sbagliato non ha risparmiato colpi. L’uomo è stato ucciso a Siderno, sotto casa sua, in via Dromo, dove ogni sera tornava in sella alla sua bici elettrica. Probabilmente il killer lo sapeva ed è lì che lo ha aspettato e lo ha colpito senza lasciargli scampo. Sul posto sono immediatamente arrivati gli uomini del commissariato di Siderno, raggiunti in fretta dagli agenti della Squadra Mobile di Reggio Calabria, per avviare con la massima fretta le indagini coordinate dalla Procura della Repubblica di Locri in stretto raccordo con la Dda di Reggio Calabria. Perché quello di Carmelo Muià è un omicidio che fa rumore. E preoccupa. Quando nel 2010 è entrato in carcere, Muià era giovane vicerè del clan Commisso. Ufficialmente commerciante di carne, in realtà era uno dei massimi referenti del clan che storicamente domina Siderno. In nome del casato mafioso cui apparteneva, era lui a imporre estorsioni e forniture, come i bancali di carne che l’Iperspar del centro commerciale Le Gru di Siderno è stata costretta a comprare, ma con il tempo è diventato anche uno degli uomini del clan maggiormente attivi sulla scena politica. Condannato a 6 anni nel processo “Crimine”, ha rimediato un’altra condanna a 7 anni in primo grado nel processo “Morsa sugli appalti pubblici”, come appartenente al clan certo, ma anche per aver stretto accordi in nome del clan con quello che sarebbe stato il futuro sindaco. Tutte contestazioni che per lungo tempo lo hanno costretto dietro le sbarre. Da qualche tempo però Muià era tornato in libertà. E magari il mondo che ha trovato fuori era molto diverso da quello in cui era il vicerè. Oppure, qualcuno ha aspettato che uscisse di prigione per presentargli il conto degli sgarbi del passato. Per adesso, inquirenti e investigatori non si sbilanciano. Quel che è certo – e non lo nascondono – è che l’omicidio di Muià è di quelli che fa rumore. A Siderno, dopo anni di sangue, da tempo i clan sembravano aver cessato le ostilità. Almeno fino a questa sera.

LOMBARDO: «EPISODIO PREOCCUPANTE» «Possiamo solo dire che si tratta di un episodio preoccupante che dimostra la necessità di non abbassare mai la guardia nell'azione di contrasto alla 'ndrangheta - dice il procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, responsabile delle indagini sulla zona jonica -. Nella Locride e in tutto il distretto di Reggio Calabria lo Stato è chiamato a impiegare con costanza le migliori risorse investigative, i cui organici devono essere adeguati rispetto al grande lavoro richiesto. Anche quando non si manifesta con gesti eclatanti o violenti, la 'ndrangheta mantiene il suo ruolo di primissimo piano nel panorama delle mafie nazionali ed internazionali. Siamo chiamati a svolgere indagini ampie che non si limitino a risultati parziali ma che consentano di avere risposte sempre più precise sulle dinamiche interne all'organizzazione e sulle sue linee evolutive. Lo abbiamo finora e continueremo a farlo con la dovuta determinazione». 

