Corriere della Calabria - Articoli filtrati per data: Martedì, 07 Ottobre 2014
Martedì, 07 Ottobre 2014 18:07

Fallimento Doc Market's, al via il processo

Si conclude con un nulla di fatto, se non la riunione dei procedimenti scaturiti dalle diverse scelte difensive degli imputati in fase preliminare, la prima udienza del processo Azzeccagabugli, scaturito dall'inchiesta che ha svelato le manovre attraverso cui Bruna Latella e il marito Gaetano Tomasello avrebbero tentato di "addomesticare" il fallimento del colosso della grande distribuzione locale Doc Market's, mentre tentavano di mettere al sicuro il patrimonio della società in liquidazione, girandolo a compiacenti prestanome o a società a loro stessi riconducibili. Un'indagine che si iscrive nel solco tracciato dalle indagini sull'entourage economico e societario dell'ex consigliere Pdl Dominique Suraci, già imputato nel processo Assenzio Sistema, ma per la procura reale dominus anche dell'intera operazione Doc Market's e per questo imputato anche in questo procedimento.
Anche lui, secondo l'accusa rappresentata dal pm Stefano Musolino, avrebbe infatti ispirato le manovre della Latella, ritenuta «amministratrice e vertice di riferimento del gruppo imprenditoriale riferibile alla sua famiglia, nonché centro decisionale delle manovre criminali». Manovre che si sarebbero consumata attraverso «l'ammissione fraudolenta ed illecita alle procedure di concordato preventivo» e sarebbero state parallele allo svuotamento dell'azienda di tutti gli asset di valore, tramite la costituzione di due newco, la Gesi group e la Gsc, «interamente controllate o largamente partecipate in forma fittizia (attraverso l'intestazione di quote a società fiduciarie e a prestanome), da appartenenti alla famiglia Tomasello Latella», cui sono stati prima affittati quindi ceduti due rami d'azienda.
Un sistema complesso, formato da una costellazione di società e occultato da manovre cui avrebbero partecipato a vario titolo avvocati, commercialisti e consulenti che nell'ipotesi della Procura avrebbero supportato la Latella e il suo gruppo nel percorso che ha portato al fallimento della società.
Per i magistrati infatti, i noti legali reggini Carlo e Giuseppe Grillo – che a differenza degli altri imputati hanno chiesto il giudizio immediato, dunque hanno saltato l'udienza preliminare - avrebbero fornito «indicazioni sulla modalità di redazione degli atti prodotti nella procedura e sui fittizi valori contabili, di stima dei beni e degli elementi costitutivi dei contratti di locazione». Spettava a loro, nell'ipotesi del pm Musolino, il compito di «coordinare e dirigere le attività degli altri consulenti (contabili, fiscali del lavoro e stimatori)», come il commercialista Francesco Creaco, tenutario delle scritture contabili della Doc Market fino alla presentazione del ricorso per l'ammissione alla procedura di fallimento, e Demetrio Serra e Vincenzo Scarcella, consulenti contabili delegati alla predisposizione delle relazioni contabili e della valutazione estimativa dell'impresa, insieme a Domenico Chirico, consulente del lavoro della Doc Market.
Una società, la Doc Market, il cui fallimento sarebbe stato pilotato attraverso una regia attenta e complessa, distribuita su più fasi. Allo scopo sarebbero infatti state costituite due newco, la Gesi Group – gestita al 45% da società riconducibili al gruppo Latella e per la restante parte da una società intestata a Senia Saloua, compagna di Suraci, reale dominus della Gesi – e la Gsc , progressivamente acquisita da Damiano Viglianisi, ritenuto testa di legno del gruppo imprenditoriale Latella, cui sono stati affittati due rami d'azienda della Doc Market, risultata così spogliata dell'intero patrimonio aziendale. Un affitto divenuto in seguito vendita, resa necessaria dal processo di decozione che la Doc Market stava attraversando nell'avviarsi al fallimento.
Un destino cui avrebbero contribuito anche investimenti immobiliari palesemente svantaggiosi, come l'acquisto da parte della Gabrem immobiliare srl, ugualmente riconducibile al gruppo Latella, di una villa e un magazzino privi del requisito urbanistico per l'utilizzo commerciale. La Doc Market sarebbe quindi stata condotta sul lastrico con una manovra a tenaglia, che si sarebbe avvalsa delle competenze e delle professionalità di diversi professionisti, che per il pm «esponevano e riconoscevano passività inesistenti», così come «dapprima falsificavano, in tutto o in parte, i libri e le altre scritture contabili ed inoltre, agli stessi fini, li tenevano in maniera da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari».
Una ricostruzione da sempre contestata dagli imputati, ma che ha superato indenne il vaglio del gip. Adesso però toccherà al dibattimento dire l'ultima parola sul contestato fallimento del colosso della grande distribuzione.

