Corriere della Calabria - Articoli filtrati per data: Lunedì, 02 Ottobre 2017

ACQUAFORMOSA Marito e moglie, 30 anni lui e 25 lei, nigeriani, ospiti dello Sprar di Acquaformosa, nel Cosentino, sono stati arrestati dai carabinieri della compagnia di Castrovillari con l'accusa di sequestro di persona, resistenza a pubblico ufficiale e lesioni personali. I due, il cui progetto Sprar, secondo i carabinieri, era terminato, avrebbero sequestrato quattro operatori del centro perché si sarebbero rifiutati di dare loro le presunte somme che vantavano. All'arrivo dei militari i due si sarebbero scagliati contro di loro provocando lievi ferite a tre carabinieri. L'uomo è stato portato in carcere mentre la donna è stata posta agli arresti domiciliari    

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  • Occhiello Una coppia di nigeriani avrebbe sequestrato quattro persone perché si sarebbero rifiutate di dare loro le presunte somme che vantavano. I due sono accusati di sequestro di persona, resistenza a pubblico ufficiale e lesioni personali

COSENZA L’ex consigliere regionale Domenico Barile, ai domiciliari per bancarotta fraudolenta nell’ambito di un’indagine della Procura di Cosenza che nei giorni scorsi ha portato al sequestro preventivo di circa 2,5 milioni di euro, si è difeso dalle accuse nell’interrogatorio tenutosi lunedì davanti al gip Pietro Santese, fornendo la sua versione dei fatti sulle tre società finite sotto la lente d’ingrandimento della Guardia di finanza. Assistito dagli avvocati Roberto Le Pera e Francesco Gelsomino, l’ex presidente della Fondazione Field ha cercato di chiarire la propria posizione precisando che la società spagnola Tincson non sarebbe a lui riconducibile sin dal febbraio 2012, «ossia – fanno sapere i difensori – da quando è divenuto legale rappresentante Barile Ercole».
Barile ha aggiunto che «neppure sarebbe titolare delle quote societarie della stessa Tincson, attesa la titolarità del 99% delle quote in capo a Barile Ercole e della rimanente parte a persona diversa dallo stesso Barile Domenico».
L’ex consigliere regionale ha poi affermato di «non essere a conoscenza di alcuno dei compromessi immobiliari contestati dall’accusa e riguardanti immobili di proprietà della Tincson, del valore di oltre un milione di euro, atteso che, alle date di tali compromessi di vendita, anno 2014, lo stesso Barile era sottoposto, dal mese di ottobre 2013, agli arresti domiciliari per la vicenda Field fino al mese di marzo 2017».
Per quel che attiene alla contestazione di bancarotta documentale relativa alla distruzione del registro dei verbali del Collegio sindacale, Barile ha spiegato – aggiungono i suoi avvocati – che «tali documenti erano stati sequestrati dalla stessa Procura di Cosenza nell’anno 2006 e successivamente restituiti nell’anno 2013, allorquando lo stesso Barile Domenico non era più legale rappresentante della Nord Hotel».
A margine dell’interrogatorio davanti al gip, i difensori di Barile hanno depositato l’esito di un’attività investigativa riguardante «documentazione proveniente da Uffici pubblici spagnoli in cui si dimostrerebbe l’estraneità del Barile dalla compagine societaria Tincson sin dal 2012». 

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  • Occhiello L’ex presidente della Field, finito ai domiciliari nell’ambito di un’indagine della Procura di Cosenza, si difende dall’accusa di bancarotta fraudolenta. Nei giorni scorsi il sequestro di 2,5 milioni di euro
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«Oggi l'estorsione non è più andare a chiedere 200 euro in un negozio. Chi fa questo viene ritenuto un morto di fame. Oggi ogni famiglia della 'ndrangheta ha 2-3 negozi all'ingrosso e il piccolo imprenditore deve andare a fare lì gli acquisti». Lo ha detto il procuratore della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri, in un'intervista al Tg2000, il telegiornale di Tv2000. «Il piccolo negoziante - ha aggiunto Gratteri - capisce subito che l'invito di andare a comprare in quel negozio all'ingrosso deve essere accettato per poter stare tranquillo. Se poi il caffè non è così eccezionale e il prezzo non è conveniente i piccoli negozianti comprano lo stesso in quel negozio per vivere in pace». «La 'ndrangheta - ha concluso Gratteri - prende i soldi per invadere l'economia pulita dal mercato della cocaina, dall'usura, dalla grande distribuzione. Entra in tutte le forme di arricchimento».

