Nuovo memoriale di Lo Giudice: «Ecco i politici della Santa»

Il pentito reggino punta il dito contro gli imputati di “Gotha”, ma chiama in causa anche Flesca. E conferma il piano stragista di clan, massoneria e servizi deviati Mercoledì, 20 Settembre 2017 22:42 Pubblicato in Cronaca
Nino Lo Giudice Nino Lo Giudice

REGGIO CALABRIA Non solo è tornato a collaborare con i magistrati, ma forse per la prima volta ha fornito in modo coerente informazioni e dettagli su temi – scottanti – in precedenza solo accennati. C’è un nuovo memoriale del pentito Nino Lo Giudice. Il dato emerge dalle motivazioni della sentenza con cui il Tdl ha confermato l’ordinanza di custodia cautelare a carico di Paolo Romeo dopo il rinvio disposto dalla Cassazione. Si tratta di un documento recentissimo – risale al giugno scorso – ed è citato solo in parte. Ma tanto potrebbe bastare a far tremare chi da tempo guarda con apprensione alle iniziative investigative della Dda di Reggio Calabria.

LA SUPER-LOGGIA CHE CONTROLLA LA POLITICA «La politica reggina – si legge nelle carte – coinvolta in modo indelebile con quella che possiamo definire la ‘ndrangheta massonica o meglio dire la zona grigia». Parole pesanti, ma forse giustificate alla luce delle informazioni che Lo Giudice afferma di poter fornire «Finora – scrive – è attiva una superloggia segreta che impartisce e spartisce i proventi che fuoriescono dalle casse dello Stato e della povera gente». L’italiano di Lo Giudice zoppica, il narrato no. Le sue parole sembrano confermare punto per punto quello che dalle inchieste della Dda sta emergendo.

I POLITICI DEL CALIFFATO DI ARCHI «Secondo la mia opinione e la mia conoscenza diretta o indiretta su molti soggetti, credo che ci siano pochissimi politici che non si sono lasciati tentare o essere tentati dal Califfato di Archi e dal mandamento di centro». Nello stralcio riportato dai giudici, i loro nomi sono in larga parte coperti da omissis. Ma alcuni sono sopravvissuti alla censura dettata dalla necessaria segretezza investigativa.

«ECCO I NOMI» C’è quello di Alberto Sarra, definito dal pentito «un venduto, alla mercè di Pasquale Condello, che durante il primo esordio del Sarra si rivolse al Capo dei capi per ottenere la sua protezione ed essere eletto con i voti che lo stesso Condello gli fece emergere dal nulla». C’è quello di Delfino, altro imputato del processo Gotha che – afferma Lo Giudice - «negli anni Duemila si presentò ai Franco Murina per essere aiutato per ottenere la sua candidatura come presidente della circoscrizione di Santa Caterina». Ma fra i politici evocati dal collaboratore c’è anche Manlio Flesca, già condannato a 2 anni e 6 mesi di carcere per corruzione elettorale e abuso d'ufficio, entrambi aggravati dall'aver favorito la 'ndrangheta, in uno stralcio del processo Meta. Per Lo Giudice, era «un altro protetto del capo mafia Pasquale Condello che ottenne la sua candidatura nel Comune di Reggio Calabria con l’aiuto del cartello condelliano».

«FEDELISSIMO DEL CARTELLO ARCOTO» E c’è il senatore Caridi, dall’estate scorsa in carcere perché considerato uno dei politici costruiti dalla direzione strategica della ‘ndrangheta per raggiungere i suoi scopi. Per il pentito è «corrotto e fratello del cartello destefaniano – Tegano». Ma soprattutto c’è l’ex deputato del Psdi, Paolo Romeo. «Un fedelissimo del cartello arcoto che nel tempo divenne uno dei pilastri degli amici degli amici» si legge nel memoriale di Lo Giudice prima che le sue parole vengano coperte da un lungo omissis. E infine (o forse no, considerando il numero di “censure”) fra i “corrotti” il pentito indica «Cammera, un altro massone di rango e coinvolto con le cosche massoniche reggine».

L’INCONTRO DI VIBO E di rapporti fra logge e clan, Lo Giudice sembra saperne parecchio. Del resto, già da giovanissimo ha iniziato a frequentare le celle in cui erano detenuti di peso della ‘ndrangheta reggina. E porta un cognome in grado di garantirgli l’accesso a determinate informazioni. Soprattutto negli anni Novanta. All’epoca – ricorda nel suo memoriale – era finito in cella con Cosimo Moschera, rampante capo locale di Santa Caterina. «Mi disse: “compare quando noi eravamo ancora a Reggio, dopo la condanna di primo grado, Peppe De Stefano, insieme ad altri, si riunirono a Vibo, in un residence. Lì c’erano Peppe De Stefano, Nino Fiume, Licio Gelli, Mario Coco Trovato, l’avvocato Giorgio De Stefano, Pino Piromalli, Pino e Rocco Molè, poi c’erano personaggi che rappresentavano la mafia siciliana, un certo Giuseppe Albanese; quello che faceva parte a Filippo Barreca di Pellaro».

