CALABRIA CORROTTA | «Peppe sa ma non riesce a bloccarlo»

Nelle carte dell'inchiesta "Robin Hood" gli scontri tra Salerno e l'ex dg Calvetta. Secondo il gip il consigliere regionale di Forza Italia finito in manette sarebbe «endemicamente inserito» in ambienti legati alla 'ndrangheta. «Ha costruito da quasi trent'anni un sistema di relazioni collaudato»

Venerdì, 03 Febbraio 2017 17:33 Pubblicato in Cronaca
Nazzareno Salerno e Peppe Scopelliti Nazzareno Salerno e Peppe Scopelliti

VIBO VALENTIA Era una vera e propria guerra di nervi quella che si consumava negli uffici della Regione durante la primavera del 2014. Uno scontro che coinvolgeva i vertici del dipartimento e dell'assessorato al Lavoro: da una parte il dirigente, Bruno Calvetta, dall'altra il politico, Nazzareno Salerno.
I due, entrambi di Serra San Bruno, si conoscono bene ma almeno dall'inizio del 2014 i loro rapporti si incrinano. Così in quei mesi, in uno dei settori cruciali dell'amministrazione regionale, si crea una pesante spaccatura tra il livello burocratico e quello politico. Una guerra di logoramento, quella tra Calvetta e Salerno, che avrà le sue conseguenze e che i pm della Dda di Catanzaro titolari dell'inchiesta "Robin Hood" ricostruiscono in alcuni passaggi contenuti nell'ordinanza del gip che ha portato all'arresto di nove persone. Tra queste proprio Salerno, consigliere regionale di Forza Italia ed ex assessore della giunta Scopelliti, considerato dagli inquirenti un elemento centrale del «comitato d'affari» legato alla 'ndrangheta che, secondo le ipotesi investigative, avrebbe messo le mani sui fondi del "Credito sociale" destinati alle famiglie disagiate.

«VERRÀ FUORI IL BORDELLO...» Molte delle pagine dell'ordinanza vergata dal gip Giuseppe Perri sono riempite dalle dichiarazioni di Calvetta, che per gli inquirenti è stato vittima di un'intimidazione perpetrata da Salerno (con la "partecipazione" decisiva di due elementi ritenuti vicini ai clan del Vibonese) per costringere il dirigente a trasferire in capo all'ex dg Vincenzo Caserta (anche lui finito in manette giovedì mattina) tutta la responsabilità sulla gestione dei fondi del Credito sociale. Cosa che in effetti avviene, con Calvetta che impartisce la disposizione al telefono mentre ancora si trova in auto con i due soggetti.
L'incontro, avvenuto a metà maggio, è però preceduto da un periodo parecchio burrascoso sull'asse dipartimento-assessorato. Già ad aprile, infatti, Calvetta si sfoga con una persona, a cui confida le pressioni messe in atto da Salerno nei suoi confronti per essersi opposto all'esternalizzazione della gestione finanziaria dei fondi del Credito sociale. «A Serra ... a Serra ... a Serra va dicendo in giro – si lamenta Calvetta – che sono un bambino, che non ho capito che è lui quello che comanda, che l'assessore è lui, che devo fare...». «Lui si era impuntato – risponde l'interlocutore – su qualcosa che tu non gli hai fatto per come lui avrebbe volut...». E Calvetta conferma: «Eh si, infatti... del Credito... il Credito... è il Credito... infatti gli otto mesi che sono passati, sono passati perché lui ha mandato delle bozze di... delle bozze di avvisi, che non competeva a lui, da uno studio... infatti io ho le mail... hai capito perché lo fotto? Eh che verrà fuori il bordello, ecco perché... devo andare da un penalista per forza Savé... non è che posso... (incomprensibile)... cioè io... la cosa che non capisco, è come mai Peppe non riesce a bloccarlo... sapendo queste cose...».
A margine del testo della conversazione i pm annotano che Calvetta «si dimostra pienamente cosciente della rilevanza penale delle condotte dell'assessore, tanto da riferire all'interlocutore di doversi rivolgere ad un penalista per forza». Le pressioni che sarebbero poi culminate nell'incontro intimidatorio di maggio, insomma, erano già insostenibili nei mesi precedenti, e lo stesso Calvetta non si spiegava come mai nemmeno «Peppe», ovvero l'allora governatore Scopelliti, pur conoscendo la situazione non riuscisse a «bloccare» le ingerenze di Salerno.

TRENT'ANNI DI RAPPORTI PERICOLOSI Secondo le ipotesi dei pm, dunque, il politico serrese pretendeva la totale accondiscendenza alla sua volontà, e chi non ci stava era fuori dai giochi. «Così – si legge nelle carte dell'inchiesta – fu per il Calvetta, per piegare il quale, non essendosi dimostrati sufficienti la serie di contestazioni mosse per iscritto al fine di screditarne l'operato ed esasperare i toni, il Salerno non ha esitato a ricorrere all'aiuto degli "amici"». "Amici" che secondo gli inquirenti erano «collegati al clan Mancuso» e ai quali il politico serrese sarebbe stato legato «anche per il fatto che, in cambio di favori di varia natura, gli stessi, anche in passato, si erano impegnati nella raccolta dei voti per la sua elezione».
Anche nelle valutazioni sulle esigenze cautelari, infine, le parole del gip sono pesanti come macigni: Salerno «ha dimostrato di essere endemicamente inserito in ambienti legati alla criminalità organizzata dei quali non disdegna di avvantaggiarsi per raggiungere i propri obiettivi egoistici: egli infatti, attualmente membro del consiglio regionale della Calabria, ha costruito da quasi trent'anni un sistema di relazioni collaudato nei contesti delinquenziali, dimostrando di poter contare sempre sul loro appoggio».

Sergio Pelaia
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