Corriere della Calabria - Articoli filtrati per data: Mercoledì, 08 Gennaio 2014

COSENZA Nell’azienda ospedaliera “Pugliese-Ciaccio” di Catanzaro, su 41 strutture complesse risultano assenti i direttori di ben 10 strutture (Pediatria, Pronto Soccorso, Neurologia, Radiologia, Servizio trasfusionale, Chirurgia Pediatrica, Patologia neonatale, Cardiologia, Ematologia, Medicina generale). Alla “Bianchi-Melacrino-Morelli” su 42 Uoc (Unità operative complesse) ben 22 risultano senza dirigente. E per chiudere, all’Annunziata di Cosenza su 39 Uoc ben 20 risultano vacanti. Parte da questi numeri l’interrogazione che Demetrio Naccari Carlizzi, Carlo Guccione, Pietro Giamborino e Mario Franchino rivolgono al presidente del consiglio regionale, Franco Talarico. Da questi numeri e dalle pratiche utilizzate nella sanità calabrese per riempire i posti vacanti. Non è la prima volta che qualcuno affronta il problema: lo aveva già fatto Ferdinando Aiello quando sedeva in consiglio regionale, ma la sua interrogazione – che porta la data del 5 ottobre 2011 – era rimasta senza risposta. Riferiva, Aiello, dell’abuso, da parte degli ospedali, di una norma che consente di sostituire i direttori con un altro dirigente della medesima struttura. Una cosa che si potrebbe fare, secondo il comma 4 del contratto nazionale di lavoro, “per i soli casi di sostituzione per ferie o malattia, fruizione di un’aspettativa ovvero cessazione del rapporto di lavoro la possibilità di incaricare  altro dirigente della struttura medesima”. E “la sostituzione può durare sei mesi, prorogabili sino a dodici. Nei casi in cui non si possa fare ricorso alla sostituzione – spiegano i consiglieri regionali - il comma 8 del medesimo articolo prevede l’affidamento di struttura temporaneamente priva di titolare ad altro dirigente con corrispondente incarico”. Quello che succede alle latitudini calabresi è che “gli incarichi di direzione nelle Uoc vengono affidati senza alcun criterio apparente attraverso un massiccio ricorso al comma 4 e un residuale corretto utilizzo del comma 8 dell’articolo 18 del contratto nazionale di lavoro”. Una procedure “palesemente illegittima se non illecita”, che “comporta in ogni caso una situazione organizzativa che incide negativamente sul servizio sanitario”. Questa pratica, tra le altre cose, avverrebbe in alcune unità che sono “ridimensionate a strutture semplici dagli atti organizzativi commissariali” e, cosa peggiore per le casse della sanità, “consente all’incaricato, per giurisprudenza costante, di agire in giudizio successivamente contro l’azienda sanitaria per ottenere il trattamento economico primariale e il riconoscimento ai fini pensionistici e che numerose sono le sentenze che vedono la condanna di aziende sanitarie calabresi”. Un potenziale disastro, visti i numeri nelle tre più grandi aziende ospedaliere della regione.
Di peggio c’è che i direttori delle Uoc mancano persino ni più importanti ospedali calabresi: una situazione “insostenibile per i pazienti oggetto di disservizi, perniciosa non solo per i bilanci delle Aziende che si ritroveranno a far fronte a ingenti risarcimenti nei confronti degli incaricati ma anche per i medici su cui inesorabilmente saranno scaricate responsabilità che invece appartengono alla totale assenza di una organizzazione sanitaria adeguata e al passo coi tempi”. E, secondo i quattro rappresentanti dell’opposizione, “la situazione nel corso del 2014 tenderà, a causa dell’inadempienza del commissario ad acta, a peggiorare”. C’è di più: “All’utilizzo illegittimo e talvolta clientelare del comma 4 si somma in qualche caso addirittura un conferimento illecito di incarico per una struttura costituita come complessa ex novo e addirittura il conferimento dell’incarico di direttore di dipartimento (Ospedale di Cosenza incaricato quale direttore per il dipartimento di Emergenza e accettazione il dirigente medico direttore facente funzioni per l’Uoc di Terapia del dolore ) contravvenendo ancora una volta alla normativa vigente”. In questo quadro, i consiglieri chiedono di sapere “se il commissario ad acta intende intervenire per  far cessare l’irresponsabile applicazione del comma 4 dell’articolo 18 del contratto collettivo nazionale di lavoro e della produzione di danno erariale che ne consegue”. E poi se “il commissario ad acta e il dipartimento  intendono segnalare alla Procura regionale della Corte dei Conti la situazione di danno già verificatosi con sentenze a carico delle Aziende per gli incarichi conferiti  con il comma 4 dell’articolo 18 del Ccnl, rimuovendo i direttori generali autori dei comportamenti descritti”. Qualche dubbio anche sul caso Cosenza: Naccari, Guccione, Giamborino e Franchino chiedono a Scopelliti, nelle sue funzioni di commissario per il Piano di rientro, “perché un dirigente non avente requisiti  venga incaricato come direttore di Uoc e addirittura come direttore di dipartimento con evidente doppia violazione delle norme vigenti”. E infine “quale sia la situazione degli incarichi conferiti ex articolo 18 negli  ospedali Spoke”. (0020)

