Corriere della Calabria - Articoli filtrati per data: Lunedì, 20 Gennaio 2014
Martedì, 21 Gennaio 2014 00:04

Alta tensione, depone Eroi

REGGIO CALABRIA Per la Procura, il clan Caridi Borghetto Zindato non solo avrebbe vessato attività ed esercizi commerciali che ricadevano nel proprio feudo, ma avrebbero ramazzato a man bassa appalti pubblici nel terzo settore grazie a professionisti compiacenti come l’ingegnere Domenico Cento. È questo il quadro ricostruito dall’inchiesta Alta Tensione – avviata dal pm Marco Colamonici e sostenuta in dibattimento dal pm Stefano Musolino – in merito al quale l’attuale presidente del consiglio provinciale Antonio Eroi è stato chiamato a riferire. Un’audizione inizialmente chiesta dalla difesa dell’ingegnere Cento, che si professa innocente e da sempre respinge ogni accusa, cui il politico si è dovuto – decisamente di malavoglia – sottoporre nonostante l’avvocato Giulia Dieni avesse in seguito deciso di rinunciare al suo contributo. Da lui, all’epoca presidente della circoscrizione Gebbione, ha voluto sapere come, in che modo e soprattutto per quali ragioni le associazioni "Amici per l`infanzia", "Reggio Ok" e per "Sciabaduba" – tutte riconducibili all’ingegnere oggi imputato – si siano aggiudicate i bandi del Comune. Le domande si concentrano tutte sui progetti per attività ricreative rivolte ai ragazzi che negli anni sono state organizzate ai campetti di Viale Messina, nel cuore del rione Gebbione. Progetti affidati alle cooperative di Cento e che vedranno partecipare in qualità di allenatore di calcio anche l’attuale imputato Giuseppe Zindato. «A me hanno sempre detto che era una brava persona, una persona squisita – dice Eroi, rispondendo alle domande del pm –. Con lui – ribadisce più volte – non c’erano rapporti, lo conoscevo solo perché era allenatore ai campi di calcio di viale Messina. Non ho mai avuto grandi elettori – dice quasi piccato - e anche volendo non poteva votarmi perché era residente altrove». Allo stesso modo – afferma, nervoso, Eroi – quella con Cento non era che una conoscenza professionale. «Lui si occupava di progetti per bambini, l’ho incontrato a qualche convegno. Non ero in confidenza con lui quindi non so in che rapporti fosse con Comune, Provincia e Regione». Tanto meno, il presidente del consiglio sa dire in che rapporti fosse Cento con Zindato. “Qualche volte li ho visti insieme, ma non so se gestissero qualcosa”, ammette. Il confronto con il pm è serrato, Eroi si innervosisce non poco, ma l’istruttoria non fa passi avanti. Alle intercettazioni fra Cento e Zindato che sembrano fare riferimento a contatti con Eroi, il presidente del consiglio provinciale risponde con una lunga lista di non so, non ricordo, come nulla sembra ricordare dei problemi riguardanti il servizio mensa organizzato per quel progetto, poi affidato a una cooperativa che – stando alle domande del pm – sembrerebbe chiamare in causa l’ex assessore comunale all’istruzione – finito nella bufera e oggi ufficialmente incandidabile perché pizzicato al funerale di don Mico Serraino – Seby Vecchio. «Non so come si organizzassero per mangiare – afferma –. Io qualche volta ho portato delle pizzette, ma non so come si è risolto, se è stato deciso qualcosa al riguardo». Una risposta che non basta al sostituto procuratore Musolino, che da Eroi vuole sapere se il catering di quel progetto Cres che ha messo nei guai l’ingegnere Cento, all’epoca fosse finito in mano a un parente dell’ex assessore. Ma Eroi è un muro. «L`assessore Vecchio – dice aveva la delega all`Istruzione, quindi era un interlocutore istituzionale. Non so se avesse interessi sulle aziende». Nulla di più sembrano aggiungere le deposizioni dei tanti dirigenti e tecnici comunali del settore politiche sociali, chiamati a riferire tanto su quel progetto di viale Messina, come sull’attività professionale dell’ingegnere oggi imputato ma non per questo disoccupato. Stando a quanto riferito da più di un testimone, le sue competenze in materia di progettazione sarebbero così evidenti e apprezzate da renderlo tutt’ora – nonostante le pesanti accuse a suo carico – un interlocutore un consulente stimato per il Comune di Reggio Calabria. (0090)

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  • Occhiello Il presidente del consiglio provinciale è stato ascoltato all`interno del processo contro il clan Caridi Borghetto Zindato

