Sergio Pelaia

Sergio Pelaia

Ernesto Galli della Loggia, su 7, il settimanale del Corriere della Sera, del 15 dicembre scorso, ha trovato la soluzione, in dieci punti, per salvare il Sud: proclamare lo stato di assedio (giuro, è scritto proprio questo!).
Il titolo della nota del professore non lascia dubbi: «Per salvare il Sud serve lo stato d’assedio? L’illegalità va sradicata». Ed  ecco le misure che Galli della Loggia ritiene necessarie per bonificare e salvare il Sud del Paese. Si va dall'accertamento capillare «dell’autenticità dell’assicurazione Rc per tutti gli autoveicoli e motocicli in circolazione con sequestro e distruzione immediata di quelli non in regola»; alle prefetture che dovranno essere le uniche abilitate alla gestione delle gare per tutti gli appalti pubblici; al vasto controllo delle aziende agricole circa la regolarità contrattuale di tutti gli addetti  con sanzioni pecuniarie a partire da diecimila euro per quelle non in regola.
E non è tutto: c'è pure una multa per le famiglie i cui figli hanno abbandonano le scuole; e poi il sequestro di ogni smartphone in possesso a giovani di età inferiore ai sedici anni; e la distruzione immediata di ogni fabbricato, pertinenza, sopraelevazione senza licenza edilizia; e tre giorni di carcere a chiunque viene sorpreso a gettare rifiuti, e di sei mesi per chi trasporti i rifiuti verso luoghi non idonei.
E non abbiamo finito: previsto il ritiro perpetuo della licenza per i proprietari di officine meccaniche che “truccano” veicoli o motocicli; «sospensione d’autorità dei sindaci dei comuni dove la polizia urbana si dimostra incapace di far rispettare i regolamenti sul rumore, sul traffico e sull’occupazione del suolo pubblico».
Il decimo punto rivela tutta l'animo saggio e buono di Galli della Loggia: «Devoluzione di tutte le somme incassate nelle attività repressive di cui sopra al miglioramento dell’edilizia scolastica». Amen.
La visione militare, da stato d'assedio, senza capo né coda, con qualche scivolone nel ridicolo e una profonda ignoranza di quello che è il Sud e di quelli che sono i suoi problemi.
Viene da ridere a leggere che occorre colpire i meccanici che “truccano” le auto, sequestrare ogni smartphone ai giovani under 16, sospendere i sindaci che hanno vigili urbani così debosciati che non fanno rispettare i regolamenti sul rumore.
Un ragionamento così banale e vecchio che non merita alcun commento.
Ma la comicità tocca il suo punto più alto e solenne quando il professore “nomina” i vertici dello Stato di repressione: «Il tutto – questo il mio auspicio – sotto la sapiente guida del generale Minniti con il procuratore Gratteri alla testa del suo Stato Maggiore».
Nemmeno al “Bagaglino” dei tempi della Prima Repubblica si rideva così tanto.

 

*Giornalista, già parlamentare Pd

REGGIO CALABRIA «Apprendo di un'assemblea del Pd della federazione reggina svoltasi questa mattina a Reggio Calabria nella quale è stato dichiarato che gli assenti non rappresentano il Partito democratico. È curioso che questo avvenga senza precisare che gli assenti non sono stati neanche invitati a partecipare, non si capisce bene se per semplice dimenticanza o per volontà palese dal momento che non è la prima volta che accade». Lo afferma in una nota l'assessore regionale Federica Roccisano. «Mi sono già rivolta al segretario regionale del Pd - prosegue - affinché venga fatta chiarezza su cosa può determinare la rappresentatività di una persona all'interno del Pd, se il lavoro svolto e la disponibilità ad essere presente e supportare il Pd in ogni punto della Calabria, o l'assenza ad iniziative per le quali non è mai arrivato nessun invito».

