Corriere della Calabria - Articoli filtrati per data: Mercoledì, 03 Gennaio 2018
Mercoledì, 03 Gennaio 2018 20:51

Il sindaco di Soverato aderisce al Pd

LAMEZIA TERME «Accogliamo con soddisfazione la decisione di Ernesto Alecci di aderire al Partito democratico calabrese. Si tratta di una scelta importante che giunge da un giovane sindaco che con risultati si sta misurando nell'amministrazione di Soverato». Lo afferma, in una dichiarazione, il segretario regionale del Pd, Ernesto Magorno. «Il suo ingresso nel Pd – aggiunge – è la testimonianza che, anche in una fase storica distinta da facili populismi e spinte demagogiche, un amministratore fresco ed espressione del civismo riesca a riconoscere solo in un grande partito un fondamentale punto di riferimento. Alecci troverà una grande e sana comunità pronta ad accoglierlo e supportarlo».

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  • Occhiello Ernesto Alecci prende la tessera dem e incassa il benvenuto di Magorno: «Nostro partito punto di riferimento fondamentale»

CATANZARO «Fino al 31 dicembre scorso le case rifugio beneficiavano solo dei fondi della legge regionale 20/2007 e dei fondi per le case rifugio trasferiti dal Dipartimento Pari opportunità. Dal primo gennaio di quest'anno, grazie all'azione della giunta regionale, le case rifugio riceveranno i fondi della legge regionale 20/2007, i fondi per le case rifugio trasferiti dal dipartimento Pari opportunità e, per la prima volta, rientrano nel sistema di accreditamento delle strutture socio assistenziali, con conseguente riconoscimento della retta di 69 euro al giorno per le ospiti che possono essere al massimo sei per struttura, più ulteriori quattro minori, per i quali è riconosciuta un'ulteriore retta di 69 euro se minori di tre anni per l'acquisto di pannolini e beni di necessità per l'infanzia». È quanto afferma, in una nota, l'assessore regionale al Welfare, Federica Roccisano.
«Non si capisce, quindi – prosegue – il rischio di chiusura per le case rifugio, dal momento che per la prima volta viene riconosciuto l'accreditamento e il diritto a ricevere una retta da una Regione che crede fermamente nell'azione di recupero per le donne vittime che compiono ogni giorno le case rifugio presenti sul territorio regionale. E ancora, fughiamo ogni dubbio sulla necessità di separare i bambini dalle loro mamme, dal momento che siamo certi che la retta giornaliera, che finalmente le case rifugio riceveranno, per la mamma riuscirà, senza alcun problema, a consentire la sostenibilità della casa rifugio senza intaccare minimamente il rapporto madre-figlio/a». «È paradossale, infine – conclude l'assessore Roccisano – che un passo avanti e un supporto economico riconosciuto venga strumentalmente posto all'attenzione della collettività come un rischio economico, pur costituendo, per la prima volta, una retta giornaliera certa».

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  • Occhiello L'assessore regionale al Welfare smentisce le ipotesi di queste ultime ore e rilancia: «Più fondi per le strutture. E i bambini non saranno separati dalle loro mamme»
Mercoledì, 03 Gennaio 2018 19:32

Appunti da una Crociata (contro Gratteri)

Prima di scrivere bisogna chiedere il permesso agli alfieri del garantismo. Senza quel permesso, un servizio pubblicato su Tiscali può diventare il preludio alla fine dello stato di diritto. I fatti. Guido Ruotolo pubblica, nei giorni scorsi, un pezzo che prende spunto dalla recente relazione della Commissione parlamentare antimafia sui rapporti tra società calcistiche e criminalità organizzata. Eccone l’incipit: «Si legge nel dossier mafia-calcio della commissione Antimafia: “Per quel che riguarda il Crotone calcio, nonostante la procura distrettuale di Catanzaro abbia recentemente proposto l’applicazione di misure di prevenzione di natura sia personale sia patrimoniale, che avevano ad oggetto la stessa società di calcio, nei confronti dei fratelli Raffaele e Giovanni Vrenna, proprietari della società (dal marzo scorso il presidente è Giovanni, ndr), il tribunale di Crotone e la corte d’Appello di Catanzaro hanno tuttavia ritenuto di non accogliere tale richieste”». Il servizio ricorda le traversie legali dell’ex patron dei pitagorici, legate per lo più alle operazioni della Dda di Catanzaro “Puma” ed “Heracles”, che risalgono rispettivamente al 2006 e al 2008. Si può raccontare? Probabilmente sì, se non fosse che per il Dubbio questo racconto diventa lo spunto per descrivere un Paese sull’orlo di una dittatura giudiziaria. Peggio, della dittatura di Nicola Gratteri. Titolo: «Cacciate il Crotone, è mafioso! La crociata di Gratteri&Ruotolo». 

