Corriere della Calabria - Articoli filtrati per data: Sabato, 21 Ottobre 2017

COSENZA «Nonostante il piano rientro e nonostante il commissariamento, in Calabria ancora si può e di deve parlare di sanità». Lo ha detto il presidente dell'Ordine dei medici e odontoiatri della provincia di Cosenza, Eugenio Corcioni, intervenuto sabato pomeriggio al “Salus Fest – Il Festival del benessere” di Cosenza, promosso dall'amministrazione comunale. «Il commissariamento è servito a poco – ha detto Corcioni – poteva essere un'opportunità per correggere alcuni difetti oggettivi nel sistema, come le nomine o gli incarichi clientelari. Non abbiamo visto niente di positivo». «C'è bisogno di una ricognizione del personale con una ricognizione dello stesso. Servirebbe – prosegue – sbloccare i concorsi prima della fine dell'anno. Altrimenti con il trend economico sconveniente c'è il rischio di un blocco totale nel prossimo anno». I presidente dell'Ordine conclude con quella che potrebbe essere una soluzione ad un sistema in cui le poche eccellenze non riescono ad emergere. «Tutti i calabresi e i professionisti dovrebbero unirsi, fare un patto con la politica e smetterla con le clientele».

CAMPOLO: ROGO COSENZA TRAGICO «L'incendio di Cosenza in cui sono tre persone è un caso limite ma bisogna partire da lì per poter cambiare le cose». Sono le parole di Fortunato Campolo, presidente dell'Ordine degli psicologi della Calabria intervenuto al Salus Fest di Cosenza. «La cosa insopportabile è che c'è un paese sempre pronto a piangere e disperarsi – prosegue -. E dietro c'è sempre la solita schiera di politica distratta che non si è mai interrogata sul perché ciò accade». «Quest'episodio tragico dimostra che tutti i principi sono stati traditi. Non c'è più rispetto di un perimetro rigido in cui la salute mentale viene garantita dallo Stato. Un perimetro – spiega Campolo – allargato e ristretto in base alle esigenze perché in questo ambito non c'è un'esigenza economica».

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  • Occhiello Lo ha detto il presidente dell'Ordine dei medici di Cosenza Eugenio Corcioni in occasione del Salus fest. «Poteva essere un'opportunità ma non si sono visti risultati positivi». Campolo: «Sul rogo nel centro storico c'è stata una politica distratta»

REGGIO CALABRIA I piani di De Felice per il rilancio della Sacal si complicano e non poco. La Città metropolitana di Reggio non parteciperà al bando per l’acquisto delle quote finalizzato all’aumento del capitale della società che gestisce i tre aeroporti calabresi. Per il presidente di Sacal è una brutta notizia, mitigata solo in parte dalla decisione del cda di Sagas di ritirare il ricorso contro il bando Enac per la gestione degli scali regionali che, il prossimo 5 dicembre, sarà sottoposto al giudizio del Consiglio di Stato. L’avviso emanato dall’Ente nazionale di aviazione civile per la gestione degli aeroporti di Reggio Calabria e Crotone, dopo l’impugnativa di Sagas, era stato bocciato dal Tar (il 19 gennaio) perché in contrasto con il «principio di concorrenzialità». Il Consiglio di Stato aveva poi accolto la sospensiva e affidato alla stessa Sacal la gestione degli scali fino alla pronuncia di merito. Adesso, con il ritiro del ricorso (sarà deliberato lunedì) da parte della società crotonese, aumentano le possibilità di vittoria di quella di Lamezia Terme che, in caso di sentenza positiva del tribunale amministrativo, guiderebbe i tre aeroporti calabresi per i prossimi trent’anni.

PROBLEMI Risolto un problema, però, se ne affaccia subito un altro. Perché, non è un mistero, De Felice contava molto sull’adesione della Metrocity alla ricapitalizzazione di Sacal. I revisori dei conti dell’ente, però, hanno dato parere negativo. E il sindaco Falcomatà avrebbe perciò già comunicato allo stesso De Felice e al governatore Oliverio il ritiro ufficiale dalla trattativa. La Città metropolitana, dunque, non tirerà fuori gli 1,9 milioni di euro previsti per l’acquisizione di circa il 10% delle quote Sacal.   
Il parere negativo dei tecnici di Palazzo Alvaro poggerebbe sulle prescrizioni del Testo unico degli enti locali, secondo cui un ente pubblico – quale la Metrocity – non può acquistare “azioni” di un’altra società che abbia chiuso in passivo gli ultimi bilanci. È il caso di Sacal, i cui ultimi esercizi – con l’eccezione di quello 2016, in sostanziale pareggio – si sono chiusi in perdita. Sul giudizio dei revisori avrebbe inoltre avuto un peso non indifferente il ricorso pendente al Consiglio di Stato che, in caso di esito sfavorevole a Sacal, avrebbe visto la Metrocity entrare nell’azionariato di una società alla guida di un solo scalo (Lamezia Terme) anziché di tre (con Reggio e Crotone).
All’amministrazione Falcomatà tanto è bastato per tirarsi fuori dalla partita, malgrado la buona volontà iniziale. 

