I volti della "Cupola"della 'ndrangheta

Le telecamere di Presa diretta a caccia degli invisibili braccati e portati a processo dal procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo. Bindi: «Nelle logge ufficiali ci sono condannati e imputati per mafia». E Gratteri avverte: «Il concorso esterno è solo un comodo parcheggio» Martedì, 26 Settembre 2017 00:59 Pubblicato in Cronaca

REGGIO CALABRIA Ci sono le voci, ci sono le storie, ci sono i volti di chi si è arrogato il diritto di decidere per intere città, intere regioni, forse interi Paesi. C'è la faccia vera della 'ndrangheta, al netto di cariche, santini e rituali. E i rapporti che questa direzione strategica oscura ha con il mondo delle istituzioni, dell’intelligence, della politica, incontrati. E c’è la testimonianza di chi ieri ha dato loro la caccia e di chi oggi li sta braccando. C'è tutto questo nella puntata che Presa diretta ha dedicato lunedì sera alla mafia calabrese. 

LA CUPOLA NECESSARIA «Al di sopra della struttura organizzativa – spiega il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo – deve esserci una struttura decisionale, cioè deve necessariamente esserci un insieme di soggetti che fissano i programmi, fanno le strategie, individuano i settori in cui operare e che ovviamente attraverso un sistema di comunicazione molto sofisticato poi fanno arrivare il programma alla base  è impossibile pensare che l’uomo di ‘ndrangheta immediatamente riconoscibile come tale possa interloquire a livello politico, istituzionale, finanziario, economico, bancario. È possibile pensare a quell’interlocuzione soltanto pensando che accanto alla struttura di base ci sia una struttura di vertice, che pur legata alla struttura di base non deve manifestarsi come tale, pur essendo ‘ndrangheta, pur essendo mafia, anzi pur essendo la manifestazione apicale di questi fenomeni criminali».

RACCONTARE GLI INVISIBILI Per la prima volta Presa diretta porta di fronte alle telecamere la direzione strategica della ‘ndrangheta. Gli invisibili. Quasi un azzardo da raccontare per immagini. O forse no. E non solo perché alcuni degli invisibili strateghi della “cupola” della ‘ndrangheta reggina sono oggi a processo grazie alla perseveranza del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo e del pool di colleghi che ha costruito quello che oggi è il processo Gotha. Ma anche – e soprattutto – perché le tracce che uomini come Paolo Romeo, Giorgio De Stefano, Alberto Sarra, Antonio Caridi hanno lasciato sul territorio sono pesanti. Allo stesso modo, nel tempo si sono fatte notare quelle degli uomini che nel tempo hanno usato, come il giudice Tuccio e don Pino Strangio, l’eterno canonico del santuario di Polsi, carica che ha abbandonato dopo l’arresto pur rimanendo parroco di San Luca.

L’IMMAGINE DISTORTA DELLA DEMOCRAZIA «Il pericolo  è potenzialmente che il sistema criminale evoluto, che è un sistema che è potenzialmente allargato, sia in grado di andare oltre – spiega il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo – se questo già lo sappiamo, anche noi dobbiamo cercare di cambiare prospettiva. Le organizzazioni di tipo mafioso nella forma che ho cercato di spiegare oggi sono un problema che incide sulla stessa tenuta democratica perché i grandi capitali che le mafie gestiscono e prima ancora generano, immesse sul mercato, alterano il mercato. E il mercato alterato, dunque governato secondo logiche mafiose, diventa un problema politico. Il sistema democratico è come un vecchio televisore. Se noi collochiamo accanto ad esso un enorme magnete, che sono le mafie, l’immagine che verrà fuori da quel vecchio televisore, che è la vita di ognuno di noi, sarà distorta»

DEMOCRAZIA SCIPPATA A partire dagli anni Settanta – quando il clan De Stefano entra dalla porta grande nel mondo della politica, delle istituzioni, intreccia rapporti dell’intelligence, diventa parte di un progetto eversivo - quella di Reggio Calabria, emerge dall’inchiesta di Presa diretta, è una democrazia scippata. In tutte le elezioni, quanto meno dal 2002 ad oggi non solo la ‘ndrangheta ha detto la sua. Ma ha deciso – a tavolino e in anticipo – il nome dei vincitori. Lo ha fatto con il «cane di mandria» - lo definisce Romeo – Giuseppe Scopelliti, scelto più volte al Comune e poi spedito in Regione. Lo ha fatto con Umberto Pirilli, mandato al Parlamento europeo. E in occasione delle legislative, quando per il Senato la cupola ha scelto Antonio Caridi. Un politico – dice l’inchiesta Mammasantissima – costruito in vitro dalla direzione strategica della ‘ndrangheta.