UN TEOREMA... Il teorema è (più o meno) questo: Nicola Gratteri, procuratore di Catanzaro, non è riuscito a fermare Vrenna per via giudiziaria, quindi ha passato una serie di veline a un giornalista d’inchiesta amico per “chiedere” alla Lega Calcio di fermare il Crotone. Corollario 1: questo procuratore, «con ogni probabilità», arriverà al ministero della Giustizia «se i 5 Stelle e la Lega vinceranno le elezioni (evenienza non impossibile)». Corollario 2: siamo davanti alla «possibilità che in Italia si interrompa la tradizione liberale (...) e si torni a un’idea autoritaria, arbitraria e persecutoria delle giustizia». 
Il procuratore di Catanzaro, dunque, sarebbe una sorta di Kim Jong-un della democrazia. E l’articolo firmato da Guido Ruotolo l’annuncio della dittatura imminente. Mancano pochi mesi al colpo di Stato: è uno scoop.

... E COME CONFEZIONARLO Il problema dell’informazione – quando funziona sulla base di teoremi – è che si fa presto a capirne i trucchi. Basta partire da un dato vero (il pezzo che Guido Ruotolo ha scritto prendendo spunto dalla relazione della Commissione antimafia su calcio e mafie) e piazzare qua e là qualche ipotesi suggestiva. La prima: il magistrato avrebbe personalmente passato al giornalista qualche velina. Suggestivo, appunto, ma falso. Tant’è che le indagini alle quali si fa riferimento (e i virgolettati, va da sé, sono tutti genuini: nessuno ha inventato nulla) risalgono a un tempo in cui Gratteri non era il procuratore della Repubblica a Catanzaro. “Puma” ed “Heracles” sono operazioni scattate nel 2006 e nel 2008, quando la Procura di Catanzaro non era gestita dal magistrato reggino. Non serve che Ruotolo&Gratteri si incontrino segretamente in un parcheggio come si usava ai tempi del Watergate: basta avere un archivio e saperlo usare (bene). Seconda ipotesi suggestiva: Gratteri condanna tutti. E qui “il Dubbio” ci ricasca. Già in un precedente atto della Crociata (ve ne abbiamo parlato qui), il quotidiano mescolava inchieste e giudizi di vario grado. Lo fa di nuovo. Fa bene a sottolineare (ma lo faceva anche il servizio pubblicato da Tiscali) che per Vrenna la Corte d’Appello ha deciso l’assoluzione piena. Ma finisce quasi per addebitare la condanna riportata in primo grado a Gratteri. Che, notoriamente, non è un giudice. E, altrettanto notoriamente, nel 2008 non guidava l’accusa (anno della condanna a otto anni ribaltata in secondo grado) ma lavorava nella Procura di Reggio Calabria. Terza ipotesi: occhio, perché se vincono i 5 Stelle e la Lega questo magistrato demolirà la democrazia diventando ministro. Grillini e leghisti, infatti, non sono nemmeno alleati. È questo il problema dei teoremi quando cercano di trasformarsi in notizie. Si sgonfiano. Diventano un “sentite a me, finirà così”. Ma senza i fatti si mostrano per quello che sono: una Crociata. Roba da Medioevo, altro che democrazia liberale.  

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  • Occhiello Tiscali pubblica un servizio sul Crotone che diventa (per altri) il pretesto per un nuovo attacco al magistrato. I meccanismi di un teorema che non si poggia sui fatti

Riceviamo e pubblichiamo la replica inviataci da Daniele La Scala all'articolo “Lamezia, 50 anni e quel logo scopiazzato”:

Ad una prima lettura ho trovato inopportuno l’articolo sul logo dei cinquant’anni di Lamezia Terme apparso sulle vostre pagine. Certamente il dovere di cronaca vi porta a pubblicare le note dei lettori, ivi compresa la loro indignazione per fatti, eventi e quant'altro che hanno a che vedere con le vicissitudini cittadine.
Ad una seconda lettura, invece, l’ho trovato addirittura inconsistente, inutile e strumentale, realizzato solo per far apparire “grottesco” (come dice il signor Falvo) il comitato e aumentare, se possibile, lo scetticismo della cittadinanza.
Le opinioni altrui sono importanti, intendiamoci, ma la loro consistenza va sempre valutata in funzione di chi, quelle opinioni, le esprime.
La nota giunta ieri alle varie redazioni è di un membro della commissione nominata dallo stesso consiglio comunale disciolto per infiltrazioni mafiose. Logica conseguenza vuole che anche il suo nome sia stato scelto dallo stesso consesso. Stessa logica porta a pensare che questa persona così indignata si sia accorta soltanto il 2 dicembre 2017, a due giorni dalla presentazione pubblica delle manifestazioni, che ci sia stato uno scioglimento per infiltrazioni mafiose. 
Le dimissioni avrebbe dovuto darle prima, se non altro per coerenza. Ma probabilmente le sue esplorazioni sui motori di ricerca lo hanno tenuto impegnato un mese intero e sono state così impegnative da far passare in secondo piano tutto il contesto.
Questo signore, da membro del comitato, avrebbe potuto far valere le proprie obiezioni fin dalla prima ora all’interno del comitato stesso, poiché la giuria che ha scelto il logo, lo ha presentato ai membri del comitato nel mese di dicembre.
Nello stesso modo, avrebbe potuto suggerire alla commissione stessa di fare “manifestazioni non strumentali e non autoreferenziali” attività che, a detta dell’indignato di turno, caratterizzerebbero il comitato. Verrebbe da pensare che se si fosse espresso all’interno di una commissione egli non avrebbe avuto alcuna visibilità e avrebbe corso il rischio di lasciarsi sfuggire i tanti battimano e i like che la comunità cittadina spiaccicata sui social network gli ha poi elargito nella giornata di ieri incantata dai titoloni a effetto con cui è stata riportata la notizia. Ma come diceva chi la sapeva lunga: a pensar male si fa peccato, ma quasi sempre ci si azzecca.
La necessità dell’indignato era dunque quella di apparire, e quale momento migliore per farsi notare se non attendere la vigilia delle celebrazioni cittadine?
Dichiarare inoltre che un logo abbia potuto provocare fuoriuscite all’interno del comitato poi, ha un che di ridicolo: ci saranno state di certo cose ben più importanti da fare per il comitato che perdere tempo a pianificare una polemica sterile basata sul nulla.
Si fa riferimento ad un logo che è risultato vincitore, accusando chi lo ha realizzato di averlo scopiazzato, senza rendersi conto, nel suo attacco gratuito che si tratta di due cifre: il 5 e lo 0. Numeri arabi stilizzati. Specifico per chiarezza che, anche se si tratta di numeri arabi, godono della cittadinanza anche italiana.
Abbiamo imparato dalle scuole elementari l’uso dei numeri e sappiamo che i caratteri sono completamente diversi: una stilizzazione diversa, una fusione diversa tra le due cifre.
Le stelle sono tre, a cinque punte. Non una a quattro punte. E quello zero rappresenta un cerchio. Una linea che rappresenta l’unione delle tre stelle e di conseguenza dei tre centri che formano il Comune di Lamezia Terme. Nel logo somigliante tra l’altro non esiste nessun Bastione o Torre dei cavalieri.
Ci si lamenta inoltre del colore scelto: mi corre l’obbligo di informare che il colore oro è per convenzione rappresentativo dei 50 anni di unione, di qualunque unione si parli. Di conseguenza, la stragrande maggioranza dei loghi commemorativi per i 50 anni, vengono realizzati in oro.
I loghi si somigliano? Certo, si somigliano, ma lasciare intendere che sia copiato è come dire che due auto dello stesso colore e dimensione sono auto uguali. E per affermare una cosa del genere bisogna avere dei seri problemi.
Polemiche inutili, ribadisco, a cui non avevo intenzione di rispondere, ma le accuse sono state rivolte direttamente a chi ha realizzato il logo. La delicata espressione “sgamabile” sta ad identificare la scoperta di un’azione poco corretta, e quell’azione poco corretta è evidentemente la scopiazzatura a cui si riferisce il titolo dell’articolo del Corriere di Calabria.
Un attacco strumentale sferrato, ripeto, solo nella speranza di ottenere un minimo di visibilità: un rappresentante del popolo si batte per i propri principi all’interno di un consesso, chi invece lavora per il proprio bene va in cerca di pubblicità e di facili consensi gettando concime per il proprio orticello. Se c’è una cosa buona in tutto questo è che molto spesso la spasmodica ricerca di visibilità può ritorcersi contro chiunque, in qualsiasi momento.

