Corriere della Calabria - Articoli filtrati per data: Venerdì, 22 Settembre 2017
Venerdì, 22 Settembre 2017 19:20

Romeo e De Stefano «dirigenti» della massomafia

REGGIO CALABRIA La “cupola” della ‘ndrangheta esiste, è operativa e Paolo Romeo ne fa parte. È lapidario il collegio del Tribunale della libertà di Reggio Calabria nel confermare l’ordinanza emessa a carico di Romeo dopo il rinvio disposto dalla Cassazione. Per i giudici, ci sono tutti gli elementi per «affermare l’esistenza dell’autonomo organismo associativo posto in posizione di vertice e costituito dalla cupola riservata della ‘ndrangheta», ma soprattutto ci sono gli elementi per contestare a Paolo Romeo di essere parte di tale organismo.

DIREZIONE STRATEGICA Per i magistrati, «le condotte di cui si è reso protagonista, attraverso una capillare rete di rapporti e relazioni che hanno consentito allo stesso di dirigere e gestire la vita politica della città, sono chiara espressione della posizione apicale rivestita non solo e non tanto nell’ambito della cosca De Stefano quanto, ancora e a maggior ragione, nell’ambito della struttura apicale riservata che dirige strategicamente la ‘ndrangheta». Un ruolo – spiega il collegio – che condivide con l’avvocato Giorgio De Stefano. Entrambi – si legge nelle motivazioni – «sono realmente sovraordinati rispetto alla ‘ndrangheta operativa, con la quale interagiscono».  Per i giudici, «sono i promotori, i dirigenti e organizzatori della componente riservata della ‘ndrangheta, forti del ruolo ereditato dopo la morte di Giorgio e di Paolo De Stefano». E rappresentano «il punto di collegamento fra mondi riservati, quale quello massonico e quello mafioso».

IL RE DEI RISERVATI Del resto, che Romeo fosse uomo avvezzo a guanti e grembiuli sono tanti a dirlo. In primis i collaboratori, di cui i giudici confermano – e con forza – l’attendibilità.  Primo fra tutti, Cosimo Virgiglio. «Confermo – ha messo a verbale il pentito – che l’avvocato Paolo Romeo faceva parte della Gran Loggia del principe Alliata insieme a (omissis). Tali soggetti sono sussurrati all’orecchio proprio per garantire la loro riservatezza». Una misura “di sicurezza”, spiega Virgiglio ai magistrati, necessaria per tutelare il loro delicatissimo ruolo. «Ribadisco – aggiunge infatti  – che la loro funzione è quella di consentire i rapporti, rendendoli invisibili, tra componente tipicamente mafiosa e le ulteriori componenti del circuito di potere massonico». Un «contesto massomafioso – riassumono i giudici in sede di motivazione – in cui si staglia la figura dell’avvocato Paolo Romeo». 

IL MONDO OCCULTO Per il collegio, quello del collaboratore è «un racconto circostanziato e coerente il cui grado di attendibilità non può che ritenersi elevato atteso che Virgiglio rivestiva un ruolo qualificato all’interno della “loggia dei due mondi” di Reggio Calabria di cui deteneva il maglietto pulito». Il pentito – affermano – era «un soggetto intraneo alla struttura massonica calabrese che, nel suo narrato, fornito di numerosi elementi di dettaglio, distingue tra maglietto pulito e sporco o occulto. Quest’ultimo – ci tengono a evidenziare – costituisce un ambito riservato o occulto di cui fanno parte numerosi soggetti collegati all’ambiente criminale mafioso che, pertanto, non potevano essere inseriti nelle logge regolari. Ed è proprio in questo contesto occulto che il collaboratore inserisce Paolo Romeo». Rapporti che, nel tempo, Romeo ha piegato e modellato secondo le strategie che tesseva per conto della “cupola”. Un lavoro portato avanti gomito a gomito con Giorgio De Stefano.

