Corriere della Calabria - Articoli filtrati per data: Martedì, 04 Luglio 2017
Martedì, 04 Luglio 2017 23:15

MANDAMENTO | Paradosso Locri

REGGIO CALABRIA Il suo nome ha superato i confini di Locri quando ha risposto con lo striscione «Siamo tutti sbirri» alle offese dirette a don Ciotti comparse sui muri della città. Ma adesso il sindaco Giovanni Calabrese rischia di stare scomodo sul palco delle stelline dell’antimafia, su cui quel gesto l’ha proiettato. Per gli investigatori che hanno lavorato all’indagine “Mandamento Jonico” sarebbero stati i voti dei clan a farne il primo cittadino di Locri. 

OSTELLO CON IL PERMESSO DEI CLAN Un paradosso forse quasi normale a Locri. Sotto il governo dei clan, nella città che ha dato i natali a Zaleuco, uno dei primi legislatori della storia, sono state le imprese del clan Cordì a costruire il Palazzo di giustizia. E i Cataldo hanno finito per guadagnare sulla costruzione di quell’Ostello della gioventù sorto al posto della loro storica villa. Un progetto inserito nel Pon sicurezza, il programma del ministero dell’Interno cofinanziato dall’Ue, mirato ad «aggredire le cause "eccezionali", riconducibili al forte radicamento della criminalità organizzata». A Locri però non ha funzionato del tutto. E 80mila euro sono finiti in mano ai Cataldo. È stato questo il prezzo dell’autorizzazione concessa alla ditta per lavorare su qualcosa che consideravano di loro proprietà nonostante la confisca.    

IL SINDACO DELLA PACE Anche il sindaco – ipotizzano gli investigatori – sarebbe il risultato di una scelta dei clan. Forse anche condivisa. Quando le ultime amministrative sono state convocate, i Cordì e i Cataldo, dopo anni di faida feroce, erano già in pace. La morte del boss Cosimo Cordì e la decimazione dei ranghi dei Cataldo, unita ad una martellante pressione investigativa avevano indotto tutti a scendere più miti consigli. E rinunciare alla guerra. Non solo sulla base di un’equa ripartizione dei profitti derivanti dal controllo degli appalti pubblici. Ma anche sulla base di accordi politici.   

LE INVOLONTARIE CONFIDENZE DI ANTONIO CATALDO È in questo contesto che Antonio Cataldo - grande scontento all'interno del suo stesso clan -  si muove per capire come su quale candidato i Cordì faranno convergere le preferenze. Si rivolge ad un uomo che le indagini non sono riuscite a identificare, ma molto ben informato. «Per curiosità – gli chiede -  volevo sapere i “Curdi” a chi votano? Calabrese?». La risposta dell’interlocutore - «Là, là è» - è così chiara per il boss da non permettergli neanche di concludere. «Nella lista di Calabrese? e chi è? e come per i voti sono divisi?»

LA PAX POLITICA Domande che Cataldo trasforma in una sorta di sondaggio, rivolto a tutti quelli che ritiene ben informati. Ma i risultati non lo soddisfano per nulla. I Cordì – apprende da Alessandro Raffaele – voteranno per Calabrese che ha avuto l’accortezza di far assumere più di uno dei “loro” nel call center di Locri. « A chi hanno messo nel “Call Center”?… Enzo? Enzo l’ha messo nel “Call Center”? … Loro? E glieli ha messi? e quanti ne ha messi?» chiede infastidito Cataldo. «Un paio glieli ha messi» dice certo Raffaele, «i Cavaleri sicuro». Cioè una costola dei Cordì, per parentela e per affiliazione.

IL CANDIDATO UNITARIO «E sei i Cordì votano Calabrese, mio cugino Franco a chi vota - esplode Cataldo - ti sto dicendo Franco, si vede con l’uno e con l’altro e si baciano, no?… Enzo Cordì? capisci cosa ti voglio dire? Perché sono d’accordo con chi prende i voti allora!». Una sinergia che non gradisce. Per niente. «Per “pila” sono tutti d’accordo lì!» mastica amaro. Ma si deve rassegnare, anche perché dell’orientamento del suo clan ha avuto modo di avere cognizione diretta. Lui stesso ha ricevuto “avances elettorali” da parte di diversi candidati, incluso il futuro sindaco Calabrese, che – racconta – «è venuto (..) Calabrese. Dice “poi vi voglio parlare”. Gli ho detto “sempre qua sono io!"». Dopo di lui, si sarebbero presentati anche i parenti di una serie di candidati nella lista del futuro sindaco, fra cui Vincenzo Rodinò, e Salvatore Ursino “Formaggino”, sponsor della candidatura del cognato, Alfonso Passafaro.

