Reggio, tornano in aula gli avvocati condannati per mafia

REGGIO CALABRIA Ci sono troppi documenti da visionare per decidere, ma in ogni caso sono troppo pochi, dunque non si può decidere nulla e i provvedimenti di sospensione perdono efficacia….

REGGIO CALABRIA Ci sono troppi documenti da visionare per decidere, ma in ogni caso sono troppo pochi, dunque non si può decidere nulla e i provvedimenti di sospensione perdono efficacia. Così «dopo ampia discussione» il consiglio distrettuale di disciplina forense ha deciso di non decidere sulla sospensione dei legali Giulia Dieni e Giuseppe Putortì, entrambi condannati nel maxiprocesso antimafia “Rifiuti 2” per aver fatto da tramite fra i loro assistiti in carcere e gli affiliati rimasti fuori, permettendo di fatto al clan di rimettere le mani e continuare a gestire le imprese che erano state sequestrate. Entrambi condannati ad 8 anni di carcere, i due erano stati sospesi in via cautelare dall’attività forense dal 17 luglio scorso, data in cui ai due legali è stato notificato il provvedimento. Ma fatta la legge, trovato l’inganno. «La sospensione cautelare – ricorda il provvedimento – perde efficacia qualora, nel termine di sei mesi dalla sua irrogazione, il consiglio distrettuale di disciplina non deliberi il provvedimento sanzionatorio». Esattamente quello che è successo a Reggio, dove la locale sezione disciplinare – si legge nel provvedimento – «è stata nella assoluta impossibilità di pervenire ad un provvedimento sanzionatorio nel breve termine previsto dalla nuova legge professionale», cioè sei mesi. Motivo di tale impasse? Stando a quanto messo nero su bianco nel provvedimento, «la complessità della vicenda, anche giudiziaria, che ha coinvolto i due legali, e la necessità di acquisite ulteriore documentazione» avrebbero impedito al consigliere istruttore di redigere e depositare la relazione finale da sottoporre alla sezione disciplinare «tenuto anche conto della mole di atti e documenti acquisiti al fascicolo disciplinare». Traduzione, il legale incaricato di relazionare sulla vicenda, nella fattispecie Giuseppe Vittorio Chindamo – noto avvocato penalista, a rigor di logica abituato a gestire voluminosi fascicoli – ha sostenuto che sei mesi non fossero sufficienti per esaminare tutti i documenti relativi al caso, ma allo stesso tempo di aver bisogno di ulteriori documenti per valutarlo. Dunque, niente relazione. E la sezione distrettuale di disciplina forense – presieduta dall’avvocato Luigi Cardone, con Maria Teresa Caccamo come consigliere segretario e Anna Condò e Giuseppe Iemma come consiglieri – cosa ha fatto? Ne ha preso atto e ha deliberato «con effetto immediato la sopravvenuta inefficacia della sospensione cautelare dall’esercizio della professione forense». E così due avvocati condannati in primo grado per mafia possono tornare a frequentare le aule giudiziarie, entrare e uscire dal carcere, parlare con i detenuti. Proprio loro che sono stati condannati per aver fatto da “postini” fra i vertici del clan i in carcere e gli affiliati rimasti fuori.

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it





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