Corriere della Calabria - Articoli filtrati per data: Giovedì, 30 Gennaio 2014
Giovedì, 30 Gennaio 2014 20:52

«Lo Giudice, ritrattazione poco credibile»

REGGIO CALABRIA «La Corte ritiene che la ritrattazione contenuta in detto memoriale non sia assolutamente in grado di scalfire l’attendibilità delle dichiarazioni del Lo Giudice». Sono netti i giudici della Corte d’appello di Reggio Calabria nel valutare il primo memoriale che l’ex collaboratore Nino Lo Giudice si era lasciato alle spalle, all’indomani dalla sua fuga dal sito protetto, e che su richiesta dei legali era stato acquisito agli atti del procedimento d’Appello con rito abbreviato, che ha visto alla sbarra non solo l’ex pentito, ma anche il cugino, Consolato Villani, insieme a fiancheggiatori e sodali del clan.

Una ritrattazione scottante ma «poco credibile»
Un documento scottante, con cui Lo Giudice non solo aveva ritrattato tutto quanto detto in precedenza, ma aveva anche accusato i magistrati che all’epoca lo gestivano – l’allora procuratore capo, Giuseppe Pignatone, il suo aggiunto Michele Prestipino e la sostituto Beatrice Ronchi – di averne condizionato la collaborazione, inducendolo ad «accusare innocenti». Ma soprattutto, un documento che smentiva rotondamente alcune delle accuse rivolte agli imputati del procedimento abbreviato, fra cui l’illecito possesso di armi. «Le armi acquistate in Austria (e che la Ronchi mi informò che forse mi stavo sbagliando sulla provenienza, suggerendomi che tali armi erano state acquistate a Reggio Emilia) – sottolineava il Nano in quelle carte – all’acquisto di tali armi non era presente mio fratello Luciano, né servivano a me, ma erano armi detenute legalmente come ho sempre detto, l’unico proprietario era Antonio Cortese perché era appassionato di caccia».
Affermazioni che però per la presidente Iside Russo e i consiglieri Francesco Petrone e Massimo Gullino – che hanno scritto la sentenza prima che il Nano venisse riacciuffato – non hanno alcun peso per «molteplici ragioni». Fra tutti, a rendere «poco credibile la ritrattazione» dell’ex collaboratore sono in primo luogo i «motivi e dalle circostanze dell’improvvisa sparizione (…) al momento della presente pronuncia del tutto oscuri». Alla Corte, si legge nelle motivazioni della sentenza, non è infatti dato sapere dato sapere se la sparizione del Nano «sia dipesa da una scelta volontaria, indotta o forzata, né quali siano state le reali motivazioni». Inoltre, «il tenore complessivo del memoriale non può non suscitare forti perplessità sulla sincerità di quella ritrattazione, stante la presenza di intrinseche incongruenze e lacune».

Incongruenze e lacune nel memoriale del Nano
Nel memoriale - si sottolinea – infatti «non viene per nulla spiegato per quali ragioni gli inquirenti avrebbero dovuto indurre il collaboratore ad accusare persone innocenti e specificamente, quelle persone che lui prima aveva chiamato in causa», così come «piuttosto generico» è a detta della Corte l’esasperato «sentimento di vendetta e invidia nei confronti di familiari e amici» che avrebbe indotto il Nano a formulare false accuse nei loro confronti. Ancor più evidenti sono, a detta dei giudici, le contraddizioni in cui l’ex collaboratore sarebbe incappato nel ritrattare quanto detto in precedenza, soprattutto in relazione all’esistenza di un clan Lo Giudice. Un dato affermato da una sentenza del ’93 già passata in giudicato, che già allora ne indicava Nino Lo Giudice come capo dell’omonima consorteria, ma che il Nano tenta invano di smentire.
Pur proclamandosi estraneo a logiche criminali – evidenzia la Corte -  non solo «afferma di essersi voluto vendicare di personaggi del calibro di Condello, Tegano e De Stefano, perché li considerava i responsabili dell’omicidio del padre, che evidentemente non doveva essere un quisque de populo nell’ambiente della `ndrangheta se lo stesso collaboratore è arrivato a ipotizzare che per la sua eliminazione si fosse scomodato il gotha della criminalità organizzata reggina», ma soprattutto «non esita a riferire di aver ricevuto dall’altro collaboratore Consolato Villani (guarda caso diventato improvvisamente l’unico criminale con cui egli abbia avuto a che fare) le rivelazioni su un duplice omicidio ai danni di rappresentanti delle forze dell’ordine e su un altro assassinio, notizie che sicuramente non rientrano nel mero pettegolezzo da cortile o nel gossip di cui si legge nelle riviste specializzate, ma possono essere solo il frutto di una comune, collaudata militanza criminale, tale da giustificare le confidenze su fatti di tale gravità».