Alessia Candito

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    Alla sbarra l'ex consigliere comunale di Reggio Calabria Dominique Suraci, gli avvocati Grillo e altri colletti bianchi accusati di aver pilotato il fallimento del colosso della grande distribuzione

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«Senza volere rivendicare inutili primogeniture o successi di circostanza in relazione a questa specifica vicenda, è doveroso però ricordare che il gruppo del Pse aveva pubblicamente chiesto spiegazioni, oltre un mese fa, circa le motivazioni che avevano indotto i vertici aziendali ad assumere personale amministrativo e non, invece, medici e infermieri alla luce della gravissima carenza di personale nell'area sanitaria». È quanto afferma in una nota il capogruppo del Pse nel consiglio comunale di Cosenza, Giuseppe Mazzuca, in relazione all'annuncio della direzione dell'Annunziata in merito alla revoca del bando per l'assunzione di 12 assistenti amministrativi e 10 collaboratori amministrativi. «È inoltre doveroso – prosegue Mazzuca – chiedere alla direzione dell'ospedale se non fosse stato più opportuno valutare per tempo l'effettivo fabbisogno di personale e le necessarie strategie di razionalizzazione delle risorse e contenimento dei costi, così da potere intervenire con efficacia laddove continuavano, e continuano tuttora, a non essere garantiti i Livelli essenziali di assistenza. In questo senso, la revoca del bando, anche se tardiva, risulta quantomai opportuna poiché consente di ristabilire le giuste priorità verso cui le istituzioni ospedaliere devono indirizzare sforzi e risorse al fine di assicurare servizi sanitari efficienti e una assistenza tempestiva e di qualità». Per il capogruppo del Pse la revoca del bando in questione è «una notizia positiva», pur nella convinzione che «il principale ospedale della Calabria debba essere guidato da manager indipendenti, competenti, autorevoli e soprattutto liberi da condizionamenti e pressioni di sorta da parte di ambienti politici e affaristici che nulla hanno a che vedere con la medicina e l'assistenza ai pazienti e che tanti guasti hanno finora prodotto al funzionamento dell'Annunziata. Non resta che attendere fiduciosi – è la conclusione di Mazzuca - l'esito delle consultazioni regionali del 23 novembre prossimo da cui uscirà vittorioso il nuovo governo della Regione guidato da Mario Oliverio che, siamo certi, saprà valorizzare come merita l'ospedale di Cosenza investendo sul personale sanitario e sull'innovazione tecnologica e tagliando nel contempo sprechi e rami secchi».

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    «Il principale ospedale della Calabria deve essere guidato da manager indipendenti, autorevoli e soprattutto liberi da condizionamenti e pressioni di sorta»

Martedì, 07 Ottobre 2014 17:25

L'Udc si spacca in consiglio regionale

REGGIO CALABRIA I problemi irrisolti dell’Udc saltano fuori proprio al termine della legislatura. Incomprensioni e malumori finora sempre sopiti, ma esplosi oggi durante l’ultima seduta del consiglio regionale. Il partito di Cesa in Calabria è spaccato tra chi vorrebbe un’alleanza con il Pd di Oliverio e chi continua a lavorare all’accordo con l’Ncd e il centrodestra. Visioni diametralmente opposte che oggi si sono concretizzate in una querelle solo apparentemente amministrativa. 
Il casus belli è il Quadro territoriale regionale, lo strumento di programmazione e pianificazione territoriale. A proporne l’approvazione in aula è l’assessore regionale dello Scudocrociato Alfonso Dattolo. Lo scontro avviene quando il presidente dell’assemblea, Franco Talarico, impone l’alt a un atto «non concordato in Conferenza dei capigruppo». Dattolo non la prende per niente bene a attacca implicitamente il compagno di partito: «Se è iniziata la campagna elettorale basta dirlo. C’è qualcosa che non torna se questo Consiglio non approva un piano già passato in commissione». L’assessore Udc chiede l’intervento del suo capogruppo, Ottavio Bruni (sempre più vicino a una ricandidatura a supporto del centrosinistra di Mario Oliverio), che non si pronuncia e dopo qualche minuto lascia l’aula. Dalla parte di Dattolo si schiera anche l’altro rappresentante della Balena bianca, Gianluca Gallo. La sintesi, però, non arriva. E la chiosa di Dattolo è emblematica delle tensioni che in questo momento attraversano sia lo Scudocrociato calabrese sia l’intero centrodestra: «Ritiro il provvedimento. Voglio evitare di creare un distacco nella già martoriata maggioranza o anche nell’Udc». 