SVILUPPO PER CHI? Anche lo sviluppo sulla riva dello Stretto è stato scippato. Presa diretta fa i conti in tasca a chi ha gestito per anni il decreto Reggio e confronta quella marea di milioni con i risultati che hanno prodotto. Strade dissestate, opere incompiute o peggio abbandonate, progetti sfumati, opportunità perse.

IL MEA CULPA DI FALCOMATÀ «Quello che è successo a Reggio non è successo per caso e non è successo per fortuna. Sotto il profilo finanziario, sotto il profilo della gestione delle società miste, sotto il profilo degli appalti. Era chiaro che ci fosse un sistema – dice il sindaco Giuseppe Falcomatà – e adesso sta venendo alla luce». Ma nella trappola tesa da quel sistema anche Falcomatà – fa notare l’inviato di Presa diretta – ci è cascato. Si è seduto al tavolo con Paolo Romeo, lo ha invitato persino nella casa comunale a parlare di città metropolitana. Ed era questo – dicono i magistrati – l’obiettivo di Paolo Romeo prima dell’arresto. Mettere le mani sui soldi – tanti – che la città metropolitana avrebbe portato con sé. «Con il senno di poi – ammette il sindaco – si può di certo ravvisare un’inopportunità. Però – si giustifica – non è un incontro a tu per tu, non è una cena».

L’AMBASCIATORE DELLA CITTÀ METROPOLITANA La medesima causa di “Reggio città metropolitana” è stata perorata da Romeo anche in Parlamento, nella commissione parlamentare presieduta da Anna Finocchiaro. E alle Camere, grazie alla disponibilità dell’onorevole Scilipoti, che intercettato dice all’ex deputato oggi in carcere: «Tu mandami un’interrogazione parlamentare, io la firmo e la presento». Così – secondo l’inchiesta del procuratore aggiunto Lombardo – lavorava la direzione strategica della ‘ndrangheta. Una “cupola” a cui già negli anni Novanta i magistrati di Reggio Calabria davano la caccia. Almeno fin quando non sono stati fermati. 

L’ATTACCO ALLA CUPOLA NEGLI ANNI NOVANTA «Noi avevamo intuito l’esistenza di un giro massonico in cui ci sono i banchieri, gli imprenditori, i politici, i mafiosi. Ci sono i magistrati che servono per aggiustare i processi», dice Vincenzo Macrì, uno dei magistrati che ha istruito la maxi-inchiesta Olimpia. Un’indagine pesante, conclusa con centinaia di arresti e decine di ergastoli, portata avanti al prezzo di minacce pesanti. «In quel periodo di fronte casa mia c’erano i militari dietro i sacchi di sabbia» ricorda. Macrì è stato il primo che a far arrestare Giorgio De Stefano e Paolo Romeo. Erano finiti in carcere per associazione mafiosa, ma alla fine sono stati condannati solo per concorso esterno. E il suo lavoro – spiega – è stato interrotto. È stato fermato. «Perché davo fastidio a tanti. Inclusi tanti colleghi». 

LA MASSONERIA DELLA MASSONERIA Non si tratta – conferma il collaboratore di giustizia Cosimo Virgiglio – solo di gelosie professionali. «C’è stato un periodo in cui cercavamo i rapporti con gli avvocati perché era il modo più diretto per arrivare ai magistrati, per sistemare i processi», dice il pentito Cosimo Virgiglio. Imprenditore del clan Molè, massone di alto rango, Virgiglio conosce dall’interno gli alti gradi della massoneria. Quella segreta, quella che in ambienti investigativi viene definita la massoneria della massoneria. «Oggi posso dire che era la loggia del vero potere. C’erano anche capi di Stato – confessa – alcuni ancora in carica. La base era sempre il denaro, il potere, quindi la costituzione di banche, arraffare capitali. All’epoca c’era in ballo la fornitura in Turchia di elicotteri Augusta. E si andava a decidere lì». Alla ‘ndrangheta questa loggia, gli elementi di questa loggia – spiega il pentito – servivano soprattutto per riciclare denaro. «Fra ‘ndrangheta e massoneria – aggiunge – c’era un sistema di mutuo scambio». E questa struttura non era del tutto sconosciuta alla massoneria ufficiale. «Con questa superloggia – spiega Virgiglio – i maestri venerabili avevano grossi interscambi… diciamo culturali». Rapporti ancora attuali. 

