MANDAMENTO | Il 15enne scrive al boss: «A disposizione per Voi»

Tra le carte dell'inchiesta contro i clan della Locride la lettera di un adolescente che sogna di affiliarsi alla 'ndrangheta. Dalle ricostruzioni degli inquirenti emergono anche le umiliazioni agli ex fidanzati della figlia del boss Martedì, 04 Luglio 2017 17:46 Pubblicato in Cronaca

REGGIO CALABRIA Non il calciatore e neanche lo youtuber, o magari il rapper. A quindici anni, a Locri, c’è chi sogna di fare lo ‘ndranghetista. E per questo, litigando con la sintassi, si arma di carta, penna e coraggio e scrive al boss. Sono questi i sogni al rovescio di uno degli adolescenti della Locride, che fanno da impietosa cartina tornasole «dell’ammirazione e del timore reverenziale» suscitato da Antonio Cataldo “Papuzzella”.

L’UNIVERSO AL CONTRARIO DI LOCRI Poco importa che il boss sia in carcere da tempo. Poco importa che per i suoi crimini sia stato condannato ad una lunga detenzione. Per molti, troppi giovani rimane un “mito” da prendere ad esempio. «Di norma – commentano quasi sconfortati inquirenti e investigatori – i ragazzi di quell’età si rispecchiano in tutt’altra tipologia di personaggi, invece nella Locride è il boss a costituire il modello di riferimento». A cui si fa di tutto per arrivare e cui ci si rivolge con i toni deferenti che un aspirante apprendista userebbe con il general manager della grande impresa in cui vorrebbe lavorare.

AUTOCANDIDATURA Quella dei Cataldo – di cui “Papuzzella” per anni è stato amministratore e capo – produce violenza, sopraffazione, soldi sporchi di sangue. Ma per un quindicenne di Locri è un obiettivo da raggiungere. Tanto da spingerlo ad autocandidarsi per lettera all’affiliazione. Sa che la figlia del boss frequenta la sua stessa scuola ed è a lei che si avvicina, spacciandosi per un cugino, e consegna speranzoso la missiva. 

LA PARENTELA MILLANTATA E LA VOGLIA DI CLAN Chi sia l'aspirante picciotto, la figlia di Papuzzella non lo sa. «Quindici (15) anni c’ha questo ragazzo!» dice. «Me l’è venuto a dire la bidella. Mi ha detto “vedi che ti cerca tuo cugino!”. Gli ho detto “… e chi è mio cugino?”.Io gli ho detto che non siamo cugini … non so da dove gli è uscita sta cosa!», racconta indignata. «È venuta o portarmela in classe! E ogni cosa! Ma stiamo scherzando, qua? La parentela da dove gli è uscita!?» dice quasi sorpresa - e non piacevolmente - da quel contatto. Al padre - annuncia - non parlerà neanche di quella missiva. Ma con la madre vuole condividerla. Buongiorno carissimo, come va?», esordisce il ragazzo, che fa un po’ a pugni con le parole prima di arrivare al punto: «io sottoscritto (omissis) vorrei mettermi a disposizione per Voi e la vostra famiglia».

 

(ANTI) ESEMPIO DA EMULARE Tra il divertito e l’inorgoglito,  la ragazza legge ad alta voce ma viene bloccata subito dalla donna, cui bastano un paio di frasi per capire il tono della missiva e ordinarle di interromperne immediatamente la lettura. È moglie di boss, sa che in ogni auto si può nascondere una cimice. E intuisce che in quelle poche ingenue righe c’è la dimostrazione palese di quello che gli investigatori affermano da tempo. «Non può esserci – si legge nelle carte – attestazione più diretta e genuina da cui evincere l’ammirazione di cui godeva il capo cosca Antonio Cataldo a Locri, come se il suo trascorso criminale fosse un esempio da emulare».

DI PADRE IN FIGLIA Un’aura impastata di violenza e potere, che ha reso “Papuzzella” il rappresentante di un sistema basato su regole alternative anche per le sue stesse figlie. È a lui che la primogenita, Federica, oggi ventisettenne, si rivolge quando il suo ragazzo, Francesco Frammartino, la lascia dopo averla a suo dire tradita. Un affronto per il quale la giovane pretende vendetta, per questo si rivolge al padre, il quale non esita a convocare il ragazzo e il padre.