OBIETTIVO: OCCUPARE LE ISTITUZIONI Nonostante negli anni abbiano adottato ogni sorta di accorgimento e cautela per occultare i loro rapporti e i loro incontri, Romeo e De Stefano – si spiega nel provvedimento – agivano di concerto e per un comune fine. Lo dimostrano «le dinamiche che hanno presieduto alle elezioni comunali e regionali degli anni 2007 e 2010, che lette unitamente a quanto emerso anche in relazione alle competizioni elettorali precedenti, si inquadrano in un più ampio disegno di Paolo Romeo». Non si trattava di «passione per la politica» come sostengono i suoi legali. Per i giudici, insieme all’avvocato De Stefano, Romeo «mirava, avvalendosi di politici in grado di intercettare su di sè i voti della ‘ndrangheta, a realizzare l’obiettivo criminale, perseguito dall’organismo associativo riservato, di totale occupazione delle istituzioni». Per questo – spiegano i giudici – l’intervento dei due legali nel corso delle diverse competizioni elettorali non è da considerare «estemporaneo», ma va inquadrato «nell’ambito di una più ampia visione strategica che è stata avviata nel 2002 e che, nonostante le alterne vicende dovute allo stato di detenzione da questi ultimi (ndr. Paolo Romeo e Giorgio De Stefano) subito ha continuato a essere perseguita».

IL GRANDE TESSITORE E Romeo – affermano i giudici – si è dimostrato in grado di gestire l’intera vita politica cittadina «infiltrandone le istituzioni attraverso personaggi politici che godono dell’appoggio delle diverse cosche di ‘ndrangheta, dirigendoli e coordinandoli». In questo senso – sottolinea il collegio – «strategica si è rivelata la scelta di Scopelliti quale candidato sindaco, nonostante non godesse della stima né del Romeo, né del De Stefano». Del resto i due non cercavano un politico capace, ma solo «un interlocutore manovrabile ed attorniato da una serie di consiglieri in grado di controllarlo e pronti se del caso a colpirlo».

LA RETE Il potere di Paolo Romeo per chi – all’epoca e forse ancora – frequenta il mondo della politica era cosa nota. Lo dimostra ad esempio – ricordano al riguardo i giudici – che sia stata «la stessa deputata Intrieri a contattare Romeo prima di interloquire con Scopelliti» in vista delle regionali del 2010. Ma questo – emerge dal provvedimento – non è che un esempio della «straordinaria rete di relazioni» e della «capacità di Romeo di ottenere l’asservimento delle istituzioni di ogni livello attraverso l’opera di sodali che raggiungono i più alti scranni delle istituzioni avvalendosi dell’appoggio delle cosche di ‘ndrangheta». Lo rivelano le chiacchierate di Romeo su Caridi, che dimostrano - dicono i giudici - «la posizione di preminenza su costui ma anche la consueta carica intimidatoria». Lo spiega in maniera lineare – si sottolinea nel provvedimento – l’avvocato Antonio Marra, quando intercettato dice a Giorgio De Stefano «ma sempre là siete tutti e due (ndr. De Stefano e Romeo).. non si muove foglia che voi due non volete». Lo dimostra – aggiungono i giudici – il legame ombelicale di Romeo con il potente dirigente Comunale, Marcello Cammera. «L’attuale sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà – specificano – non aveva remore ad affermare che il Romeo fosse “il vero capo di Cammera”, mentre l’assessore ai lavori pubblici Marcianò e un funzionario dell’ufficio Progettazione ed Esecuzione dei Lavori Pubblici, colloquiando fra loro, identificavano il Romeo come massima espressione dei poteri massonici cittadini».

LA CUPOLA Sono questi gli elementi che hanno indotto il collegio a ritenere che per Romeo sia «confermato il suo attuale ruolo di componente apicale della direzione strategica della ‘ndrangheta, chiamata ad operare ad un livello superiore rispetto alle sue singole articolazioni territoriali e ad intervenire in situazioni in grado di coinvolgere interessi criminali più elevati».