SAN FERDINANDO Un`assemblea tesa, nel corso della quale non sono mancati momenti di frizione, conclusa con un secco no al transito dal porto di Gioia Tauro dei 60 container contenenti armi chimiche siriane, a conferma che le polemiche in Calabria forse si sono sopite, ma non sono spente. I sindaci della "Città degli ulivi", l`associazione che riunisce i 33 Comuni della piana di Gioia Tauro, si sono ritrovati nell`aula consiliare di San Ferdinando, sul cui territorio si trovano gran parte delle banchine dello scalo, per trovare una posizione comune in vista del vertice romano di domani con il premier Enrico Letta. Alla vigilia, la sensazione era di una certa disponibilità a trattare col governo del futuro del porto in cambio del transito delle armi chimiche, ferma restando la protesta per il modo in cui l`esecutivo ha gestito la vicenda, senza avvertire nessuno in ambito locale. E le prime battute dell`assemblea sembravano andare in questa direzione. Ma le proteste, talvolta veementi, da parte del pubblico (in tutto circa 200 persone) e la presa di posizione di alcuni sindaci e, per ultimo, del presidente della Provincia di Reggio Calabria Giuseppe Raffa, hanno fatto propendere i primi cittadini verso un no secco alla trattativa, sia perché le autorità locali sono state tenute all`oscuro, sia per eventuali pericoli per la salute pubblica. E così, al termine della riunione, i primi cittadini hanno messo nero su bianco in un documento di dare mandato «ai sindaci di San Ferdinando e Gioia Tauro ad opporsi a questa decisione del Governo nazionale al tavolo ministeriale di martedì 21 gennaio». «Appreso che la nave - aggiungono i sindaci nel documento - è stata dirottata su Gioia Tauro perché la Regione Sardegna si è fermamente opposta all`attracco a Cagliari, i sindaci della città degli ulivi dichiarano il proprio fermo no acché queste operazioni avvengano nel nostro territorio». Non sono mancati momenti di tensione. Quando il sindaco di Giffoni ha detto di non meravigliarsi della riservatezza perché la vicenda è stata gestita dai militari, il pubblico è insorto. «Vergognatevi» è stato urlato all`indirizzo delle autorità. Un lavoratore socialmente utile si è diretto verso il banco dei sindaci ed indicandoli uno ad uno ha ribadito urlando «vergognatevi» per poi gridare «lavoro, lavoro». La situazione è tornata alla calma, ma solo apparente, quando il lavoratore è stato allontanato dalla sala. In un clima di grande tensione gli interventi si sono susseguiti e col passare dei minuti si è capito che l`aria era cambiata. Applausi scroscianti per tutti quelli che invocavano il no senza se e senza ma al governo, fischi per chi paventava un`ipotesi di trattativa. E anche l`assessore alle Infrastrutture della Regione Calabria, Luigi Fedele, venuto ad illustrare la posizione dell`Ente in vista dell`incontro di domani a Roma, si è preso la sua dose di contestazioni quando ha detto che «il presidente della Regione vorrà avere rassicurazioni scientifiche che non ci possano essere problemi per la salute pubblica e solo allora si inizierà a discutere di Gioia Tauro e del fatto che questo porto non c`è solo in queste occasioni». Affermazioni che hanno provocato la reazione del pubblico. Più di uno ha gridato «le rassicurazioni non ci interessano, quelle navi non le vogliamo». Adesso tutta l`attenzione si sposta su Roma. E per mercoledì i sindaci si sono nuovamente convocati, questa volta a Gioia Tauro, per valutare gli esiti dell`incontro con Letta e decidere eventuali iniziative di protesta. Un appuntamento al quale hanno invitato anche i ministri Lupi e Bonino.

Alessandro Sgherri (ANSA)

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  • Occhiello Approvato un documento in cui i colleghi danno mandato ai primi cittadini di Gioia Tauro e San Ferdinando di opporsi alla decisione del governo
Lunedì, 20 Gennaio 2014 20:57