LE INQUIETUDINI DEL BOSS Nonostante i riconoscimenti, a Cataldo la situazione non piace. Perché di base sono gli accordi di pace con i Cordì a non soddisfarlo per nulla. «Voglio capire questa pace che hanno fatto fino a che punto è, no? Se è pure per la politica? – sbuffa - Se sono d’accordo pure su questo… e allora qualche accordo c’è stato, hai capito, no, quello che ti voglio dire? Perché sono amalgamati!». Un accordo di interesse, a detta sua. «Non ci sono partiti qua. Per i soldi hanno solo… è la politica sua, e dalla politica si fottono i soldi e va bene, questo non c’è bisogno che lo dice nessuno – afferma -  ma per i voti no, per la politica è diverso. Hai capito? La politica, cioè, a livello di politica deve essere diverso». E invece no. Anche sulle elezioni – sono convinti gli investigatori – è stato raggiunto un accordo.

RIBELLIONE? Con buona pace delle isteriche prese di posizione del boss, che urla «io me ne fotto se so che votano a destra, se ho un voto di mia moglie lo faccio andare a sinistra, non hai capito, proprio per … anzi neanche la faccio votare, ti dico di più nemmeno a sinistra a nessuna parte, gli dico stai a casa vaffanculo». La contrarietà di Cataldo però non è meramente di principio. Tanto meno è legata solo agli attriti con  lo zio Francesco Cataldo, all'epoca vertice del clan. «Io me ne “fotto” di lui e del potere suo, del potere di che? che si dividono i soldi con chi? Con i Cordì?, che si dividono i voti con i Cordì’? Io me ne “fotto” di lui, non hai capito! Io me ne fotto dei soldi suoi, dei voti suoi e della politica sua, me ne fotto di tutti!» dice arrabbiato. Ma per Cataldo, le elezioni sono un problema concreto.

L’AVVOCATO CANDIDATO E INDAGATO Schierato nella lista opposta a quella di Calabrese c’è l’avvocato Pino Mammoliti, storico assessore di Locri, ma difensore del clan Cataldo e di altri della loro galassia. Per la Dda però la sua vicinanza ai clan di Locri non sarebbe solo professionale, per questo è stato iscritto sul registro degli indagati. Sospetti che le involontarie confidenze di Cataldo sembrano confermare. «Cento persone erano dalla parte degli Zucco - inizia a contare -  cinquanta persone, gliele porta come ti dico, glieli raccoglie, mio cugino Franco, là, (Francesco Cataldo cl. ‘58, n.d.r.) non hai capito, e li raccoglie altre cinquanta persone hai capito? E sono centocinquanta, altri cinquanta glieli portano gli Staltari, Aurelio e compagnia bella, là difende pure a questi degli ScaliI, tanto per essere, e gli portano altri cinquanta voti». Almeno a rigor di logica. Perché poi – realizza - «bisogna vedere come si sono messi d’accordo, non hai capito, ecco perché, volevo capire chi vince prima».

A UN SOFFIO DALLA VITTORIA Nonostante il gran numero di voti raccolti, che in parte sembrano rispecchiare le stime di Cataldo, Mammoliti non ce la fa. Ma è il suo più grande sostenitore a inguaiarlo con la Dda, riconoscendo che «non è stato eletto però è stato il primo di noi … 560 voti… perché nella mia famiglia si votava, dovrebbero votare Mammoliti». Un soggetto che al clan avrebbe dato non solo assistenza professionale. Ma anche aiuto logistico e informativo. Sarebbe stato lui, dice il pentito Domenico Oppedisano, a dare la sua carta d’identità a Peppe Mollace per permettergli di circolare. Sempre il legale, si sarebbe occupato di dispensare consigli ai suoi assistiti per evitare che inciampassero in indagini, o incappassero in microspie e telecamere.

FUGA DI NOTIZIE O MILLANTERIE Ma Mammoliti – a detta di Antonio Cataldo – sarebbe stato soprattutto in grado di anticipare indagini in corso e arresti imminenti. «Si vede, o qualche giudice che glielo dice, perché evidentemente qualche giudice, c’è qualche giudice sotto, qualche magistrato sotto che gli dice queste cose! Perché io non so come cazzo fa a saperlo» commenta. Millanterie del legale o ottime e illecite entrature? Toccherà alle indagini appurarlo. Ma un’idea investigatori e inquirenti sembrano averla.