Alessia Candito
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Una cosa l’hanno capita, alla fine di questa due giorni romana, i big del Pd calabrese calati nella capitale con truppe cammellate al seguito: hanno perso il viaggio.
Sì, va bene, la direzione nazionale, la segreteria, il quadrumvirato, l’assemblea dei segretari regionali, metteteci dentro tutto ma quel che ormai è chiaro è che a decidere sarà Matteo Renzi e lo farà in splendida solitudine. Anche in Calabria? Soprattutto in Calabria.
Il passaggio in direzione nazionale servirà solo per votare «la proposta delle liste dei candidati alle elezioni politiche 2018». Proposta che Renzi formulerà «valutate le proposte pervenute dai segretari regionali e tenuto conto delle sollecitazioni dei territori». E siccome valutare non è discutere e neanche confrontarsi e neanche trattare e men che meno votare, ecco che Renzi si tiene le mani libere per stendere le liste con i candidati nei collegi uninominali e nei listini.
Anche sul non meno spinoso problema delle deroghe a chi vanta più di tre mandati ed a chi siede in un consiglio regionale o guida amministrazioni locali oltre un certo livello, tutto dipenderà da Renzi. Infatti, la direzione nazionale prenderà atto della concessa deroga in uno con la presentazione delle liste dei candidati: se il nome è in lista, vorrà dire che la deroga è concessa, altrimenti capitolo chiuso.
Certo, la democrazia interna è fatta salva dal voto finale della direzione che tuttavia può solo accettare la proposta di Renzi oppure bocciarla, il che, tranne cataclismi politici, difficilmente accadrà.
Quindi tutto è in mano a Renzi, il quale resta abbottonatissimo. Al punto da non concedere agli anelanti candidati neanche il suo anestetizzante “…stai sereno”.
E così non sta sereno Mario Oliverio che ha cinto d’assedio il Nazareno per invocare il vertice del listino per Enza Bruno Bossio. Nella battaglia non era solo, manco a dirlo anche nell’occasione a marcarlo stretto c’era Sebi Romeo (fosse in vita, farebbe la gioia di Nereo Rocco, inventore della “marcatura a francobollo”). Il buon Mario non ha lesinato determinazione e impegno, usando anche parole forti. Insomma non si è spinto fino a (ri)minacciare di incatenarsi da qualche parte ma ha tentato di far comprendere che senza una candidatura di suo gradimento potrebbe anche non sentirsi molto impegnato.
I “guastatori”, però, hanno avuto buon gioco nel controbattere che appare quanto meno singolare che il governatore, dopo avere concentrato nelle sue mani la quasi totalità delle deleghe di spesa, mantenuto il controllo nelle nomine di tutti i direttori generali, gestito partite delicate come la stabilizzazione dei precari, invochi per la sua componente un seggio blindato evidentemente non fidandosi della risposta elettorale sui territori.
Tirando le somme, in conclusione, il Pd calabrese si ritrovava a marciare in ordine sparso, incapace di avere una personalità da spendere sui tavoli romani e soprattutto presentandosi come una realtà a forte rischio, attese le risultanze di una serie di indagini sul nodo ’ndrangheta-politica, come testimonia l’operazione Stige della Procura antimafia di Catanzaro. È l’ultima inchiesta sulla collusione tra enti locali e cosche, ma forse non è corretto definirla “l’ultima”, meglio dire “la più recente”.
Tutto ciò con buona pace di Ernesto Magorno, il quale, applicando i dettami del terzo capitolo del “Manuale del bravo segretario regionale”, ogni giorno inizia le preghiere del mattino esortando a “fare quadrato intorno al Partito”.
Peccato che ai quadrati di Magorno manchi sempre un lato. 

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Omicidio Lacaria, chiesti 21 anni per Zangari

Giovedì, 18 Gennaio 2018 18:44

VIBO VALENTIA La requisitoria del pm Filomena Aliberti nel processo sull’omicidio del commercialista di Spadola Bruno Lacaria si è conclusa con una richiesta di condanna a 21 anni di reclusione per l’imputato, il commerciante 47enne Giuseppe Zangari. Il processo, in corso dinanzi al giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Vibo, si sta svolgendo con la formula del rito abbreviato. La prossima udienza, a conclusione del dibattimento odierno, è stata fissata per il 30 gennaio.
Zangari è accusato dei reati di false dichiarazioni rese al pubblico ministero e dell’omicidio dell’amico e compare d’anello Bruno Lacaria, del quale, dalla mattina dell’8 febbraio 2017 per diversi giorni si era persa ogni traccia. Solo dopo tre settimane, dopo aver simulato – secondo l'accusa – un’aggressione con la quale due ignoti lo avrebbero costretto a bere del pesticida, Zangari si era convinto a consegnare agli inquirenti la propria verità. Il 47enne, a venti giorni esatti dalla scomparsa, il 28 febbraio, si è infatti recato spontaneamente alla caserma dei carabinieri di Serra San Bruno per confessare il delitto. Nell’occasione lo stesso Zangari aveva anche indicato il luogo dove, alcune ore dopo, sarebbe stato rinvenuto il corpo di Lacaria ricostruendo la dinamica che, a suo dire, lo avrebbe portato a colpire Lacaria con un bastone al culmine di una lite. Il bastone, però, non è stato mai ritrovato dagli inquirenti che anche nei giorni successivi al rinvenimento del cadavere avevano continuato a battere il presunto luogo del delitto, un’area boscata nel territorio compreso tra i comuni di Brognaturo e Cardinale.

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