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  • Occhiello I legami con la Gran Loggia del principe Alliata. L’ambito occulto che faceva da raccordo tra ‘ndrangheta e zona grigia. Il tentativo (riuscito) di occupare le istituzioni con la candidatura di Scopelliti. Per i giudici del Riesame la “cupola” reggina esiste ed è potentissima

REGGIO CALABRIA La cultura d'impresa, l'innovazione, la formazione per stare sui mercati, le imprese in Calabria. Al via i 'Seminari tematici' di Fondolavoro, dedicati a Impresa 4.0, stamane nella sala Giuditta Levato del consiglio regionale della Calabria. I lavori sono stati aperti dal presidente dell’assemblea Nicola Irto, a seguire le relazioni della parlamentare pd Enza Bruno Bossio, di Franco Laratta del Cda Ismea, del presidente di Fondolavoro Domenico Mamone, di Benedetto Di Iacovo, Maurizio Ballistreri, del professore Domenico Marino dell'Università Mediterranea.
Sono stati analizzati i processi di cambiamento avvenuti nel mondo del lavoro e delle imprese, per effetto dell'innovazione tecnologica, della recessione e della globalizzazione.
Tutti hanno puntato sulla necessità di sostenere le nostre imprese, puntando su una moderna formazione, evidenziando i correttivi necessari e gli strumenti a disposizione delle imprese che vorranno affrontare la quarta rivoluzione industriale.
Evidenziate le opportunità di "Industria 4.0", che può contare su circa 13 miliardi a vario titolo per i processi di internazionalizzazione e formazione continua.
I fondi paritetici interprofessionali, in tal senso sono uno strumento formidabile e gratuito a disposizione delle Imprese.
Laratta ha molto puntato sull'innovazione delle imprese agroalimentari, soprattutto in Calabria dove ci sono molti spazi per l'innovazione. «Il futuro è dell'agricoltura di precisione, dove le nuove tecnologie potranno garantire produzioni di qualità e di grande richiamo nei mercati interni e internazionali». 
Anche la parlamentare Enza Bruno Bossio ha sottolineato la grande opportunità dell'innovazione tecnologica per il futuro dell'impresa in Calabria.
Le conclusioni dei seminari hanno evidenziato come sia necessario attivare processi di innovazione, di internazionalizzazione e di formazione continua, che sono i tre principali elementi per l'Impresa 4.0.

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  • Occhiello Incontro in consiglio regionale per raccontare l’Impresa 4.0. Laratta: «Più innovazione e investimenti per l'agroalimentare calabrese». Irto e Bruno Bossio: grandi opportunità dall’innovazione tecnologica
Venerdì, 22 Settembre 2017 17:52

Il pecorino di Monte Poro verso il marchio dop

 