p. bel.

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    Dattolo contro Talarico. Il casus belli è il Quadro territoriale regionale, lo strumento di programmazione e pianificazione territoriale

REGGIO CALABRIA Si conclude con una condanna e due assoluzioni il primo grado del processo stralcio di Meta 2010, il complesso procedimento scaturito dall'indagine antidroga che, a detta di investigatori ed inquirenti, nel 2011 ha portato a uno dei maggiori sequestri operati in Europa negli ultimi 20 anni. Il gup di Reggio Calabria ha condannato a 16 anni Ambrogio Sansone, difeso dall'avvocato Francesco Calabrese, mentre ha assolto Vianel Quintian, difesa dai legali Davide Barillà e Fabio Spaziani, e Maria Lisabeth Carvajal Martinez, difesa dagli avvocati Luca e Davide Barillà. Il giudice ha dunque ritenuto valido l'impianto accusatorio costruito dal pm Cerreti a carico di Sansone, considerato uno degli elementi di vertice dell'associazione e inchiodato anche da un esplicito scambio di e-mail concernente un carico di cocaina intercettato dagli investigatori, mentre non ha ritenuto sufficienti gli elementi a carico delle due donne di nazionalità colombiana Vianel Quitian Sanabria e Maria Lisabeth Carvajal Martinez, entrambe accusate di far transitare i pagamenti delle partite di coca dall'Italia alla Spagna, quindi all'America Latina.
Si compone anche processualmente il quadro scaturito dall'operazione che il 9 novembre 2011 che ha portato al sequestro di 2,6 tonnellate di cocaina e all'emissione di un'ordinanza di custodia cautelare a carico di 30 persone. Un'indagine complessa, inizialmente coordinata dalla Procura di Roma, quindi passata per competenza alla Dda di Reggio Calabria perché l'importazione di stupefacente, ha segnalato il gip di Roma, è stata «certamente consumata nel porto di Gioia Tauro».
Ed è qui che l'organizzazione che faceva capo al vibonese Vincenzo Barbieri – ritenuto affiliato al clan Mancuso e perno centrale del gruppo di narcos fino al suo assassinio, avvenuto a San Calogero (Vibo Valentia) il 12 marzo 2011 – provvedeva a far arrivare i carchi di bianca dalla Colombia. Per gli inquirenti, Barbieri era un grande broker delle importazioni: da una parte teneva i contatti diretti con i fornitori in Colombia, grazie anche a personaggi come Alessandro Pugliese, detto "Pupetto", trasferito in pianta stabile nella zona di Meta in qualità di addetto ai rapporti con i fornitori, dall'altra si occupava del trasporto in Italia dello stupefacente. Qui toccava a Giuseppe Topia, braccio destro di Barbieri storicamente legato ai Mancuso, occuparsi delle operazioni di recupero di tutti i carichi di stupefacente importati in Italia, per poi cedere le partite di coca ad altre organizzazioni e clan che si occupavano di organizzare l'immissione della droga sul mercato.

Alessia Candito

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    Per il maxitraffico di coca condannato Ambrogio Sansone a 16 anni, si salvano le colombiane Martinez e Sanabria

VIBO VALENTIA Un anziano è morto schiacciato dal suo trattore nelle campagne di Piscopio, frazione di Vibo Valentia. L'uomo, Domenico Profiti, di 80 anni, stava lavorando in un terreno di sua proprietà quando, per motivi da accertare, è finito sotto il suo trattore che si era capovolto. I soccorsi giunti sul posto non hanno potuto che constatarne il decesso.

