Reggio, le motivazioni con cui il Tar Lazio ha confermato lo scioglimento

L’amministrazione «assoggettata alle scelte delle locali consorterie criminali», le dure censure al ricorso e il ruolo di Arena Giovedì, 21 Novembre 2013 22:54 Pubblicato in Cronaca
L`ex sindaco di Reggio Calabria Demetrio Arena L`ex sindaco di Reggio Calabria Demetrio Arena

REGGIO CALABRIA «Va ribadito come emerga con ogni chiarezza che la proposta ministeriale abbia dato logicamente e adeguatamente conto di fatti storicamente verificatisi e accertati e quindi concreti, che sono stati correttamente ritenuti espressivi di situazioni di condizionamento e di ingerenza nella gestione dell`ente comunale nonché rilevanti in quanto generativi di un’azione amministrativa inadeguata a garantire gli interessi della collettività». È con parole lapidarie, che non lasciano spazio alcuno all’interpretazione che la prima sezione del Tar del Lazio, presieduta dl giudice Calogero Piscitello, con a latere il consigliere Angelo Gabbricci e l’estensore Anna Bottiglieri, ha rispedito al mittente il ricorso contro il decreto di scioglimento del Comune di Reggio Calabria presentato mesi orsono dai protagonisti politici della maggioranza dell’epoca Demetrio Arena, Giuseppe Martorano, Pasquale Morisani, Paolo Anghelone, Vincenzo Roberto Leo, Walter Curatola, Monica Falcomatà, Tilde Minasi, Demetrio Porcino, Vincenzo Nociti, Pasquale Imbalzano, Daniele Romeo, Antonio Pizzimenti, Pasquale Giovanni Naso e Demetrio Berna. Per i giudici romani alla base del decreto di scioglimento c’è «un variegato e complesso contesto probatorio che si connota per congruenza, concretezza e conducenza, facendo ricavare un vivido quadro dell’influenza esercitata dalla criminalità organizzata sugli organi elettivi del Comune di cui trattasi, con conseguente grave pregiudizio alla capacità di gestione e di funzionamento dell’ente comunale, assoggettata alle scelte delle locali consorterie criminali».

Nessun dubbio sulla permeabilità degli amministratori
Un giudizio senza appello per la Giunta dell’epoca, che pur di vanificare il decreto ha tentato persino di scaricare le colpe sull’amministrazione che l’aveva preceduta. «Se, infatti, la proposta contiene anche un qualche riferimento alla pregressa gestione – sottolineano i giudici romani – è evidente che tutti i numerosi addebiti partitamente mossi con il procedimento in parola risultano puntualmente indirizzati alla disciolta amministrazione, postasi con l’operato della prima in termini di continuità». Tanto meno – si legge in sentenza – «assume rilievo che la commissione di accesso sia stata nominata e abbia iniziato a operare non molto tempo dopo l’insediamento dei nuovi organi elettivi». Per i giudici questa non è una discriminante, ma al contrario «tale elemento è anzi suscettibile di aggravare nei confronti di questi ultimi il peso degli addebiti, il cui numero e varietà si dimostra ancor più rilevante in rapporto al periodo in cui gli amministratori sono stati in carica». Infine, non dimentica di segnalare il Collegio, che «non è vero che gli addebiti in parola si siano limitati a individuare mere illegittimità di gestione: è infatti evidente che il ripetuto scostamento dalle ordinarie modalità che devono caratterizzare l’azione di una pubblica amministrazione ha nella fattispecie avuto connotati e effetti ben precisi, accuratamente ricostruiti nella proposta e omogeneamente riflettenti la rilevata situazione di permeabilità, a partire da quella degli amministratori».