Inquirenti e indagini
Uno stringato passaggio i giudici lo dedicano infine agli inquirenti accusati da Lo Giudice di averne condizionato la collaborazione. Senza entrare nel merito di quanto riferito dall’ex collaboratore nel memoriale, la Corte spiega che «le persone da lui accusate di avere esercitato pressioni per costringerlo ad accusare persone innocenti sono rappresentanti delle istituzioni della cui correttezza non vi è ragione di dubitare». D’altra parte la ritrattazione del collaboratore, per la Corte d’appello reggina «entra in stridente contraddizione con il contenuto prudente e puntuale di quelle accuse e con gli specifici e concreti riscontri che esse hanno ottenuto in esito alle indagini». Tutte osservazioni che hanno indotto i giudici a ritenere «che vada sicuramente confermata l’attendibilità delle accuse rivolte da Antonio Lo Giudice nei confronti degli odierni imputati».
Sono queste in estrema sintesi le motivazioni che hanno indotto i giudici della Corte d’appello reggina a emettere una sentenza che se da una parte ha stravolto le decisioni del procedimento di primo grado istruito anche grazie alle rivelazioni di Lo Giudice, stabilendo sostanziali riduzioni di pena per tutti gli imputati e la clamorosa assoluzione di Consolato Romolo, dall’altra ha riconosciuto lo sconto di pena riservato ai collaboratori a Nino Lo Giudice e Consolato Villani, affermandone dunque l’attendibilità.

Una sentenza superata dagli eventi?
Una pronuncia che però risente del momento storico in cui quel dispositivo è stato emesso. All’epoca – era il 30 ottobre 2013 – l’ex collaboratore era ancora in fuga, ricercato attivamente da investigatori ed inquirenti. Solo quindici giorni dopo sarebbe stato catturato alla periferia nord di Reggio Calabria e immediatamente sottoposto a un serrato interrogatorio dagli inquirenti della Procura reggina e catanzarese che da mesi gli davano la caccia. In una delle stanze della Questura, di fronte ai procuratori della Repubblica di Reggio Calabria, Federico Cafiero De Raho, e di Catanzaro, Vincenzo Lombardo, all’aggiunto Ottavio Sferlazza, e ai sostituti Giuseppe Lombardo, Giovanni Musaro?, Antonio De Bernardo e Gerardo Dominijanni, il Nano ha iniziato a chiarire i motivi che lo hanno indotto ad abbandonare il luogo protetto e darsi alla latitanza, confermando quanto sul punto aveva gia? anticipato nei due memoriali con cui aveva rotto quel silenzio di cinque mesi. Due scritti di cui ha rivendicato la paternita? e che avrebbe redatto in momenti diversi, ma comunque da solo e senza alcuna assistenza. Allo stesso modo, da solo e senza allertare nessuno si sarebbe allontanato dal luogo protetto.
Una ricostruzione zoppicante, confusa che sembra non aver convinto gli inquirenti, che però  proprio in chiusura dell’interrogatorio dal Nano ottengono una fondamentale informazione.  Rispondendo a una domanda del sostituto procuratore Giuseppe Lombardo, Nino Lo Giudice ammette candidamente: «Quando ho reso dichiarazioni alcune cose a mia conoscenza non le ho riferite». «Lei ha riferito i fatti.. tutti?», lo incalza il procuratore capo della Dda, Federico Cafiero de Raho, cui Lo Giudice risponde chiaramente: «No, no». Un no su cui molte difese sono pronte a fare leva per ribaltare le sentenze fino ad oggi emesse sulla base delle rivelazioni del Nano. Un no che solo il Nano potrebbe spiegare. Ma – almeno per adesso – in pubblica udienza, l’ex collaboratore ha scelto il silenzio.