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    L'uomo stava lavorando in un terreno di sua proprietà nelle campagne di Piscopio. Inutili i soccorsi

Martedì, 07 Ottobre 2014 16:49

Regione, nominati i revisori

REGGIO CALABRIA La Regione ha i suoi nuovi revisori dei conti. Sono Filomena Maria Smorto, Alberto Porcelli e Francesco Malara. I tre garanti sono stati scelti in seguito a sorteggio. Circa 96 le domande presentate, ma ad avere i requisiti per partecipare alla selezione sono stati 39. Uno di loro è stato ammesso con riserva, mentre su 6 istanze di riesame ne è stata accolta solo una. Sette le domande difformi o pervenute fuori termini. Tra gli aspiranti alla carica anche i tre precedenti revisori, Guido Boccalone, Cosimo Forgione, Pasqualino Saragò. Proprio la loro decadenza aveva scatenato un vespaio di polemiche la scorsa estate. Il Tar della Calabria aveva infatti impugnato la legge che istituisce i garanti davanti alla Corte costituzionale, in quanto la loro selezione sarebbe dovuta avvenire non per chiamata diretta, secondo il principio della "spartizione" maggioranza (due membri) e opposizione (uno), ma per sorteggio. Il consiglio regionale ha però deciso di anticipare anche il giudizio della Consulta attraverso la modifica della legge che ha determinato la decadenza dei revisori in carica. Ma esiste anche una ricostruzione più politica e maliziosa: Boccalone, Forgione e Saragò avrebbero detto no all'erogazione degli stipendi accessori dei dipendenti regionali, per una cifra che si aggirerebbe attorno ai 3,5 milioni di euro, scatenando così la reazione dei vertici di Palazzo Campanella. Della vicenda si è interessata anche l'assemblea regionale di Sinistra ecologia e libertà, che ha investito della questione la Corte dei conti.

 

Pietro Bellantoni
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Martedì, 07 Ottobre 2014 16:33

Morì all'asilo, nuove verifiche della Procura

COSENZA Proseguono le indagini sulla morte del piccolo Francesco, il bimbo di due anni deceduto mentre veniva imboccato in un asilo privato di Orto Matera, frazione di Castrolibero, nel Cosentino. La Procura di Cosenza ha iscritto nel registro degli indagati due persone, la titolare dell'asilo e una dottoressa del 118 che ha soccorso il piccolo. Ma la Procura ha precisato che si tratta di un atto dovuto per concedere agli indagati di prendere parte all'autopsia, dal momento è un atto irripetibile. Infatti, in base a quanto emerso, Francesco - che era affetto da crisi epilettiche, disabile al cento per cento e con problemi di deglutizione, è soffocato mentre stava mangiando un piatto di pastina imboccato dalla titolare dell'asilo, che è anche maestra di sostegno. Il pranzo del piccolo era stata preparato dalla mamma. 

I carabinieri di Castrolibero, guidati dal maresciallo Vincenzo Cozzarelli, sono giunti sul posto e hanno scortato il bimbo nell'ospedale di Cosenza. Che è deceduto in ambulanza. Il pm Antonio Bruno Tridico ha disposto l'autopsia per fare chiarezza su quanto accaduto ed eseguire ulteriori approfondimenti. L'esame autoptico si è svolto nei giorni scorsi e ora si attende l'esito tra 90 giorni. 

Intanto, il pm sta eseguendo altre verifiche sia sulla struttura che sui soccorsi proprio per sgomberare qualsiasi ombra dalla tragedia che ha colpito la famiglia del piccolo Francesco e accertare eventuali responsabilità. 

 

Mirella Molinaro

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    Il piccolo Francesco è deceduto durante il pranzo in un asilo di Castrolibero. In corso accertamenti sulla struttura e sulle modalità di soccorso

Martedì, 07 Ottobre 2014 16:13

«Nel Ponente Ligure c'è la 'ndrangheta»

REGGIO CALABRIA Urla, strepiti, pianti, minacce all’indirizzo di giudici, pm e attivisti antimafia. I clan del Ponente ligure non hanno gradito per niente la raffica di condanne che ha sancito la chiusura del primo grado del processo "La Svolta", il procedimento sulle presunte infiltrazioni della criminalità organizzata nella provincia di Imperia.