VIBO VALENTIA È stato tra le "star" dell'ultima edizione di "Cheese" la manifestazione internazionale più importante dedicata ai formaggi di qualità promossa da Slow Food. Il pecorino del Monte Poro, prodotto di eccellenza del territorio vibonese si avvia adesso verso una fase decisiva del suo futuro: il riconoscimento della Denominazione di origine protetta. Martedi' 5 ottobre a Rombiolo, comune che insiste nell'area geografica di riferimento, si terrà infatti l'audizione di pubblico accertamento per presentare il Disciplinare di produzione ai soggetti interessati e, allo stesso tempo, per consentire agli incaricati ministeriali di verificare la conformità delle materie prime e dei metodi di produzione ai rigorosi criteri fissati dal documento. Una riunione sicuramente importante considerate l'autorevolezza dei soggetti chiamati a presiederla. Saranno infatti presenti i funzionari ministeriali che hanno istruito la pratica in rappresentanza della Regione e del Consorzio per la Tutela del Pecorino del Poro. L'audizione è pubblica e consentirà la partecipazione di tutti i soggetti e le associazioni interessate ricadenti nell'area di riferimento. A questa fase l'iter di riconoscimento del Pecorino del Poro approda dopo aver già ottenuto il parere favorevole della Regione e del stesso ministero delle Politiche agricole che, esaminata la documentazione proposta hanno avuto modo di effettuare opportune verifiche e valutazioni al fine di consentire il prosieguo delle attività finalizzate allo scopo, in cui ruolo fondamentale sarà svolto da un organismo di controllo previsto appositamente per la verifica e il riconoscimento della Dop. E come l'Autorità pubblica di controllo per il riconoscimento del pecorino del Poro la Regione, competente in materia, ha designato la Camera di Commercio di Vibo Valentia, dopo formale rinuncia, da parte del Consorzio, ad avvalersi di un organismo privato di controllo. «Il lavoro portato avanti in questi anni - afferma il presidente della Camera di commercio di Vibo Valentia Michele Lico - sta portando ai risultati attesi. Una conquista per tutto il territorio, che attraverso le certificazioni delle migliori tipicità vede riconosciuta la qualità delle produzioni agroalimentari locali e, dunque, l'impegno e il sacrificio di quegli imprenditori, che nel rispetto di regole e procedure, preservano la tradizione proponendo prodotti di eccellenza, volano per l'economia di settore, in un'ottica di filiera, ma anche per quella turistica, con un'offerta integrata di identità, gusto e genuinità».

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  • Occhiello Prevista per martedì 5 ottobre l'audizione di pubblico accertamento. La soddisfazione della Camera di commercio di Vibo: «Una conquista per tutto il territorio»
Venerdì, 22 Settembre 2017 17:32

Coltivavano marijuana, arrestati padre e figlio

 

CROTONE Una piantagione di canapa rinvenuta è stata trovata dai carabinieri che hanno arrestato due persone, padre e figlio. I militari della Compagnia di Crotone da giorni stavano perlustrando il territorio tra le località Sant'Anna, Campione e Salica, al confine tra Crotone e Isola Capo Rizzuto. Ieri l'attività si è concentrata sui terreni di Antonio e Carmine Scalise, padre e figlio, di 59 e 37 anni, nella cui azienda agricola in contrada Salica è presente un piccolo laghetto. Durante l'operazione, Carmine Scalise, visibilmente agitato, ha ammesso di aver coltivato alcune piante di marijuana e ne ha indicate una decina nascoste a ridosso di un pollaio. I carabinieri, però, ne hanno trovate altre 70 in procinto di essere raccolte, occultate tra ulivi e piante da frutta. Padre e figlio sono quindi stati arrestati e posti ai domiciliari. Nell'udienza di convalida il gip ha disposto l'obbligo di presentazione alla pg. Il prodotto, una volta essiccato, avrebbe avuto un valore di circa centomila euro.

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  • Occhiello I carabinieri hanno trovato occultate 70 piante per un valore di cento mila euro in un terreno tra Crotone e Isola Capo Rizzuto. Antonio e Carmine Salica sono stati posti ai domiciliari
Venerdì, 22 Settembre 2017 17:07

"Sistema Rende", a dicembre la sentenza

CATANZARO È prevista per l'1 dicembre la sentenza del gup di Catanzaro per gli indagati nell'ambito dell'inchiesta "Sistema Rende" che avrebbe svelato i presunti intrecci tra alcuni politici ed esponenti del clan Lanzino Ruà.
In quella data il gup Pietro Carè emetterà sentenza per le sei persone che hanno chiesto e ottenuto di essere giudicate con rito abbreviato e nella stessa occasione deciderà sulla richiesta di rinvio a giudizio avanzata dal pubblico ministero Pierpaolo Bruni nei confronti di altri quattro indagati. Stamani si è conclusa l'udienza preliminare con l'arringa dell'avvocato Franco Sammarco, difensore dell'ex sindaco di Rende e già sottosegretario al Lavoro Sandro Principe, anche oggi presente in aula.
Per il legale le accuse all'esponente politico del Pd sarebbero solo «un teorema fondato sulle chiacchiere di paese e su questioni politiche». Tra coloro che rischiano il processo ci sono l'ex sindaco di Rende Umberto Bernaudo, gli allora assessori comunali Pietro Ruffolo e Giuseppe Gagliardi del Pd. I reati contestati, a vario titolo, vanno dal concorso esterno in associazione mafiosa, al voto di scambio, alla corruzione aggravata.