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  • Occhiello I giudici della Corte d`Appello smontano il memoriale scritto dal Nano dopo la fuga dal sito protetto: «Il suo tenore suscita forti perplessità». E sottolineano incongruenze e lacune del documento

CATANZARO «Nella prossima settimana potrebbero esserci novità in merito all`accreditamento della Fondazione Tommaso Campanella e alla modifica del decreto 123 con cui la Regione può risolvere i problemi economici del Polo per la ricerca sul cancro consentendo, inoltre, il trasferimento delle Unità operative non oncologiche all`Azienda ospedaliero-universitaria Mater Domini». Lo ha affermato il sindaco di Catanzaro, Sergio Abramo, a conclusione di un incontro che ha avuto stamattina, al Dipartimento regionale Tutela della salute, con il dg Bruno Zito, ed al quale hanno preso parte il presidente della Fondazione, Paolo Falzea, e il consigliere d`amministrazione Antonio Minniti.
«I primi giorni di febbraio - ha aggiunto Abramo – saranno cruciali per la definizione del percorso di salvaguardia della Fondazione Campanella e dei suoi dipendenti, che non potrà concludersi se non viene messo a punto l`accreditamento, essenziale a garantire la sopravvivenza economica della Fondazione e, ovviamente, dei suoi lavoratori. Fondamentale, inoltre, perché attendiamo la modifica del decreto 123, con cui la Regione deve poter consentire il transito delle Unità operative non oncologiche dalla Fondazione all`Azienda ospedaliero-universitaria Mater Domini».
«Si tratta - ha detto ancora il sindaco - di due passaggi imprescindibili l`uno dall`altro e altrettanto importanti perché potrebbero permettere all`importante presidio regionale per la cura e la ricerca sul cancro di continuare a operare senza tutti quei problemi che hanno rischiato seriamente di pregiudicare, negli ultimi anni, le sue funzioni di tutela dei pazienti oncologici calabresi».

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  • Occhiello Con l`accreditamento della struttura e la modifica del decreto 123 «la Regione può risolvere i problemi economici del Polo per la ricerca sul cancro»

CASSANO ALLO JONIO Ha ottenuto gli arresti domiciliari nella casa famiglia dove si trovano le altre due figlie, Antonia Iannicelli, mamma di Cocò Campolongo, il bimbo ucciso e bruciato a Cassano allo Jonio insieme al nonno ed alla compagna di quest`ultimo. Il tribunale dei minori di Catanzaro ha dato il via libera per consentire alla donna di raggiungere le due figlie. Antonia Iannicelli ha lasciato il carcere di Castrovillari, dove si trovava detenuta con il marito Nicola Campolongo. Già nei giorni scorsi i giudici avevano accolto l`istanza dei difensori per concedere la detenzione domiciliare. Nei giorni scorsi il leader del Movimento Diritti Civili, Franco Corbelli, aveva più volte rivolto appelli ai giudici perchè disponessero gli arresti domiciliari per la donna. Corbelli ha anche incontrato i genitori di Cocò, dai quali ha ricevuto una lettera indirizzata a Papa Francesco dopo che quest`ultimo aveva rivolto le sue preghiera all`Angelus di domenica. Antonia Iannicelli e Nicola Campolongo hanno anche espresso il desiderio di incontrare il Pontefice.