Alessia Candito
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.  

Informazioni aggiuntive

  • Occhiello Il sindaco "antimafia" Giovanni Calabrese sospettato di aver beneficiato del sostegno della cosca Cordì. I Cataldo che guadagnano con la riqualificazione della villa loro confiscata. Nella città di Zaleuco, in cui sono i clan a costruire il tribunale, tutto sembra possibile

CROTONE «I complimenti per quanto fatto li divido con la società e i giocatori ma ora dobbiamo archiviare tutto. Le difficoltà che incontreremo il prossimo anno sono le stesse che abbiamo già vissuto». Davide Nicola mette in guardia il suo Crotone in vista della prossima stagione. L'impresa raggiunta solo qualche mese fa, con una salvezza insperata, non deve illudere. «Per la realtà che siamo - spiega l'allenatore - non è mai semplice. Abbiamo voglia di fare il massimo ma sicuramente abbiamo limiti. Crotone può contare su una realtà di persone che vogliono dare tutto. Il budget? È consono alla nostra realtà ma abbiamo già dimostrato che i soldi non fanno la differenza». Davide Nicola è stato accostato a molte società in questa sessione di mercato ma il tecnico ha voluto continuare con la sua squadra: «è sempre un piacere quando viene apprezzato il proprio lavoro. Ci sono stati dei pourparler ma la soluzione migliore è stata restare un altro anno, con grande entusiasmo e pari umiltà». 

 

Informazioni aggiuntive

  • Occhiello Per il tecnico del miracolo salvezza, «il budget è consono alla nostra realtà ma non sono i soldi a fare la differenza»

MILANO Lunedì 3 luglio a Milano, nello studio del notaio Bossi, Asya Rotella, unica figlia dello scomparso maestro catanzarese Mimmo, è stata eletta presidente della Fondazione “Mimmo Rotella”. Rotella, inventore della tecnica del décollage, è  presente con le sue opere nei più grandi musei del mondo. Asya Rotella era già vicepresidente della fondazione nata nel 2000 e fondata, tra gli altri, dallo stesso Mimmo Rotella e dal suo storico braccio destro Piero Mascitti, che da 17 anni è presente (ne è membro a vita) nel cda. 
La nuova presidente vive tra tra Milano e New York e ha studiato recitazione in grandi scuole americane. Asya era molto amata da suo padre Mimmo Rotella, che l'aveva designata suo erede universale. Recentemente a New York ha curato una mostra che è stata recensita da importanti organi di stampa americani. Asya parla correttamente italiano, inglese e russo (sua madre Imma è nata in Russia).
Dopo la parentesi della presidenza del notaio di Catanzaro Rocco Guglielmo, che era succeduto a Mimmo Rotella in seguito alla morte dell’artista, la Fondazione avrà con la guida di Asya un rinnovato slancio e una visione internazionale come è nel Dna e nella formazione della giovane presidente. 

Informazioni aggiuntive

  • Occhiello Cambio al vertice. La giovane attrice succede al notaio catanzarese Rocco Guglielmo