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  • Occhiello Interrogazione di Naccari, Guccione, Giamborino e Franchino: «Per la Regione un danno erariale». E nel caos della normativa c`è un "caso Cosenza"
Mercoledì, 08 Gennaio 2014 23:28

Fermato dopo cinque colpi in bar e tabaccherie

COSENZA Era diventato l’incubo dei bar e delle tabaccherie. I carabinieri credono, infatti, che sia il responsabile di cinque furti aggravati e un tentato furto commessi tra il 20 novembre 2012 e il 10 gennaio 2013 tra San Fili, Torano Castello e Aprigliano. Pierpaolo Tormento, 22 anni, già agli arresti domiciliari, è finito nel carcere di Cosenza al termine delle indagini condotte dai militari della stazione di Rende, in collaborazione con i colleghi di Torano Castello e San Fili. Il primo colpo sarebbe avvenuto poco più di un anno fa in un bar di San Fili. Lì, il giovane avrebbe portato via tre computer portatili, due televisori Lcd, 2.400 euro in “gratta e vinci”, 1.950 euro in contanti da alcune slot machine e dalla cassa e poi bottiglie di liquori per complessivi 600 euro. Un bottino di tutto rispetto, per una sola serata di “lavoro”. E infatti Tormento, secondo i carabinieri, ci avrebbe preso gusto. La seconda volta ci avrebbe provato due volte: il 7 dicembre 2012, infatti, dopo un primo tentativo andato a vuoto, sarebbe riuscito a portare via la telecamera di sorveglianza di una tabaccheria di Torano Castello. Tre giorni dopo, la lista della spesa si fa più ricca: 2.850 asportate da un cambia monete, e poi una telecamera di sorveglianza con registratore e due schermi Lcd. Anno nuovo, vecchie abitudini: l’8 gennaio 2013 tocca a un bar tabacchi di Torano Scalo, dal quale porta via 52 stecche di sigarette, per un valore di 2.000 euro. Ultima performance quasi un anno fa. In un bar edicola di Aprigliano, Tormento avrebbe “prelevato” 450 euro dalla cassa e 1.177 euro dalle slot machine. L’ultimo atto di un presunto ladro seriale. (0020)

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  • Occhiello I carabinieri di Rende arrestano un presunto ladro seriale. Telecamere di sorveglianza, slot machine e decine di stecche di sigarette i suoi obiettivi preferiti
Mercoledì, 08 Gennaio 2014 21:11

Ragazza investita sulla statale 107, è grave

RENDE Un grave incidente stradale è avvenuto, nel tardo pomeriggio, sulla SS 107, a Rende, nei pressi dello stadio Lorenzon. Una ragazza ventenne, studentessa universitaria, è stata investita da un’auto, mentre stava attraversando la strada statale. Il conducente, un giovane che si è subito fermato, probabilmente non si è accorto di lei. La ragazza è stata sbalzata in aria e, nel ricadere, ha battuto violentemente la testa. L`urto è avvenuto sul rettilineo che si trova nei pressi dello svincolo che conduce a Commenda, intorno alle 19. In quel tratto di strada l`illuminazione è molto scarsa. La giovane è stata subito soccorsa e portata nell’ospedale di Cosenza, dove versa in prognosi riservata. Le sue condizioni, comunque, sarebbero gravi, proprio per via delle ferite riportate alla testa. (0020)

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  • Occhiello La giovane attraversava la strada, quando è stata travolta da un`auto. L`incidente a Rende, in un tratto scarsamente illuminato
Mercoledì, 08 Gennaio 2014 21:09