Una sentenza importante che ha affermato una verità processuale da lungo tempo ricercata dagli inquirenti: a Ventimiglia e a Bordighera esistono due 'ndrine che negli anni sono state in grado di condizionare la vita politica, economica e sociale del contesto in cui si sono da lungo tempo insediate. Un quadro che non porta alla condanna dei due politici coinvolti nel procedimento, ma spedisce – e per lungo tempo- dietro le sbarre boss e gregari dei clan che hanno inquinato il Ponente ligure.  Se l’ex sindaco di Ventimiglia Gaetano Scullino e il suo ex city manager, Marco Prestileo, accusati di concorso esterno in associazione mafiosa perché avrebbero favorito la Marvon - società riconducibile alla famiglia Marcianò– nel collezionare appalti dalla società in house del comune di Ventimiglia Civitas, incassano un’assoluzione perché il fatto non costituisce reato, sono pene pesantissime quelle arrivate all’indirizzo dei boss dell’Imperiese.

Il tribunale di Imperia ha infatti condannato a sedici anni Maurizio Pellegrino, che dovrà pagare anche 60mila euro di multa, e Giuseppe Marcianò, mentre il figlio di quest'ultimo, Vincenzo, incassa una condanna a 13 anni di reclusione e 12 mila euro di multa. Quattordici anni di carcere vanno invece a Giuseppe Gallotta, condannato anche a 15mila euro di sanzione, e Antonio Palamara, mentre a dieci anni e sei mesi di carcere sono stati condannati invece Giovanni e Roberto Pellegrino, cui è stata comminata anche una multa di 43 mila euro. Incassano invece una condanna a sette anni e sei mesi Vincenzo Marcianò classe '48 e Omar Allavena 7 anni e sei mesi, mentre è di sette anni la pena inflitta a Annunziato Roldi, Ettore Castellana, Salvatore Trinchera, Giuseppe Cosentino e Antonino Barilaro. A cinque anni e sei mesi più 20mila euro di multa è stato condannato Armando D’Agostino, mentre è di cinque anni la pena inflitta a Paolo Macrì e Giuseppe Scarfò. Vanno invece quattro anni e tre mesi, rimediati in continuazione con un’altra condanna, più 20mila euro di sanzione pecuniaria a Salvatore de Marte, mentre è di quattro anni e sei mesi più mille euro di multa la pena decisa per Giuseppe Calabrese e Nazzareno Alvaro. È invece di quattro anni più 1200 euro di multa la pena inflitta a Francesco de Marte, mentre i giudici hanno condannato a quattro anni Marcello Giovinazzo, Filippo Spirlì e Angelo Oliveri. Diverse sono però le sanzioni pecuniarie inflitte ai tre, se Giovinazzo dovrà infatti pagare 20mila euro di multa, sono invece 8mila per Spirlì e solo 1800 per Oliveri. Arriva infine una condanna anche per Alessandro Macrì, punito con tre anni e sei mesi di reclusione, mentre pene minori sono state comminate ad Angela Elia, condannata a un anno e dieci mesi con pena sospesa più cinquemila euro di multa, e Fortunato Foti, punito con un  anno e quattro mesi  di reclusione rimediati in continuazione con una precedente condanna passata in giudicato, più 10mila di sanzione. Oltre a Jason Allavena per il quale la stessa Procura aveva invocato l’assoluzione, escono “puliti” dal processo Rosario Ambesi, per il quale il pm aveva chiesto 1 anno 10 mesi, Stefania Basso  per la pubblica accusa da condannare a 2 anni e 6 mesi,  Enzo Gammicchia per il quale erano stati chiesti 2 anni e 8 mesi e Federico Paraschiva, per il quale erano stati chiesti 6 anni. Pene durissime,  chieste e ottenute sulla base di un compendio probatorio fondato su circa diecimila intercettazioni, documentazione varia e innumerevoli testimonianze fra cui quella di due collaboratori di giustizia già condannati per associazione a delinquere di stampo mafioso e per omicidio.