LOCRI Le «speciali misure di sicurezza e segretezza» disposte dalla Prefettura di Reggio Calabria per la realizzazione del nuovo Palazzo di giustizia di Locri non sono state sufficienti ad allontanare i clan da una torta di diversi milioni di euro (12,8 per l’esattezza). La procedura di aggiudicazione dell’appalto era stata bloccata qualche tempo prima – il 18 luglio 2006 – per il concreto «rischio di condizionamento e d’infiltrazione mafiosa». Tre imprese sulle quattro che avevano presentato un’offerta erano destinatarie di interdittive antimafia. Stop alle macchine, dunque. Si riparte con un protocollo d’intesa tra Prefettura e Comune. Con una motivazione inoppugnabile: «Consentire alle cosche di tentare di impadronirsi di un’opera di tale rilievo (...) costituirebbe una vera e propria sconfitta». Sconfitta servita, stando al decreto di fermo monstre nel quale la Dda di Reggio Calabria racconta la presenza asfissiante dei clan nella Locride. L’infiltrazione, secondo i magistrati, avviene «da parte della famiglia Orlando di Locri (e non solo)». Si tratta di un ramo della cosca Cordì: il trait d’union tra le famiglie è Massimo Orlando. È lui a sfruttare l’«unico anello debole nella catena di controlli» immaginata per ripulire il cantiere da presenze criminali. Orlando entra nei lavori «camuffando le sue funzioni imprenditoriali e occultando l’operato della sua manovalanza (quello riconducibile alla sua Edil Master sas) ponendo il tutto alle dirette dipendenze della Caparelli (la ditta aggiudicataria dell’appalto, ndr)». Con questo escamotage, l’imprenditore evita controlli stringenti (che avrebbero coinvolto congiunti, parenti e affini): il suo camuffamento – realizzato attraverso la sua assunzione e quella di un certo numero di operai – restringe i controlli alla singola persona. E Orlando era «privo di iscrizioni al casellario giudiziale». Il tentativo riesce: l’uomo è «il reale gestore dei lavori», si interessa «dell’esecuzione delle opere, delle questioni burocratiche», impartisce «direttive agli operai impegnati in cantiere», determina «i tempi di sospensione e prosecuzione delle lavorazioni». E la Edil Master si fa un nome a Locri: la sua fama giunge fino al boss Antonio Cataldo che, parlando con Salvatore Ursino, il suo interlocutore preferito in tema di appalti, si chiede «questi Orlando chi sono? Questi della ditta?... Stanno facendo lavori da tutte le parti!». Il capoclan sa come funziona il “sistema”: «Ma pure qua al Tribunale lavorano loro?». «Sì, pure là al Tribunale lavorano...», risponde Ursino. Ciò che, all’epoca (le intercettazioni risalgono al 2013), sfugge ai protocolli di legalità, è ben noto ai “padroni” della città: «Ma questi Orlando qua... non sono parenti dei Cordì?», dice ancora Cataldo. Che è informatissimo sugli affari della ditta. Anche quelli eseguiti al supermercato “Family” dopo «una chiara attività estorsiva messa in campo dai Cordì: «Ma io ho sentito, siccome ora ho sentito qua parlare … ti dico che là sotto al Family… Ci sono gli Orlando… E certo! Questi del Family… prima gli hanno sparato… Non mi hai capito… e poi sono entrati gli Orlando…». 
Tutto si può dire tranne che il boss non colga i paradossi. Cataldo rievoca i fatti di sangue che, a suo dire, legano la famiglia Orlando ai Cordì. Omicidi, tentati omicidi, spedizioni punitive in un salone da barba. E sottolinea l’anomalia «che la realizzazione di un baluardo della legalità quale il Tribunale fosse devoluto proprio all’opera di soggetti coinvolti in quegli efferati fatti di sangue: “… gli date il lavoro al Tribunale? – dice –. Cioè ma che cazzo di imbrogli?». E se lo dice pure Cataldo bisogna credergli. 
Ma la presenza di Massimo Orlando e della sua Edil Master (seppure camuffata) nel cantiere del Palazzo di giustizia non è l’unica a far drizzare le antenne degli investigatori. C’è, infatti, anche l’impresa Ursini Lina, riconducibile a Gianluca Scali. In questo caso, più che di camuffamento si può parlare di rimozione. La ditta, «destinataria di interdittiva antimafia il 28 aprile 2015, non rientrava tra quelle indicate nell’allegato al contratto d’appalto e non risulterà (…) dal carteggio acquisito presso la stazione appaltante, alcuna comunicazione di sostituzione e relativa autorizzazione subordinata al possesso dei requisiti richiesta ai sensi della normativa antimafia». L’impresa avrebbe fornito una betoniera (al costo di 147mila euro) per la realizzazione dei lavori: un fatto “nascosto” nelle carte ufficiali ma assolutamente trasparente secondo gli accertamenti della Dda. A volte i protocolli di legalità non bastano. 

Pablo Petrasso
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Informazioni aggiuntive

  • Occhiello Il meccanismo utilizzato da un imprenditore vicino alla cosca per eludere i controlli e infiltrare i lavori del Palazzo di giustizia di Locri. Anche il boss Cataldo se ne stupisce: «Ma che c… di imbrogli»
  • Articoli Correlati

