La guardiania sui terreni imposta dal clan ai baroni - VIDEO

Le angherie della cosca Gallelli di Badolato a una famiglia di imprenditori agricoli. Gratteri: «La ‘ndrangheta è sempre stata interessata al latifondo. Con l’arrivo dei contributi europei l’interesse è cresciuto. Ma sono sempre di più quelli che denunciano» Giovedì, 07 Dicembre 2017 13:14 Pubblicato in Cronaca

CATANZARO «Storicamente la ‘ndrangheta è sempre stata interessata al latifondo. Nel corso dei decenni con l’arrivo dei contributi europei l’interesse è cresciuto. Inoltre controllare le aree agricole rientra nel piano di controllo del territorio della criminalità organizzata: si inseriscono i propri uomini nel latifondo, uomini fidati che controllano l’attività degli imprenditori agricoli e favoriscono l’ingerenza e il controllo della cosca negli affari dei proprietari terrieri». Un quadro chiaro quello delineato dal procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri commentando l’operazione “Pietranera”, attraverso la quale è stata scritta la parola fine a 20 anni di vessazioni da parte dei componenti della cosca Gallelli di Badolato, nel basso Jonio catanzarese, nei confronti degli omonimi imprenditori agricoli, i baroni Gallelli. Le indagini, come hanno avuto modo di spiegare il capo della Squadra Mobile, Nino De Santis, e il procuratore aggiunto Vincenzo Capomolla, hanno preso piede all’indomani dell’operazione “Scheria”, mentre gli investigatori controllavano il boss di Badolato, Vincenzo Gallelli, detto “Cenzo Macineju”, che si trovava agli arresti domiciliari. Le vessazioni nei confronti dei baroni da parte dei Gallelli “Macineju” il capo della squadra mobile le definisce «una rapporto incestuoso”» nato con l’imposizione di una guardiania non richiesta, resasi necessaria per dare un freno ai continui incendi, al taglio degli alberi e ad altre vessazioni che i latifondisti cominciavano a soffrire. «Si è esercitata una estorsione sotto forma di donazione coatta di terreni – ha detto De Santis – per pagare quella guardiania imposta». Il mafioso diventa di fatto proprietario dei terreni ma questo non gli basta: pretende di esercitare diritti su altri terreni, uccide la libertà imprenditoriale delle vittime, controllate anche nei rapporti con terzi, negli accordi commerciali che desideravano fissare.
«Questo è uno spaccato eloquente di quanto in Calabria non vi sia una democrazia nello sfruttamento delle risorse economiche – ha specificato il procuratore aggiunto Vincenzo Luberto nel corso della conferenza stampa –, il latifondo è una grande risorsa economica amministrata da pochissimi e questo conflitto immanente tra proprietà e ‘ndrangheta è anche la misera considerazione di quanto non ci sia un’apertura rispetto allo sfruttamento delle risorse economiche che come al solito sono in mano di pochissime persone che se le contendono con metodo mafioso».
Un segnale importante è stato, come ha sottolineato il procuratore Nicola Gratteri, che «le persone offese si sono fidate di noi» mettendo le forze dell’ordine in condizione di porre un freno a quasi 20 anni di vessazioni. «C'è un crescendo di denunce da parte della collettività». «Sempre più persone – ha concluso il procuratore – si avvicinano a noi per denunciare, e questo è un dato confortante, che ci dà speranza».
«Le vittime non sono state lasciate sole», ha ribadito il questore Amalia Di Ruocco. «La popolazione sappia che non è sola e lo Stato può ancora una volta vincere».

Alessia Truzzolillo
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