Ci sono gli elementi «concreti, univoci e rilevanti» sui rapporti tra amministratori e cosche locali. E c'è un «uso distorto della cosa pubblica» che si sarebbe concretizzato «nel favorire soggetti o imprese collegati direttamente o indirettamente ad ambienti criminali». Non è tenera la relazione del titolare del Viminale, Marco Minniti, sull'amministrazione comunale di Cassano allo Jonio, nel Cosentino, sciolta per infiltrazioni mafiose nelle scorse settimane. Il ministero dell'Interno, sulla scorta delle indicazioni del prefetto di Cosenza Gianfranco Tomao, rileva che «diversi esponenti dell'apparato politico e burocratico dell'ente, alcuni dei quali con pregiudizi di polizia, annoverano frequentazioni, ovvero relazioni di parentela o di affinità con persone controindicate o con elementi di sodalizi localmente egemoni». Collegamenti simili, poi, sono stati riscontrati anche nei confronti «di taluni sottoscrittori delle liste che hanno sostenuto il candidato alla carica di sindaco poi effettivamente eletto».

GLI APPREZZAMENTI A ESPONENTI DELLE COSCHE Tra gli episodi controversi richiamati nella relazione ce n'è uno che riguarda il sindaco Gianni Papasso che, a febbraio del 2016 avrebbe partecipato, «insieme a personaggi di primo piano della consorteria territorialmente dominante», ai funerali di «uno stretto parente di un soggetto contiguo a quella stessa consorteria».
«Emblematico», poi, è quanto avvenuto in una seduta di consiglio comunale ad agosto del 2016, quando un «consigliere comunale è intervenuto nella discussione concernente la confisca di un immobile riconducibile ad una famiglia malavitosa rendendo dichiarazioni di apprezzamento e stima nei confronti di un elemento della famiglia in questione».

IL CONSIGLIERE «VICINO» AL CAPOCLAN Diversi dei rilievi messi nero su bianco nelle carte del Viminale riguardano l'ex presidente del consiglio comunale, attuale consigliere – «più volte controllato con persone controindicate» – che è stato tempo fa coinvolto in un'indagine «per essersi adoperato al fine di procurare ad un candidato alle elezioni regionali del 2005 il sostegno elettorale di una delle cosche dominanti del Cassanese». Il procedimento si è poi concluso in maniera favorevole per il consigliere, ma l'inchiesta avrebbe comunque rivelato la sua «vicinanza a un noto capoclan».

TERRENI OCCUPATI E COSTRUZIONI ABUSIVE Nella relazione si parla poi di «innumerevoli anomalie ed irregolarità nell'attività gestionale dell'ente» e si cita il caso di alcuni terreni con annessi fabbricati acquisiti dal Comune nel 1989 e destinati in parte alla realizzazione di opere di urbanizzazione secondaria ed in parte ad attività agricola, «occupati senza alcun titolo abilitativo e senza corresponsione di canone da soggetti legati da stretti familiari ad esponenti della 'ndrangheta».
Nel settore edilizio è stata poi rilevata la «persistente inerzia dell'amministrazione comunale che ha, sistematicamente, trascurato di portare a compimento i procedimenti finalizzati alla demolizione o all'acquisizione degli immobili realizzati in assenza o in difformità dai prescritti titoli abilitativi ovvero di applicare le altre sanzioni previste dalla normativa». E anche in questo caso tra coloro che sono stati avvantaggiati dalle «omissioni» del Comune ci sarebbero «esponenti di gruppi 'ndranghetisti o persone vicine ad ambienti criminali». «Emblematico», inoltre, è l'episodio riguardante «diverse opere abusive il cui committente è in stretti rapporti familiari con personaggi di vertice» di una delle cosche locali. In questo caso l'ordinanza di demolizione è stata adottata ma il verbale non è mai stato notificato all'interessato. Stesso discorso per alcuni immobili abusivi, riconducibili ad un capocosca locale e a un suo parente, realizzati in un'area sottoposta a vincolo archeologico. La Prefettura cita infine una frequentazione tra lo stesso capocosca e un funzionario direttivo dell'area tecnica.