Stralcio "Meta", parla Giardina

REGGIO CALABRIA Un posto di lavoro, sicuro, blindato in cambio di un consistente pacchetto di voti riferibile alle consorterie mafiose di Reggio e provincia: era questo l’accordo pre-elettorale che l`ex consigliere comunale del Pdl, Manlio Flesca, accusato di corruzione elettorale e abuso d`ufficio aggravati dall`avere agito per favorire la `ndrangheta, avrebbe stretto con l’imprenditore Vincenzo Barbieri e la moglie di quest`ultimo, Vincenza Musarella. Sono queste le circostanze di cui i tre devono rispondere nel procedimento stralcio dell’operazione Meta, oggi al vaglio del Tribunale presieduto da Natina Praticò. Stando alla ricostruzione del pm Giuseppe Lombardo, in occasione delle amministrative del 2007, l`ormai ex pupillo dell`ex sindaco di Reggio Calabria, oggi governatore, Giuseppe Scopelliti si sarebbe speso per far assumere la Musarella nella società mista Reges, in cambio di 200 voti procacciati dai fratelli Domenico e Vincenzo Barbieri, espressione di una famiglia considerata in tutto e per tutto contigua alle `ndrine. E se il primo ha già incassato nel filone principale del procedimento Meta una condanna in appello a cinque anni e dieci mesi, il secondo è insieme a Flesca il protagonista dello stralcio oggi in discussione e che torna a esaminare quelle consultazioni amministrative del 2007 già finite al centro di diversi procedimenti. Un contesto ricostruito minuziosamente dal colonnello Valerio Giardina sulla base di intercettazioni telefoniche e ambientali, da cui emerge un quadro devastante. Quello dei Barbieri è infatti un appoggio «incondizionato» – sottolinea il colonnello – dettato non solo dalla volontà di ottenere un posto di lavoro per la moglie, ma soprattutto dalla necessità di avere un candidato di riferimento all’interno dell’amministrazione comunale. Allo scopo, Domenico Barbieri – afferma Giardina – si impegna addirittura a stilare una lista dei possibili elettori. Ma non si tratta di semplici cittadini. Il bacino elettorale in cui tanto Domenico Barbieri, come il parimenti attivo fratello Vincenzo, hanno intenzione di pescare le preferenze necessarie per far eleggere Flesca è quello delle `ndrine di Reggio Nord e della provincia, «legate a vincoli parentali e di affinità a molti votanti residenti nel Comune di Reggio Calabria». Nella lista dei Barbieri finiscono così i Creazzo e i Cambareri di Melia di Scilla, ma anche le famiglie di «Catona, Spontone, Concessa, San Giuseppe». Un impegno – aggiunge Giardina, sintetizzando le numerose conversazioni fra i due – che i fratelli Barbieri avevano all’epoca preso d’accordo con Michele Marcianò, un altro ex pupillo di Scopelliti – o almeno tale fin quando le traversie giudiziarie non ne hanno reso ingombrante la presenza – che in passato – stando a quanto gli stessi Barbieri affermano – avrebbe beneficiato un pacchetto di 150 voti procurati dall’imprenditore. Circostanze che non sembrano turbare per nulla l’allora aspirante consigliere, che – ascoltato dalle cimici dei Ros – non solo afferma di «essersi già recato ad Archi per cercare voti» ottenendo il sicuro appoggio di Pasquale Scarcella, imprenditore arrestato nell’ambito dell’operazione Vertice poiché ritenuto espressione del clan Condello, ma esplicitamente chiede a Barbieri quali siano le intenzioni elettorali di «compare Cosimo», al secolo il boss di Sinopoli, Cosimo Alvaro. Ma questo non è l’unico nome noto agli investigatori che finirà nella lista di “grandi elettori” di Flesca e Barbieri. Insieme a lui ci sono anche Roberto Morgante, nome noto della ndrangheta reggina, il capo locale di Catona, Santo Le Pera, così come Giovanni Siclari, all’epoca chiacchierato imprenditore, già indagato per associazione mafiosa, oggi imputato in altro procedimento come imprenditore di riferimento dei clan della città. Allo stesso modo, grazie ai Barbieri, finiranno nella lista dei sostenitori di Flesca, anche l’ex dirigente capo area del settore Urbanistico al Comune di Condofuri, l’ingegnere Francesco Viglianisi, e persino gli stranieri, come quel Redouane Fraoussy, lavoratore di origine marocchina, cui Domenico Barbieri – stando a quanto racconta al suo candidato, ascoltato dal Ros – avrebbe ordinato a brutto muso di procacciargli “almeno nove voti”. Preferenze cui – assicura all’epoca Flesca – si aggiungeranno quelle dei carabinieri della stazione di Catona, grazie all’appoggio del comandante dell’epoca, il maresciallo Carmelo Antonio Sberna. Un endorsement che stupisce Barbieri – sintetizza, quasi irritato, oggi in aula Giardina, ricordando le parole che Flesca ai tempi dell’indagine sceglie per rassicurare il suo interlocutore: «Sberna è uno... , ed uno serio ed io onestamente l`ho sempre favorito». Ma saranno le conversazioni successive, a urne ormai chiuse, a chiarire a investigatori ed inquirenti la ragione per cui i Barbieri tanto si erano impegnati per l’elezione di Flesca. È infatti a loro – ed in particolare a Vincenzo – che il politico riferisce tanto le turbolenze che inizialmente si registrano nella coalizione di centrodestra che si è affermata alle elezioni, in seguito messe a tacere con opportune nomine riparatrici, tanto i futuri assetti di Giunta. Ed è – sottolinea Giardina – con estrema soddisfazione – che Vincenzo Barbieri sembra accogliere la notizia che il “suo” candidato Flesca avrebbe continuato a ricoprire lo stesso incarico, con in aggiunta – stando alle rassicurazioni dell’allora sindaco, Giuseppe Scopelliti - la delega ufficiale per intrattenere i rapporti diretti con Acque Reggine e Multiservizi. Circostanze che puntualmente si verificheranno e che non potranno che far piacere ai Barbieri che con le loro società operavano proprio alle dipendenze dell’azienda Acqua reggine. Tuttavia, è proprio nell’ambito di quella conversazione – riferisce Giardina – che Barbieri farà riferimenti sibillini ed inquietanti, che sembrano prefigurare una ragnatela di contatti che va ben oltre il “suo” consigliere . A uno zelante Flesca, l’odierno imputato chiederà infatti prima se il Sindaco fosse a conoscenza di una non meglio specificata “faccenda”, quindi l’esito di una conversazione con l’allora city manager e braccio destro di Scopelliti, Franco Zoccali. Particolari cui oggi il colonnello Giardina è riuscito solo ad accennare, ma che in occasione della prossima udienza – ha anticipato il pm Lombardo – verranno debitamente approfonditi. (0090)

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  • Occhiello Il colonnello ricostruisce, in aula, i legami tra l`ex consigliere comunale Flesca e i fratelli Barbieri: per il politico reggino un appoggio incondizionato
Lunedì, 20 Gennaio 2014 20:34