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  • Occhiello Tra gli imputati figura anche Sandro Principe. L'udienza preliminare si è chiusa con l'arringa del suo difensore. «Le accuse? Teorema costruito su chiacchiere di paese». Rischia il processo anche l'ex sindaco Bernaudo
Venerdì, 22 Settembre 2017 16:51

Caso Atam, Basile si è dimesso

REGGIO CALABRIA Il sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà, ha accolto le dimissioni presentate da Giuseppe Basile da amministratore Unico di Atam Spa. Preso atto della comunicazione di rimettere il mandato, il sindaco ha inoltre provveduto a revocare il decreto di nomina.
«L'obiettivo – ha dichiarato Giuseppe Falcomatà – rimane quello di dare massima e indiscutibile certezza all'esigenza di realizzare la “fase due” del rilancio di Atam, per la riqualificazione e l'estensione della relativa offerta di mobilità».

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  • Occhiello Il sindaco di Reggio Falcomatà prende atto del passo indietro dell'amministratore unico dell'azienda di trasporto locale. Revocato anche il decreto di nomina. «Obiettivo è realizzare fase due»

LOCRI «L'azienda Call&Call non ha intenzione di venire incontro ai lavoratori, e ha proceduto all'invio delle lettere di licenziamento che coinvolgeranno 129 famiglie calabresi e, in un comunicato aziendale, denuncia le organizzazioni sindacali per aver proclamato scioperi e fatto ostruzionismo rimarcando la buona fede aziendale, che vive un periodo duro. Credo si debba avere proprio un pesante conflitto interiore tra arroganza, vittimismo, cattiveria e presunzione per scrivere una lettera così imbarazzante, vergognosa e falsa». È quanto afferma, in una nota, il segretario generale della Slc Cgil, Daniele Carchidi.
«Ma l'azienda – prosegue Carchidi – crede che in Calabria le persone hanno l'anello al naso? Reputa che l'esigenza di lavoro che ha un territorio possa far sopportare tutto? Se Call&Call ha queste convinzioni presto dovrà ricredersi pesantemente. È noto a tutti i dipendenti quanto accaduto in questi anni, un'azienda incapace e con scarsa volontà a voler trovare soluzioni per la diaspora di commesse e la fuga di attività da Locri. Mentre dall'altra parte i lavoratori sacrificavano tempo, diritti e salario per restare attaccati al proprio posto di lavoro. Una fuga a pià riprese stigmatizzata da azienda e parti sociali. Oggi la stessa fuga dal territorio locrideo la mette in campo Call&Call dopo aver attinto a ogni forma di sostegno pubblico possibile e immaginabile dal 2008 ad oggi».
«Abbia il buon senso Call&Call di tacere – aggiunge il segretario di Slc Cgil – abbia lo stile di non alimentare ulteriore dolore e frustrazione per 359 lavoratori e per un intero territorio dilaniato dall'ennesima impresa che depreda fondi pubblici, illude una comunità e poi distrugge intere famiglie. Nel frattempo Call&Call si prepari a esser subissata di ricorsi, questi notificati a distanza perché alcune facce non vogliamo nemmeno vederle. In relazione all'ostruzionismo di cui ci accusa Call&Call nel provare a impedire la notifica a mano dei licenziamenti. Cosa pensava Call&Call? Che avremmo detto ai lavoratori di piazzarsi un bel sorriso sulle labbra e di andare incontro alla fine del proprio lavoro, magari ringraziando pure e scusandosi per il disturbo causato? Comprendiamo che Call&Call abbia in questi anni approfittato del bisogno atavico di lavoro che c'è in Calabria, ma non pensavamo fosse così intrinseco nella propria testa dall'immaginarsi pure che i lavoratori avrebbero fatto una colletta per fare un regalo di fine rapporto. Sappia Call&Call che quanto visto in questi giorni è niente in confronto a quanto ci sarà d'ora in poi. La vertenza Call&Call non si è chiusa, è appena iniziata».