LA MOZIONE L’11 ottobre il consiglio metropolitano aveva approvato a maggioranza (9 voti favorevoli, 4 contrari) una mozione che impegnava il sindaco e i settori competenti (tra cui i revisori) «a valutare la concreta possibilità di partecipare al bando di offerta pubblica di acquisto con sottoscrizione di aumento di capitale sociale della società Sacal». La ricognizione ha dato infine esito negativo, ma quello stesso atto approvato in Consiglio ha comunque scatenato una polemica politica con possibili appendici giudiziarie.

L’ESPOSTO Il consigliere d’opposizione ed ex assessore della Provincia di Reggio Eduardo Lamberti Castronuovo ha infatti presentato un esposto alla Corte dei conti nel quale chiede ai giudici di valutare possibili responsabilità erariali in capo ai consiglieri che hanno sottoscritto la mozione. 
Una sortita inutile, dal momento che la Metrocity non tirerà fuori un centesimo, ma che ha provocato l’indignazione dei consiglieri di maggioranza, convinti che l’iniziativa di Lamberti – oltre a sovvertire il senso stesso della mozione – potrebbe costituire una ingerenza inopportuna dal momento che quello di Sacal è un bando pubblico e che De Felice è ancora in trattativa con altri enti interessati alla sottoscrizione, non solo pubblici. Il numero uno della società aeroportuale potrebbe infatti avere altri assi nella manica, visto che diversi soggetti privati avrebbero già manifestato la volontà di entrare nell'azionariato.

«PROPRIO LUI» «Lamberti ci accusa, ma solo tre giorni fa la Città metropolitana ha ricevuto un decreto ingiuntivo di un milione di euro per via del licenziamento senza preavviso di 100 dipendenti di Sogas, la società ormai fallita che gestiva lo scalo reggino e che era amministrata da quella stessa Provincia in cui Lamberti faceva l’assessore», sottolinea uno dei consiglieri delegati di maggioranza.
Al netto delle polemiche reggine –e delle solite contraddizioni di una classe politica che pretende i servizi (in questo caso quelli del "Minniti") in assenza di un preciso impegno economico –, la priorità dei vertici Sacal è ora l’aumento del capitale, necessario per il rilancio dei tre aeroporti. De Felice ha tempo fino al 31 ottobre.     

 

Pietro Bellantoni
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  • Occhiello I revisori dei conti dell'ente reggino danno parere negativo alla sottoscrizione delle quote. Ma Lamberti attacca e scatena la polemica politica. De Felice incassa il ritiro di Sagas dal ricorso e cerca nuovi soci. Che potrebbero essere privati

 

ROSARNO «La Zes in Calabria sarà una sola, ma nulla impedisce di studiare forme di allargamento dei benefici fiscali ad altre aree in considerazione del fatto che la regione ha un numero di abitanti inferiore a quello di zone come Napoli e Salerno che pure godranno di questo strumento a cui si aggiunge il reddito pro-capite più basso d'Europa. Quindi tutti i parlamentari calabresi dovrebbero adoperarsi per questo obiettivo». Lo ha detto il sottosegretario Antonio Gentile partecipando, a Rosarno, ad un convegno sulla nascente Zona economica speciale di Gioia Tauro organizzato dal Gruppo Ncd-Alternativa popolare in consiglio regionale per volontà, soprattutto, del capogruppo Giovanni Arruzzolo. Il sottosegretario ha riferito di una buona interlocuzione con «gli amici di Catanzaro, in primis il senatore Aiello, ai quali - ha dichiarato il sottosegretario Gentile - ho detto in sede parlamentare che si possono studiare forme di incentivi per aree che pur non avendo elementi attrattivi come per Gioia Tauro è il porto, vivono condizioni di crisi che sono tipiche di questa che è una delle regioni più povere d’Europa».