    - MANDAMENTO | Per i clan voti, appalti e fondi europei

RENDE «Non va sottovalutato quello che sta accadendo nella città di Rende in queste ultime settimane».  È quanto sottolinea, in una nota, il consigliere regionale del Pd Carlo Guccione che ricorda una serie di incendi avvenuti sia nell’area che comprende l’ex Legnochimica sia i roghi che hanno interessato due vecchie discariche nell’area di Sant’Agostino. «La prima discarica – afferma - è stata realizzata negli anni Novanta e chiusa due anni dopo dall’ufficio del Commissario per l’Emergenza rifiuti. La seconda discarica è stata realizzata agli inizi del 2000 e chiusa nel 2003».
Secondo Guccione, «quello che preoccupa è che per la prima discarica sono stati effettuati solo lavori di semplice copertura, per la seconda non ci sono stati altri interventi». «La Regione Calabria – prosegue il consigliere dem - ha avviato le procedure per il piano di caratterizzazione delle discariche posizionate una accanto all’altra. Non è stato ancora previsto alcun tipo di intervento di bonifica ambientale per entrambi i siti. Anche oggi l’area di Sant’Agostino è stata interessata da un vasto incendio, generando ulteriore preoccupazione e allarme tra i cittadini. C’è il rischio che si possa configurare una vera e propria emergenza ambientale».
Per Guccione, «è necessario attivare tutte le procedure per verificare se tali eventi che hanno interessato il vecchio sito industriale dell’ex Legnochimica e le due discariche di Sant’Agostino abbiamo prodotto un impatto negativo sull’ambiente e sulla salute dei cittadini». «Inoltre, deve essere avviata la procedura per la messa in sicurezza e bonifica delle discariche di Sant’Agostino. Per quanto riguarda il sito industriale della ex Legnochimica occorre mettere in atto una adeguata bonifica per mitigare i rischi ambientali».
«Non possiamo – termina Carlo Guccione - non rilevare che i roghi di Rende delle ultime settimane si sono verificati in un sito industriale e in un’area in cui sono presenti rifiuti. Forse sarà dovuto al caldo eccessivo di questo periodo?».

Informazioni aggiuntive

  • Occhiello Il consigliere regionale del Pd chiede la verifica dell’area dell’ex Legnochimica e delle discariche di San’Agostino teatro di roghi dei giorni scorsi: mettere in atto un’adeguata bonifica per mitigare i rischi

CELICO «Non sono concepibili i gravi ritardi e le incertezze sul completamento delle opere previste, con pesanti ripercussioni sull'economia e sulla viabilità di un intero territorio, già molto problematiche». È quanto afferma, in una nota, il deputato M5s Paolo Parentela in merito ai lavori al ponte di Celico. Interventi su cui Parentela ha presentato alla Camera una specifica interrogazione, chiedendo al governo centrale interventi e chiarimenti immediati. «Al ministro Delrio e all'Anas – prosegue il deputato 5 Stelle – ricordo che avevamo contestato da principio la scelta, peraltro tardiva, di migliorare soltanto il comfort stradale del viadotto Cannavino, la cui sicurezza statica, stando alle perizie pubblicate in seguito a nostre iniziative formali, non è del tutto garantita. Oltretutto ci preoccupa quanto emerge in un verbale della Prefettura di Cosenza, in cui si fa riferimento a cavi di precompressione in posizione diversa da quella prevista dal progetto e ad alcuni cavi in stato di ossidazione».
«La statale Paola-Crotone – sottolinea Parentela – è un'arteria fondamentale, soprattutto in questa stagione turistica. La vicenda del Cannavino è un dramma. Nella fattispecie sono inammissibili il silenzio e l'immobilismo del governatore regionale Oliverio, che non conosce vergogna, avendo quale unico obiettivo l'affidamento della sanità calabrese, in favore della quale non ha mosso un dito, al di fuori di proclami e recite a soggetto». «La Calabria – conclude il parlamentare 5 Stelle – non merita questo trattamento dal governo, che ci considera terra di conquista e figli di un dio minore. Spero che almeno il ministro Minniti solleciti il governo, chiamato a dare risposte certe e risolutive».

Informazioni aggiuntive

  • Occhiello Interrogazione parlamentare del deputato 5 Stelle al governo: preoccupa quanto emerso dal rapporto della Prefettura di Cosenza

REGGIO CALABRIA Non il calciatore e neanche lo youtuber, o magari il rapper. A quindici anni, a Locri, c’è chi sogna di fare lo ‘ndranghetista. E per questo, litigando con la sintassi, si arma di carta, penna e coraggio e scrive al boss. Sono questi i sogni al rovescio di uno degli adolescenti della Locride, che fanno da impietosa cartina tornasole «dell’ammirazione e del timore reverenziale» suscitato da Antonio Cataldo “Papuzzella”.

L’UNIVERSO AL CONTRARIO DI LOCRI Poco importa che il boss sia in carcere da tempo. Poco importa che per i suoi crimini sia stato condannato ad una lunga detenzione. Per molti, troppi giovani rimane un “mito” da prendere ad esempio. «Di norma – commentano quasi sconfortati inquirenti e investigatori – i ragazzi di quell’età si rispecchiano in tutt’altra tipologia di personaggi, invece nella Locride è il boss a costituire il modello di riferimento». A cui si fa di tutto per arrivare e cui ci si rivolge con i toni deferenti che un aspirante apprendista userebbe con il general manager della grande impresa in cui vorrebbe lavorare.