LA DENUNCIA DELLA BINDI Una conferma arriva anche dalla presidente della commissione parlamentare antimafia, Rosy Bindi. Negli ultimi mesi, l’organismo che presiede ha indagato sui legami perversi fra logge e mafie, incontrando una straordinaria resistenza nelle obbedienze italiane. Nessuna ha spontaneamente consegnato gli elenchi dei propri iscritti. E si è dovuto procedere con il sequestro. «I primi risultati del nostro lavoro dimostrano che fra i nominativi degli iscritti alle logge della Calabria e della Sicilia ci sono - annuncia Bindi – condannati in via definitiva per 416 bis e un numero considerevole di situazioni in itinere, imputati o rinviati a giudizio, sia per reati di mafia, sia  per quelli che vengono definiti reati spia di comportamenti mafiosi, sia di collusione con la mafia. E parliamo di logge regolari» specifica. «I dati quantitativi sono preoccupanti. Si dimostra che alcune teorie sulle nuove organizzazioni della mafia, sul cambiamento della mafia, che passa anche dalle organizzazioni massoniche sono valide. Noi vogliamo capire quali sono i nuovi varchi delle mafie oggi, che sparano meno, corrompono di più, condizionano l’economia legale, la politica, la pubblica amministrazione. Anche le organizzazioni massoniche rischiano di essere un varco o addirittura una nuova forma di organizzazione attraverso cui le mafie creano relazioni con il potere». 

LA REAZIONE DI BISI Parole pesantissime, che hanno provocato l’immediata reazione del Goi. A meno di dieci minuti dalla fine del programma, il Gran Maestro Stefano Bisi ha diramato un comunicato, chiedendo che «la presidente Rosy Bindi ci dica i nomi, dica chiaramente a quale Obbedienza o a quali Obbedienze si riferisce quando parla genericamente dell'esistenza di alcuni condannati al 416 bis negli elenchi di massoni sequestrati. Noi vogliamo e pretendiamo, in questo preoccupante clima politico pre-elettorale di tutti contro tutti, che si faccia chiarezza nella massima trasparenza. Siamo stufi di strumentalizzazioni e di subire attacchi immotivati. Si faccia chiarezza, quindi, e si precisi anche quando temporalmente gli eventuali nomi di cui la presidente parla e che sarebbero negli elenchi sequestrati a tutti sono stati affiliati». Dichiarazioni di fuco, seguite da quel che appare un tentativo di mettere le mani avanti «Ci possono essere dei clamorosi casi di omonimia e anche di persone che sono state espulse e che non hanno più rapporti con la Massoneria ufficiale – si legge nella nota di Bisi –. La stessa cosa è avvenuta ed avviene per quanto riguarda partiti politici ed altre associazioni. Anche lì ci sono stati condannati e indagati. Non si possono lanciare proclami generici attraverso la Tv di Stato e i media al termine di un'inchiesta violenta, aggressiva e discriminatoria, quella della Commissione Antimafia, che è stata portata avanti, a nostro giudizio, con palese violazione di leggi». Poi Bisi cerca di tirare per la giacca Gratteri, sottolineando che «qualche mese fa il capo della Procura di Catanzaro in dichiarazioni rilasciate agli organi di stampa, aveva esplicitamente detto che le indagini non riguardavano le logge regolari e le sue parole testuali erano state queste: "Stiamo parlando della Massoneria deviata, cioè di quelle logge massoniche non riconosciute da Palazzo Giustiniani"». Ma il procuratore ha le idee molto chiare al riguardo.

GRATTERI «RIPENSARE IL CONCORSO ESTERNO» Massoneria e ndrangheta, ricorda Gratteri, sono in contatto dall’Ottocento, quando l’antenato dei De Stefano oggi a processo è stato assoldato per alterare le prime competizioni elettorali. Ma le mafie – avverte il procuratore – cambiano, e lo fanno in fretta. Per questo, afferma, «anche i magistrati devono avere il coraggio di osare, incominciare a pensare alle mafie non come ad una struttura statica, si muovono, camminano e mutano con il mutare sociale. Se fossero statiche sarebbero facilmente attaccabili. Per questo bisogna anticiparle. Per questo – afferma – bisogna contrastarle con sistemi normativi adeguati». E superare o modificare quelli che non lo sono più, come il vecchio istituto del concorso esterno. «Spesso è un cuscinetto comodo, solo – dice Gratteri – un’area di parcheggio».

a. c.