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  • Occhiello Il sottosegretario è intervenuto a Rosarno ad un convegno organizzato dal gruppo Ncd-Alternativa popolare in consiglio regionale. «Tutti i parlamentari calabresi dovrebbero adoperarsi per questo obiettivo»

 

COSENZA Ancora tanta fatica ma il Cosenza è di nuovo tornato a sorridere. E lo fa in casa, battendo per 2-1 il Bisceglie. Primo tempo sofferto, con i lupi che faticano a trovare gli spazi nella difesa avversaria. Al 19' arriva il vantaggio del Cosenza con un rigore perfetto battuto da Loviso dopo l'episodio che aveva visto protagonista Mungo atterrato da Petta. Il vantaggio dura poco più di dieci minuti. Al 32' Petta segna su calcio di punizione. Nel secondo tempo il Cosenza entra più motivato in campo. Al 63' è Mungo che porta di nuovo in vantaggio i padroni di casa. Un'altra occasione per fare il tris ma viene sprecata da Mendicino. Si registrano alcuni tentativi del Bisceglie di pareggiare ma il risultato finale è di 2-1 che sancisce anche la prima vittoria in casa del Cosenza.  

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  • Occhiello Prima vittoria casalinga per i lupi. Nel primo tempo segna su rigore Loviso ma pareggio poco dopo degli avversari. È Mungo che al 63' segna il definitivo goal del vantaggio

 

GENOVA Tutto facile per la Sampdoria nel primo anticipo della nona giornata di campionato. Gli uomini di Giampaolo liquidano 5-0 la pratica Crotone con un super primo tempo grazie a Ferrari, Quagliarella e Caprari, implacabili davanti a Cordaz. Poco può la squadra di Nicola, che ad aprile, nell'incredibile rimonta salvezza della scorsa stagione, aveva invece conquistato bottino pieno al Ferraris. Alla festa del gol sampdoriano si aggiungono nella ripresa Linetty e Kownacki che fissano il risultato. Un sabato da dimenticare per il Crotone, mentre la Samp, alla seconda vittoria consecutiva, attende la trasferta a Milano con l'Inter per capire dove può realmente arrivare in questo campionato. Partenza a razzo per i blucerchiati che al 3' sono già in vantaggio. Punizione a spiovere in area dalla trequarti di destra di Torreira, Ferrari, preferito a Regini anche in vista dell'anticipo di martedì con in casa nerazzurra, svetta più in alto di tutti segnando di testa il gol del vantaggio. Il Crotone, che prima di scendere in campo aveva dovuto rinunciare al centrocampista Rodhen, fatica a reagire e la Samp raddoppia. Zapata s'invola a sinistra, entra in area e viene affrontato da Ajeti che lo travolge. Rigore netto che Quagliarella non sbaglia per la quinta rete stagionale. Al 14' potrebbe arrivare anche la terza rete con Budimir che cercando l'anticipo su un cross rischia di infilare la propria porta colpendo l'incrocio. Il Crotone è annichilito e costruisce un solo tiro al 29' con Ajeti che prova un diagonale dalla distanza ma la sfera termina a lato. Comanda il gioco e affonda senza problemi invece la squadra di Giampaolo che al 38' di fatto chiude la partita. Zapata servito in area si libera di un difensore, va sul fondo a destra e crossa, Caprari sul secondo palo anticipa tutti e appoggia in rete. In pieno recupero squillo improvviso del Crotone che con Budimir colpisce la traversa, confermando la serata no per gli ospiti. Forte del vantaggio, Giampaolo nella ripresa fa riposare Quagliarella e Strinic ma la situazione per il Crotone non cambia anzi peggiora. Al 26' per la Sampdoria arriva la quarta rete al termine di un'azione tutta di prima con Linetty che segna un vero e proprio rigore in movimento su assist di Praet. Alla mezz'ora ovazione per Caprari, oggi nel ruolo di trequartista, che lascia il posto a Kownacki. Il polacco fa in tempo a entrare e va subito in gol. Errore di Cordaz che sbaglia il rinvio, Kownacki recupera al limite, resiste a un difensore, entra in area e batte per la quinta volta nella serata il portiere ospite. Troppa Samp e troppo poco Crotone, a Marassi è sabato di festa per il presidente Ferrero e i tifosi.