Galati lancia Abramo per le europee

CATANZARO «Confermo quanto avevo detto ad elezioni amministrative avvenute nel capoluogo di Regione: Sergio Abramo è il sindaco della sana progettualità, che guarda al presente ed alle prospettive di sviluppo futuro della città di Catanzaro». È quanto afferma in una nota il deputato di Forza Italia, Giuseppe Galati, circa la conferenza stampa di inizio anno tenuta dal primo cittadino di Catanzaro. «Nonostante la non facile situazione economico-finanziaria ereditata, il sindaco Abramo - aggiunge - è riuscito a dare esecuzione a progetti ed a programmarne altri per il prossimo futuro, i quali porteranno ad un ulteriore sviluppo della città in settori cardine come quello dei trasporti, dell`ambiente, dello sviluppo socio-economico, della cultura e formazione e della sanità. A tutto ciò occorre considerare le ricadute in termini occupazionali che processi di questo tipo comportano. Si tratta di un modo sano di fare politica: le difficoltà pregresse ereditate, oggettivamente esistenti, non hanno fermato il primo cittadino, anzi lo hanno spinto a cercare le soluzioni più idonee per fare ripartire il capoluogo di regione, valorizzandone le peculiarità e cercando la strada migliore per ottenere risultati rilevanti nel presente e nella programmazione del futuro».
«Certo - prosegue Galati - sono state adottate decisioni importanti per evitare il dissesto, ma il sindaco Abramo ha dimostrato che gestire l`amministrazione della cosa pubblica in un Comune implica scelte repentine e oculate. Non ha sposato la politica del lamento continuo sulle criticità lasciate dalle gestioni precedenti, ma ha incarnato, come nel precedente mandato, lo spirito di chi è chiamato a svolgere una funzione pubblica dando risposte alla collettività. Con queste credenziali tutto il centrodestra può puntare sul sindaco di Catanzaro in prossime competizioni elettorali per incarichi più prestigiosi». (0030)

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  • Occhiello Il deputato di Forza Italia tesse le lodi del sindaco di Catanzaro: «Tutto il centrodestra può puntare sul sindaco di Catanzaro in prossime competizioni elettorali per incarichi più prestigiosi»
Lunedì, 20 Gennaio 2014 20:31

Bruciato uno studio medico a Siderno

L`automobile e alcune stanze dello studio medico di Caterina Morabito sono stati incendiati nella notte a Siderno. La vettura era parcheggiata a poca distanza dall`ingresso dell`abitazione del medico, mentre lo studio si trova a poca distanza dalla stazione ferroviaria. Sui luoghi dei due danneggiamenti si sono recati i carabinieri di Siderno, che hanno avviato le indagini. (0080)

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  • Occhiello In fiamme anche l`automobile parcheggiata sotto l`abitazione della dottoressa, indagano i carabinieri

LAMEZIA TERME (CATANZARO) La sezione regionale di Controllo della Corte dei Conti di Catanzaro ha bocciato il piano triennale sui debiti del Comune di Lamezia Terme. La delibera della Corte dei conti è stata anticipata via fax al sindaco, Gianni Speranza.
«Questa sera - è scritto in una nota anticipa via fax - la delibera della Corte dei Conti n. 4/2014 con la quale  si conclude da parte della Sezione regionale di controllo dell`iter avviato nel 2013. Come già accaduto per altri Comuni, la Corte non ha ritenuto sufficiente il Piano triennale approvato dal consiglio comunale, attivando le procedure di legge».
«Il sindaco - conclude la nota - ha immediatamente riunito la giunta per valutare tutte le iniziative utili ad evitare la dichiarazione di dissesto che la città non merita, così come ribadito pubblicamente nelle scorse settimane». (0020)

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  • Occhiello Il sindaco convoca la giunta comunale per attivare le iniziative utili a evitare il dissesto
Lunedì, 20 Gennaio 2014 20:02