I CONTRIBUTI ASSISTENZIALI Anche nel settore socio-assistenziale sono state riscontrate «illiceità e irregolarità, da cui hanno tratto vantaggio anche persone controindicate». In particolare, si legge nella relazione del Viminale, «il Comune ha ripetutamente corrisposto contibuti assistenziali sulla base di provvedimenti adottati dal sindaco ai sensi dell'art. 50 del decreto legislativo 267/2000 in violazione del generale principio di separazione tra attività di indirizzo politico ed attività di gestione. Inoltre l'amministrazione non solo non ha espletato alcun controllo in ordine all'effettiva condizione di indigenza dei beneficiari dei sussidi, ma ha anche omesso di determinare preventivamente i presupposti per la loro erogazione. Il prefetto segnala che tra i destinatari dei contributi figurano diversi sottoscrittori delle liste collegate al candidato sindaco risultato eletto, tra cui alcuni soggetti considerati contigui ai sodalizi territorialmente egemoni».

AFFIDAMENTI ALLA DITTA INTERDETTA Riguardo agli affidamenti di lavori e servizi, nel dossier della Prefettura richiamato da Minniti si evidenzia un «modus operandi caratterizzato da una costante frammentazione degli interventi e da un consequenziale diffuso ricorso alle procedure negoziate e agli affidamenti diretti». «Una delle società favorite dal predetto modus operandi – si legge ancora nelle carte dello scioglimento – è stata destinataria di un provvedimento antimafia a carattere interdittivo emesso dalla Prefettura di Cosenza a maggio 2016 ed annovera tra i propri soci uno stretto parente» dell'ex presidente del consiglio comunale, oggi consigliere, considerato vicino a un noto capoclan. Il sindaco ha dichiarato in merito che il Comune è venuto a conoscenza dell'interdittiva solo l'11 agosto successivo. La stessa società si è aggiudicata lavori sulla rete idrica, con «gara informale» viziata «da molteplici profili di illegittimità», ed è stata affidataria di interventi di somma urgenza sulla viabilità locale.

PAPASSO: UN CASTELLO DI SABBIA «Scioglimento del consiglio comunale: un castello di sabbia, un puzzle per cacciarmi dal Comune, una gravissima ingiustizia». Questo il commento dell'ex Gianni Papasso sul suo profilo facebook. «Un castello di sabbia – prosegue – che sarà demolito senza nemmeno particolare impegno. Chissà quali sono le vere ragioni e motivazioni. Evidentemente, ero troppo ingombrante, davo troppo fastidio, mi sono opposto a tanti affari, con determinazione ho sgominato i “gruppi di potere” che gestivano le sorti della città. Hanno tanto cercato, tanto indagato: l'unico atto di “mafiosità” che mi si attribuisce è di aver partecipato a un funerale. Il sottoscritto, per cultura e senso di solidarietà, ha partecipato e partecipa quasi a tutti i funerali. Mi si addebita la partecipazione, insieme al altre centinaia di persone, al funerale di una anziana signora, che conoscevo da quando ero in fasce, con la quale avevo un diretto, personale rapporto. Preciso che in occasione delle esequie della povera signora non rivestivo nemmeno la carica di sindaco. Mi meraviglia il fatto che non siano stati segnalati altri rappresentanti politici presenti a qual funerale. Tra gli altri miserevoli addebiti - continua - mi si contesta che ho aiutato i “poveri”, con i cosiddetti contributi assistenziali. L'ho fatto e se ne avrò la possibilità continuerò a farlo. Per quanto concerne la vicenda dell'Hotel Sybaris, gli atti testimoniano la nostra limpida correttezza: il consigliere che ha reso dichiarazioni è un esponente della minoranza. Mi dispiace che chi ha redatto la relazione ha omesso di dire e scrivere che fui io stesso ad informare, delle stesse, il Prefetto e la competente Procura della Repubblica». «È stata consumata – conclude Papasso – una gravissima ingiustizia. Ne prendiamo atto. Ribadiamo, però, che difenderemo, non tanto noi, ma la città di Cassano da una terribile, inopportuna infamia, fino alla morte. I nostri avvocati sono già al lavoro per l'azione di difesa giudiziaria in tutte le sedi, sia amministrative che penali».