LA STRATEGIA EVERSIVA Si tratta di una dichiarazione importante, che trova riscontro nelle parole di altri collaboratori – calabresi, siciliani e pugliesi – che negli anni hanno parlato degli incontri durante i quali è stata concordata la partecipazione dei clan calabresi alle “stragi continentali”. Tutte dichiarazioni già in larga parte riscontrate e che oggi sono uno dei pilastri dell’inchiesta “Ndrangheta eversiva”.  Al centro dell’indagine, il piano eversivo messo insieme da mafie storiche, ambienti piduisti della massoneria, estrema destra e quella sezione dei servizi nei decenni precedenti coinvolta nelle operazioni “stay behind” per mandare al potere una classe politica compiacente. Un piano di cui Lo Giudice sembra sapere più di qualcosa.

IL SOGNO SEPARATISTA «Loro (Albanese - Barreca) – si legge nel memoriale – facevano parte dell’estrema destra (o meglio ancora dell’avanguardia nazionale) e ai servizi deviati dello Stato e collegati alla massoneria deviata insieme a Franco Freda e a Paolo Romeo». Anche queste sono circostanze già emerse in precedenza nelle parole di tanti pentiti di diversa estrazione e che fanno da riscontro alle parole di Lo Giudice, il cui ruolo si inizia a comprendere anche in ragione del patrimonio conoscitivo che dimostra di avere. «Lo scopo di quella riunione – afferma – era destabilizzare il Paese e puntare ad un potere separatista parallelo allo Stato italiano e far nascere un nuovo partito della Lega in Calabria». Nel corso della medesima riunione, aggiunge «si era parlato anche di una strategia che doveva essere messa in atto per smantellare Pasquale Condello definitivamente». Una circostanza plausibile alla luce della guerra fra destefaniani e condelliani che in quegli anni insanguinava le strade di Reggio.

L’ALLEANZA CON I PIROMALLI Quel periodo, così come quello relativo alla precedente guerra, Lo Giudice lo conosce e lo ricorda bene. Sa che durante il primo conflitto, durante il quale la vecchia ‘ndrangheta di ‘Ntoni Macrì e Mico Tripodo è stata cancellata a colpi di lupara, «i fratelli De Stefano si erano confederati con i Piromalli-Molè di Gioia Tauro, dove insieme intrallazzavano sigarette e droga. I due schieramenti erano consolidati dai due più potenti personaggi di quel tempo: Mommo Piromalli e Paolo De Stefano». Ma – ci tiene a sottolineare il collaboratore – «all’ombra di tutto quello che stava per nascere c’era il cospiratore dell’avvocato Giorgio De Stefano, che guidava e consigliava il più famigerato Paolo De Stefano, che dopo la morte del fratello Giorgio divenne il capo assoluto della famiglia».

GIORGIO IL CONSIGLIORI Una fotografia precisa di assetti già consolidati da sentenze definitive. Ma che si arricchisce di qualche particolare in più. Se don Paolino era il capo operativo – spiega Lo Giudice – è toccato al cugino, l’avvocato Giorgio tessere « la complessa ragnatela di intrecci con i servizi di sicurezza e massoneria». In quegli anni – aggiunge il pentito - «i due padrini decisero di far fiorire e formare la Santa, coinvolgendo quasi tutti i padrini più eccelsi che facevano parte del comando dell’intera ‘ndrangheta calabrese (eccetto Domenico Tripodo di Sambatello di Reggio Calabria e Antonio Macrì di Siderno e altri) che rafforzò il loro dominio confrontandosi e unendosi con massoneria e servizi deviati e politica, divenendo più potenti e intoccabili e più infami di prima».

«SONO INFAMI» Una parola forte, quest’ultima, nel mondo delle ‘ndrine. Ma che Lo Giudice usa di proposito. «Infami – specifica – perché hanno imbastardito la vera antica ‘ndrangheta. Negli anni Settanta era nata una sorta di criminalità eccelsa che faceva affari con personaggi di rilievo come per esempio Licio Gelli,  Franco Freda, Fefè Zerbi, Stefano Delle Chiaie, il famosissimo Paolo Romeo». Per il pentito si tratta di «personaggi che in quegli anni cospirarono contro la Repubblica italiana, misero in atto una guerriglia cittadina per stravolgere il potere del capo dello Stato, ispirandosi ad una separazione del Meridione dal resto d’Italia. In quello stesso complotto, camuffato da “Boia chi molla” morirono centinaia di innocenti». Una dichiarazione con cui Lo Giudice mostra forse per la prima volta il perché della rabbia, mista a paura, mostrata in più di un processo nei confronti degli arcoti. Il collaboratore sembra aver capito di essere stato preso in giro, insieme a legioni di picciotti e luogotenenti, tutti mandati a combattere una guerra di cui non conoscevano il vero scopo. Quanto meno all’epoca.