DIOCESI: CHIEDIAMO GIUSTIZIA PER UNA TERRA CHE LANGUE LA MANCANZA DI LAVORO «All'inizio di questo convegno su 'I Nuovi stili di vita' desideriamo unirci ai nostri 129 concittadini della Call&Call Locroj in via di licenziamento. Il licenziamento toglie loro fiducia e speranza. Come lo toglie a tante, a troppe, famiglie nella Locride, e in tutto il Meridione. No, non si può giocare sulla pelle dei lavoratori come fossero “pedine” di scambio!». È il testo di un messaggio letto in apertura dei lavori del convegno pastorale della Diocesi di Locri-Gerace. «Esprimiamo loro - prosegue il messaggio tutta la nostra solidarietà e chiediamo più giustizia per la nostra terra che langue per la mancanza di lavoro. Con il lavoro non si tratta solo di assicurarsi un mensile quanto di difendere la propria dignità. Senza lavoro per tutti, non c'è dignità per tutti. Chi perde il lavoro, afferma Papa Francesco, e non riesce a trovarne un altro, sente che perde la dignità. E se è vero che il tasso di disoccupazione nella nostra Locride supera il 52%, vuol dire che i “senza dignità” sono la maggioranza della popolazione. Questo è insopportabile. Qui stanno venendo meno le ragioni per far festa. Le nostre feste popolari non possono essere veri momenti di gioia per tutti. Nelle famiglie dove ci sono disoccupati, non è mai veramente domenica e le feste diventano giorni di tristezza, perché manca il lavoro del lunedì. Per celebrare la festa, è necessario vivere il tempo del lavoro. L'uno scandisce il tempo e il ritmo dell'altra». «Di conseguenza - conclude il messaggio - il licenziamento dei 129 lavoratori della Call&Call offende tutta la nostra comunità, offende tutti noi: un filo di speranza che accompagnava tante famiglie s'è spezzato. Restare uniti nella solidarietà come stanno facendo i lavoratori della Call&Call è un bel segno per tutti. Siamo orgogliosi della dignità che essi ci stanno mostrando».

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  • Occhiello Il segretario della Slc Cgil Carchidi rivela le ultime mosse dell'azienda e stigmatizza le accuse al sindacato: «Arroganza e cattiveria». Poi passa al contrattacco: «La vertenza è appena iniziata». Arriva anche la solidarietà della Diocesi: «Chiediamo giustizia»