I “ragazzi” che presero Milano

Mancano pochi minuti alla mezzanotte del 9 ottobre 1976 quando un giovane di etnia nomade, Giuseppe De Rosa, viene ucciso a colpi di revolver davanti a una nota discoteca nel centro di Milano. Una rissa finita in tragedia tra due gruppi di giovani poco più che ventenni, da una parte gli “zingari” e dall`altra i calabresi di Corsico. Questa almeno fino a oggi è stata la ricostruzione di quel fatto di sangue, il processo che ne era seguito si era chiuso con il non luogo a procedere per tutti gli indagati.
Ora però a distanza di 36 anni alcune intercettazioni ambientali hanno consentito alla Dda di Milano di mettere un punto fermo: quel delitto fu una «sorta di pietra miliare nell`affermazione della `ndrangheta di Platì a Milano». Nell`ordinanza, che ha portato all`arresto di dieci persone accusate di estorsione e spaccio di droga nel capoluogo lombardo, è svelato che l`uccisione di De Rosa non fu una scaramuccia ma un «atto necessario e indispensabile all`affermazione, come clan, del gruppo dei calabresi». Da quel corpo trucidato davanti al night “Skylab” inizia il romanzo criminale dei giovani di Platì divenuti anni dopo i boss di Milano. Rocco Papalia, Francesco Molluso, Domenico Sergi, Nino Cerra, Agostino Catanzariti e Francesco Trimboli "u surici", nomi divenuti sinonimi del potere della `ndrangheta in Lombardia.
Una foto, scattata proprio nell`anno dell`omicidio De Rosa e allegata all`ordinanza, li ritrae seduti, cocktail in mano, in uno dei locali notturni che all`epoca andava per la maggiore, il Parco delle rose. È proprio da quel night club inizia la spirale che porterà alla morte del giovane nomade. Un amico di De Rosa, per un certo periodo aveva frequentato una giovane donna che poi lo aveva abbandonato per Nino Cerra. La sera dell`8 ottobre 1976, il ragazzo tradito incontra la sua ex nella discoteca. I due discutono fino a quando il nomade non colpisce con alcuni schiaffi la donna. Lei rientra in discoteca e va a chiedere aiuto ai suoi accompagnatori che costringono l`ex ragazzo a chiedere scusa per quanto ha osato fare. L`incidente sembra chiuso, ma non per gli amici del nomade a cui non pare giusto che il giovane si sia “piegato” a chiedere scusa. La protesta del gruppo scatena la reazione dei calabresi: i tre giovani vengono portati all`esterno e massacrati di botte. Terminato il pestaggio e tornata apparentemente la calma, due dei ragazzi picchiati si rifugiano a casa di un amico. Ma il gruppo dei calabresi non è soddisfatto. Per un`intera notte assediano l`abitazione, aspettano fino alla mattina per terminare la loro vendetta, ma nessuno lascia quell`appartamento. La sera di sabato 9 ottobre 1976, il gruppo dei nomadi decide di andare allo “Skylab” per tentare di riappacificarsi con i calabresi. È, senza dubbio, una mossa improvvida, ma necessaria. I ragazzi di Platì nelle strade di Milano si sono fatti un nome, già li chiamano il “clan dei calabresi”, gli “zingari” di via Zama sanno che le loro vite ormai sono appese a un filo.
Tutto accade in pochi minuti. Davanti alla discoteca incontrano Francesco Trimboli e Domenico Sergi. I due prendono tempo dicendo che chiariranno la questione della sera prima appena saranno raggiunti dai loro amici. Cosa che avviene poco dopo, quando, a bordo di più autovetture, sopraggiungono altri cinque o sei del gruppo. E dalle parole si passa subito ai fatti. La perizia balistica stabilirà che avevano fatto fuoco almeno 4 differenti pistole semiautomatiche: 3 calibro 7,65mm e una calibro 9mm. A terra resta il giovane De Rosa. Le indagini si concentrano subito sui calabresi, ma quando le condanne sembravano cosa fatta inizia una incredibile serie di ritrattazioni da parte dei testimoni. I giovani di Platì verranno tutti assolti.
Ora però la Procura può ricostruire quanto avvenuto in quella sera di ottobre di quasi 40 anni fa. Fu un omicidio premeditato, «non era assolutamente ammissibile – scrivono gli inquirenti - che quattro “zingari” potessero sfidare “i calabresi” o reagire alla loro protervia». Anzi nel progetto degli indagati c`era l`uccisione non del solo De Rosa ma dell`intera sua compagnia; almeno di quanti sarebbero entrati in una loro automobile che andava imbottita d`esplosivo. A rivelarlo agli investigatori è stato, suo malgrado, Agostino Catanzariti: «C`avevamo un paio di... centinaia di metri di miccia a lenta combustione... a rapida combustione; di tutto... gli ho detto io gli ficchiamo un paio di eheh... gli mettiamo fuoco: come saltano! Li facciamo marmellata!». Gli eventi, però, porteranno a una soluzione differente. È sempre Catanzariti a raccontare: «Quando è stato il fatto di quello, ch`è morto, gli ha messo la pistola all`orecchio. Quello, giustamente ... (ride) si vede sparare in testa, lo ha buttato a terra ... (...) s`è buttato a terra, è partito dalla testa, gli ha tolto, gli ha fatto … l`ha spaccato tutto. Gliel`ha scaricata tutta nel corpo, partendo dalla testa ad andare in basso». A sparare la raffica di colpi contro De Rosa è "Nginu", l`appellativo di Rocco Papalia. (0080)