DE RAHO: 'NDRANGHETA CONDIZIONA L'ECONOMIA NAZIONALE «La 'ndrangheta è un pericolo per la nostra economia a livello nazionale perché riesce a movimentare masse di denaro enormi e reinvestirle attraverso soggetti che apparentemente sono puliti». Lo ha detto il procuratore di Reggio Calabria, Federico Cafiero De Raho, in un'intervista al Tg2000, il telegiornale di Tv2000. «In qualunque settore la 'ndrangheta reinveste - ha aggiunto Cafiero De Raho - finisce per condizionare l'andamento economico. Non esiste più la regola economica della domanda e offerta che determina non solo il prezzo ma tutto ciò che in qualche modo condiziona una politica economica».

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  • Occhiello Il procuratore capo di Catanzaro: « Oggi ogni famiglia a ha 2-3 negozi all'ingrosso e il piccolo imprenditore deve andare a fare lì gli acquisti». De Raho: «In economia non esiste più la regola della domanda e dell'offerta»

REGGIO CALABRIA Hanno tentato di estorcere denaro persino alla ditta che lavorava all’interno della Corte d’appello di Reggio. Per questo motivo il pm Romano Gallo ha chiesto la condanna a 10 anni di Sebastiano Musarella e a 8 anni di Domenico Neri. Già condannati come uomini di fiducia del clan De Stefano nel settore delle estorsioni, i due erano stati raggiunti in carcera da nuove accuse. A puntare il dito contro di loro è stato il titolare della ditta incaricata dei lavori di impermeabilizzazione degli uffici di piazza Castello. L’uomo è stato contattato direttamente da Musarella, che il 30 settembre del 2015, accompagnato da Domenico Neri, si è presentato al cantiere, aperto da pochi giorni, ordinando ad uno degli operai di contattare “il principale”. Intimorito, il lavoratore ha subito telefonato al proprietario della ditta, un imprenditore siciliano, che non ci ha messo molto a capire la natura dell’incontro sollecitato da Musarella. Per questo, per lungo tempo non è tornato in Calabria e ha persino sospeso i lavori in corso. Già condannati rispettivamente a 10 anni e 8 mesi e a 9 anni di carcere, Musarella e Neri sono considerati uno dei più fidati luogotenenti e l’autista di fiducia del “principe” Giovanni De Stefano. 

a. c.

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  • Occhiello Invocata una pena di 10 anni per Musarella e di 8 per Neri. Sono considerati uomini di fiducia del clan De Stefano

COSENZA Giuseppe Mazzuca ci ripensa e annuncia la sua candidatura per la segreteria provinciale del Pd cosentino. L’ex consigliere comunale, da sempre vicino a Carlo Guccione, ha ufficializzato la sua discesa in campo con una nota. L'avversario da battere è il coordinatore uscente Luigi Guglielmelli, che ha già incassato l'appoggio di un centinaio tra amministratori e dirigenti del Pd. 
«Una candidatura – scrive Mazzuca – che è stata largamente condivisa al di là degli schieramenti congressuali nelle ultime primarie per le elezioni del segretario nazionale del Pd. Questa insistenza ha fatto superare la mia iniziale indisponibilità e in coerenza con quanto sempre da me sostenuto, nel momento in cui sarò eletto segretario, contestualmente mi dimetterò da ogni incarico regionale. Deve essere chiaro che assumo questo impegno per spirito di servizio e con l’intento e la responsabilità di valorizzare e di mettere in rete tutte le sensibilità del nostro partito, radicando il Pd nei territori e facendolo diventare protagonista del cambiamento di questa provincia e di questa regione».
«Sono certo – continua – che in tutti prevarrà la consapevolezza della situazione in cui si trova il Partito democratico a pochi mesi dalle elezioni politiche e che tutti dobbiamo avere la responsabilità di coniugare la battaglia politica e congressuale con la salvaguardia e il prestigio del Pd. Siamo convinti che la federazione di Cosenza non è partita col piede giusto, a cominciare dalla composizione della commissione provinciale per il congresso che, al di là dei rappresentanti dei rispettivi candidati a segretario, deve essere unitaria e plurale».
«L’unità – conclude Mazzuca – deve garantire la pluralità della squadra di governo, senza più uomini soli al comando. Non faremo sconti sulla trasparenza delle procedure congressuali e, per questo, si rende necessaria sin da subito la modifica della commissione provinciale per il congresso del Pd. Una commissione provinciale nominata in maniera unilaterale senza il rispetto delle regole democratiche».