L’inammissibile tesi della motivazione politica
Sono queste le devastanti conclusioni cui giunge il Collegio di giudici amministrativi, dopo aver demolito – una per una – le argomentazioni che gli amministratori dell’epoca – rappresentati e difesi dagli avvocati Alberto Gamberini, Francesco e Luigi Migliarotti, Roberto Nania e Giuseppe Valentino – avevano addotto per giustificare il proprio ricorso.  Argomentazioni in teoria tutte tecniche, ma stando a quanto si legge in sentenza – sembrano scivolare piuttosto nel campo grande della dialettica politica. Secondo quanto sostenuto dai ricorrenti il potere di scioglimento dell’organo elettivo comunale sarebbe  stato «consapevolmente utilizzato in totale carenza dei presupposti di legge, all’esclusivo scopo di soddisfare specifiche esigenze di visibilità dell’azione del Governo in carica alla data dello scioglimento in tema di lotta alla criminalità organizzata». Un’affermazione grave, che per il Tar è «innanzitutto inammissibile laddove ridonda in considerazioni di carattere politico, cronachistico, dietrologico»,  ma soprattutto non ha alcun tipo di rilevanza o peso  nell’ambito di un procedimento giuridico. E sono quasi stizziti i giudici nel ricordare ai ricorrenti – ma soprattutto ai loro legali, cui certi profili dovrebbero essere ben noti – che «resta estranea a siffatto giudizio ogni considerazione che – come quelle cui i ricorrenti affidano l’affermazione in discorso – non trovi diretto e immediato riscontro, secondo l’esclusiva ottica della rilevanza giuridica riguardata secondo i canoni propri del diritto amministrativo, nell’apprezzamento degli elementi di fatto e di diritto presi in considerazione dal provvedimento, ovvero che non refluisca in indizi suscettibili di rivelare – secondo le tipizzate categorie dei vizi dell’atto amministrativo – l’esistenza di anomalie e irregolarità nella formazione della determinazione amministrativa». Traduzione, le considerazioni politiche o sedicenti tali non rilevano. I giudici sono chiamati a valutare fatti e in base ad essi, decidere. Peccato però che la disamina degli elementi concreti oggetto di giudizio non sia per nulla favorevole alle tesi degli amministratori “sciolti” per contiguità mafiosa.

«Non travisate i contenuti»
Contrariamente a quanto sostenuto dalla Giunta dell’epoca tramite i propri legali, le condotte che hanno portato allo scioglimento dell’amministrazione non riguardano solo il personale dipendente, non ci sarebbe alcuna difformità tra la relazione della commissione d’accesso e quella prefettizia, tanto meno il Ministro dell’interno, «al fine di concludere in ogni caso per lo scioglimento» – esattamente questo si sostiene nel ricorso – avrebbe  aggirato «il problema costituito dall’ambivalenza della relazione prefettizia, forzandola ovvero integrandola con autonome considerazioni, attinte direttamente dalle conclusioni della commissione di indagine». Argomentazioni da respingere al mittente per il Tar perché costituiscono un «evidente travisamento del contenuto della relazione» che «non lascia alcun dubbio, diversamente da quanto lasciato intendere dai ricorrenti, su quale sia stato il punto di partenza della relazione prefettizia». Quel documento – rimarcano i giudici – «più volte richiama e fa proprie le conclusioni della commissione d’indagine di cui al comma 2 dell’art. 143 TUEL, dando atto dell’avvenuta analisi da parte di questa non solo di “tutta la struttura burocratica-amministrativa del Comune» (pag. 4) ma ancor prima «di un elevatissimo numero di atti e documenti» soprattutto in particolari settori di attività comunali ove si era registrato un «susseguirsi di inchieste giudiziarie anche durante il periodo di attività della stessa Commissione» che hanno coinvolto amministratori e dipendenti del Comune, e che risultano “dall’esaustivo elenco” contenuto nella relazione conclusiva della commissione».