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  • Occhiello Nell`ordinanza emessa oggi dalla Dda meneghina viene ricostruita la scalata criminale del clan di Platì partita con l`omicidio del giovane nomade Giuseppe De Rosa

REGGIO CALABRIA Per sua stessa ammissione – come dice quasi orgoglioso al pm Stefano Musolino che lo esamina – Giuseppe Plutino è «uno Scopelliti boy», uno dei fedelissimi, eppure è quasi con stupore che sembra rispondere alle domande che la pubblica accusa gli rivolge sugli anni ruggenti del "modello Reggio". Non solo quelli in cui – stando a una conversazione intercettata, ma liquidata da Plutino come «chiacchiere da circolo» – Scopelliti gli avrebbe promesso un assessorato o «un posto buono», ma anche – se non soprattutto – quelli più tempestosi, seguiti all’insediamento di Raffa dopo l’elezione di Scopelliti alla guida della Regione. Un avvicendamento che aprirà una crisi verticale nel Pdl reggino, che la cronaca vuole dettata dai primi marosi relativi a quello che in seguito deflagrerà come “scandalo Fallara”, ma che per l’allora assessore Plutino era stata in realtà dettata solo «dai contrasti sulla gestione del decreto Reggio e dalla volontà di Raffa di trovare l’accordo per una sua futura candidatura a sindaco».
Certo – ammette – c’era «preoccupazione su come erano ridotte le casse comunali, c’era una situazione di sofferenza, ogni giorno ogni azienda che all’epoca lavorava per il Comune manifestava sotto palazzo San Giorgio, ma non c’era nulla che si potesse fare. Non potevamo certo aumentare le tasse nell’imminenza della campagna elettorale».
Un’ipotesi che all’epoca – afferma con piglio deciso l’allora assessore – «non venne neanche presa in considerazione. Si cercava di andare avanti con le risorse che c’erano». Come buona parte dei suoi allora colleghi di giunta, che dentro e fuori dalle aule di tribunale si sono detti variamente «sorpresi» dall’esplosione dello scandalo, anche Plutino afferma di essere stato preso in contropiede dalla vicenda. «Dei mandati di pagamento della Fallara, l’ho appreso dal giornale. Ricordo perfettamente che ero in via marina e ho chiamato subito la mia dirigente per sapere se anche noi avessimo lavorato con Labate. Mi ha detto di no e non mi sono più interessato».
Peccato però che anche quei mandati – hanno svelato le inchieste – abbiano scavato nelle casse del Comune un cratere che dopo oltre un anno di gestione commissariale non è stato ancora possibile perimetrare. Una preoccupazione che – curiosamente – emerge nella deposizione di un altro imputato, Filippo Condemi, che nel rispondere a una domanda del suo legale sulle raccolte fondi promosse al "Circolo caccia sviluppo e territorio» – e che nell’ipotesi investigativa potrebbero nascondere un giro di estorsioni – ironizza: «Abbiamo fatto più volte raccolte fondi ma non solo al "Circolo caccia sviluppo e territorio", in caso di morti o incidenti. È forse un reato? E voi – dice rivolgendosi al Tribunale e al pm – invece avete mai fatto indagini per scoprire dove siano finiti i soldi del buco del Comune?» (0040)

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  • Occhiello L`ex consigliere comunale racconta gli anni al Comune. Poi sul "caso Fallara": «C`era preoccupazione, ma non potevamo aumentare le tasse in campagna elettorale»

REGGIO CALABRIA Non figura fra gli imputati del procedimento. Tanto meno sarebbe stato mai indagato. Eppure è il segretario questore del consiglio regionale Gianni Nucera a catalizzare dichiarazioni e accuse degli imputati sentito oggi nel processo "Alta tensione 2", il procedimento che vede alla sbarra anche l’ex assessore comunale di Reggio Calabria Giuseppe Plutino.