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  • Occhiello Nel primo anticipo della nona giornata i pitagorici subiscono gli uomini di Giampaolo che dominano i 90 minuti. Prima di entrare in campo i calabresi hanno rinunciato al centrocampista Rodhen

 

Sembra incredibile! In una terra che nega tutto ai giovani, un ragazzino di non ancora 18 anni è stato eletto nientemeno che segretario del Pd di Colosimi, piccolo comune del cosentino. Il più giovane segretario Pd d'Italia!
«Francesco è ragazzo dotato di eccezionali qualità, e data la sua inesauribile energia, chi meglio di te può consigliarlo e guidarlo?».
Mi ha scritto così un suo docente del 'Fermi' di Cosenza, quando vide su Facebook un selfie mentre prendevamo un caffè a Cosenza. Il caffè è la scusa per parlare di politica, perché Francesco la politica ce l'ha nel sangue. Così come l'impegno sociale, lo studio, la partecipazione civile.
Francesco Palermo non ha ancora 18 anni, studia a Cosenza, è attento e riflessivo. Non è un ragazzo che passa inosservato. Ho avuto modo di ascoltarlo ad un convegno nel suo paesino di origine, al quale mi aveva invitato a intervenire. Lui è stato sicuro e bravo padrone della scena.
Studia Francesco, studia e non fermarti mai. Ma siccome siamo nell'epoca delle capre, tu distinguiti nel sapere e nella conoscenza.
E che la politica possa apprendere che solo con un profondo rinnovamento, con una decisa rottura rispetto al passato e soprattutto al presente, si può dare vita ad una speranza per il futuro.
La politica ha bisogno di 1000 Francesco Palermo se vuole riconquistare fiducia e consensi.
Soprattutto in Calabria, dove tutto sa di vecchio.

*Cda Ismea

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  • Occhiello di Franco Laratta*

TERAMO Alla presenza del capo dipartimento della Protezione civile, Angelo Borrelli, nella piazza di Crognaleto (Teramo), Zelinda e Valentino, rispettivamente 96 e 86 anni, fratello e sorella, hanno voluto consegnare personalmente le benemerenze del Comune di Crognaleto ai tecnici del Soccorso Alpino della Calabria che nello scorso gennaio riuscirono a trarli in salvo dopo una settimana di isolamento a causa della neve (oltre tre metri) caduta copiosa durante le scosse di terremoto. L'iniziativa è stata promossa dal sindaco del Comune abruzzese, Giuseppe D'Alonso. Il premio è andato, in particolare, alle due squadre del Soccorso alpino calabrese, provenienti dalle Stazioni di Pollino, Sila e Aspromonte, che dalla Calabria giunsero in Abruzzo prendendo posizione nel Centro di coordinamento dei soccorsi a Montorio al Vomano, effettuando numerosi interventi di soccorso.

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  • Occhiello Le benemerenze del Comune di Crognaleto sono state consegnate dal capo della Prociv Borrelli e da Zelinda e Valentino, fratello e sorella di 96 e 86 anni. I due furono salvati lo scorso inverno durante una nevicata in una zona colpita dal terremoto

CATANZARO Soltanto pochi mesi fa, il 10 marzo, fa aveva ricevuto la cittadinanza onoraria di Catanzaro. Oggi la città ne piange la scomparsa. Si è spento Giovanni Colosimo, storico imprenditore della città e fondatore del marchio Igea. Aveva novant'anni. I funerali si terranno domani al Duomo. Colosimo era un emigrante di ritorno. Partito per il Sud America nel 1950, entra nell’industria della refrigerazione e, nel 1953, riesce a fondare una società per la produzione e la commercializzazione di frigoriferi, capace di produrre 22 unità al giorno. 
Nel 1958 rientra per la prima volta in Italia per impiantarvi una fabbrica di acque minerali. Sempre in Argentina, costituisce una società per l’importazione di legame dal Paraguay e dal Brasile.
Ma è il 1962 l’anno della definitiva svolta. Giovanni Colosimo torna definitivamente in Italia e fonda quello che può essere considerato il suo capolavoro: l’Igea Calabra, la società che gestisce i “colossi del freddo”, “Algida” e “Findus”. Appassionato di cultura, arti e sport, ha ricevuto importanti riconoscimenti come la nomina a Cavaliere del Lavoro e la laurea honoris causa in Economia e Management all’Università Magna Graecia. Notevoli i suoi notevoli contributi finanziari al Teatro Politeama e alla squadra di calcio della Città.