Daniele La Scala

Accogliamo il punto di vista di La Scala sul logo per i 50 anni della città di Lamezia Terme. Anche se la maggior parte delle osservazioni che pone sono indirizzate a chi ha inviato il comunicato stampa, ci si permetta una osservazione: l’articolo non nasce per aumentare lo scetticismo della cittadinanza lametina. E soprattutto non è inutile e inconsistente, almeno alla luce dell’interesse che ha suscitato nei lettori. Lo scetticismo, in momento così delicato per la città, è naturale e non ha bisogno di spinte. Per quanto riguarda il logo, su internet se ne trovano a decine di simili per i cinquantennali. Sono, come dice lei, auto della stessa dimensione e colore. Ma se ne trovano anche di originali e innovativi. Magari non rispettano il rigore del colore dorato e dei dettami, magari infrangono le regole. Ma almeno fanno girare la testa. (aletru)

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  • Occhiello La replica di Daniele La Scala alle critiche mosse dall'avvocato Fabrizio Falvo: «Da membro del comitato, avrebbe potuto far valere le proprie obiezioni fin dalla prima ora all’interno dell'organismo stesso»

Era inevitabile che finisse così ma, allo stesso modo, era prevedibilissimo che i voli di Flyservus per Roma e Milano previsti dallo scalo di Crotone non avrebbero trovato mercato. Non ci vuole un esperto di trasporto aereo per capire che, sovrapponendo le medesime funzioni negli scali di Lamezia, Reggio Calabria e Crotone, si rischia di pervenire in tempi rapidi ad un duplice nefasto obiettivo: 1) Lamezia rischia di uscire dall’ambito dei 12 scali strategici del nostro Paese, da cui sono esclusi Catania e Bari, centri intorno a cui gravitano interessi istituzionali e finanziari di notevole rilievo, che non avranno esitazioni ad avanzare pretese se potranno far valere risultati migliori dello scalo lametino; 2) Crotone non avrà mai mercato senza un piano industriale che sviluppi alcune peculiarità, sia in termini di funzioni, sia in termini di aree geografiche in cui operare. Farne la fotocopia di Lamezia con i voli quotidiani per Roma e Milano non ha alcun senso per evidenti ragioni di mercato e denota un preoccupante deficit strategico. Imprecando contro la compagnia Flyservus, la quale deve tenere d’occhio le proprie esigenze commerciali, il presidente Oliverio compie l’ennesimo errore sul sistema aeroportuale calabrese. Ed allora ha ragione Annibale Fiorenza della Cisl quando afferma che Lamezia «pur mantenendo importanti flussi di passeggeri non presenta un’offerta di servizi volativi adeguatamente assortita e non ha sviluppato un’organizzazione operativa idonea alla funzione internazionale dello scalo medesimo». Allo stesso tempo, Reggio Calabria stenta a diventare uno strumento dell’intera area dello Stretto, che invece punta decisamente sullo scalo catanese. Si eludono le scelte e, purtroppo, si predilige la via di un blando ecumenismo anche in un passaggio fondamentale, quello della destinazione di 12 milioni di euro a valere sui fondi Pac per il miglioramento della connettività tra la Calabria e le altre regioni d’Europa e per il sostegno dello sviluppo del sistema turistico e ricettivo. Oliverio afferma che i 12 milioni servono ad interrompere la perifericità del territorio calabrese (questa emergenza non è in discussione) ma poi la Regione, predisponendo il relativo bando come se la Calabria avesse 3 aeroporti fotocopia, manca completamente l’obiettivo. Non vengono colpevolmente operate scelte che valorizzino le esigenze specifiche degli scali, per esempio non sembra destare eccessiva preoccupazione la realizzazione della nuova aerostazione di Lamezia, un’impellente priorità senza la quale il principale scalo calabrese retrocederà, non solo dietro Catania e Bari, nella gerarchia degli scali italiani. Un’ulteriore grave contraddizione della Regione è apparsa quella di stimolare la Sacal a compiere un’operazione rischiosa ed a cui probabilmente era impreparata, ovvero la gestione dei 3 aeroporti, e non sottoscrivere l’aumento di capitale della parte pubblica. Per affrontare le diverse problematiche che affliggono gli scali, la capitalizzazione della parte pubblica serviva e serve.