Fondamentali nei mesi scorsi si erano rivelate le parole del pentito Oliverio, che in aula aveva dichiarato: «A differenza di altre organizzazioni perché ci sono migliaia di locali attive, con tanti capi, c’è una sorta di sotto-struttura composta da teste di cuoio, responsabili, che  si relazionano con i vertici. Esistono poi i cosiddetti invisibili: persone insospettabili. Come ad esempio tale S.M., incensurato, affiliato alla ‘ndrangheta e anche ad una loggia massonica. Queste figure hanno contatti con persone delle istituzioni. Ogni locale ha queste figure invisibili. La funzione? Innanzitutto occorre dire che la 'ndrangheta agisce in due modi: militarmente, con agguati, attentati etc. questo avviene generalmente quando ci sono faide e contrasti interni. L’altro metodo utilizzato quello della delegittimazione. Se devono colpire una persona istituzionale, evitano di fare operazioni di tipo militare, genere per evitare di fare degli eroi. Per fare un esempio i calabresi hanno criticato ciò che ha fatto Cosa nostra contro lo Stato. Le figure invisibili, che possono essere "dormienti", vengono svegliate e attivate per delegittimare una persona: che può essere un funzionario dello stato, un giornalista, etc. Nelle regioni del Nord, in particolare, usano questo sistema». Dichiarazioni che si incastrano con quanto emerso nei dibattimenti in Calabria negli ultimi anni, ma in Liguria hanno costretto molti a spalancare gli occhi su un’infezione che non pensavano possibile.

Alessia Candito

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    Storica sentenza del tribunale di Imperia. I politici di Ventimiglia e Bordighera riescono a "salvarsi" ma per presunti boss e gregari c'è una raffica di condanne 

REGGIO CALABRIA Arriva una conferma anche in Appello per le pesantissime condanne rimediate nell'ottobre scorso da Giuseppe Catalano e Fabio Raco, due degli automobilisti coinvolti nella corsa clandestina sulla tangenziale di Reggio Calabria, ritenuti responsabili dell'incidente in cui ha perso la vita un bambino di soli 8 anni, Francesco Calabrò. La Corte d'assise d'appello di Reggio Calabria ha dunque confermato in toto la sentenza con cui il 31 ottobre scorso, il gup Domenico Santoro aveva condannato Catalano a otto anni e quattro mesi di reclusione e Raco a otto anni. Con la medesima accusa è attualmente alla sbarra con rito ordinario Angelo Salvatore Barillà, un altro degli automobilisti che – stando alla ricostruzione del pm Mauro Tenaglia – quella mattina del 29 maggio del 2011 Barillà sarebbe stato alla guida di una delle auto che ha travolto la vettura su cui il piccolo Calabrò viaggiava insieme alla madre, rimasta gravemente ferita, e un altro passeggero.

 

Alessia Candito
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    Secondo i giudici, i due automobilisti sarebbero responsabili del decesso di un bimbo di 8 anni

Martedì, 07 Ottobre 2014 16:06

Provinciali, Ncd: Occhiuto si ritiri

RENDE «Rinnoviamo l'invito a Mario Occhiuto affinché si ritiri dalla competizione elettorale di domenica prossima. La situazione finanziaria del Comune di Cosenza indica purtroppo che il dissesto è vicino e, al di là di quello che affermano gli assessori comunali cosentini, la legge parla chiaro». È quanto si legge in una nota – inizialmente firmata dal circolo Ncd di Rende – di Salvatore Antonio Ciminelli e Andrea Perrone, candidati alla carica di consigliere provinciale, rispettivamente, nelle liste “Nuova provincia” e “laboratorio civico”. Si acuisce, dunque, in vista delle provinciali cosentine, lo scontro a distanza tra il sindaco della città capoluogo e il senatore Tonino Gentile, coordinatore regionale di Ncd e, tra le altre cose, punto di riferimento del circolo rendese. «L'articolo 248 comma 5 del decreto legislativo 167/2000 è a disposizione di tutti – si legge ancora nella nota – e parla di incandidabilità per chi abbia ricevuto, a seguito di dissesto, condanna in primo grado dalla Corte dei Conti. È vero che Reggio Calabria è stata sciolta per infiltrazione, ma è altrettanto vero che il sindaco Arena, in carica da appena un anno, ha ricevuto sanzione di incandidabilità con i due gradi conclusisi in pochi mesi. Nessuno di noi – concludono gli alfaniani rendesi – ha motivi di astio verso Occhiuto e stiamo solo cercando di far capire che le istituzioni vengono prima delle ambizioni. Se Occhiuto non si ritirerà, gli amministratori che domenica 12 ottobre lo voteranno, è bene sappiano, che il loro voto per il sindaco di Cosenza potrebbe essere inutile».

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    Ciminelli e Perrone, candidati al consiglio provinciale, paventano un'eventuale incandidabilità per il sindaco di Cosenza: «Il dissesto è vicino e la legge parla chiaro»

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