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  • Occhiello L'ex consigliere comunale annuncia la sua discesa in campo contro Guglielmelli: «Lo faccio per spirito di servizio, dobbiamo salvare il partito»
Lunedì, 02 Ottobre 2017 18:10

Incendio nel circolo di Paolo Romeo

REGGIO CALABRIA L’incendio è di piccole proporzioni, il messaggio no. Attorno alle 16,30, in pieno giorno, sulla via Marina di Gallico, le fiamme hanno iniziato a divorare il circolo Posidonia, storico quartier generale dell’avvocato Paolo Romeo. L’ufficialità manca ancora, ma tutto fa pensare che l’incendio sia di natura dolosa. Le fiamme si sarebbero propagate all’interno del circolo, presumibilmente nella parte sud, nella zona accessibile via mare.

NIENTE ELETTRICITÀ Abbandonato al suo destino fin dal giorno del sequestro nel maggio 2016, il circolo, dopo essere stato passato al setaccio dalla Guardia di Finanza, era rimasto a prender polvere sul lungomare. E nel giro di poco anche senza energia elettrica. Per questo, le indagini hanno subito puntato sulla pista dell’incendio doloso. Ovviamente, senza nessun contributo.

NON VEDO, NON SENTO Di fronte al circolo c’è un frequentato bar, aperto giorno e notte, e sono tante le case che si affacciano sulla strada proprio di fronte al Posidonia. Ma nessuno ha visto o sentito nulla, nonostante il mite autunno reggino inviti a tenere le finestre aperte. Tutt’al più si commenta con un’alzata di spalle. E silenzio.

IL QUARTIER GENERALE Lo stesso che per lungo tempo ha “protetto” da sguardi indiscreti l’andirivieni di politici, professionisti, giudici e condannati per mafia che entravano e uscivano dalle stanze del Posidonia. È lì che per lungo tempo Paolo Romeo – attualmente in carcere perché considerato a capo della direzione strategica della ‘ndrangheta – ha tessuto le trame politiche, economiche e istituzionali che hanno avviluppato Reggio per decenni. Ed è lì – dicono i magistrati – che batteva il cuore dell’associazione segreta in odor di massoneria con cui Romeo ha legato a sé magistrati, politici, preti e funzionari pubblici, tutti più o meno frequentemente sorpresi dalle telecamere del Ros a visitare il Posidonia.

LA FESTA DEL MARE Ma per l’avvocato Romeo, il circolo non era semplicemente un utile “ufficio”. Ma anche un ottimo pretesto per drenare denari – tanti e pubblici – destinati a finanziare l’annuale Festa del mare. Un appuntamento che gli Enti di ogni ordine e grado non hanno mai dimenticato di finanziare, staccando assegni anche a cinque zeri.

OBIETTIVO CITTÀ METROPOLITANA Negli ultimi anni di “attività” di Paolo Romeo, il circolo si è convertito nel cuore dell’attività politico-istituzionale-relazionale del Forum 2020, l’associazione voluta da Romeo per mettere le mani sul progetto e soprattutto sui fondi che avrebbero accompagnato la città metropolitana. Un progetto che fin dal principio è stata a cuore a Romeo, che allo scopo ha scritto interrogazioni presentate alla Provincia come in Parlamento, ha coordinato la pubblicazione e stampa di materiale, libri e brochure, ha organizzato meeting nella “sua” Gallico e in altri comuni della vallata, cui hanno partecipato sindaci e assessori, è andato a perorare la propria causa alla prima commissione consiliare a Reggio e in commissione Affari costituzionali in Senato.