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  • Occhiello Si è spento il 90enne fondatore dell'Igea. La sua vita da emigrante di ritorno, i successi nel settore della refrigerazione e l'amore per la cultura e per il calcio

COSENZA La città di Cosenza verso l’assegnazione della Bandiera azzurra. Lo ha lasciato intendere il campione olimpico e mondiale di Marcia nonché presidente della Scuola nazionale del Cammino, Maurizio Damilano, ospite questa mattina nella sala Quintieri del teatro Rendano alla seconda delle tre giornate del Salus Fest.
Grazie alle Politiche ad ampio raggio messe in campo dal sindaco Mario Occhiuto per fare del capoluogo bruzio un luogo conclamato del benessere e della vivibilità, Damilano nel corso del suo intervento ha anticipato che il progetto Bandiera azzurra della Fidal (Federazione italiana di Atletica leggera), relativo alle Amministrazioni che si distinguono per la realizzazione di spazi pubblici dedicati alla corsa e al cammino, la prossima primavera potrebbe premiare proprio l’impegno di Cosenza quale città virtuosa per le tematiche sulla promozione della salute comune.
Il sindaco Mario Occhiuto ha relazionato su “La qualità della vita come variabile strategica delle politiche urbane” attraverso cenni storici su come venivano costruite le città in passato, catalizzando in particolar modo l’attenzione degli studenti di Biotecnologia sanitaria presenti in platea. «Il paradosso – ha affermato il primo cittadino – è che abitavamo in case molto meno confortevoli ma circondate tuttavia da elementi meno inquinanti perché nell’antichità, quando non esistevano i vetri alle finestre, le città venivano costruite considerando la direzione dei venti, la posizione del sole, i criteri di sostenibilità legati alla natura. Dobbiamo pertanto tenere in conto – ha detto Occhiuto – quel filo spazio-temporale che lega la città antica e le buone pratiche di un tempo alla città contemporanea, in quanto si tratta di processi positivi».
Non è poi mancato, da parte di Occhiuto, un veloce excursus tra i suoi progetti per Cosenza che hanno alla base un lavoro di naturalizzazione privilegiando l’ambiente con la finalità di tutelare la salute di tutti. Il sindaco si è soffermato sul Parco del Benessere che sorgerà su viale Mancini, un polmone verde lungo tre chilometri (sarà lo stesso campione olimpico Damilano a inaugurarlo) e ancora sulla Città dello Sport: progetti che hanno lo scopo di riqualificare il territorio urbano con la priorità di salvaguardare appunto la salute dei cittadini.
Parole lusinghiere per l’operato dell’esecutivo Occhiuto sono state poi espresse da Roberto Pella, vice presidente vicario Anci e Coordinatore del Gruppo di lavoro Anci Urban Health che, portando il saluto dell’Associazione dei Comuni Italiani, ha ringraziato Mario Occhiuto «per aver saputo dare prova di una città che è testimonianza della bellezza dell’Italia». Non per niente, ha rivelato in anteprima Pella, «porteremo Cosenza come esempio di buon governo nel nostro imminente viaggio a Houston dove tra gli altri, in una vetrina internazionale, parteciperà anche il sindaco di New York».
A concludere la serie di interventi previsti nella sessione mattutina è toccato alla dottoressa Amalia De Luca dell’Istituto Superiore di Sanità, membro del “Gruppo tecnico nazionale Sorveglianza della popolazione”, che ha esposto interessanti dati sull’invecchiamento attivo e sulla necessità, specie al Sud, di stimolare i cittadini avanti nell’età ad applicare corretti stili di vita.
La manifestazione Salus Fest è promossa dal Comune di Cosenza su iniziativa della presidente della Commissione Salute, Maria Teresa De Marco. Al dibattito di questa mattina, oltre all’ideatrice, erano presenti autorità istituzionali e del mondo sanitario, il presidente dell’Unione italiana ciechi Giuseppe Bilotti, gli assessori comunali Carmine Vizza, Michelangelo Spataro, Loredana Pastore, Francesco Caruso, Rosaria Succurro, il presidente del Consiglio Pierluigi Caputo, i consiglieri comunali Alessandra De Rosa, Lino Di Nardo, Piercarlo Chiappetta, Vincenzo Granata e Luca Gervasi. Una “tre giorni” incentrata sul valore della prevenzione e sulla necessità di mettere al centro il benessere psico-fisico dei cittadini come bene comune. 
Il Salus Fest si svolgerà fino a domani, domenica 22 ottobre. Si snoda tra la Villa vecchia (dov’è allestito il Villaggio della Salute), il teatro Rendano e l’Auditorium Guarasci dove oggi la matinèe teatrale con gli alunni delle scuole elementari ha registrato un’ampia partecipazione.
Una curiosità: nella prima giornata della manifestazione, venerdì, a uno stand allestito nella vecchia villa comunale, un ragazzo di 15 anni si è fermato casualmente a misurare la glicemia e scoprendo valori altissimi, addirittura a rischio coma, ha allertato immediatamente la famiglia scongiurando il peggio. Anche e soprattutto questo è Salus Fest. 