Questione atavica

«Sgombriamo il campo» è la campagna che da tempo la Cgil ha alimentato per combattere la ghettizzazione, il degrado e lo sfruttamento. Ogni anno, però, siamo punto e a capo. Sgombriamo il campo, anche dalle facilonerie e dalle parole al vento che giornalmente vengono pronunciate dalla classe politica e dirigente, dagli istituti di ricerca che, nei fatti, lavorano per loro, limitandosi, il più delle volte a fotografare la realtà senza suggerire concretamente proposte perché la Calabria salga qualche gradino nella graduatoria del Pil pro capite. È possibile che da tempo immemore, Campania a parte, il Prodotto interno lordo dei calabresi sia tra i più bassi d’Italia? Poco più di sedicimila euro. Ha rilevato Pietro Bellantoni che l’ultimo report dell’Istat, che prende in esame gli anni dal 2010 al 2012, consegna un quadro impietoso sui conti economici della regione distanti anni luce dalla “prima della classe” – la provincia autonoma di Bolzano – nella quale il Pil raggiunge i 37mila euro contro i 31mila della Calabria, quanto a redditi da lavoro dipendente. Due nazioni diverse, scriveva tempo fa Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera, il Nord e il Sud. Alla ricerca del Sud perduto hanno scritto i due editorialisti del giornale di via Solferino (ancora per poco), Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella. La Calabria va indietro del 3,2 per cento ­– ha rilevato l’Istat – che incide sui consumi delle famiglie, che non ricevono una spinta verso l’alto neanche dall’agricoltura, dall’industria, men che meno dalle costruzioni, settori, questi ultimi, che subiscono contrazioni di non poco conto. Anche per questo, a rimescolare nei bidoni della spazzatura, o a rubare il rame dell’Enel, non ci sono più rumeni o polacchi, ma anche calabresi alla ricerca dell’euro di sopravvivenza. Oltre al rame, che al mercato nero è super pagato, adesso si accontentano dell’alluminio, da rivendere, o di qualche vestito o maglione da indossare, che il “povero” calabrese butta comunque. È vero che sono nati anche in Calabria vari negozi di usato, outlet o vintage, come fa “fino” chiamarli, ma siccome vergogna e rossore, ancora per poco, ci contraddistinguono, abbiamo trovato l’escamotage di andare verso altre province, dove nessuno ti conosce per comprare cappotti, giacche e camicie “di seconda mano”, mentre i negozi alla moda quando non chiudono soffrono la penitenza dell’assenza di acquirenti o ricevono le illusioni di chi si diletta a fare “window shopping”, cioè guarda e non acquista. Si fa un’idea della “moda del dì”, giusto per sapere. Proprio come quel poveretto, dice la barzelletta, che si mangiava il panino dietro le finestre della cucina di un ristorante, per intingerlo dell’odore dell’arrosto, ma che è stato redarguito dal proprietario che voleva essere pagato. E siccome il povero cristo non rubava nulla ha pagato il ristoratore facendogli sentire il rumore di un “dieci lire”, sbattuto per terra. All’odore dell’arrosto, il tintinnio del soldo! E dire che fa un freddo polare, in tutta Italia. Non è vero. Se al Nord è suggestivo il panorama di cime innevate (da noi, pure, ma non si può usare lo skylift perché non funziona), da noi è gelo. E che ci sia differenza fra freddo e gelo, lo recita perfino il Te deum natalizio! Al freddo si risponde con la coperta e i calzettoni, al gelo coi termosifoni! E come si pagano? Con quali euro? Stipendi, salari e pensioni vengono inghiottiti dalla marea di nuove tasse, frutto anche di larghe o strette intese. E i disoccupati, i cassintegrati, gli esodati come fanno? La colpa dell’immenso debito pubblico, frutto di decenni di pazza gioia, adesso si riverbera su tutti noi, colpevoli, per la statistica, di aver prodotto i danni economici di cui ogni giorno ascoltiamo e leggiamo, dati e consistenza. E allora tiriamo fuori, per riscaldarci momentaneamente, la cara vecchia borsa calda, se non si è ossidata. Il termosifone rimane spento. Ecco perché, scriveva Ernesto Mezzetti sul Corriere del Mezzogiorno, «se tutto il Paese ha freddo, al Sud la temperatura è gelida. Finanche in Calabria che, almeno in questo, sembrava non essere interessata, alluvioni a parte». Mezzetti non può che rilevare come al Nord – Lega docet – dei problemi del Sud se ne fregano (“C... loro”). E al Sud, nonostante tutto, si sceglie o si fa finta di non capire, anche perché non registriamo comportamenti conseguenti. Almeno a livello di responsabilità politica o di gestione del territorio. Ed ecco che non si può non parlare di indifferenza del Nord che si somma alla colpevole, atavica, inefficienza meridionale. «Al di fuori di casa mia, dove cade, cade» sembrano dire i nostri corregionali, facendo finta di non sapere che «oggi tocca a me, domani a te». Chi l’avrebbe mai detto che a Catanzaro, e non solo, si fosse tornati in periodo di guerra? Si è stati costretti a fare incetta di beni di prima necessità, a trasferirsi, per paura, da parenti o amici o, per chi poteva, in albergo per salvaguardare la pelle! Ecco che è riemersa, ma era solo sopita, tutta intera la “questione meridionale”: a distanza di tanti decenni, le industrie non ci sono, o peggio sono venuti i “prenditori” della 488, e sono scappati col bottino; il turismo, nonostante ogni sforzo politico-burocratico langue, come ha messo in evidenza il presidente della Camera di commercio reggina, Lucio Dattola. E l’agricoltura? Meglio non parlarne. Si vive, insomma, una sorta di dimensione parassitaria che, unita all’impotenza politico-burocratica, non può farci sorridere. Eppure, il sorriso è vita! Ma non per tutti! E il 2014 ci sorriderà? È un augurio! (0050)

                                                                       *giornalista

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  • Occhiello di Gregorio Corigliano*
Lunedì, 20 Gennaio 2014 19:56

