Al “Riuniti” il reparto degli orrori: arrestati 4 medici

REGGIO CALABRIA «Reggio Calabria è una città già sottoposta a sofferenze da una ‘ndrangheta che occupa il territorio come un sovrano. È  grave che in un luogo come questo, quelli che…

REGGIO CALABRIA «Reggio Calabria è una città già sottoposta a sofferenze da una ‘ndrangheta che occupa il territorio come un sovrano. È  grave che in un luogo come questo, quelli che dovrebbero muoversi per la tutela delle persone e della loro salute creino un sistema per coprire irregolarità e gravissime negligenze professionali». Per mestiere il procuratore Federico Cafiero de Raho ha imparato a conoscere i peggiori abissi in cui l’essere umano può sprofondare, ma è visibilmente turbato e indignato nel riassumere quell’indagine della sua Procura che ha svelato come gli ospedali Riuniti di Reggio Calabria nascondessero un vero e proprio reparto degli orrori, coperto per anni grazie a un vero e proprio sistema di falsificazione delle cartelle mediche. 

GLI ARRESTATI Ai domiciliari perché a vario titolo accusati di falso ideologico e materiale, soppressione, manomissione e occultamento di atti veri, nonché interruzione di gravidanza senza consenso, sono finiti  l’ex primario Pasquale Vadalà, il primario facente funzioni Alessandro Tripodi e i ginecologi Daniela Manunzio e Filippo Saccà, come pure i  ginecologi Salvatore Timpano, Francesca Stiriti, Antonella Musella, gli anestesisti Luigi Grasso e Annibale Maria Musitano,  il responsabile dell’ambulatorio di neonatologia Maria Concetta Maio e l’ostetrica Pina Grazia Gangemi, tutti interdetti dalla professione. Sul registro degli indagati figurano però anche altri camici bianchi, come i ginecologi Massimo Sorace e Roberto Rosario Pennisi, l’ostetrica Giovanna Tamiro e Antonia Stilo, le cui posizioni sono ancora al vaglio degli inquirenti.  Fatta eccezione per Vadalà, andato in pensione qualche tempo fa fra gli elogi, tutti quanti erano regolarmente in servizio e nessuno di loro è mai stato sottoposto a procedimento disciplinare.  Tutti quanti – stando a quanto emerso dalle indagini della procura – sono responsabili di un vero e proprio catalogo di «gravi negligenze professionali», per il gip Antonio Laganà compiute con «assoluta freddezza  e indifferenza verso il bene vita che di contro dovrebbero sempre essere abiurate dalla nobile e primaria funzione medica chiamata a salvare gli altri e non se stessi». 

PAZIENTI INCONSAPEVOLI DELLA TRAGEDIA Parti terminati con il decesso di neonati sani e in salute, procurati aborti senza consenso, lesioni irreversibili causate da imperizia o fretta, pazienti maltrattate o ferite durante interventi in seguito coperti da cartelle cliniche costruite ad hoc, sono solo alcuni degli episodi emersi nel corso di un’indagine, partita da una costola di un’inchiesta antimafia sulla famiglia De Stefano, quindi per anni rimasta ferma. Solo nel 2014, su impulso del procuratore aggiunto Gaetano Paci, le intercettazioni disposte a carico del primario Alessandro Tripodi sono state recuperate e riascoltate e sono stati disposti gli approfondimenti delegati alla Guardia di finanza. Mentre in procura i pm Annamaria Frustaci e Roberto di Palma passavano al setaccio i procedimenti iscritti negli ultimi anni e costruivano il quadro giuridico e logico necessario per  legare vicende riferibili allo stesso reparto e allo stesso sistema, è toccato ai finanzieri  recuperare con estrema difficoltà le cartelle cliniche e parlare con i pazienti e familiari di chi è passato per il reparto di Ginecologia e Ostetricia. «Abbiamo trovato fascicoli abbandonati in condizioni pessime e senza alcuna sistematizzazione», dice il tenente colonnello Luca Cioffi.  Il risultato messo insieme dai pm reggini è stato un affresco a tinte fosche, i cui protagonisti sono rimasti per lungo tempo all’oscuro della tragedia vissuta.  