REGGIO CALABRIA Il Tribunale della libertà di Reggio Calabria dovrà pronunciarsi di nuovo sulla custodia cautelare dell’ex sindaco di Bova Marina Vincenzo Crupi. La quarta sezione penale della Cassazione ha infatti annullato con rinvio al Tdl l'ordinanza con la quale era stato rigettato il ricorso contro la custodia cautelare a carico dell’ex primo cittadino del centro jonico, arrestato nell’ambito dell’operazione “Ecosistema”.
Il ricorso in cassazione, discusso ieri mattina dai difensori di Crupi, Paolo Tommasini e Domenico Vadalà, è stato accolto dalla Suprema corte che, ritenendo insussistenti le esigenze cautelari, ha dato lettura del provvedimento che annulla l'ordinanza il custodiale emessa dalla Dda di Reggio rimettendo le parti davanti al Tribunale della libertà in diversa composizione.
Crupi era finito agli arresti domiciliari per i reati di turbata libertà degli incanti e corruzione in concorso con Elio e Gabriele Familiari e Rosario Azzarà, tutte persone riconducibili alla Ased, la società di gestione e smaltimento dei rifiuti solidi urbani di Melito Porto Salvo.
La Cassazione ha ritenuto che, «indipendentemente dal merito della questione, per la quale è già iniziato il processo con il rito ordinario davanti al Tribunale di Reggio Calabria, per Crupi dovevano ritenersi insussistenti le esigenze di custodia cautelare, non fosse altro per il fatto che l’imputato, sin dal giorno dell’arresto avvenuto il 7 dicembre 2016, aveva rassegnato le proprie irrevocabili dimissioni dalla carica di sindaco del Comune di Bova Marina», commentano i due legali.
La Suprema corte ha inoltre annullato con rinvio al Tdl il provvedimento con il quale era stato rigettato il ricorso contro l’obbligo di dimora a carico di Salvatore Trapani, già assessore allo sport del Comune di Condofuri, anche lui imputato nell’ambito dell’operazione “Ecosistema”. Il suo ricorso è stato discusso dall’avvocato Domenico Vadalà, anche per delega del codifensore, Giampaolo Catanzariti.

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  • Occhiello La Suprema corte ordina al Tribunale della libertà una nuova pronuncia sulla custodia cautelare di Vincenzo Crupi. Stessa decisione anche per l'ex assessore di Condofuri Salvatore Trapani
Venerdì, 22 Settembre 2017 15:09

L'Asp di Catanzaro preferisce pagare l'affitto

LAMEZIA TERME Si abbandonano i locali di proprietà aziendale e si favorisce il mantenimento di locali presi in fitto da privati. La spesa annua, non aggiornata, secondo quanto è possibile riscontare sullo stesso sito dell’Asp di Catanzaro (“canoni locazione aggiornati al 2016”) corrisponde a 1.204.166,00 euro. Eppure, l’Asp di Catanzaro possiede un notevole patrimonio in beni di proprietà a Lamezia Terme. Tra questi vi sono l’ex ospedale di colle S. Antonio, con i suoi 11.300 metri quadri, che fino a pochi mesi fa ha ospitato la Compagnia dei carabinieri con un fitto che fruttava circa 90mila euro all’anno. Ed è un paradosso se si pensa che questa struttura è oggi vuota mentre l’Azienda sanitaria ha speso, stando a una determina dirigenziale del 29 marzo scorso, 91.022,78 euro per un semestre di affitto nella ex villa “Mater Dei” destinata a sede di uffici amministrativi. Ed è proprio alla “Mater Dei” che si vogliono trasferire gli uffici di Gestione risorse umane attualmente allocati in immobili di proprietà dell’Asp tra Girifalco e Lamezia.

LA LETTERA DEI SINDACATI La rappresentanza sindacale unitaria dell’Asp di Catanzaro – con una lettera indirizzata al direttore generale Giuseppe Perri e firmata dal coordinatore Bruno Grande e dal segretario aziendale Fp Cgil, Salvatore Arcieri – rende note le ultime disposizioni della dirigenza che mirano a trasferire gli uffici di Gestione risorse umane (Gru) dal complesso monumentale di Girifalco, di proprietà dell’Asp, e dall’ospedale di Lamezia Terme all’ex villa “Mater Dei” di Catanzaro, una struttura privata. «È importante  – scrivono – che le strutture dismesse sono state oggetto di ristrutturazione, per essere in linea con le recenti normative,  e che quelle che si andranno a occupare hanno subito gli stessi interventi a spese dell’Azienda, pur non essendo sedi definitive». I sindacati rimarcano inoltre il fatto che le nuove sedi, oltre a essere in fitto, sono situate in zone prive di servizi e pertinenze, come parcheggi e servizi pubblici. Disservizi che acuiscono i disagi per gli utenti.
«Noi siamo con lei – affermano i sindacati al dg – quando sostiene l’atto di riorganizzazione degli uffici e la loro centralità, e nel management aziendale non ci può essere accomodamento per chi vuole il posto sotto casa, ma non possiamo condividere la logica che i servizi devono essere per atto e senza una valida utilità collocati a Catanzaro e tra l’altro in edifici non propri e a cui è necessario pagare il giusto fitto, quando l’Azienda dispone di ampi e funzionali locali dislocati sia a Lamezia che a Girifalco (vedi padiglioni in contrada Serra, gli ex uffici amministrativi di Lamezia, l’ex ospedale di Lamezia) in grado di soddisfare qualunque attività a costo zero e in linea con il piano di rientro che non dovrebbe assistere ad un utilizzo di denaro pubblico improprio. Condividerà con noi l’azione del buon padre di famiglia, che essendo in possesso di propri locali, ristrutturati e messi a norma, per i suoi bisogni non va di certo ad abitare in affitto, anzi».