*Ex vicepresidente Sacal

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  • Occhiello di Luigi Muraca*

CATANZARO «Da lunedì i sacchetti utilizzati nei supermercati per imbustare frutta, verdura, affettati e altri prodotti alimentari dovranno essere in plastica biodegradabile, compostabile, usa e getta e, soprattutto, sempre a pagamento. L’intento (lodevole) sarebbe quello di ridurre il consumo di sacchetti di plastica per incentivare l’uso di quelli biodegradabili. Nella pratica si rischia di avere l’effetto opposto - sostiene Francesco Di Lieto del Codacons - infatti il rischio è spingere i Consumatori a preferire i prodotti preconfezionati a quelli sfusi con il conseguente aumento degli imballaggi (vaschette di polisterolo, pellicole protettive…) che finiranno per riempire le nostre pattumiere, appesantendo una situazione oramai incontrollabile e che riguarda lo smaltimento dei rifiuti».
«Basta ricordare che gli imballaggi - prosegue Di Lieto - costituiscono ben il 60% del volume complessivo dei rifiuti e costituiscono il 40% del peso dei rifiuti urbani. Tonnellate e tonnellate di imballaggi, inutili, che incidono sull'ambiente e pesano sulle nostre tasche. E questo nuovo balzello mascherato rischia di aggravare la situazione. Infatti l’obbligo dei sacchetti è, per il Codacons, un nuovo balzello che si abbatterà sulle famiglie. Una tassa occulta a carico dei consumatori, visto che saremo obbligati ad utilizzare un sacchetto per ogni genere alimentare, non potendo mischiare prodotti. Una “tassa” su base annua che varia dai 20 ai 50 euro a famiglia, mascherata da provvedimento ambientale. Non si capisce perché il governo abbia deciso che il costo dei sacchetti debba essere totalmente a carico dei consumatori e non delle catene commerciali o degli esercenti - sostiene Di Lieto - così com’è incomprensibile il divieto di utilizzare sacchetti portati da casa o le vecchie borse a rete, soluzioni che permetterebbero da un lato di ridurre il consumo di plastica e proteggere l’ambiente, dall’altro di evitare inutili costi a carico delle famiglie».
«Ma c’è un ulteriore fattore, tutto calabrese, che fa montare la polemica. Infatti nella nostra regione abbiamo potuto verificare una intollerabile differenza di prezzo dei sacchetti, anche nella stessa catena distributiva. Ad esempio - continua Di Lieto - la Coop in Calabria espone un cartello spiegando ai Consumatori di dove applicare “obbligatoriamente il costo di 3 centesimi ad ogni sacchetto per alimenti sfusi”. Eppure in Toscana, ci risulta che la stessa Coop pretenda la somma di 1 centesimo. In pratica in Calabria, nello stesso supermercato, i sacchetti li paghiamo tre volte tanto. L’associazione pretende spiegazioni su quella che considera una palese ulteriore discriminazione dei Consumatori Calabresi». «Infine, laddove il ministero dello Sviluppo economico non darà seguito alla diffida inoltrata dal Codacons, siamo pronti ad attuare clamorose forme di protesta nei supermercati - conclude Di Lieto - lanciando lo sciopero dei sacchetti e spingendo i Consumatori a pesare ad uno ad uno i prodotti ortofrutticoli, passandoli singolarmente in cassa pur di non pagare l’ingiusto balzello».

 

 

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  • Occhiello La denuncia dell'associazione dei consumatori: «Qui il prezzo è di 3 centesimi mentre in Toscana, nello stesso supermercato, costa 1 centesimo». Che è pronta «ad attuare clamorose forme di protesta»
Mercoledì, 03 Gennaio 2018 18:16

Due indagati per la sparatoria a Rossano

ROSSANO Nell'ambito delle indagini sulla sparatoria avvenuta martedì a Rossano, nella zona di Piana dei Venti, sono stati sottoposti alla prova dello stub due giovani del luogo, il 20enne D.M.P. classe 1997 e il 24enne D.M.L., entrambi indagati per tentato omicidio e difesi dall'avvocato Francesco Nicoletti. Tutto il materiale tecnico raccolto sarà inviato ai carabinieri del Ris di Messina che provvederanno ad effettuare le dovute analisi e comparazioni per poi consegnare gli esiti alla Procura della Repubblica di Castrovillari, che coordina le indagini.