Il tabù dell`antimafia

Quando crollano, i tabù fanno rumore, molto rumore. Questa volta è crollato il tabù dell’antimafia della società civile. Creato e alimentato da stampa e televisione, utile, utilissimo, per rapide e inopinate fortune, ma da un pò di tempo traballante e incerto. Il crollo era nell’aria e questo giornale, occorre riconoscerlo, lo ha certamente preparato, nel suo piccolo, segnalando più volte incongruenze, debolezze, strumentalizzazioni di movimenti che sotto la larga e generosa coperta dell’impegno antimafia, perseguivano interessi personali di vario genere, da quelli economici a quelli politici. Di recente, nell’ultimo dei miei contributi, avevo accostato il tema dell’Antimafia istituzionale a quello dell’antimafia espressione della società civile, per rilevarne comuni criticità e contraddizioni. Subito dopo si è aperta, su importanti testate nazionali, una discussione, per la prima volta impietosa, circa la natura, la funzione, il senso complessivo dell’antimafia della società civile, dei suoi tanti volti, della sua decadenza, di cui sono espressione, certamente non causa, le recenti vicende giudiziarie che hanno riguardato due donne, “impegnate”, l’una a livello istituzionale, come sindaco di un comune ad alta densità mafiosa, l’altra a livello culturale e sociale. Si prescinde in questa sede dalle accuse che gli uffici di Procura hanno mosso e che hanno determinato l’adozione di misure restrittive della libertà personale, per avviare invece una riflessione più complessiva sul fenomeno dei movimenti antimafia e sulla crisi nella quale versano e non da poco, crisi che è facile presagire irreversibile, almeno per buona parte di essi. Già nel settembre 2012, su Cosa Grigia, Giacomo Di Girolamo dedicava un intero capitolo, dal titolo “L’umore grigio dell’antimafia”, proprio a questo tema con notazioni di grande interesse, che rompevano, forse la prima volta, le chiassose, elogiative e  sperticate lodi che il mondo della comunicazione, della politica, e delle istituzioni, dedicava, senza distinzioni, ad ogni movimento grande o piccolo che si autodefinisse “antimafia”. È utile rilevare che, se anche la contestazione riguarda i movimenti antimafia nel loro complesso, è alla Calabria che sono rivolti gli sguardi, dal momento che le smagliature maggiori si sono verificate in questa sfortunata regione, a riprova del degrado che la sommerge ogni giorno di più. Facciamo dunque un tentativo per cercare di comprendere le cause dello sgretolamento progressivo dell’antimafia calabrese, che aveva avuto il suo momento più alto subito dopo l’omicidio di Francesco Fortugno, nell’ottobre del 2005, per poi abbandonare le spinte ideali che l’avevano caratterizzata all’inizio, (almeno così si pensava) per avviarsi assai rapidamente verso derive di subordinazione a logiche politiche, a ricerca di benefici economici e personali, utilizzando a tali fini, la grande attenzione mediatica che la circondava e qualche volta la strumentalizzava cinicamente. Al di là dei comportamenti personali, che pure hanno avuto un peso determinante nel triste epilogo di fine anno (sotto questo riguardo le vicende di Carolina Girasole e di Rosy Canale sono illuminanti), vi sono motivi strutturali che, pur riguardando l’intero territorio nazionale, sono anch’essi di maggior rilievo in Calabria. I movimenti antimafia di cui si parla oggi sono quelli nati dopo le stragi del 1992-93. Prima ce n’erano stati in Sicilia, soprattutto, ma erano una cosa diversa da quelli dell’ultimo ventennio. Intendevano contrastare le mafie così come si erano manifestate per decenni e come erano viste e vissute nell’immaginario popolare: le mafie dei sequestri, delle cruenti guerre interne, dei brutali omicidi e dell’uccisione di magistrati, politici, imprenditori, giornalisti che si opponevano ai loro disegni. Per anni, da tutta Italia intere scolaresche si recarono, guidate dai loro migliori insegnanti, nelle “terre di mafia”, a Corleone, Alcamo, nei quartieri più tristemente noti di Palermo (Brancaccio, Zen, Oreto, eccetera) per vedere i luoghi degli episodi più eclatanti della presenza mafiosa. In Calabria il luogo prediletto fu San Luca, quindi Rosarno, e altri ancora. Nel corso degli anni, poi, i lusinghieri risultati processuali, ma più ancora, le misure cautelari, le misure patrimoniali di sequestro e confisca, le catture dei latitanti, le dichiarazioni dei numerosi collaboratori di giustizia, avevano creato il convincimento (non sempre in buona fede) che la “lotta” alla mafia si fosse avviata verso esiti di vittoria irreversibile e del correlato tracollo di Cosa nostra, ’ndrangheta e camorra. Qualcuno ne aveva fatto oggetto di un imprudente comunicato ufficiale. Da qui, una sorta di trionfalismo appena dissimulato; un’attività frenetica di cerimonie di premiazione (proprio così) agli eroi di questa battaglia, ormai prossima alla conclusione,  magistrati, poliziotti e giornalisti, compresi  quelli appena arrivati e prima ancora di verificarne  capacità e impegno, una sorta di cooptazione