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  • Occhiello Il campione ipotizza l’assegnazione della Bandiera azzurra come Città del cammino. E annuncia che inaugurerà il Parco del Benessere. Pella (Anci): citeremo a Houston il capoluogo bruzio come esempio di buon governo
Sabato, 21 Ottobre 2017 17:48

Il clamore del silenzio. Da Africo a Milano

Nel periodo in cui il mondo rischia di diventare un insieme di macerie (come avverte Marc Augè) che non produrranno più memorie, le rovine – quelle maestose e quelle minute, ma non meno importanti, quelle del passato lontano e di un passato recente – continuano a esigere attenzione, a interrogarci, ad ammonirci. Anche ad alimentare la nostra creatività: a farci immaginare legami arditi e fantasie vertiginose di una nuova possibile vita.
A restituire un nuovo sentimento ai luoghi dell’abbandono e conferire un nuovo senso alle rovine adesso giunge, con grande potenza artistica e con efficacia evocativa la tela “80 mq di silenzio” di Domenico Fazzari, pittore originario di Mammola, trapiantato a Milano, dopo gli studi compiuti a Brera e molto stimato nel mondo artistico e culturale milanese. L’opera pittorica racconta anche la possibilità d’incontri, dialoghi, scambi tra luoghi lontani nel tempo e nello spazio, paradossalmente proprio a partire dalle rovine che hanno segnato anche il nostro recente passato.
Il luogo che accoglie e abbraccia un altro luogo è l’ex chiesa di San Sisto a Milano, fondata in età longobarda, ristrutturata per volontà di Federico Borromeo e soppressa in seguito alle riforme di Giuseppe II negli anni della dominazione asburgica. A seguito dei bombardamenti del 1943 la parete di fondo dell’abside è completamente distrutta: si salvano soltanto alcune tele, tra cui una tavola seicentesca di Carlo Preda. Nel 1969 lo scultore siciliano Francesco Messina realizza un restauro della chiesa e al secondo piano dell’edificio apre un suo studio, dove realizza molte opere (bozzetti, bronzi, gessi e cere) che lascia al Comune di Milano. Dopo la morte di Messina, nel 1995, la chiesa diventa un importante spazio museale.
Maria Fratelli, direttrice del Museo propone a Fazzari un intervento coerente con l’ex chiesa di S. Sisto. Fazzari è noto per le sue opere ispirate ai luoghi di origine: quella Calabria interna dove l’abbandono e le rovine fanno parte del paesaggio e dove la natura sembra aver ripreso (come scriveva Simmel) il sopravvento sull’arte, sui monumenti, le costruzioni anche minute degli uomini. All’artista, che si alimenta della geoantropologia e della memoria della sua terra di origine (come segnala Geminello Preterossi) viene subito in mente un’altra chiesa, quella di S. Salvatore ad Africo, visitata anni prima e di cui custodiva una foto. Il bozzetto in scala 1:10 misura 100x80 cm e così Fazzari realizza un’opera di 80 mq., trovando spazio e supporti adeguati per nei laboratori di scenografia del Teatro della Scala.
La tela è un pezzo unico, in cotone preparata con un’imprimitura di acqua e colla vinilica, con una successiva stesura a spruzzo di un bianco base per creare una superficie screpolata dove rendere meglio l'effetto dei vecchi muri. Fazzari usa delle terre colorate e come legante acqua e colla vinilica, diluite in percentuale: vere e proprie acque colorate.
Fazzari completa la tela nel Museo con tecniche personali e servendosi di un trabattello alto dieci metri, proprio come se si trovasse a dipingere una chiesa reale senza statue o addobbi e con muri scrostati.