Il catalogo della vergogna
Ed è un ormai noto catalogo della vergogna – messo in luce dalla relazione prefettizia, come dal decreto di scioglimento – quello che i giudici non esitano a fare ricordando come non ci fosse settore o dipartimento che non risultasse infettato dalla presenza delle ‘ndrine o di chi lavorava per favorirle. Dall’assenza di qualsivoglia protocollo di legalità nel settore appalti pubblici, all’allegra gestione degli alloggi popolari, dallo scandalo del mercato di Mortara al quanto meno curioso «affidamento, rimesso alla competenza dell`Ufficio di gabinetto del sindaco, di incarichi legali riguardanti cause di rilevante valore a un avvocato (Giampiera Nocera, ndr) compagna di un assessore comunale (Luigi Tuccio) dimessosi nel marzo 2012 a seguito dell`inchiesta giudiziaria che ha portato all`arresto della madre della medesima, rea di aver favorito la latitanza di un boss ed essa stessa imparentata con la famiglia mafiosa»; dal generoso trasferimento di quasi 2,5 milioni di euro a «soggetti giuridici operanti nel terzo settore, in rapporti di contiguità con le `ndrine locali» ai «rapporti tra alcuni amministratori comunali eletti nella tornata del 2011, anche precedentemente in carica, ed esponenti della `ndrangheta a questi legati», fino alle «comprovate cointeressenze tra la medesima criminalità organizzata, la Multiservizi RC Spa e la Leonia Spa, ove tra i fornitori è risultato figurare la ditta “Semac s.r.l.”, destinataria di informativa antimafia di natura interdittiva ed affidataria di consistenti forniture», i giudici – pur non entrando nel dettaglio – non dimenticano di citare nessuna delle gravissime circostanze indagate dai componenti della commissione d’accesso prima e dal Prefetto o poi

Nessuna ambiguità nella relazione della prefettura
Soggetti diversi, autonomi e indipendenti, ma che sono giunti – ribadisce più di una volta il Tar – a una conclusione unanime: l’amministrazione comunale di Reggio guidata dal sindaco Arena è contigua alla ‘ndrangheta e per questo va sciolta. Non a caso i giudici citano in proposito eloquenti passaggi della relazione prefettizia. «L’analisi complessiva della situazione politico-gestionale dell’Ente, come tratteggiata dalla Commissione d’accesso – ricorda il Tar, citando la relazione del prefetto – induce a considerare l’ipotesi di una volontà specifica di non instaurare percorsi virtuosi e di non opporre un freno alla possibile intromissione, nelle articolazioni burocratiche, di personaggi collegati alla criminalità organizzata», determinazione che «deriverebbe non già – e non solo – da una forma (più o meno diffusa) di incapacità amministrativa, quanto piuttosto da un adeguamento tacito e supino a una situazione ormai risalente nel tempo e divenuta oggi difficilmente fronteggiabile». E ancora «l’omessa attivazione di meccanismi di difesa preventiva in settori nevralgico ha reso il Comune decisamente permeabile a condizionamenti esterni». Questi non sono che alcuni dei passaggi – «illuminanti» per i giudici – di quella relazione, «il Collegio – si legge in sentenza – non riesce a comprendere quali siano le titubanze e le ambiguità che i ricorrenti intendono attribuire all’Organo prefettizio nella visualizzazione del problema costituito dall’accertamento della permeabilità del Comune di Reggio Calabria all’influenza criminale delle cosche mafiose e nella individuazione dello strumento atto a fronteggiarlo».

Le identiche valutazioni del Ministero
E a conclusioni non dissimili sarebbe giunto il Ministero, dicono i giudici romani. «Non è rinvenibile – evidenziano infatti – alcuno scostamento tra la relazione della commissione di indagine, la relazione prefettizia e la proposta ministeriale, di talché tutte le argomentazioni ricorsuali in esame vedono sfiorire il loro presupposto sostanziale, consistente nella prospettazione di una relazione prefettizia contraria allo scioglimento, o comunque sul punto ambigua, che come detto non vi è, i termini assoluti fatti propri dal descritto impianto teorico non meritano condivisione». Un documento che riporta, contrariamente a quanto rappresentato dai ricorrenti, «fatti storicamente verificatisi e accertati e quindi concreti, che sono stati correttamente ritenuti univocamente espressivi di situazioni di condizionamento e di ingerenza nella gestione dell`ente comunale, cui non sono estranei anche gli  amministratori». Fatti che tanto la proposta di scioglimento, come la relazione prefettizia e la relazione della commissione di accesso, enumerano ed esaminano in dettaglio.