LE PRIME PAROLE DELLA MADRE
«Finalmente ho potuto riabbracciare le mie due figlie che mi hanno chiesto di non lasciarle mai più». È quanto ha detto Antonia Iannicelli, la mamma del bimbo di tre anni ucciso e bruciato a Cassano allo Jonio, dopo il suo arrivo nella casa famiglia dove sarà agli arresti domiciliari. La donna ha ricevuto la telefonata del leader del Movimento Diritti Civili, Franco Corbelli, al quale ha manifestato la sua commozione per avere potuto riabbracciare le figlie. «Ho sentito al telefono la mamma del piccolo Cocò - ha detto Corbelli - che è appena arrivata nella casa famiglia. Era serena, pur nel suo immane e indelebile dolore, di aver potuto riabbracciare le sue bambine che l`aspettavano con ansia. L`hanno abbracciata forte e le hanno chiesto di non lasciarle mai più. Antonia Iannicelli ha voluto ringraziarmi ed ora sono commosso e contento. Ho a lungo combattuto per far uscire dal carcere e riportare la giovane mamma del piccolo Cocò alle sue due figlie. Il risultato di oggi è per me motivo di gioia». (0090)

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  • Occhiello Antonia Iannicelli, madre del bimbo di tre anni ucciso e bruciato con il nonno e la sua compagna, ha lasciato il carcere di Castrovillari ed ha potuto riabbracciare le sue due figlie

Il pubblico ministero di Udine ha chiesto e ottenuto il proscioglimento dall`accusa di peculato per Raffaele Greco e Lorenzo Passaniti, rispettivamente presidente e direttore tecnico della cooperativa Nautilus coinvolta nella maxi inchiesta relativa alla bonifica della Laguna di Grado e Marano. Una realtà, quella vibonese, formata da 35 soci, con un valore annuo, fino al 2009, della produzione di 7,5 milioni di euro.
«Un epilogo che - ha spiegato Raffaele Greco in conferenza stampa alla presenza del presidente di Lega Pesca, Ettore Iannì - abbiamo cercato di scongiurare a ogni costo per tentare di dare continuità ad un patrimonio aziendale di professionalità e progetti. Nonostante il proscioglimento ciò ha rappresentato un prezzo che nessuno potrà mai risarcire quello pagato a causa del coinvolgimento nell`indagine, dei ritardi pesantissimi della giustizia nel definire l`archiviazione, del conseguente linciaggio mediatico cui la cooperativa è stata sottoposta: tutti fattori che hanno gravemente compromesso non solo le trattative in corso con banche e istituti di credito per scongiurare la liquidazione, ma anche bloccato l`iter di prestigiosi progetti approvati dal Miur, compreso un saldo di 1,4 milioni di euro per attività già realizzate, che avrebbe sicuramente fatto la differenza nell`affrontare le sopraggiunte difficoltà finanziarie».
Si tratta di un «ventaglio molto articolato di specializzazioni» che parte dalla maricoltura biologica, primo asset creato dalla Nautilus che ha permesso di dare vita al primo centro in Italia, fino ad arrivare alla nutraceutica, ovvero alla ricerca e all`estrazione e la valorizzazione di Omega3 dai prodotti ittici e di altre molecole cosiddette “buone”. Gli altri due asset, messi in vendita o in affitto mediante avviso pubblico con scadenza il 25 febbraio, sono la società proprietaria del Centro di ricerca e servizi per il controllo e la certificazione della qualità e della sicurezza alimentare denominata “Crescoma srl” e la storica divisione “Nautilus Ambiente”, leader nel settore delle ricerche oceanografiche con tanto di laboratorio ambientale e geotecnico, corredo strumentale per le indagini e le caratterizzazioni ambientali.
Greco ha ricordato alcuni progetti come ad esempio «il “Sigec” sul tema dell`erosione costiera dal valore di circa di 8 milioni di euro o il “Direct Food” sul tema della sicurezza e qualità degli alimenti dal valore di 9 milioni di euro, di un certo livello, unici non solo per la Calabria, ma per il mezzogiorno intero e che meritano di essere ripresi e completati con il contributo delle elevate professionalità specifiche che l`azienda ha saputo costruire». (0080)

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  • Occhiello Cade l`accusa di peculato per Raffaele Greco e Lorenzo Passaniti ma l`inchiesta ha «bloccato l`iter di prestigiosi progetti approvati dal Miur che avrebbero fatto la differenza nell`affrontare le difficoltà finanziarie».