AUTOCANDIDATURA Quella dei Cataldo – di cui “Papuzzella” per anni è stato amministratore e capo – produce violenza, sopraffazione, soldi sporchi di sangue. Ma per un quindicenne di Locri è un obiettivo da raggiungere. Tanto da spingerlo ad autocandidarsi per lettera all’affiliazione. Sa che la figlia del boss frequenta la sua stessa scuola ed è a lei che si avvicina, spacciandosi per un cugino, e consegna speranzoso la missiva. 

LA PARENTELA MILLANTATA E LA VOGLIA DI CLAN Chi sia l'aspirante picciotto, la figlia di Papuzzella non lo sa. «Quindici (15) anni c’ha questo ragazzo!» dice. «Me l’è venuto a dire la bidella. Mi ha detto “vedi che ti cerca tuo cugino!”. Gli ho detto “… e chi è mio cugino?”.Io gli ho detto che non siamo cugini … non so da dove gli è uscita sta cosa!», racconta indignata. «È venuta o portarmela in classe! E ogni cosa! Ma stiamo scherzando, qua? La parentela da dove gli è uscita!?» dice quasi sorpresa - e non piacevolmente - da quel contatto. Al padre - annuncia - non parlerà neanche di quella missiva. Ma con la madre vuole condividerla. Buongiorno carissimo, come va?», esordisce il ragazzo, che fa un po’ a pugni con le parole prima di arrivare al punto: «io sottoscritto (omissis) vorrei mettermi a disposizione per Voi e la vostra famiglia».

 

(ANTI) ESEMPIO DA EMULARE Tra il divertito e l’inorgoglito,  la ragazza legge ad alta voce ma viene bloccata subito dalla donna, cui bastano un paio di frasi per capire il tono della missiva e ordinarle di interromperne immediatamente la lettura. È moglie di boss, sa che in ogni auto si può nascondere una cimice. E intuisce che in quelle poche ingenue righe c’è la dimostrazione palese di quello che gli investigatori affermano da tempo. «Non può esserci – si legge nelle carte – attestazione più diretta e genuina da cui evincere l’ammirazione di cui godeva il capo cosca Antonio Cataldo a Locri, come se il suo trascorso criminale fosse un esempio da emulare».

DI PADRE IN FIGLIA Un’aura impastata di violenza e potere, che ha reso “Papuzzella” il rappresentante di un sistema basato su regole alternative anche per le sue stesse figlie. È a lui che la primogenita, Federica, oggi ventisettenne, si rivolge quando il suo ragazzo, Francesco Frammartino, la lascia dopo averla a suo dire tradita. Un affronto per il quale la giovane pretende vendetta, per questo si rivolge al padre, il quale non esita a convocare il ragazzo e il padre.

PANE E UMILIAZIONI Poco dopo, è la stessa ragazza a raccontare la scena ad un’amica, sottolineando con malcelato piacere: «è stata veramente una scena orribile veramente … nel senso che lui (Francesco Frammartino, ndr) ha fatto sempre la solita vittima, suo padre per la vergogna si è messo a piangere. Guarda, credimi una scena …proprio ho il cuore fatto a mille pezzi, non per lui ma per suo padre …la vergogna che ha provato quell’uomo piangendo e chiedendo scusa». Un’umiliazione che il ragazzo ha faticato a digerire, tanto da usare i social per rispondere allusivamente alla convocazione di un «carcerato o latitante».

LO DICO A PAPA’ E FACCIO COME LUI Un’offesa grave per la ex, che non solo è andata prontamente a riferirlo al padre, facendolo montare su tutte le furie. «Tu hai visto cosa ha scritto Francesco? – racconta prontamente all’amica – Perché ieri sera, credimi, quando ho visto questa cosa, che me l’hanno mandata, mio padre mi ha detto “Federica vedi che non sto andando a prenderlo dai capelli, dai quei quattro capelli che gli sono rimasti, perché non posso, perché ho la sorveglianza”. Perché il signorino ieri a messo una foto e ha scritto “carcerato latitante ah, ah, ah, ah, oh yeah”, ma come ti permetti, tu esci da casa mia e poi mi vieni a fare lo sfottò? Ma vergognati, che dovresti baciare Gesù Cristo che ieri ti è andata bene. Ma come si permette?». Affronto che la stessa ragazza sembra aver deciso di punire. Utilizzando i metodi paterni. Dall’indagine, emerge infatti che sarebbe stata lei a ordinare a Domenico Zucco – uno dei ragazzi orbitanti intorno al clan – di «dare una lezione» all’ex.