I FATTI Nella giornata di martedì 2 gennaio sono stati esplosi alcuni colpi di arma da fuoco all’indirizzo di un fuoristrada il cui conducente, il 52enne V. P., è rimasto illeso. Nell’immediatezza dei fatti sono state effettuate anche delle perquisizioni all’interno delle abitazioni degli indagati per cercare di individuare l'arma con la quale sarebbe stato commesso il tentato omicidio.

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  • Occhiello Un fuoristrada era stato raggiunto da alcuni colpi d'arma da fuoco nella zona di Piana dei Venti. Illeso il conducente. Due giovani del luogo sono stati sottoposti alla prova dello stub

COSENZA Sono iniziate questa mattina le perizie nell'abitazione di Rossano, nel Cosentino, dove il 25 dicembre scorso è stato ucciso il 64enne Giuseppe Vitale durante il pranzo di Natale. A sparare contro di lui, a seguito di una lite, sarebbe stato il figlio Cesare, 35 anni. Alla presenza del prof. Aldo Barbaro, consulente della procura di Castrovillari, sono iniziate le operazioni peritali balistiche volte ad accertare la dinamica dell'omicidio. Presente anche il professore Sandro Lopez, consulente nominato dalla difesa. Il presunto omicida è attualmente detenuto in carcere, su disposizione del gip del Tribunale di Castrovillari. Sia l'abitazione del padre che quella del figlio sono state sottoposte a sequestro e saranno entrambe esaminate.

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  • Occhiello Il 25 dicembre durante il pranzo di Natale il 35enne Cesare Vitale ha sparato al padre al culmine di una lite. Le operazioni balistiche sono coordinate dalla Procura di Castrovillari
Mercoledì, 03 Gennaio 2018 17:51

Il Tg Web

Mercoledì, 03 Gennaio 2018 17:34

Lamezia, 50 anni di sogni infranti

LAMEZIA TERME Cosa resta a Lamezia Terme dopo 50 anni dalla sua fondazione? L’unione doveva fare la forza nella Piana, questa striscia di terra fertile che affaccia i suoi tramonti sul golfo di Sant’Eufemia, davanti all’Etna e alle isole Eolie, e si fa ombra con i monti della catena del Reventino. “Vis unita fortior” è scritto sullo stendardo della città. Ma l’unità non ha portato, a conti fatti, più forza.
Cosa resta dopo dieci lustri dell’unione dei tre Comuni di Nicastro, Sambiase e Sant’Eufemia? La strada è lastricata di fallimenti e di sogni infranti.

L’OSPEDALE DISMESSO Non resta di certo l’ospedale. Nella città da 70mila abitanti, al centro della Calabria e circondata da un folto comprensorio, l’ospedale ha i servizi ridotti al lumicino. Chiusa la Tin (Terapia intensiva neonatale), non è stata riaperta da nessuna parte. Il risultato è una pericolosa migrazione sanitaria perché i neonati che ne hanno bisogno devono esser trasferiti dove c’è posto, anche fuori regione. Chiusa l’unità complessa di Otorino, che faceva il triplo degli interventi rispetto a Catanzaro grazie a una brava equipe medica, oggi ridotta quasi a un mero ambulatorio. Chiusa Malattie infettive e la stessa strada sta seguendo Microbiologia e virologia. Strutture importanti per i servizi che deve offrire un ospedale. Non importa che a governare la Calabria o la provincia di Catanzaro vi sia un governo di destra o sinistra: Lamezia non ha potere e i corridoi sempre più silenziosi del suo ospedale ne sono l’esempio più triste e vivido. Le clientele catanzaresi sono più forti di quelle lametine anche per quanto riguarda gli uffici amministrativi. Si preferisce spendere un milione e 200mila euro di affitto nella città capoluogo piuttosto che usufruire delle centinaia di metri quadrati in abbandono a Lamezia Terme, nei locali del vecchio ospedale, della Saub di piazza Borelli, del palazzo di via Salvatore Miceli, nelle strutture dismesse del nuovo ospedale “Giovanni Paolo II”. Tutto si sposta in massa a Catanzaro.