«Nucera ha mentito»
Fino a qualche anno fa delfino di Nucera, finito in seguito dietro le sbarre perché considerato «referente politico del sodalizio, destinatario delle preferenze elettorali, ricevute sia dagli affiliati, sia da parte di terzi ma raccolti in suo favore dagli esponenti della cosca nel corso di varie consultazioni elettorali» anche grazie alle confidenze che il suo allora mentore ha sussurrato all’orecchio della Digos, Plutino – controesaminato dal pm Musolino – non ha esitato a puntare il dito contro il segretario questore: «Ritengo che Nucera mi abbia calunniato, sono sempre più convinto che abbia detto un sacco di bugie e che si facesse scudo di me per coprire il suo rapporto diretto con la famiglia Condemi. Con i Caridi, Nucera ha un rapporto personale e ancora più antico». Una conferma delle accuse formulate già qualche settimana fa dall’ex politico a carico di quello che un tempo era stato il suo mentore e in seguito sarebbe divenuto il suo “boia”. «Un buon politico – afferma – non lascia crescere nessuno accanto a sé. Nucera temeva che gli facessi ombra e aveva motivi di risentimento nei miei confronti perché stava preparando una lista per le comunali e sperava che mi candidassi con lui, ma io ho un altro modo di fare politica».

Nucera e la politica delle promesse mai mantenute
Una rottura maturata – a detta di Plutino – per ragioni politiche. «Quando è nato il Pdl si doveva procedere alla nomina degli organismi provinciali e cittadini. Io aspiravo ad una carica, ma Nucera ha fatto il nome di Suraci e quando ho chiesto spiegazioni ha cercato di prendermi in giro», ricorda l’ex assessore, che però non rinuncia a una stoccata velenosa contro il segretario questore, a suo dire malvisto nel quartiere di San Giorgio Extra, per la pessima abitudine di promettere molto in campagna elettorale e mantenere poco a urne chiuse. «Erano lamentele che si sentivano in giro» – afferma Plutino, senza volerne o saperne indicare con precisione gli autori –. «Ci sono politici che quando sono in campagna elettorale dicono sì a qualsiasi richiesta. La gente purtroppo vive di illusioni, la disperazione detta legge». L’ex assessore sembra non volere puntare il dito contro Nucera, non ricorda fatti specifici se non una circostanza che a lui avrebbe riferito l’ex moglie, eppure su un punto più volte è categorico: «Io in quel quartiere ci ho messo la faccia – dice – per questo ho deciso di non candidarmi più con lui». Un distacco che Nucera, lascia intendere Plutino, non avrebbe digerito, ma che soprattutto si sarebbe tradotto nel tentativo del segretario questore di scaricare su di lui la responsabilità e il peso del suo rapporto con la famiglia Condemi – cugini dell’ex assessore finito in manette, ma anche del potente clan Caridi – da sempre protagonista del rastrellamento delle preferenze in suo favore nella zona di San Giorgio Extra.

Galeotto fu il posto in Regione
Un rapporto cristallizzato nella serrata – e burrascosa trattativa – nata attorno al posto di lavoro che – stando a quanto denunciato da Nucera alla Digos – i Condemi all’indomani delle elezioni avrebbero preteso per uno di famiglia in cambio dell’impegno elettorale profuso e che toccherà infine alla nipote di Domenico Condemi, Maria Cuzzola. La ragazza, cugina di Condemi, ma anche nipote di Cosimo ed Eugenio Borghetto – due nomi più che noti nella ‘ndrangheta reggina – viene assunta con un contratto a progetto ma non entra nella struttura di cui lo stesso Plutino aveva per lungo tempo fatto parte «perché Nucera – dice l’ex assessore, accennando allo scandalo Parentopoli che ha colpito la Regione Calabria – fu costretto a eliminare la moglie, i figli, i nipoti...».
Nella ricostruzione della vicenda fornita agli inquirenti dal segretario questore la soluzione  sarebbe non piaciuta ai Condemi che assieme a Plutino avrebbero gestito tutta la trattativa, rifiutandosi infine di far firmare alla Cuzzola il contratto proposto.