ROMA Sulla revisione della geografia giudiziaria e il taglio dei tribunali «non ho problemi a riconoscere errori, ma ci vogliono verifiche attente. La commissione incaricata di monitorare gli effetti della riforma  ha terminato il suo lavoro, ma la relazione non mi è sufficiente perché continuano ad arrivare segnali contraddittori. Ci sono molte indicazioni di disagio, ma anche presidenti degli uffici accorpanti che dicono che va tutto bene. Anche l`Anm ha fatto una sua ricognizione che ho acquisito. Ora ho dato mandato ai nostri uffici ispettivi di andare a verificare direttamente». Lo ha annunciato il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri in commissione Antimafia, sollecitata dalle domande di diversi parlamentari sulle situazioni dei tribunali toccati dalla riforma.
Tra questi, quello di Rossano Calabro, su cui il ministro si è impegnato per una verifica attraverso
l`ufficio ispettivo. «Oppure - ha detto - devo vedere con i miei occhi: faremo anche questo, tanto c`è tempo fino a settembre» per apportare modifiche all`assetto della geografia giudiziaria.
«Quello di Rossano sarà il primo ufficio giudiziario in cui andremo a vedere», ha detto, assicurando da una parte la volontà di capire e risolvere eventuali criticità e dall`altra di evitare «che l`apertura di un fronte significativo di richieste apra una voragine».

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  • Occhiello «Quello di Rossano sarà il primo ufficio giudiziario che andremo a vedere»

CATANZARO Questa volta è toccato alla giunta anche se, per le altre nomine nella sanità, non era stato così. Colpa della poltrona più alta dell`Asp di Reggio Calabria, che rappresenta un`anomalia nelle anomalie del pianeta salute. Dopo l`affaire Squillacioti – la disputa giudiziaria con l`ex dg Renato Carullo, l`intervento della Procura di Catanzaro e le dimissioni recepite con oltre un mese di ritardo –, anche il primo giorno di Franco Sarica da commissario dell`Azienda è legato a un mistero burocratico. La notizia della sua nomina viene diffusa nel pomeriggio da Palazzo Alemanni: «La giunta regionale, riunita sotto la presidenza della vicepresidente Antonella Stasi, ha nominato Franco Sarica commissario dell`Asp di Reggio Calabria,per la durata di sei mesi». Perfetto, se non fosse che questa nomina spetterebbe al Commissario ad acta per il Piano di rientro, che è sempre Giuseppe Scopelliti, presidente della giunta (assente, però, in quest`occasione). Dunque, l`arrivo al vertice di Palazzo Tibi di un altro esponente del “modello Reggio” (Sarica è stato assessore nella giunta comunale di Reggio Calabria proprio negli anni in cui il sindaco era Scopelliti) coincide con un “salto” delle procedure standard. In precedenza, le nomine dei commissari erano passate attraverso la struttura che vigila (assieme al Tavolo Massicci) sui conti della sanità calabrese, ottenendo anche il via libera dei due subcommissari. Questa volta il passaggio è stato solo “politico”, senza fastidiose soste burocratiche, che rischiano di rallentare il percorso di certi manager. Come se lo Scopelliti che presiede la giunta regionale si fosse appropriato dei poteri dello Scopelliti che guida la struttura commissariale. (0020)

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  • Occhiello Franco Sarica nominato dalla giunta regionale al vertice dell`Azienda di Reggio Calabria. Ma per i suoi colleghi si era espressa la struttura che vigila sul Piano di rientro