MILLE VOLTI, UN PROPOSITO Dove non arrivava grazie allo schermo del Forum 2020, Romeo si presentava con la maschera dell’associazione Cittadinanza attiva. Ma al netto dei mille volti, la sostanza era sempre la medesima: Paolo Romeo era un uomo di potere. E a dispetto della condanna definitiva per concorso esterno rimediata nei primi anni Duemila, ha continuato a esercitarlo e darne prova fino al giorno del suo arresto. E secondo indiscrezioni, anche dopo.

MESSAGGIO DI CHI? Anche per questo nessuno a Gallico pensa che l’incendio al circolo Posidonia sia casuale. Così come nessuno pensa che possa essere stato uno sgarbo volutamente fatto a Paolo Romeo. O che possa essere il destinatario di un messaggio. Al massimo, si commenta a mezza bocca, l’avvocato che da poche settimane ha ottenuto il permesso di seguire in aula il processo Gotha, dunque presumibilmente “costretto” alla detenzione a Reggio quanto meno per le lunghe settimane di udienza previste in calendario, potrebbe essere il silenzioso mittente. Niente più che voci, al momento. Tutte da verificare. Ma che non fanno che gettare l’ennesima ombra inquietante su una città che sembra stentare a liberarsi dei propri fantasmi.

 

Alessia Candito
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  • Occhiello In fiamme il luogo da cui l'ex parlamentare oggi in carcere avrebbe coordinato la supercupola di Reggio. Si indaga sulla probabile natura dolosa del rogo

REGGIO CALABRIA L'accusa è pesante, pornografia minorile. Ed è così grave da aver imposto una misura cautelare. Il giudice della Corte d'appello di Reggio Calabria, Gaetano Maria Amato, è stato arrestato dalla polizia a Messina, dove è residente. Nei suoi confronti, il gip della città siciliana dello Stretto, su richiesta del procuratore Maurizio De Lucia e dell'aggiunto Giovannella Scaminaci, ha emesso un'ordinanza di custodia cautelare in carcere. Sessant'anni circa, considerato una persona precisa e attenta, il giudice aveva fama di uomo irreprensibile. Il giudice presta servizio alla sezione penale dal gennaio di quest'anno. In precedenza era stato alla sezione civile. Trascorsi i dieci anni previsti dalle norme del Csm, il giudice era passato al penale dove ha fatto parte anche dei collegi in Corte d'assise ed alla sezione misure di prevenzione. Nessun commento, sulla vicenda odierna, viene fatto negli ambienti della Corte d'appello reggina. Amato rischia la sospensione dalla funzione e dallo stipendio, con la collocazione fuori dal ruolo organico della magistratura, da parte della sezione disciplinare del Csm. La sezione disciplinare del Csm dovrà valutare la richiesta dei titolari dell'azione disciplinare, ossia il Pg della Cassazione e il ministro della Giustizia, di applicazione delle misure cautelari nei confronti del magistrato. Solitamente nei casi di arresto, tale misura è obbligatoria, e dopo l'istanza, il Csm agirà quindi in tempi rapidi.

a. c.

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  • Occhiello Si tratta di Gaetano Maria Amato, in servizio alla Corte d'Appello. È finito in manette a Messina. Adesso rischia la sospensione

 

PALERMO Il gup di Palermo ha condannato 13 persone per traffico di stupefacenti. Gli imputati erano stati arrestati all'inizio dell'anno per un traffico di cocaina dalla Calabria alla Sicilia. Sono stati condannati: Pietro Catalano (8 anni), Giuseppe Santalamacchia (6 anni e mezzo), Alessandro Bronte, Carlo Arculeo, Salvatore Peritore (6 anni ciascuno), Francesco Ferrante, Christian Gambino, Gaetano Rubino, Angelo Scafidi (5 anni e 8 mesi ciascuno), Giuseppe Rosciglione (4 anni), Dario De Felici, Antonio Napolitano e Ciro Spasiano (2 anni ciascuno). La cocaina veniva tagliata in un garage e immessa innanzitutto nel mercato di Ballarò. L'accusa è stata sostenuta dal pm Maurizio Agnello.  