CHIUSURE Chiuso il carcere, che in effetti si trovava in un ex convento, una struttura non adeguata. Ma nessuna struttura  nuova è stata prevista, tutti trasferiti a Siano a Catanzaro. La struttura doveva essere riconvertita in uffici regionali del Provveditorato dell’amministrazione penitenziaria ma neanche questo è stato fatto. Tutto resta a Catanzaro. Anche il Centro cartografico che si trovava nella Fondazione Terina è stato stipato alla Cittadella.

BENI STORICI E ARCHITETTONICI Lamezia ha due centri storici di rara bellezza, quelli degli antichi Comuni di Nicastro e Sambiase, così vicini eppure con stili architettonici differenti. Lamezia è ornata da un castello Normanno-Sevo, possiede il fascino degli scavi dell’antica Terina, i ruderi di un’abbazia benedettina. Ma è tutto chiuso (a parte i centri storici), poco fruibile, aperto solo per determinate manifestazioni e rare occasioni.

CAMPO ROM Non c’è amministrazione che non abbia promesso di smantellare il campo rom più grande del Sud Italia. Scordovillo è una zona franca malsana fatta di fango, lamiere e qualche roulotte. Un posto nel quale nessuno dovrebbe vivere. Sorge a ridosso dell’ospedale, in un crocevia proprio al centro della città dal quale partono i miasmi tossici di ciò che i rom bruciano, copertoni in primis, per ricavare il rame che vendono. Un denso fumo nero si alza e va incontro all’ospedale, il vento lo soffia in faccia al palazzo comunale e alle abitazioni, e agli stessi rom che in quel degrado ancora vivono dagli anni Settanta. Qualcuno è andato via, si è rifatto una via e porta avanti un lavoro, altre famiglie sono state trasferite nel grande complesso detto “Ciampa di cavallo” che rischia di diventare una Scordovillo 2, dalla quale partono fumi e vengono smontati mezzi. Ma il campo rom resta ancora lì, inamovibile e corposo bacino di voti, utile durante le campagne elettorali e anche per qualche ditta senza scrupoli che deve smaltire copertoni e rifiuti speciali.

I SOGNI INFRANTI Aleggiano come fantasmi nell’area industriale di San Pietro Lametino i sogni infranti e i desideri di lavoro e sviluppo della Piana. Quanti speranzosi curricula vennero inviati quando ci si riempiva la bocca del progetto Biofata? Sarebbe dovuto sorgere un grande allevamento di bufale per produrre mozzarelle ma anche coltivare ortaggi su larga scala. Nessun bovino, però, vi ha mai messo piede (pardon, zoccolo) e il sogno, nato da una iniziativa dell'ex sindaco Doris Lo Moro, si è rivelato una grande bufala. È rimasta, a testimoniare il fallimento, la prima pietra posata nel 2004 davanti al presidente della Regione, Giuseppe Chiaravalloti e all’allora sottosegretario all’Industria del governo Berlusconi, Pino Galati. Passa qualche anno a altre idee grandiose vengono partorite per il rilancio dell’area industriale. Si parla del progetto di un autodromo, sognato dal consigliere regionale socialista Leopoldo Chieffallo. Vennero redatti anche dei comunicati stampa in proposito ma solo quelli restano a testimonianza dell’ennesimo progetto fallito. Nei sogni dell’ex presidente della Regione Agazio Loiero, nell’area industriale sarebbe potuta sorgere la nuova cittadella del cinema. Il progetto aveva coinvolto il direttore di Rai Fiction, Agostino Saccà, e i tedeschi della “Bavaria film”. La “luce speciale”, ideale per il cinema, continua a illuminare l’area ex Sir. Ma nessun ciak sarà gridato. Sfortuna, incompetenza, promesse da marinaio, resta il fatto che l’area industriale resta ancora il cimitero dei sogni di uno sviluppo mai realizzato. La lapide più grande sono le vestigia di un pontile costruito negli anni 70, lascito del fallimento dell’agognato polo chimico che portò solo all’esproprio delle terre ai contadini della zona. 