PANE E UMILIAZIONI Poco dopo, è la stessa ragazza a raccontare la scena ad un’amica, sottolineando con malcelato piacere: «è stata veramente una scena orribile veramente … nel senso che lui (Francesco Frammartino, ndr) ha fatto sempre la solita vittima, suo padre per la vergogna si è messo a piangere. Guarda, credimi una scena …proprio ho il cuore fatto a mille pezzi, non per lui ma per suo padre …la vergogna che ha provato quell’uomo piangendo e chiedendo scusa». Un’umiliazione che il ragazzo ha faticato a digerire, tanto da usare i social per rispondere allusivamente alla convocazione di un «carcerato o latitante».

LO DICO A PAPA’ E FACCIO COME LUI Un’offesa grave per la ex, che non solo è andata prontamente a riferirlo al padre, facendolo montare su tutte le furie. «Tu hai visto cosa ha scritto Francesco? – racconta prontamente all’amica – Perché ieri sera, credimi, quando ho visto questa cosa, che me l’hanno mandata, mio padre mi ha detto “Federica vedi che non sto andando a prenderlo dai capelli, dai quei quattro capelli che gli sono rimasti, perché non posso, perché ho la sorveglianza”. Perché il signorino ieri a messo una foto e ha scritto “carcerato latitante ah, ah, ah, ah, oh yeah”, ma come ti permetti, tu esci da casa mia e poi mi vieni a fare lo sfottò? Ma vergognati, che dovresti baciare Gesù Cristo che ieri ti è andata bene. Ma come si permette?». Affronto che la stessa ragazza sembra aver deciso di punire. Utilizzando i metodi paterni. Dall’indagine, emerge infatti che sarebbe stata lei a ordinare a Domenico Zucco – uno dei ragazzi orbitanti intorno al clan – di «dare una lezione» all’ex.

NUOVI FIDANZATI, VECCHI METODI Non meglio sembra essere stata digerito l’atteggiamento di Daniele Congiusta, altro fidanzato della ragazza, che avrebbe avuto addirittura l’ardire di strattonarla, dopo essere stato brutalmente offeso in un locale. Il ragazzo ci ha subito rimediato uno schiaffo, ma il peggio è arrivato il giorno dopo. A casa sua si sono presentate la sua (ex) dolce metà e la madre, Annamaria Pittelli, pretendendo scuse e minacciando di informare il boss Papuzzella dell’accaduto. «Tu devi pregare solo, gli ho detto io – riferisce tronfia la moglie di Cataldo – che le persone hanno visto [l’aggressione, ndr]… che non ci sia qualcuno che conosce a te, perché, se mia figlia ti ha tirato uno schiaffo, mio marito te ne tira due!”».

SUPPLICHE E PREGHIERE Parole che non hanno intimorito il ragazzo, ma hanno terrorizzato suo padre, Luciano Congiusta, che ha supplicato la donna di non informare il marito, strappandole infine una promessa di silenzio. «A Luciano – racconta – …gli abbiamo promesso che mio marito non … perché poi succedono cose! Gli ho detto io “noi a Totò non gli diciamo niente. Ma quando lo verrà a sapere … cazzi suoi! …Cazzi suoi! Perché prima o poi lo viene a sapere!». Non è dato sapere che esiti abbia avuto la vicenda. Le microspie da lì a poco sono state staccate. Ma anche questa – spiegano gli inquirenti – è una vicenda paradigmatica.

L’ALTRA LEGGE DI LOCRI «Anche se Antonio Cataldo non avesse materialmente adottato alcun provvedimento nei confronti degli ex fidanzati della figlia e dei loro familiari – si legge nelle carte – il semplice fatto di essere un Cataldo, ed in particolare il capo dell’omonima cosca, costituiva motivo di preoccupazione, temendo di subire conseguenze notevolmente più gravi rispetto all’entità delle situazioni che si erano venute a creare. Di conseguenza il perdono del boss lo si implorava umiliandosi in lacrime al suo cospetto oppure si supplicava sua moglie di non raccontargli fatti che avrebbero potuto determinare più gravi conseguenze». Perché a Locri i Cataldo erano legge, tribunale e boia.

a. c.