preventiva nella squadra dell’antimafia militante. Nel corso di tali cerimonie, organizzate in tutto il Paese, con i più vari pretesti, con grande e ben programmato clamore mediatico, si assisteva alla lettura dei bollettini della vittoria (la frase più ricorrente era di mafie  «sgominate»). Gli interventi erano tutto un incrocio di elogi, di rallegramenti, di reciproca incensazione, al quale, purtroppo, pochissime, da parte della politica e della stampa, sono state le voci di dissenso, per il metodo e per i contenuti che venivano diffusi. Presto politici di lungo corso, anche quelli interessati direttamente da indagini, da collegamenti a rischio, da dichiarati benefici elettorali, capirono che quelle occasioni non potevano essere trascurate. Farsi vedere insieme ai magistrati, ai questori, ai giornalisti più accreditati, sullo stesso palco, intorno a uno stesso tavolo, era un formidabile mezzo di legittimazione e di precostituzione di titoli “antimafia”, da spendere all’occorrenza. In questa festa continua, di viaggi su treni e navi della legalità, si possono riconoscere molti buoni propositi, molti eccessi in buona fede, ma nello stesso tempo molte mistificazioni, come quelle sui nomi di Falcone e Borsellino, i cui nomi vengono usati in maniera decontestualizzata, come se fossero eroi dell’antichità, da inserire nei libri di storia. Si è addirittura arrivati a trasformare i nemici di Falcone negli eredi di Falcone, operazioni giudiziarie del tutto ordinarie, per quanto positive,  in svolte epocali nella comprensione e nel contrasto dei fenomeni mafiosi. Mentre si consumavano sempre più stancamente questi riti, avveniva che le mafie da “lottare”, nel frattempo si erano trasformate, erano divenute altra cosa, quella “Cosa grigia”, di cui non si distinguono più i contorni, nella quale la confusione dei ruoli è la caratteristica principale. Non più vecchi padrini, con le mani macchiate di sangue, ma distinti uomini d’affari, presenti in tutte le piazze finanziarie internazionali, nella politica, e con ruoli non certo secondari, nelle logge massoniche, nelle anticamere dei ministeri, nei consigli comunali e regionali, nei consigli di amministrazione delle società partecipate. Un tale mutamento ha messo definitivamente in crisi sia i baldanzosi bollettini di vittoria, sui quali tuttavia si sono costruite carriere giudiziarie e amministrative, sia la possibilità di individuare un “nemico” visibile e lontano. È assai difficile organizzare una marcia della legalità sia a Buccinasco che a Corleone, sia a piazza degli Affari che a San Luca. Divenne così possibile che i movimenti antimafia fossero piegati a logiche clientelari, mediante l’uso spregiudicato di generosi finanziamenti, cooptazioni politiche. Ho già detto che il certificato di scioglimento porta la data di settembre 2012, con la firma dei movimenti antimafia sul famoso manifesto contro l’ipotesi di scioglimento del Comune di Reggio Calabria per infiltrazioni mafiose. E da allora nessuno di loro ebbe più nulla da dire; si salvarono, pur tra imbarazzanti contraddizioni, le cooperative create da Libera per la gestione dei terreni confiscati ai mafiosi o presunti tali. Non sono personalmente d’accordo nell’accomunare in un giudizio negativo le presenze di operatori della giustizia o dei corpi di polizia nelle scuole per parlare agli studenti dei valori costituzionali della legalità e del pericolo rappresentato per la nostra democrazia dalla presenza delle mafie. Ad una condizione: che si tratti iniziative che giovino agli studenti e non a chi le tiene. Se infatti accade che della presenza di questo o quel magistrato in una determinata scuola d’Italia, un diligente ufficio stampa provveda a darne informazione alla stampa il giorno prima e poi, darne ampio resoconto il giorno dopo, allora qualche sospetto di personalismi appare legittimo. Il dibattito si è aperto, ma l’interesse, dopo la fiammata iniziale, è destinato scemare, in un momento nel quale la prevalenza dell’interesse nazionale è tutto rivolto ai temi dello sviluppo, della crescita dell’occupazione, del lavoro. Sulla giustizia, si parla molto di una (ulteriore) riforma del processo civile e ben venga se abbrevierà la sua durata, soprattutto in grado di Appello. Molto meno, si parla del diritto e della procedura penale. Si ipotizza la reintroduzione del patteggiamento in Appello, sempre a fini di velocizzare i tempi dei processi, dimenticando che era stato abrogato a furor di popolo, per i guasti che aveva provocato, sommando i benefici dei riti abbreviati già goduti in primo grado, con gli ulteriori benefici derivanti dal patteggiamento in secondo grado. L’unica a non essere modificata è la prescrizione, assente nella maggior parte dei Paesi occidentali (non parliamo degli altri). Se poi dovessero aggiungersi amnistia e indulto, allora il rischio è di rendere processo e sentenze inutili esercitazioni accademiche virtuali, prive di efficacia deterrente e punitiva. (0050)
                                                               *magistrato