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  • Occhiello La cocaina veniva tagliata in un garage e immessa sul mercato di Ballarò. La sentenza del gup di Palermo

REGGIO CALABRIA Tre assoluzioni, qualche riduzione di pena e una valanga di conferme. Passa lo scoglio dell’appello il processo Saggezza, scaturito dall’omonima indagine che ha svelato l’esistenza della “Corona”, una fino ad allora sconosciuta struttura organizzativa delle ‘ndrine del mandamento jonico, in stretti rapporti con la massoneria.

ASSOLUZIONI E RIDETERMINAZIONI DI PENA Per decisione della Corte, cadono le accuse nei confronti di Pierino e Vincenzo Fazzaro, entrambi condannati in primo grado a 4 anni e 6 mesi, come contro Salvatore Fragomeni, in precedenza punito con 10 anni e 6 mesi, e oggi assolto insieme agli altri due. Riconosciuto il vincolo della continuazione con un’altra condanna per associazione rimediata in precedenza, è di 14 anni la pena decisa per Giuseppe Raso, mentre passa da 20 anni e 10 mesi a 17 anni e 8 mesi la condanna inflitta a Nicola Romano. Infine, una riduzione della pena precedentemente incassata arriva anche per Massimo Siciliano, in passato punito con 12 anni e 2 mesi, oggi ridotti a 10 anni e 8 mesi. Tutte confermate invece le condanne per Rosario Barbaro (15 anni), Nicola Nesci (15 anni), Rocco Pollifroni (10 anni), Amalia Romano (2 anni), Maria Romano (2 anni), Marco Salvini (un anno e tre mesi), Antonio Spagnolo (10 anni), Bruno Giuseppe Varacalli (14 anni) e l'ex vicesindaco di Ardore Bruno Bova a 10 anni di reclusione.

L’INCHIESTA A vario titolo, sono tutti entrati nella maxi-inchiesta coordinata dal pm Antonio De Bernardo che ha messo a nudo l'attività della "Corona", la struttura per anni in grado di gestire i conflitti e spartire gli affari fra i locali di Antonimina, Ardore, Canolo, Ciminà e Cirella di Platì, rapportandosi direttamente con boss e famiglie di peso della jonica, come i Commisso di Siderno, i Cordì di Locri, i Pelle di San Luca, gli Aquino di Marina di Gioiosa Jonica, i Vallelunga di Serra San Bruno, i Barbaro di Platì, gli Ietto di Natile di Careri, i Primerano di Bovalino.

LA CORONA Padre e padrone della “Corona” è stato fin dal ’62 Vincenzo Melia, morto prima che arrivasse la sentenza del processo che lo vedeva imputato. Insieme a lui – si leggeva nella pronuncia di primo grado, oggi confermata dalla Corte d’appello – nell’organismo sedevano i “consiglieri” Nicola Romano, Nicola Nesci, Giuseppe Varacalli, Giuseppe Siciliano, Giuseppe Bova e Giuseppe Raso, tutti «portatori di un certo potere nei rispettivi territori, potere che Melia si aspettava essi fossero in grado di esercitare compiutamente in conformità degli scopi della “Corona”».

GLI INTERESSI DELLA CORONA Sotto il tallone della struttura che rendeva unica cosa i cinque locali, passava di tutto, dagli appalti alle elezioni. Dai lavori edili al taglio dei boschi, passando per gli appalti pubblici e l'esercizio abusivo del credito, fino all'elezione del presidente della Comunità montana “Aspromonte Orientale” gli uomini della “Corona” controllavano tutto ed erano in grado di muoversi su tutti i piani. A rivelare in maniera plastica il potere della nuova struttura è proprio la corsa di Bova, all'epoca vicesindaco di Ardore, alla presidenza della Comunità montana. Per i clan «favorire un affiliato al “locale” di Ardore affinché raggiungesse una posizione direttiva piuttosto importante nell'economia del territorio, alla guida di un ente periferico in grado di gestire denaro pubblico e quindi bandire gare d'appalto, interloquire con gli apparati provinciali e regionali e condizionare, mediante le alleanze politiche e la spartizione delle varie cariche al suo interno, le scelte di una parte dell'elettorato, era un'occasione da non perdere, soprattutto per quella 'ndrangheta inserita maggiormente nel mondo dell'imprenditoria, di cui facevano parte gli affiliati alla “Sacra Corona”».