Africo, conosciuto, ancora prima dell’abbandono, come «il paese dimenticato da Dio», «il più isolato paese dell’Aspromonte», il paese della «perduta gente» raccontato da Zanotti Bianco, che mandava ai governati di Roma il pane di ghiande con cui si nutrivano i suoi abitanti, è investito – come tanti altri paesi dell’Aspromonte, della fascia ionica, delle Serre – dalle piogge che cadono terribili e ininterrotte per giorni e giorni, sicuramente da domenica 14 a giovedì 18 ottobre del 1951. Franano intere montagne, crollano pietre sull’abitato, muoiono le bestie, cadono le case. Muoiono tre persone e sei nella vicina frazione Casalnuovo, ma la maggior parte delle persone si salva, radunandosi e rifugiandosi nella chiesa. Comincia un lungo periodo di esodi, dispersioni, esilio, contrasti su dove e come ricostruire. Dopo anni di fughe, Africo nuovo nasce lungo la marina ionica e una popolazione di pastori e agricoltori perde il luogo, i saperi, le antiche forme di economie. Lo stesso accade in paesi come Roghudi, Gallicianò, Natile, Badolato, Nardodipace e tanti altri che conosceranno un progressivo abbandono. Gente laboriosa vissuta sempre con la propria fatica diventa vittima dei frutti impuri di una tradizione spenta e di una modernità che arriva anche con il volto violento della politica, delle clientele, della criminalità.

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Le rovine della vecchia Africo, tuttavia, rimordevano e attiravano una popolazione che nei decenni cercava di costruire una nuova comunità anche facendo riferimento ai resti, alle memorie, alle tracce dell’antico paese. Ogni anno, il giorno 5 maggio, per la festa di San Leo, gli ultimi abitanti della vecchia Africo, i loro figli e nipoti tornano tra i ruderi e i resti dell’antico abitato, dove, nella chiesa di San Leo, rimasta integra e restaurata, è celebrata una messa, prima che la gente si tuffi tra le rovine dell’antico abitato, tra i ruderi, nella chiesa, che ho visto nel 1999 popolata da mucche, e che per un giorno con un banchetto e un ritorno rammemorante (nel corso del quale vengono ricordati i defunti) restituiscono vitalità a quel luogo.
Queste forme di pellegrinaggio nei luoghi dell’abbandono, diffusi in molti paesi della Calabria (Pentedattilo, Cerenzia, Nicastrello, Fantino) dove ancora la chiesa o i suoi resti resistono, sono un percorso identitario affascinante, rivelano una faticosa ricerca di sacralità e di memoria da cui ripartire. La rovina è il segno tangibile, materiale, inequivocabile e più evidente dell’abbandono. La testimonianza di qualcosa che c’è stato e non c’è più. C’è un senso locale delle rovine – certo non separabile dal senso occidentale delle rovine – che spinge a una riflessione sulla possibile fine e sul bisogno di memoria, ma anche a stabilire comparazioni tra rovine di luoghi e di tempi diversi. Sembra che qui si cerchino la forza, la sacralità, le ragioni per portare avanti un processo di ricostruzione ancora incompiuto e precario.

 

Negli ultimi decenni i templi, le chiese, i luoghi sacri dei paesi abbandonati a seguito di catastrofi, terremoti, alluvioni, frane, calamità, devastazioni, bombardamenti in varie parti del mondo continuino ad essere “centro del mondo”, punto di riferimento e di ritorno, luogo della memoria e sentimento di un passato che non passa. Corrado Alvaro ha raccontato il disfacimento e lo sgretolamento delle chiese nei paesi in abbandono nella società tradizionale. Bruce Springsteen, all’indomani dell’11 settembre, ha cantato la sua “città di rovine” con la chiesa triste e spalancata. I pellegrini arcaici e postmoderni, abitanti dei non più luoghi e dei non ancora luoghi, ritornano nelle chiese degli antenati alle popolazioni terremotate che osservano, con un misto di sgomento e di speranza. Le facciate, i campanili, le statue dei santi (penso alle immagini potenti e simboliche di Laino Castello e di Cavallerizzo, a quelle più recenti dell’Aquila, Norcia e Amatrice) ricordano la centralità della chiesa in situazioni di possibile fine del mondo. Sono innumerevoli le testimonianze e le narrazioni di come l’imprescindibile villaggio nella memoria, di cui parlava De Martino, abbia come luogo concreto e simbolico quel campanile, di cui egli scrive una nota indimenticabile con riferimento a Marcellinara (ma forse a Tiriolo) in Calabria. Non è possibile raccontare il crollo di uno sconosciuto piccolo e periferico villaggio senza che vengano in mente i crolli delle Torri Gemelle o dei templi e delle chiese dell’Iraq e della Siria.
Le rovine diventano memento e ammonimento, specie quando vengono “parlate” con il cuore e con la mente.