Il catalogo della vegogna 2
Ed è questo lo spunto che serve ai giudici per snocciolare un secondo, altrettanto noto, catalogo della vergogna che va dall’arresto dell’ex consigliere e assessore Giuseppe Plutino, alla partecipazione di Seby Vecchio al funerale di don Mico Serraino, che – ricordano i giudici – secondo due pentiti avrebbe appoggiato il politico già a partire dalle consultazioni amministrative del 2007, passando per l’allegra gestione degli alloggi popolari riconducibile a Eraclini, ma anche «l’emersione nei confronti di alcuni amministratori di situazioni non traducibili in addebiti personali, ma tali da rendere plausibile l`ipotesi di una loro soggezione alla criminalità organizzata, anche quando il valore indiziario degli elementi raccolti non si è risolto nell`avvio dell`azione penale o nell`adozione di misure individuali di prevenzione» e i vincoli parentali con «persone contigue alle cosche o gravate da vicende penali per associazione di tipo mafioso» di consiglieri e dipendenti comunali. Largo spazio riservano poi i giudici al curioso ruolo di consulente fiscale della Multiservizi – società mista in seguito sciolta per mafia – avuto tra il 2007 e il 2010 dal futuro sindaco “sciolto” Demi Arena. «Si ritiene al riguardo emblematico – si sottolinea – che l`amministrazione comunale abbia atteso l`emissione dell’interdittiva per procedere allo scioglimento della società mista, nonostante già nel corso del 2011 alcune indagini giudiziarie, che avevano anche portato all’arresto dell`ex direttore operativo della società, poi condannato in primo grado alla pena di 16 anni di reclusione, avessero fatto emergere fortissimi segnali di infiltrazione. Si segnala anche che il sindaco è stato fino al 2002 sindaco effettivo di una società il cui socio, quasi totalitario, è risultato essere contitolare di un`ulteriore società che detiene una significativa partecipazione azionaria nella società mista in parola. Il citato socio è risultato altresì possedere una partecipazione in un`ulteriore società, che annovera, fra gli altri soci: il padre di un assessore dimessosi a cagione dell`arresto della madre della compagna con l’accusa di favoreggiamento della latitanza di un noto esponente mafioso; il padre del presidente del consiglio di amministrazione della società municipalizzata; un soggetto, il cui fratello ricopre l`incarico di stretto collaboratore del sindaco e il cui coniuge ha svolto attività professionale per conto di altra società municipalizzata che gestisce il settore della raccolta dei rifiuti e che annovera fra i propri fornitori diverse imprese direttamente riconducibili al nucleo familiare di un boss mafioso nonché numerosi dipendenti con precedenti penali, pregiudizi di polizia, frequentazioni o vincoli familiari con ambienti controindicati».

Speranze deluse
Tutte circostanze già emerse all’epoca dello scioglimento del Comune, ma che non hanno ostacolato né la carriera politica dell’ex sindaco – promosso assessore regionale, dopo aver inutilmente tentato la corsa al Parlamento – né le esternazioni contro il provvedimento del Viminale, con tanto di pubbliche manifestazioni organizzate allo scopo.  Una battaglia che nei piani del centrodestra, reggino e non, avrebbe dovuto culminare in un vittorioso ricorso amministrativo contro lo scioglimento del Comune, ma la pesantissima sentenza del Tar del Lazio sembra aver tutte le carte in regola per stroncare qualsiasi sogno di rivalsa.