50 MINUTI SENZA OSSIGENO «La madre di un bambino che ha riportato danni cerebrali irreversibili era addirittura grata ai medici di Reggio, perché pensava avessero fatto tutto il possibile». Non sa che il figlio avrebbe potuto essere come tutti gli altri. Il piccolo Karol invece fin dalla nascita è in stato vegetativo. Dopo il parto avrebbe avuto bisogno di essere intubato, ma l’intervento è stato eseguito con oltre cinquanta minuti di ritardo. Il perché lo spiega il dottore Sorace, al primario: «È  venuto Gallucci dopo cinquanta… quasi un’ora e l’ha intubato è stato 53 minuti senza intubazione, perché chi l’ha dovuto intubare non è stato capace». Incaricata dell’assistenza neonatologica era la dottoressa Maio, ma – sveleranno i suoi colleghi nel corso delle conversazioni intercettate – per quasi un’ora ha «era intubato nello stomaco». A causa della mancanza di ossigeno, il bimbo ha riportato danni permanenti, ma nessuno in quelle ore si preoccupa di lui. Tutta l’attenzione è per la cartella medica, che deve essere confezionata per coprire quanto successo. 

UN ABORTO INDOTTO La sorella del primario facente funzioni, Alessandro Tripodi, per anni è stata certa di aver perso il suo bambino al sesto mese di gravidanza per una disfunzione cromosomica che causa insufficienza amniotica. Ma in realtà, è stato il fratello, con la complicità dei colleghi Filippo Saccà e Daniela Manunzio, a indurre l’aborto perché temeva che il feto fosse malformato. Basta il medicinale giusto e quelli che sono i dolori dovuti ad una gravidanza difficile, diventano contrazioni indotte. È Tripodi a istruire la collega su come fare: «Tipo con una scusa, che non scende, che non fa, tipo vai e la trovi, no? … omissis… senza che ti vede nessuno, ehm, vedi come puoi fare, gli metti 2/3 fiale di SINT, gliela fai scendere a goccia lenta». Qualche ora dopo, la donna avrebbe abortito. Eppure, non c’era certezza alcuna che quel bimbo fosse malato. Se ne rende conto lo stesso Tripodi, che qualche ora dopo aver costretto la sorella ad abortire, parlando con il collega Saccà dice: «Niente, un oretta fa ha abortito; l’ho raschiata… omissis …senti.. ehm… apparentemente non mi sembra che abbia nulla, comunque… omissis …va bo, l’attaccatura un po’ bassa delle orecchie… non si capisce niente».  Per questo insieme al collega si ripromettono di conservare un po’ di tessuto per le campionature. «Domani – dice Tripodi – lo facciamo, ci chiudiamo in una stanza io e te e lo facciamo».  

SI È ROTTO L’UTERO Ma non solo i bambini, anche molte donne hanno riportato danni permanenti dopo essere passate per Ginecologia e Ostetricia. Lo racconta, con agghiacciante freddezza, la dottoressa Stiriti: «Ti stavo dicendo, si è divelto il collo, alla plica..hai capito? Ma qua l’utero si è staccato. Si è staccato l’utero, hai capito o no? Si è staccato il collo. Quando ho capito che è successo qualcosa di grosso, ho … detto Salvatore vedi… ho ficcato il dito e sono entrata dentro l’utero… Perché non è rotto l’utero! È divelto il collo, dalla plica. È una cosa pazzesca». Ma anche in quel caso, l’unica preoccupazione sarà manomettere le cartelle cliniche per poter parlare di una tragica complicanza. 

LE INDAGINI CONTINUANO «Siamo convinti – dice il procuratore aggiunto Gaetano Paci – che i fatti radiografati in questa vicenda siano solo una parte di quelli avvenuti in quella struttura, per cui invitiamo i cittadini a rivolgersi a noi, perché anche a distanza di tempo, siamo in grado di assicurare giustizia». Per molto tempo però , sottolinea il procuratore capo Federico Cafiero de Raho, non c’è stata giustizia alcuna per tantissime donne e le loro famiglie, che con fiducia si erano rivolte ai medici del principale centro medico del reggino. «Quelli che più degli altri dovrebbero avere un’etica radicata hanno dimostrato di non avere alcuna cura per quei valori costituzionali come la tutela della salute che dovrebbero essere alla base dello sviluppo della città».

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it





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