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I muri «vogliono parlati», come suggerisce e ammonisce un modo di dire nei paesi in abbandono della Calabria. Le pareti, interne e i muri esterni, delle case vuote e disabitate si rovinano e crollano rapidamente e prima delle case abitate perché non ci sono più persone per mantenerle vive con le loro parole e la loro presenza. Il silenzio e la solitudine fanno crescere erbe e rovi, spine e piante selvatiche, davanti alle case vuote.
Domenico Fazzari si è fatto parlare dai muri, ha ascoltato le loro storie, ha instaurato un dialogo. Grazie a un’opera come quelle di Fazzari la rovina acquista un nuovo senso e tende di nuovo verso l’alto, indicando una possibile via di rinascita in contesti dove, purtroppo, anche le nuove opere dell’uomo nascono come macerie. Lo spazio architettonico rappresentato nell’opera, di forte impatto emotivo, evoca le fratture profonde che spesso segnano l’esistenza umana: la presenza di una mucca spaesata tra le rovine dell’abside allude ai giorni in cui la chiesa di Africo è stata riparo per gli abitanti e gli animali del paese distrutto, così come San Sisto è stata rifugio per i senzatetto.
Salvatore Piermarini ha scritto che la grande tela di Fazzari è un’opera spiazzante, di forza prepotente e silenziosa, un tromp-l’oeil concettuale da non confondere con una scenografia o con un pannello da palcoscenico teatrale. Un’opera vitale, un dipinto essenziale, al di là della tecnica utilizzata e dalla difficile locazione. Un lavoro gigante – scrive Piermarini - un’opera spericolata e avvincente, dal concepimento, alla trasposizione in scala, alla realizzazione definitiva. L’arte risponde in questo caso a quella funzione pedagogica, etica, estetica, antropologica che una lunga e controversa tradizione culturale e filosofica ha voluto assegnare alle rovine. Vedere che la vicenda dolente di Africo rivive in un monumento religioso di una capitale culturale d’Italia mi sembra qualcosa di bello e certamente un dato da non sottovalutare in un periodo in cui le memorie tendono a essere cancellate, come i luoghi, e le distanze e le separazioni vengono amplificate ed esasperate, mentre tutto, a sapere parlare e ad ascoltare, parla della necessità di incontri e accoglienze. Ricordo lo stupore e lo spaesamento che mi colsero quando vidi quella chiesa vuota, con le mucche che si aggiravano smarrite, e le persone tornate che andavano a pregare o a piangere nel luogo perduto. Ricordo il pianto di una donna che non riusciva a trovare il luogo in cui sorgeva la sua casa e poi individuò il resto di un muro che a lei diceva tante cose. Ricordo l’uomo che piangeva nel vecchio cimitero davanti a una tomba senza più i resti dei defunti e la moglie che non staccava lo sguardo dai muri della casa perduta.
A guardare l’immagine dell’abside e dell’altare della chiesa di Africo rivivere e splendere, tornare imponente e vitale, nella ex la chiesa di San Sisto avverto una grande emozione, uno stordimento e un incantesimo indefinibili. Africo (metafora dei tanti paesi abbandonati della Calabria) sembra riprendere vita nella natura, con quelle mucche, buoi e vitellini che la vivono come una nuova casa, un ricovero, un ostello, un riparo dalle intemperie. Un’immagine sacra appunto, riconsacrata e riconciliata.

Pieno. Vuoto. Silenzio. Suono. Voci. Clamore. Il silenzio, citato nel titolo dell’esposizione, rappresenta la condizione dello spettatore di fronte alle rovine e ai luoghi abbandonati, siano essi la conseguenza di un’azione della natura o della violenza umana. Forse proprio là dove appare tutto accaduto e si ritiene che «non c’è niente», può succedere qualcosa di nuovo, può affermarsi una nuova vitalità, un futuro che comincia nel clamore del vuoto e del silenzio. Si può, forse, costruire riusando gli antichi materiali e accogliendo quelli che ci arrivano dal mondo. Mescolando. Il silenzio diventa dialogo, clamore, parole segrete e misteriose, voci e figure che s’incontrano e si mescolano, vuoti che si riempiono e accolgono a condizione che qualcuno riesca a sentire le rovine, sa ascoltarle e riesce a conferire loro un nuovo senso e una nuova voce. Un clamore del silenzio che dobbiamo ascoltare, decifrare, colorare, illuminare nel periodo in cui centinaia di paesi si spopolano e in un’Italia e in cui le grandi città e i piccoli centri faticano a trovare un nuovo senso dell’abitare e dell’appaesamento.

*Antropologo e scrittore

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