COSENZA «Uno strumento utile per  tentare di contrastare fenomeni di concorrenza sleale e distorsione del mercato». Così il presidente di Confindustria Cosenza, Natale Mazzuca ha salutato la presentazione della nuova edizione del Prezzario regionale sui lavori pubblici. Un appuntamento che si è svolto nella sede degli industriali bruzi, organizzato dalla Ance cosentina, a cui hanno preso parte diversi imprenditori e rappresentanti degli uffici tecnici delle pubbliche amministrazioni. Un occasione per fare il punto sullo stato del comparto ma anche per confrontarsi con l`Avcpass (Authority virtual company passport), il nuovo sistema per il controllo dei requisiti nelle gare d`appalto, con particolare attenzione agli adempimenti per le imprese. «Ribassi sempre più sostenuti – ha aggiunto Mazzuca –tendono ad innescare una spirale perversa, che impone anche alle imprese sane di offrire prezzi non corrispondenti alle valutazioni di mercato, pur di non essere costretti a chiudere. È necessario che il prezzario, oltre ad avere una applicazione cogente, sia affidabile, costantemente aggiornato ed in linea con i prezzi reali di mercato. Ciò evita l’emarginazione della imprenditoria vera a vantaggio di quanti fanno del non rispetto delle regole il loro fattore di competitività, in un momento delicatissimo per tutta l’economia e per la filiera delle costruzioni che,  dal 2007 ad oggi, ha perso in Italia 750 mila posti di lavoro». L’impegno di Ance Cosenza rivolto alla legalità è stato evidenziato nella sua relazione dal numero uno degli imprenditori edili dell’associazione, Giovan Battista Perciaccante. «Come Ance Cosenza – ha sottolineato – vorremmo lanciare un segnale forte che serva a far crescere la consapevolezza sociale su queste problematiche: ci impegniamo a monitorare ogni singolo bando per l’affidamento di lavori da realizzare nella nostra provincia per controllare che i prezzi applicati corrispondano esattamente a quelli riportati dall’ultimo prezzario regionale dei lavori pubblici. Se da tale verifica dovessero risultare evidenti discrepanze, Ance Cosenza non esiterà ad impugnare il bando incriminato davanti al Tribunale amministrativo regionale».
I vertici di Ance Cosenza hanno denunciato, poi, i rischi legati all`entrata in vigore delle norme che impongono l`uso dell`Authority virtual company passport.
«Il sistema degli appalti rischia di bloccarsi – ha detto Perciaccante – non tanto per le sanzioni previste per chi non usa l`Avcpass, ma per i ricorsi. Per questo motivo l’Ance ha indirizzato al ministro delle Infrastrutture Lupi, una lettera nella quale chiede al governo di intervenire urgentemente per differire l`entrata in vigore delle nuove misure». (0090)

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  • Occhiello Il presidente di Confindustria Cosenza ha salutato positivamente il varo dello strumento regionale. E il leader buzio di Ance Perciaccante: monitoreremo i prezzi applicati in ogni singolo bando

CATANZARO La Giunta regionale della Calabria, che si è riunita oggi sotto la presidenza della vice presidente Antonella Stasi, su proposta degli assessori al Bilancio Giacomo Mancini e al Personale Domenico Tallini, ha approvato un ordine del giorno con il quale si chiede al presidente del Consiglio dei Ministri Enrico Letta che le «operazioni di smantellamento e smaltimento della Costa Concordia vengano effettuate nel porto di Gioia Tauro».
«Su nostra proposta - hanno sostenuto in una nota Mancini e Tallini - la Giunta ha approvato un ordine del giorno con cui viene formalmente chiesto a Letta che lo smantellamento della Costa Concordia avvenga nel porto di Gioia Tauro, quale concreto e tangibile atto di attenzione verso lo scalo calabrese. Come delegazione di Forza Italia nella Giunta, su sollecitazione del coordinatore regionale Jole Santelli, abbiamo voluto porre con forza una questione che riteniamo di strategica importanza per il rilancio del porto».
«Ringraziamo il presidente Scopelliti, il vice presidente Stasi ed i colleghi della Giunta - hanno proseguito i due assessori per avere recepito la nostra istanza. Ora l`ordine del giorno sarà trasmesso alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Desideriamo anche ringraziare i 15 deputati europei di Fi, Ncd e Popolari per l`Italia che hanno consegnato a Letta un analogo appello per chiedere che le operazioni di smantellamento della nave naufragata al Giglio siano svolte a Gioia Tauro, dando così un notevole impulso all`occupazione locale. Dobbiamo ricordare che l`intera operazione mobiliterà
risorse per oltre 500 milioni di euro, con l`impiego di trecento lavoratori per un periodo di due anni. Senza contare gli effetti sull`indotto e soprattutto il ritorno mediatico che vedrebbe Gioia Tauro sotto i riflettori di tutto il mondo».
«E` ovvio - hanno concluso Mancini e Tallini - che questo riconoscimento non potrà mai essere inteso come una contropartita per il fatto che a Gioia avverrà l`interscambio delle armi chimiche siriane. L`operazione Siria dovrà avvenire nel massimo della sicurezza per la salute dei cittadini e per la salvaguardia ambientale, beni che non potrebbero essere in alcun modo barattati con nessuna concessione, anche la più conveniente».