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  • Occhiello di Vincenzo Macrì*
Lunedì, 20 Gennaio 2014 19:52

Come pugili suonati

Due pugili ai rispettivi angoli che assumono i consigli dei loro secondi. Il gong della prima ripresa. Un pugile mena forte e l`altro incassa (male). Gong, ritornano agli angoli. Il pugile già gonfio chiede al secondo come stia andando l’incontro. Il secondo: stai andando forte! Il gong della seconda ripresa. L`energumeno comincia a rimenare, l`altro a farsi male. Gong, ritornano agli angoli. Il secondo lo tranquillizza: resisti così lo batterai! Gong della terza ripresa. Il pugile cattivo inonda di destri e sinistri l`avversario che comincia a sanguinare copiosamente. Gong, ritornano all`angolo. Il pugile, quasi massacrato, al secondo: come sto andando? Il secondo deluso della brutta prestazione del suo allievo: se l’ammazzi vai pari! È la storiella che mi ha raccontato allo scoccare del nuovo anno il Gattoparroco che, giova ripeterlo, è il felino urbano libero di circolare ovunque e di frequentare, solitamente bene accolto, le “parrocchie” che contano, laiche e cattoliche. Una sorta di marziano prodotto sulla Terra dall’insieme di ciò che fu il Principe Giulio Fabrizio Tomasi di Lampedusa, protagonista del più nobile Gattopardo, e i tanti parroci di campagna, di quelli che furono i protagonisti del successo della democrazia cristiana nella provincia italiana. Insomma, di chi – da una parte – vive all’insegna del motto “noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra” e di chi - dall’altra - vive accontentando i potenti di turno, quelli che hanno anche recentemente scoperto e imposto lo droit du seigneur, così come estremizzato (ma non tanto) nella stupenda omonima opera di Vasilij Dmitrievi? Polenov. Una storiella che calza con quanto sino ad oggi successo, sopportato e patito dal cittadino comune. Da quello che continua a fare ciò che ha sempre fatto: a) perché spinto a ciò dai suoi secondi, seduti all’angolo della loro vita; b) perché obbligato dalle circostanze (così si chiamano anche i ricatti, velati e non, di chi esercita anche un centimetro di potere verso i deboli); c) perché consigliato male dal piccolo “piovano”, di campagna e di città, divenuto con il passare dei tempi un Giano bifronte, metà pastore dell’anima e metà mediatore dei corpi (Tarantini docet), sviluppando fortune esercitando il mercato degli uomini in senso lato e del loro consenso all’ingrosso. Quindi: se l’ammazzi vai pari! È ciò che occorrerebbe minacciare ai nostri figli incapaci di lottare e di decidere del loro futuro. È ciò che bisognerebbe avere il coraggio di confessare (ai figli e ai nipoti), quale risultato conseguito negli anni che si sono succeduti alle lotte di piazza giovanili. Quelle rivendicazioni non affatto seguite dalla capacità di trasformare la giusta protesta in reale proposta. Quelle manifestazioni di piazza, ricche di tanta passione e voglia di futuro, alle quali hanno fatto seguito i santoni di ieri: quelli che hanno ridotto il Paese com’è e il Sud che stenta ad esistere. A seguito di tali riflessioni, nella serata di fine d’anno, trascorsa per la prima volta in compagnia del Gattoparroco e di alcuni giovani, di dimostrata capacità professionale e ricchi di buon senso, ma soprattutto dotati di intelligenze indipendenti, è venuta fuori una stupenda preghiera. Una orazione ricca di futuro e povera di passato. Di quelle che sarebbero piaciute molto a Papa Francesco e, una volta, anche a Giorgio Napolitano, versione vintage. Che il 2014 sia un anno giovane per i giovani! Per quelli che chiedono lavoro. Per quelli che cercano la dignità messa da parte. Per quelli che vogliono la speranza. Un anno nuovo come non mai. Ricco di grandi sorprese. Ove non ci sia più un Governo del Paese che debba fare diventare ogni legge importante il solito pozzo di San Patrizio utile ad accontentare tutte le “cosche” locali della politica, facendo diventare un buon progetto legislativo un incubo. Ove non ci siano più gli apparenti difensori della solita democrazia reale e realizzata, quelli votati a fare passare la preferenza come la medicina del male, dimenticando che essa ha costituito il male della vecchia politica, a cominciare da Achille Lauro. Quella preferenza non esercitata “liberamente” che ha invece costituito il bene del vecchio Pci (ma anche del vecchissimo Psi), che si assumeva la responsabilità di scegliere i suoi migliori (che furono, solo per fare qualche esempio, i Terracini i Pajetta, gli Amendola, gli Ingrao, il grande Berlinguer). Sono i partiti che devono tornare ad essere tali. Ad assumersi la responsabilità di scegliere i migliori e i trasparenti e a mettere da parte i peggiori e gli opachi dei quali siamo pieni in Calabria. A sfidare la condivisione democratica e a mettere in gioco con essa la loro esistenza e il loro successo. Ad avere coraggio di fare le riforme, quelle vere, e non solo ad invocarle inutilmente. A mettere in discussione le procedure legislative e la esistenza delle istituzioni, fino ad arrivare a pensare se vale la pena mantenere le Regioni, vera fonte della maladmnistration della res pubblica nonché regine dell’indebitamento palese e occulto. Solo così si riuscirà a respirare aria di buona politica e di speranze. Renzi ha voluto la bicicletta! Tutti (o quasi) abbiamo contribuito a dargliela. Pedali pure, sperando di trovare, di qui a poco, il Bartali della rinascita del Paese. (0050)
                                                            *docente Unical

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  • Occhiello di Ettore Jorio*

Con il patteggiamento della pena a due anni e sei mesi si è chiuso il procedimento giudiziario nei confronti di Paolo D`Antona, il 33enne, che il 16 luglio del 2012 investì e uccise il 17enne Raffaele Musolino. La richiesta di patteggiamento è stata avanzata dai difensori di D`Antona, gli avvocati Antonio Lomonaco e Gianfranco Marcello. Il 33enne catanzarese dovrà pagare 1600 euro di ammenda e gli è stata revocata la patente. Le accuse nei suoi confronti erano di omicidio colposo e guida in stato di alterazione psicofisica.
Il tragico incidente avvenne poco dopo le 22 del 16 luglio 2012, D`Antona alla guida di una Bmw travolse nel centro abitato di Montepaone il 17enne Raffaele Musolino e suo cugino Antonio, di 27 anni. Il più giovane morì sul colpo. D`Antona venne tratto in arresto e posto ai domiciliari dopo che le analisi del sangue confermarono un tasso alcolemico superiore al consentito. (0080)

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  • Occhiello Si chiude il procedimento giudiziario nei confronti del catanzarese Paolo D`Antona accusato di omicidio colposo per l`incidente che costò la vita a Raffaele Musolino
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