Le accuse di "Doddi"
Una versione che oggi in aula Plutino ha più volte negato, puntando il dito contro Nucera, ma lo stesso Domenico Condemi, “Doddi” – accusato di aver lasciato sulla sua auto una bottiglia di benzina con tanto di miccia innescata per manifestare il suo disappunto per l’esito della vicenda – ha respinto al mittente. «Il lavoro lo abbiamo rifiutato noi perché la ragazza o frequentava l’università a Catanzaro o andava a lavorare. Fosse stata una cosa fissa, ma per una cosa a tempo determinato non valeva la pena. Per me Nucera si è messo quella tanica da solo. Che motivo avrei avuto? Lui ci ha offerto una cosa e noi abbiamo rifiutato», afferma Condemi che dice chiaramente: «Era lui ad avere bisogno di troncare il legame con noi». Come poco prima di lui il cugino, che in precedenza ha anche ricordato come Nucera abbia personalmente aiutato Condemi per “verificare” l’iter di una pratica di Sviluppo Italia, "Doddi" conferma i rapporti che per lungo tempo hanno legato l’attuale segretario questore e la sua famiglia, senza rinunciare a una stoccata polemica. «Nucera ha detto di essere intimorito da me, ma vorrei chiedergli se aveva la stessa paura quando andavamo a braccetto a chiedere i voti in tutta San Giorgio Extra», dice nel corso delle lunghe, stentate ma pesantissime dichiarazioni spontanee che ha chiesto e ottenuto di fare. Anche per lui Nucera ha mentito, così come a suo dire avrebbe mentito il figlio del segretario questore che – interrogato come testimone – ha nel corso delle passate udienze affermato di non aver mai avuto a che fare con i Condemi. «È venuto a casa mia a portare un cartellone per le elezioni di suo padre, ne abbiamo messo un altro a Croce Valanidi da mio nipote e lui era con me».

Nucera e le pratiche di voto assistito
Ma soprattutto, lascia intendere "Doddi", un rapporto c’era e doveva anche essere confidenziale se è vero che sarebbe stato lo stesso Francesco Nucera a chiedergli di accompagnarlo «per togliersi una grande soddisfazione» il giorno delle elezioni: «Siamo andati alla sezione 131, ha preso 11 o 15 schede di malati di mente e le ha firmate tutte lui». Allo stesso modo l’entourage del segretario questore avrebbe tentato di pilotare il voto tra gli anziani di San Giorgio Extra: «A mio figlio che all’epoca aveva otto anni chiedevano di accompagnarli presentandosi come il nipote, doveva entrare con loro e scrivere Nucera».
Affermazioni confermate anche dal fratello di Condemi, Filippo, che senza farsi pregare dice chiaramente non solo che «con Nucera abbiamo rapporti diretti dal 2000. Abbiamo fatto tutte le campagne elettorali per lui, a spese nostre», ma soprattutto che l’ex segretario è stato per lungo tempo una presenza fissa anche nella vita quotidiana della famiglia. «È venuto al mio matrimonio, è rientrato da Roma per la morte di mia madre, è venuto al funerale di uno zio», sottolinea Condemi, senza tralasciare quel viaggio a Cosenza fatto assieme all’onorevole «per avere luce sul progetto che avevo presentato».

Tutta colpa della Questura
Ma i Nucera non sono l’unico bersaglio delle critiche dei due fratelli. Anche il personale della Questura sarebbe responsabile «di avermi rubato la vita con cose che non esistono», dice "Doddi", tentando di scagionare tanto Bruno Doldo – poliziotto, cognato di Plutino come lui finito in manette – come quel Bruno Falco che nella ricostruzione della Procura lo avrebbe informato delle indagini a suo carico. Parole che trovano eco in quelle del fratello, che poco dopo di lui più volte ironizzerà sulle accuse che gli sono state rivolte, come sulle dichiarazioni dei collaboratori. «Avevo 9 anni prima della guerra di `ndrangheta, guidavo una bici blindata», risponde Condemi all’avvocato Iaria, quando il legale tenta di fare accenno alle accuse del collaboratore di giustizia Roberto Moio, che ha in precedenza ha identificato i due fratelli come autisti del boss Caridi.

«La `ndrangheta non esiste»
Ugualmente ironica è la risposta che il legale riceve quando tenta di affrontare con Condemi l’argomento ndrangheta. «Forse la `ndrangheta esisteva cento anni fa, adesso vedo solo scemenza in giro. Ma poi essere `ndranghetista da cosa si deduce, da un’intercettazione?», sibila Condemi suscitando le ire della presidente De Pascale, costretta più volte a richiamarlo durante il suo esame. Richiami vani se è vero che nel rispondere all’ultima domanda del suo legale Condemi afferma: «Quando ho sentito Pignatone che parlava di un’intercettazione dei fratelli Condemi con Oppedisano ho detto: “O sono ubriaco io oppure...”». Un argomento scivoloso anche per l’ex assessore comunale Giuseppe Plutino, che nel rispondere – quasi imbarazzato – al pm Musolino dice: «Ho scoperto che la `ndrangheta esisteva a San Giorgio con l`operazione “Wood”, nel 1997 che ha coinvolto anche i Caridi. Fino ad allora non ho avuto sentore che fossero mafiosi. Oltre a saperlo dai giornali, io non l’ho mai percepito». (0050)