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  • Occhiello La richiesta al premier Letta su proposta degli assessori Mancini e Tallini. «Ma non è una contropartita per le armi siriane»

REGGIO CALABRIA Solo in tre riusciranno ad evitare il procedimento scaturito dall’inchiesta Metropolis, l’indagine coordinata dal procuratore aggiunto Nicola Gratteri e dal sostituto Paolo Sirleo che ha svelato come le cosche Morabito e Aquino – due famiglie dell’élite della `ndrangheta del mandamento jonico – dal 2005 ad oggi si siano assicurate la gestione, il controllo e la realizzazione di decine di importanti e noti complessi immobiliari turistico-residenziali, ubicati nelle più belle aree balneari calabresi.
Per Nicola Rocco Aquino, ufficialmente irreperibile, Domenico Aquino e Francesco Strangio il gup di Reggio Calabria ha disposto il non luogo a procedere, mentre tutti gli altri si dovranno presentare di fronte al Tribunale di Reggio Calabria il prossimo 25 marzo per l’inizio del procedimento con rito ordinario che li vede alla sbarra. È fissata invece per il 19 maggio l’udienza iniziale del filone in abbreviato, rito scelto da Giuseppe Carrozza e Daniele Scipione.  
Nell’ambito di uno dei due procedimenti è infine più che probabile che venga trattata anche la posizione di Henry James Fitzsimons - l`uomo gravitante attorno all’Ira e al partito del Sinn Fein pizzicato a fare affari con gli Aquino e i Morabito, arrestato in Senegal dopo mesi di latitanza -  la cui posizione è stata momentaneamente stralciata per motivi tecnici. Verrà processato in contumacia, ma rimane – allo stato – latitante l’imprenditore campano Antonio Velardo. Insieme a Fitzsimons, stando alle risultanze investigative, sarebbe uno dei partner stranieri dei clan nel business immobiliare che ha ricoperto di cemento la costa jonica reggina.
Un’area che – in barba a norme urbanistiche e di tutela ambientale, aggirate secondo la Procura grazie a tecnici comunali compiacenti come Francesco Sculli, padre dell’ex under 21 Giuseppe e genero del boss Peppe "Tiradritto" – gli uomini delle `ndrine avrebbero coperto di case, ville e piscine, pronte ad essere vendute a sprovveduti acquirenti stranieri, agganciati da Velardo e Fitzsimons. Un business che le `ndrine si sarebbero divise in maniera salomonica: da Reggio a Siderno comandavano i Morabito, da lì fino a Catanzaro, era tutto in mano agli Aquino. Una spartizione chiaramente evidenziata anche dalla divisione delle quote della società "BellaCalabria", uno dei terminali economici e finanziari utilizzato dai clan, finite per il 50% in mano a un prestanome degli Aquino e per il 50% a una testa di legno dei Morabito. E sono numeri da capogiro quelli del business che secondo l`accusa sarebbe stato messo in piedi dai due clan: 17 villaggi turistici, 1343 unità immobiliari, 12 società, tutti beni di un valore pari a 450 milioni di euro oggi finiti sotto sequestro. Un affare dai volumi impensabili se paragonato alla miseria imperante nell’area jonica – precipitata in fondo a tutte le classifiche di vivibilità e reddito – ma che le cosche non gestivano da sole.