NUOVI FIDANZATI, VECCHI METODI Non meglio sembra essere stata digerito l’atteggiamento di Daniele Congiusta, altro fidanzato della ragazza, che avrebbe avuto addirittura l’ardire di strattonarla, dopo essere stato brutalmente offeso in un locale. Il ragazzo ci ha subito rimediato uno schiaffo, ma il peggio è arrivato il giorno dopo. A casa sua si sono presentate la sua (ex) dolce metà e la madre, Annamaria Pittelli, pretendendo scuse e minacciando di informare il boss Papuzzella dell’accaduto. «Tu devi pregare solo, gli ho detto io – riferisce tronfia la moglie di Cataldo – che le persone hanno visto [l’aggressione, ndr]… che non ci sia qualcuno che conosce a te, perché, se mia figlia ti ha tirato uno schiaffo, mio marito te ne tira due!”».

SUPPLICHE E PREGHIERE Parole che non hanno intimorito il ragazzo, ma hanno terrorizzato suo padre, Luciano Congiusta, che ha supplicato la donna di non informare il marito, strappandole infine una promessa di silenzio. «A Luciano – racconta – …gli abbiamo promesso che mio marito non … perché poi succedono cose! Gli ho detto io “noi a Totò non gli diciamo niente. Ma quando lo verrà a sapere … cazzi suoi! …Cazzi suoi! Perché prima o poi lo viene a sapere!». Non è dato sapere che esiti abbia avuto la vicenda. Le microspie da lì a poco sono state staccate. Ma anche questa – spiegano gli inquirenti – è una vicenda paradigmatica.

L’ALTRA LEGGE DI LOCRI «Anche se Antonio Cataldo non avesse materialmente adottato alcun provvedimento nei confronti degli ex fidanzati della figlia e dei loro familiari – si legge nelle carte – il semplice fatto di essere un Cataldo, ed in particolare il capo dell’omonima cosca, costituiva motivo di preoccupazione, temendo di subire conseguenze notevolmente più gravi rispetto all’entità delle situazioni che si erano venute a creare. Di conseguenza il perdono del boss lo si implorava umiliandosi in lacrime al suo cospetto oppure si supplicava sua moglie di non raccontargli fatti che avrebbero potuto determinare più gravi conseguenze». Perché a Locri i Cataldo erano legge, tribunale e boia.

a. c.

Informazioni aggiuntive

  • Occhiello Tra le carte dell'inchiesta contro i clan della Locride la lettera di un adolescente che sogna di affiliarsi alla 'ndrangheta. Dalle ricostruzioni degli inquirenti emergono anche le umiliazioni agli ex fidanzati della figlia del boss
  • Articoli Correlati

    -MANDAMENTO | I nomi dei 116 fermati

Ancora sangue sulle strade calabresi. Due incidenti mortali nelle ultime ore si sono verificati nel Cosentino e nel Catanzarese. Nel primo caso, a perdere la vita è stato un ragazzo di appena 20, A. R., vittima di un incidente avvenuto probabilmente nella notte tra lunedì e martedì ad Acri. I familiari del ragazzo non vedendolo rientrare a casa avevano allertato i carabinieri, che hanno avviato le ricerche già dalle prime ore del mattino. Poi, intorno alle 11, l'auto del giovane è stata individuata in una scarpata e, purtroppo, all'interno c'era anche il suo corpo senza vita.
Un altro incidente è invece costato la vita a un 70enne, D. C. coinvolto nel primo pomeriggio di martedì in un sinistro avvenuto sulla “nuova” statale 106 nei pressi dello svincolo di Borgia, in direzione Soverato. La dinamica è ancora tutta da chiarire, ma stando alle prime ricostruzioni il 68enne, a bordo di uno scooter, sarebbe stato coinvolto in un incidente avvenuto in una galleria illuminata solo parzialmente.   