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  • Occhiello L`ex assessore comunale di Reggio Calabria, finito in manette, in udienza attacca duramente il segretario questore del consiglio regionale. Dichiarazioni dello stesso tenore anche da parte degli altri imputati

ROMA «Nessuno vuole rispecchiare la Calabria qui a Roma, perché qui a Roma ognuno si vuole prendere i suoi spazi e vivere in maniera diversa da come vive in Calabria». È la `ndrangheta nella capitale secondo Gianni Cretarola, arrestato a luglio scorso per l`omicidio del boss Vincenzo Femia a gennaio 2013 e diventato collaboratore di giustizia. La sua testimonianza ha portato all`arresto di tre presunti complici, tra cui i due uomini che avrebbero sparato a Femia in una strada di campagna di Roma. Una cellula della mafia calabrese in trasferta per controllare il mercato della droga.
Il 31enne Cretarola, di origine calabrese ma nato e cresciuto a Sanremo, spiega l`atteggiamento dei nuovi “picciotti” - lui è stato affiliato in carcere nel 2008 - che hanno creato un “locale”, una filiale delle cosche di San Luca nella capitale. E così parla ai pm di Roma del compare Francesco Pizzata, figlio 22enne del boss Giovanni, che dopo aver sparato a Femia «voleva andare a festeggiare, a mangiare fuori, prostitute e queste cose qua, come un ragazzo di 20 anni vuole fare, no?».
«La costituzione di un locale qui a Roma potrebbe dire anche sottostare alle stesse regole della Calabria, agli stessi diktat della Calabria anche qui a Roma e nessuno lo vuole questo - afferma Cretarola secondo quanto si legge nell`ordinanza d`arresto degli altri tre presunti membri del gruppo omicida -. Cosa che in Calabria invece, oltre le cose migliori che non si può...che ti dovrebbe dare, no? Sei anche costretto a sottostare a un`impostazione molto rigida di vita, proprio di vita quotidiana, qui a Roma invece cerchi di prendere solo quello che di buono (l`appartenenza alla `ndrangheta, ndr) ti può dare e fare una vita come un ragazzo normale ha interesse di fare. Quindi discoteca, ragazze e quello che quant`altro un ragazzo vuol fare».

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  • Occhiello Il figlio del boss Pizzata, dopo aver sparato a Femia, «voleva andare a festeggiare, a mangiare fuori, prostitute e queste cose qua»

COSENZA Il sindaco di Cosenza, Mario Occhiuto ha incontrato in municipio, Luigi Ziccarelli, Claudio Picarelli e Roberto Tenuta, in rappresentanza di tutti i sindacati dei medici dell`ospedale civile dell`Annunziata. «Al centro della visita – è scritto in un comunicato – le problematiche che da tempo affliggono il nosocomio cittadino, con un`attenzione particolare alla grave carenza di organico medico e infermieristico che, a causa delle attuali criticità, rischia di creare gravi conseguenze per la tutela della salute pubblica e dell`assistenza ai pazienti». «Il sindaco Occhiuto – prosegue la nota – durante il confronto, ha rimarcato il totale sostegno, suo e dell`amministrazione comunale, alle iniziative che si assumeranno per scongiurare il pericolo di non vedere più garantiti i livelli di assistenza minima essenziale ai cittadini. Il personale non sufficiente al numero delle prestazioni richieste è fonte di forti preoccupazioni. Innanzitutto, si provvederà a proporre ufficialmente al Tavolo Massicci lo sblocco del 15% delle assunzioni previsto dal decreto Balduzzi evitando l`accorpamento dei reparti che andrebbe inevitabilmente a generare pericoli per i pazienti e condizioni di lavoro non consone. Il Comune di Cosenza affiancherà dunque le attività di sensibilizzazione degli operatori sanitari nei riguardi della popolazione e dell`intera classe politica».
Occhiuto ha convocato la Conferenza dei sindaci per venerdì 17 gennaio, alle 11, inoltrando anche al presidente dell`assise la convocazione di un consiglio comunale aperto. Un banchetto divulgativo in merito a questa serie di problematiche sarà collocato in piazza XI settembre nei fine settimana del mese in corso. Manifestazioni che culmineranno in un`assemblea cittadina e nello sciopero, già proclamato, del 30 gennaio. «Rispetto alla necessità di migliorare i luoghi fisici – ha sottolineato Occhiuto – approfitto dell`occasione per annunciarvi che intendo rilanciare il concorso di idee su un nuovo ospedale da costruire sul vecchio sito dell`Annunziata. La proposta, a suo tempo, venne approvata pubblicamente dal governatore Scopelliti». (0050)