LA STAGIONE ROMANA Paolo De Stefano e «il suo braccio destro» Pasquale Condello, «uomo con un’intelligenza depravata» - aggiunge - «erano latitanti a Roma e nel nord Italia dove furono i primi ad entrare in contatto con alcuni componenti della Banda della Magliana, dove si intrecciarono con i Nar e fecero lo sterminio nella capitale, racimolando montagne di denaro con i sequestri di persona insieme al boss Saro Mammoliti di Castellace». Una strategia – spiega Lo Giudice – necessaria per divenire «il potere assoluto da più fonti. Mi venne narrato – sottolinea – che Pasquale Condello in quegli anni, quando era latitante a Roma insieme a Paolo De Stefano, quando i due entravano in azione per qualche rivalsa o qualche colossale rapina, Pasquale Condello era agguerrito, sparava con due pistole».

I LEGAMI DI ROMEO E MOSCHERA Sulle dichiarazioni di Lo Giudice, gli approfondimenti sono probabilmente in corso. Investigatori ed inquirenti devono e vogliono sapere come e quando ha appreso queste informazioni. Non tutto il memoriale sembra esser stato reso pubblico, ma dagli stralci richiamati dal Tdl, pare che alcune spiegazioni Lo Giudice le abbia fornite. Quanto meno riguardo alla possibilità di accedere alle informazioni dimostrata da Cosimo Moschera. Lui – afferma – «mi disse che in passato era stato nell’avanguardia nazionale (in verità si trattava di destra eversiva) insieme all’avvocato Paolo Romeo, al marchese Zerbi ed era in stretto contatto con lui e più volte era intervenuto per farlo uscire di galera». Circostanze di cui il pentito ha avuto cognizione diretta perché – dice – «avevo assistito di persona a incontri fra il Moschera e il Romeo dove si stava realizzando il nuovo Palazzo della Regione».

«SO PERCHE’ HO VISTO» Sul punto, Lo Giudice è preciso. «Ricordo – si legge nelle carte – che era l’anno 85-86, insieme al Moschera ci recammo dove era in costruzione il palazzo della Regione, lì ad attenderlo c’era l’avvocato Romeo che discuteva con l’ingegnere che seguiva i lavori e altre persone che conoscevo. Fu in quell’occasione che il Moschera mi presentò il Romeo. Ricordo che quando andammo via da lì, il Moschera mi disse che l’avvocato Romeo stava discutendo con l’ingegnere riguardo i lavori che stava effettuando». A che titolo, non è dato saperlo. Magari nuove indagini saranno in grado di chiarirlo.

«SU ROMEO, LO GIUDICE E’ ATTENDIBILE» Per quanto riguarda il resto del narrato del collaboratore, gli inquirenti sono probabilmente al lavoro. Tuttavia per quelle che riguardano Romeo è il Tdl a mettere un punto fermo. «Non vi sono motivi per ritenere non veritiere le dichiarazioni del Lo Giudice sulla figura di Paolo Romeo» – scrivono i giudici – «il cui tenore risulta logico e coerente». Del resto, ricorda il collegio, di recente anche altri collaboratori come Marcello Fondacaro hanno parlato dell’esistenza di una loggia coperta in Calabria, una deviazione «della loggia giustinianea.

LE CONFERME DI FONDACARO «Ho saputo – si legge nel verbale del pentito della Piana richiamato in sede di motivazione – che era la P2, la ex  P2 di Licio Gelli, perché Pino Strangio mi parlo proprio di questo, che lui era il gran maestro, diciamo a Gioia e per il circondario». E poi «anche Paolo Romeo – afferma Fondacaro – sapevo essere appartenente a questa loggia, quando ancora faceva parte del Psdi, partito socialista democratico italiano. Me lo dissero i fratelli Dato, Giovanni ed Egidio, di Gioia Tauro». Gli stessi – aggiunge – che gli avrebbero riferito che «Paolo Romeo era un massone e loro erano iscritti nello stesso partito». Dichiarazioni perfettamente sovrapponibili a quelle di Lo Giudice – dicono i giudici – e che bastano a spazzare via ogni dubbio.