QUEI RAPPORTI CON LA MASSONERIA Ma è soprattutto sfruttando conoscenze e influenze dei fratelli massoni che gli uomini della Corona progettavano di imporre il proprio volere e il proprio raggio d'azione. Almeno sei dei personaggi arrestati nell'ambito dell'operazione Saggezza erano membri – scrive il gip – della «loggia massonica con sede in via Mazzini di Siderno, facente capo alla più grande loggia madre denominata Camea (Centro attività massoniche esoteriche accettate) il cui Gran Maestro risultava essere all'epoca dei fatti “omissis” (persona estranea all'indagine e non indagata), identificato dai fratelli massoni con l'appellativo di “Ripa 33”».

LOGGE INFESTATE Insieme a politici, imprenditori, professionisti iscritti alla loggia c'erano anche uomini di peso della Corona e del locale di Ardore. È il caso del “maestro di Corona e capoconsigliere” Nicola Nesci, che anche tra i grembiulini aveva fatto una discreta carriera: l'uomo – scrivono i magistrati - è “Maestro segreto di 31° grado”, nonché “Presidente della camera di 4° grado” ed è «legato a tre soggetti, che erano gli unici in grado di riferire sulla sua persona». Sono tre “fratelli” massoni, uno dei quali, Giuseppe Siciliano, finito agli arresti perché ritenuto un uomo del clan di Ardore. Insieme a loro, affratellati ai notabili della zona, c'erano anche Giuseppe Varacalli, Rocco Mediati, Ferdinando Parlongo e Bruno Parlongo, tutti considerati in odor di clan e per questo coinvolti nell’inchiesta Saggezza.

NDRANGHETA, MASSONERIA O ENTRAMBE? Per i giudici, «non è di fondamentale rilievo stabilire se la “Corona” integri un livello di ‘ndrangheta diverso da quelli fin qui conosciuti, se rappresenti una sorta di struttura di comando segreta da attivare a determinate condizioni, se non sia altro che una sorta di federazione tra locali operanti in territori limitrofi» sottolineavano i giudici del Tribunale, che non hanno escluso neanche che si trattasse di un’articolazione della massoneria. Il tratto distintivo è sempre stato di chiara matrice mafiosa. Quale che fosse la sua natura, «detta organizzazione – si leggeva in sentenza – ha deviato dai suoi scopi e si è relazionata con la ‘ndrangheta raccogliendo attorno al consiglio della Corona gli elementi che, nelle zone di Ardore, Antonimina, Canolo e Ciminà erano in grado di controllare il territorio».

Alessia Candito
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  • Occhiello Valanga di conferme nel secondo grado del processo “Saggezza”. Assolti i due Fazzaro e Fragomeni. Ridotte alcune condanne. L'inchiesta aveva svelato l'esistenza di una struttura organizzativa delle 'nrine del mandameno jonico reggino

ROMA Maglia nera a Roma per il numero di iter processuali conclusi con confisca per infiltrazione mafiosa nei capitali di bar, ristoranti, e alberghi. Il Lazio, ha detto Cosimo Di Gesù, comandante provinciale Guardia di Finanza di Roma, nell'intervento al primo congresso degli "Ambasciatori del Gusto", «ha un indice doppio (5,1%) rispetto alla media nazionale (2,5%) e di queste confische l'88% è a Roma, spesso nel centro storico. Oltre il 30% delle confische riguardano ristoranti e alberghi con ristorazione».
A Roma, ha aggiunto il generale della Gdf, «sono presenti tutte le mafie e gruppi locali come la famigerata Banda della Magliana. Ma a "investire" con capitali illeciti maggiormente nella ristorazione è la 'ndrangheta calabrese. La novità – ha detto Di Gesù – è che il riciclaggio prima riguardava pizzerie, bar e ristoranti economici, ora avviene anche in locali di lusso. Noi lavoriamo a tutela degli onesti, ma avremmo bisogno – è l'appello – di segnalazioni perché se c'è criminalità tutto il territorio si impoverisce. Finora però zero segnalazioni».

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  • Occhiello La rivelazione del comandante provinciale della Guardia di finanza Di Gesù: «Il riciclaggio non riguarda solo più bar e pizzerie». Capitale maglia nera per il numero di beni confiscati alla criminalità organizzata
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