CENTRO PROTESI PER MODO DI DIRE L’ultima notizia risale al 24 dicembre: l’apertura del Centro Protesi Inail avverrà intorno alla metà del mese di gennaio 2018. «Il Centro Protesi Inail di Lamezia Terme si occuperà sia della fase riabilitativa che del day ospital e di quella residenziale costituendo un importante punto di riferimento per il Sud Italia come avviene nel Nord del Paese con la struttura esistente a Budrio», scrive in una nota il deputato di Ala Pino Galati. Ma il Centro Inail di Lamezia Terme, che sorgerà nell’ex area Sir non sarà affatto come quello di Budrio. A Lamezia Terme doveva sorgere il clone di Budrio, vicino Bologna: progettazione ed esecuzione meccanica di protesi e, in più, la riabilitazione. Nel perimetro della Fondazione Terina, circondato da capannoni industriali, aree incolte e abbandonate, e non distante dal depuratore consortile, sono destinati ad essere ospitati 40 posti letto dedicati alla riabilitazione intensiva, a 19 chilometri di distanza dall’ospedale, separati dal centro città da una strada difficile e impervia. Sarà questo, se sorgerà, il risultato finale di un progetto faraonico iniziato negli anni 90. Non ci saranno officine protesi ma un reparto riabilitazione che, a quanto pare, verrà scippato all’ospedale di Lamezia Terme. 

A CHI APPARTIENE LAMEZIA? Dovrebbe appartenere ai propri cittadini una città, essere espressione di una volontà politica manifestata con il voto. Lamezia Terme si trova ad affrontare il terzo scioglimento del consiglio comunale per infiltrazione mafiosa. La relazione della commissione d’accesso prefettizia segnala alcuni componenti del consiglio comunale. Tra questi Francesco De Sarro, eletto a 25 anni, alla sua prima candidatura, con ben 934 voti. Oggi c’è un procedimento aperto contro il padre dell’ex consigliere (ed ex presidente del consiglio comunale), Luigi De Sarro, «perché al fine di ottenere il voto elettorale a vantaggio del di lui figlio, Francesco De Sarro, candidato alle elezioni per il rinnovo del consiglio comunale di Lamezia Terme, tenutesi il 31.05.2015 offriva e dava a Luigi Gigliotti la somma complessiva in contanti di euro mille con incarico di cercare voti elettorali per il figlio candidato, incarico che il Gigliotti accettava dividendo il denaro ricevuto con Claudio Belville e Luciano Antonio Mercuri i quali compartecipavano al procacciamento dei voti elettorali in favore del candidato Francesco De Sarro». Il problema è che ci sono 934 persone che si sono fatte convincere, comprare, irretire. Con quali promesse? Con quali vantaggi?
Ci sono 734 cittadini che hanno votato per Giuseppe Paladino (ex vicepresidente del consiglio comunale), accusato di concorso esterno in associazione mafiosa perché avrebbe affidato la propria campagna elettorale ai vertici della cosca Cerra-Torcasio. Dello stesso reato, nell’ambito dell’operazione antimafia Crisalide, è accusato l’ex consigliere comunale di minoranza Pasqualino Ruberto, ex presidente dell’ente in house della Regione, Calabria Etica, che con decine di progetti aveva dato posti di lavoro a centinaia di persone. Anche sull’affaire Calabria Etica è in corso un processo. A chi appartiene una città che ha fame di lavoro e nella quale le imprese sono in difficoltà? Appartiene alle promesse, agli accordi sottobanco, al sogno di un posto di lavoro per un figlio, a pochi spiccioli elargiti in cambio del potere più grande: il voto e la possibilità di cambiare le cose.

LAMEZIA CHE RESISTE Eppure ci sono figli che non partono, ragazzi che resistono, aprono locali che rinvigoriscono il centro. Organizzano festival del cinema e festival musicali che portano vita e movimento. Seguono le orme di padri operai e contadini. Creano laboratori dei quali si parla anche nel resto della regione. Imprenditori onesti che non cedono alle cosche e neanche alle facili lusinghe dell'antimafia da parata. È un piccolo inizio, il germoglio pallido di una generazione nuova, dedicata e preziosa. Incrociamo le dita.

Alessia Truzzolillo
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Informazioni aggiuntive

  • Occhiello L’ospedale depotenziato. I servizi in fuga verso Catanzaro. L’eterno degrado del campo rom. Le promesse di sviluppo mai mantenute. La città celebra le nozze d’oro dalla propria fondazione con un consiglio comunale sciolto e la politica sotto accusa. Ma ci sono anche germogli di speranza
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