Informazioni aggiuntive

  • Occhiello Le vittime sono un 20enne finito con l'auto in una scarpata ad Acri, nel Cosentino, e un 70enne che ha perso la vita in una galleria sulla “nuova” statale 106, nei pressi di Borgia
Martedì, 04 Luglio 2017 16:41

Sindacati: «La giunta inverta la marcia»

CATANZARO «Necessita da parte della Regione una totale inversione di marcia, rispetto all'azione fino ad oggi porta avanti dalla giunta. Così come si rende necessaria una spinta verso le politiche attive del lavoro ed una corretta gestione della spesa dei fondi di coesione, come già sottolineato nel comitato di sorveglianza del Por, dove sono emersi evidenti ritardi sugli assi lavoro e fondo sociale». È quanto affermano, in un documento unitario, i segretari generali regionali Angelo Sposato (Cgil), Paolo Tramonti (Cisl) e Santo Biondo (Uil) sottoscritto al termine della riunione degli esecutivi unitari. «Sul piano delle politiche nazionali Cgil, Cisl e Uil - riporta il documento - esprimono forte contrarietà per la situazione della viabilità in Calabria, oggi letteralmente al collasso. Sulle politiche regionali gli esecutivi unitari hanno evidenziato i ritardi già denunciati e confermati dal rapporto della Banca d'Italia ribadendo il giudizio critico espresso all'incontro del 20 giugno con il Governatore a seguito della manifestazione di protesta sul precariato. A tal proposito si è ribadito la necessità di misure idonee per il contrasto alla povertà assoluta e relativa in crescita nella nostra regione. Davanti alla drammatica situazione produttiva della Calabria, gli esecutivi unitari di Cgil, Cisl e Uil hanno ribadito l'assoluta necessità di perseguire l'unità d'intenti fra le sigle sindacali confederali e territoriali, quale unico strumento per riportare nell'agenda politica del governo regionale e di quello nazionale i tanti problemi ancora irrisolti di questa Regione. In questo contesto Cgil, Cisl e Uil, così come concordato unitariamente, si riservano di mettere in campo ogni azione utile fino a quando non si avranno segnali concreti di inversione di tendenza».
Il documento si occupa dell'autostrada Salerno Reggio Calabria che «al di là degli annunci e delle inaugurazioni farsa», si presenta «in tutta la sua gravità per gli infiniti lavori che interessano ancora lunghi tratti dell'arteria con disagi enormi per le comunità interessate e per le enormi difficoltà nei collegamenti soprattutto nell'attuale periodo estivo. Per quanto riguarda la statale 106 la Calabria, a seguito del ritiro della delibera Cipe da parte del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, per il finanziamento del III Macrolotto, sembra destinata a subire un'altra appropriazione indebita. Analoga sollecitazione viene rivolta alla politica nazionale e regionale per la situazione aeroportuale che di fatto oggi vede funzionante un solo scalo, quello di Lamezia Terme. Sulla sanità le aspettative che il piano di rientro potesse divenire un'occasione di vera riorganizzazione dei servizi e di razionalizzazione della spesa sono andate deluse. Disattese le aspettative sul risanamento, sul superamento delle inadeguatezze progettuali e organizzative, sull'eliminazione degli sprechi, in direzione di una maggiore efficienza ed efficacia, pur rispettando l'esigenza di tenere i bilanci sotto controllo. Invece, i tagli operati senza una cognizione basata sulle esigenze territoriali e la riduzione della spesa hanno assottigliato il profilo qualitativo e quantitativo dell'offerta sanitaria e socio-sanitaria con conseguenze del tutto negative per i cittadini calabresi e gli stessi operatori del settore». 

Informazioni aggiuntive

  • Occhiello In un documento congiunto i segretari di Cgil, Cisl e Uil sollecitano l’esecutivo Oliverio: «Necessarie iniziative immediate per recuperare i ritardi accumulati»

COSENZA L’ufficialità era arrivata nelle scorse settimane, ma oggi inizia l’avventura rossoblù di Stefano Trinchera e Gaetano Fontana. Il direttore sportivo e l’allenatore sono al centro della rivoluzione voluta dal patron del Cosenza Eugenio Guarascio che ha deciso di cambiare (quasi) totalmente lo staff tecnico, affidandosi a uomini d’esperienza.
L’attesa dei tifosi è enorme, inutile negarlo, ci si aspetta una campagna acquisti scoppiettante e l’arrivo di giocatori in grado di garantire quel necessario salto di qualità per tentare la promozione in Serie B. L’addio dei senatori Caccetta, Blondett e Tedeschi ha chiuso un ciclo fortunato e vincente, ma ai tifosi rossoblù non basta: la Serie C sta stretta. Adesso toccherà al duo Trinchera-Fontana invertire il trend delle ultime stagioni, regalare vittorie e sorrisi ai supporter calabresi e riportare la squadra nel calcio che conta, quello che a Cosenza manca da troppo tempo.

 

Informazioni aggiuntive

  • Occhiello Direttore sportivo e allenatore sono al centro della rivoluzione tecnica voluta dal presidente Guarascio
Pagina 1 di 4