SVUOTARE LAMEZIA Non c’è solo l’ex ospedale di colle S. Antonio tra i beni lametini svuotati dell’Azienda sanitaria di Catanzaro. C’è anche una struttura in via Salvatore Miceli che è in stato di forte abbandono, il palazzo della ex Saub che è ormai vuoto per metà, senza contare gli uffici nuovi e a norma di via Perugini, nel perimetro del nuovo ospedale “Giovanni Paolo II”. Migliaia di metri quadri inutilizzati a fronte di una notevole spesa in fitti nel capoluogo.
La centralissima Lamezia viene abbandonata in favore della necessità di situare tutti gli uffici nella città sede di direzione. E questo nonostante l’ex Asl 6 di Lamezia e l’ex 7 di Catanzaro siano state unificate alla pari. E nonostante nell’Asp di Catanzaro l’ospedale di riferimento, il più grande, sia proprio quello della Piana. «Né tanto meno è condivisibile l’idea che gli uffici devono essere allocati nel capoluogo, sede di direzione, in quanto il maggiore stabilimento sanitario si trova, guarda caso, a Lamezia, tale scelta  comporta non solo un aumento della spesa per la mobilità e missioni del personale, ma l’istituzione di un autoparco con ulteriore aggravio della spesa», scrivono i sindacati.

NUOVI FITTI A SOVERATO A Soverato, poi, tira un’aria diversa rispetto agli immobili vuoti di Lamezia. Qui, su terreno comunale, si sta realizzando, con un contratto di leasing in costruendo, una struttura per servizi sanitari territoriali uffici amministrativi come Acquisizione beni e servizi. Non solo, in piazza Casalinuovo vi è una struttura dove vengono utilizzati locali privati non a norma e di recente è stata fatta richiesta per affittare nuovi locali nello stesso palazzo.
E mentre, come al solito, sul piano politico le posizioni si spaccano, con il centrodestra lametino che si scaglia contro la riorganizzazione degli uffici e il centrosinistra che parla di lavoro equilibrato, da un punto di vista aritmetico e di mera economia domestica i conti non tornano.

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  • Occhiello L'Azienda sanitaria possiede molti immobili inutilizzati a Lamezia Terme. Ma continua a trasferire i servizi in strutture private. I conti non tornano. E i sindacati protestano
Venerdì, 22 Settembre 2017 14:47

Pizzo, rubata auto della Polizia municipale

PIZZO Ignoti hanno rubato la notte scorsa la Fiat Panda in dotazione alla Polizia municipale di Pizzo, parcheggiata sotto gli uffici del Comando in via Nazionale, una delle arterie più trafficate. A notare quanto accaduto sono stati stamani gli stessi agenti che hanno denunciato il fatto ai carabinieri che hanno avviato subito le indagini. 

Informazioni aggiuntive

  • Occhiello La Panda era parcheggiata sotto gli uffici del Comando. Indagano i carabinieri
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