Fitzsimons e Velardo, i soci stranieri
Soci in affari di Rocco Morabito, figlio del boss "Tiradritto" e Rocco Aquino, rispettivamente al vertice dell’omonimo clan, erano infatti non solo una pletora di imprenditori spagnoli che nel corso delle conversazioni intercettate definivano la Calabria il nuovo Eldorado, in cui investire senza avere problemi, ma anche Henry James Fitzsimons.
A mettere in contatto l’ex terrorista con gli `ndranghetisti del mandamento jonico sarebbe stato un noto imprenditore campano, Antonio Velardo. Insieme sarebbero entrati in quella che – a detta degli inquirenti – si configura come una vera e propria joint venture internazionale tra uomini delle `ndrine e imprenditori spagnoli, che avrebbe dato vita a un articolato intreccio di società, italiane e straniere, finalizzato alla realizzazione di complessi immobiliari destinati al settore turistico-residenziale.

Aquino e Morabito al centro del business
Un flusso infinito di capitali triangolavano fra il Nord Europa, la Spagna e la Calabria e solo grazie ad un errore tecnico che ha portato al fallimento della società schermo italiana è stato possibile ricostruire tutto.
A mettere gli inquirenti sulle tracce del business milionario che le famiglie Aquino e Morabito avevano messo in piedi è stato un controllo occasionale su un’auto proveniente dall’Albania effettuato da due finanzieri di Bari. A bordo non solo c’erano quattro persone di San Luca, già note alle forze dell’ordine, ma soprattutto le planimetrie del complesso turistico-alberghiero “Gioiello del mare” – oggi finito sotto sequestro perché totalmente abusivo -  riconducibile alla Metropolis 2007 srl, una delle società della galassia dei clan. Un particolare che ha acceso l’interesse investigativo degli inquirenti che per anni hanno battuto la pista dell’edilizia turistica e residenziale fino a scoprire la rete tessuta attorno a sé da Rocco Morabito, figlio del boss Peppe Tiradritto.  Una doppia beffa per la Calabria, devastata dal cemento e piegata al consenso dettato dal ricatto occupazionale, grazie al quale i clan hanno consolidato il loro potere in cambio di un pugno di posti di lavoro.

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  • Occhiello Per Nicola Rocco Aquino, Domenico Aquino e Francesco Strangio il gup di Reggio Calabria ha disposto il non luogo a procedere. Mentre tutti gli altri si dovranno presentare di fronte al Tribunale di Reggio Calabria il prossimo 25 marzo

CATANZARO «In questi tre anni e mezzo molte riforme di rilievo sono state partorite dal consiglio regionale, altre ancora restano da fare e sarebbe importante farle insieme a un Partito democratico che seppellisca l`ascia e che dia spazio e risalto ai suoi uomini più moderati». Lo afferma il senatore Antonio Gentile, coordinatore del Nuovo centrodestra in Calabria. «Ci sono da definire spazi e terreni di sburocratizzazione e nuove forme di partecipazione – prosegue – così come è necessario dare un imprinting finale all`organizzazione della filiera dei passaggi previsti per i fondi comunitari. Io credo che questo sia un terreno dove possano sperimentarsi convergenze e intese che rispecchino il senso di responsabilità dei nostri partiti. È auspicabile che dal congresso regionale del Partito democratico, al quale guardiamo con rispetto, escano idee più in linea con i cambiamenti avvenuti nella politica nazionale che non con l`esasperazione del muro contro muro che serve solo a delegittimarsi reciprocamente. Lo stesso discorso vale per la sanità su cui saranno concentrati tanti sforzi e rispetto alla quale il 2014 segnerà un primo, netto miglioramento dei servizi da erogare. La gente non ci chiede né illusioni né bugie ma sobrietà e impegno e lo fa partendo dai bisogni principali a cui la politica deve rivolgersi senza infingimenti».  
«Non c`è spazio – conclude Gentile – per le guerre personali né per il nullismo che si nasconde dietro le figure carismatiche ma è tempo di essere reciproci protagonisti di un senso di responsabilità non più eludibile». (0040)

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  • Occhiello Il coordinatore di Ncd: basta al muro contro muro, non c`è spazio per le guerre personali
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