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  • Occhiello Il sindaco di Cosenza ha incontrato in municipio rappresentanti di tutti i sindacati dei medici dell`ospedale civile
Mercoledì, 08 Gennaio 2014 19:56

Ancora pietre contro un treno a Lamezia

LAMEZIA TERME Ancora un lancio di pietre contro un treno in Calabria, il secondo in due giorni. Il lancio, del quale dà notizia con un comunicato Trenitalia, si è verificato lungo la tratta Lamezia Terme Centrale-Nicastro, la stessa in cui si era registrato l`analogo episodio accaduto ieri ed in cui era rimasto ferito un passeggero. L`episodio odierno, invece, non ha causato feriti, ma soltanto danni al vetro di una carrozza del treno regionale partito da Catanzaro Lido e diretto a Lamezia Terme Centrale.  
Trenitalia ha reso noto che per quanto è accaduto oggi, così come aveva riferito per l`episodio di ieri, sporgerà denuncia contro ignoti. (0040)

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  • Occhiello Non ci sono feriti. Ieri un episodio analogo

ROMA «Giura di rispettare le regole sociali; giura di rinnegare madre, padre, fratelli e sorelle; giura di esigere e transigere centesimo per centesimo e millesimo per millesimo; qualsiasi azione farai contro le regole sociali sarà a carico tuo e a discarico della società. Lo giuri?». E l`aspirante `ndranghetista, che si era punto il polso fino a farlo sanguinare, rispose «lo giuro». È una parte del complesso rituale di affiliazione alla mafia calabrese a cui venne sottoposto Gianni Cretarola, componente del gruppo che uccise un anno fa a Roma il boss Vincenzo Femia - lo attirò sul posto - e collaboratore chiave per risolvere il caso. Oggi la cattura dei tre presunti complici da parte della squadra mobile della capitale.
Nell`ordinanza d`arresto il percorso criminale di un ragazzo calabrese nato e cresciuto a Sanremo, che sognava di diventare `ndranghetista e ci riuscì. Ma dopo il primo delitto eccellente, in cui pure non sparò, e le manette si pentì e fece arrestare i suoi compari.
Nell`abitazione del 31enne Cretarola a Roma, in via Palmiro Togliatti alla periferia est, fu trovato a luglio un quadernetto con le formule dei cerimoniali `ndranghetisti, criptate con un codice, 21 simboli al posto delle lettere dell`alfabeto. L`affiliazione di Cretarola avvenne nel 2008 nel carcere di Sulmona (L`Aquila), dove scontava una condanna per un omicidio commesso durante una lite nel 2001. Sangue che gli avrebbe fatto `punteggio` nei successivi step mafiosi. In seguito Cretarola passò infatti dal rango di `picciotto` alla `camorra di sangue`, in soli tre mesi perché aveva già ucciso - ha spiegato -, e nel corso della nuova cerimonia bevve il sangue di un altro `ndranghetista, che si era ferito allo scopo un braccio. Quindi passò al terzo livello, quello di `sgarrista`. In modo informale in prigione, in attesa di uscire, «perché non si poteva bruciare sul palmo della mano il santino di San Michele Arcangelo», come prevede il rituale.
Gli interrogatori di Cretarola sono un florilegio del linguaggio della `Ndrangheta, in questo caso di un `locale`, una `filiale` creata a Roma. Alla cui nascita si era opposto Femia, considerato referente nella capitale del clan Nirta di San Luca, in Aspromonte, la `mamma` della mafia calabrese. Gli stessi boss che ne avrebbero decretato la morte. Sullo sfondo, lo scontro per il traffico di droga.  Nell`ordinanza d`arresto ci sono le figure che circondano l`aspirante `picciotto` nella cerimonia: il capo società, il contabile, il mastro di giornata, il capo giovane e il puntaiolo, che mette il coltello o il punteruolo su cui il candidato deve ferirsi. Alcuni in quel caso assenti perchè non detenuti e rappresentati con dei fazzoletti annodati. E poi la `Ndrangheta, mai chiamata così, per prudenza, specie in carcere, ma `pisella` o `pidocchia` o `gramigna`, perché come quella infesta ed é ovunque. E anche i guadagni di un soldato della `ndrangheta come Cretarola: due-tremila euro al mese, secondo i periodi e gli `affari`. Sempre la droga costata cara a Femia.

Informazioni aggiuntive

  • Occhiello Nell`ordinanza d`arresto dei presunti autori dell`omicidio il percorso criminale di Gianni Cretarola
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