Sergio Pelaia
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Ap va col Pd, Gentile coordinatore nazionale

Sabato, 16 Dicembre 2017 14:23

Sarà il sottosegretario Tonino Gentile il nuovo coordinatore nazionale di Alternativa popolare. In questo senso si è espressa la direzione nazionale del movimento, facendo proprie le indicazioni venute da Angelino Alfano al termine della riunione con i gruppi di Senato e Camera. Proprio l'esito delle due assemblee dei parlamentari di Ap ha finito con il cementificare la candidatura di Gentile alla guida del partito, visto che la scissione invocata dall'ex ministro Lupi alla fine ha contato la fuoriuscita solo di due senatori e di altrettanti deputati.
Il grosso delle truppe, praticamente più di una cinquantina di parlamentari, è rimasto fedele ad Alfano e ha indicato in Tonino Gentile il nuovo coordinatore nazionale. Tale incarico verrà ufficializzato lunedì, anche attraverso la nomina, da parte di Gentile, di tre vicecoordinatori nazionali. Tuttavia il sottosegretario ha già avviato il lavoro, lo ha fatto con una serie di incontri con i vertici nazionali del Pd che hanno sgombrato il terreno dagli ultimi intoppi e portato alla definitiva scelta di Ap di correre con il proprio simbolo in coalizione con il Partito democratico e, più in generale, con il centrosinistra.
Inutile dire che negli incontri avuti in questi giorni al Nazareno tra Gentile e il coordinatore della segreteria nazionale del Pd Guerini, molto si è discusso anche della situazione calabrese. In proposito c'è chi si spinge a leggere come uno tsunami politico quello che rischia di abbattersi su una cospicua fetta dell'attuale classe dirigente del Pd calabrese. Molti gli errori accumulati negli anni dall'asse Magorno-Oliverio nel rapporto con gli “alfaniani”. Basta citare, da ultimo, il caso delle comunali di Catanzaro dove il rifiuto del Pd a collaborare con Ap ha “regalato” a Sergio Abramo la riconferma a sindaco con un'alleanza di centrodestra grazie, soprattutto, ai voti della lista ufficiale di Ap messa in campo dal senatore Piero Aiello che finì con il raccogliere il 10% dei voti, praticamente il doppio di quanto racimolato dalla lista ufficiale del Pd. Non era andato meglio il rapporto con la Giunta regionale, fatto più di scontri e scorrettezze che non di collaborazione come, invocavano, invece, i fratelli Gentile. Gli alfaniani proponevano un'alleanza calabrese sul solco di quella che già operava a sostegno del governo nazionale, ogni disponibilità, tuttavia, veniva rispedita al mittente.
In sede istituzionale le cose andavano anche peggio e non solo per lo scontro sulla gestione dell'emergenza sanitaria. Anche nelle varie vertenze che si aprivano, a cominciare da quella eterna relativa al porto di Gioia Tauro, la giunta regionale a guida Oliverio rifiutava ogni collaborazione con il sottosegretario Gentile, arrivando al punto di partecipare ad incontri presso il ministero dello Sviluppo economico, il dicastero assegnato a Gentile, senza che questi venisse minimamente coinvolto.
Era la logica del Pd cosentinocentrico e autoreferenziale, la stessa che ha portato fin qui al crollo elettorale di tale partito che, praticamente, da quando guida con una sorta di “monocolore” la Regione Calabria non ha mai vinto neanche una competizione elettorale, se si escludono le provinciali di Catanzaro e Cosenza, peraltro vinte da candidati assolutamente invisi al governatore, come Enzo Bruno a Catanzaro e Franco Iacucci a Cosenza. In entrambi i casi, alla elezione di Bruno e Iacucci a presidente hanno concorso i fedelissimi dei Gentile.
Adesso i nodi vengono al pettine, anche perché allo stato i sondaggi, che già forniscono dati preoccupanti su scala nazionale per il Pd, vedono il partito di Renzi in particolare sofferenza proprio in Calabria mentre, sempre in Calabria, Alternativa popolare segna la sua performance migliore.
Dal canto suo Gentile evita ogni dichiarazione, almeno fino a lunedì, e ogni commento. Le poche battute che lascia cadere sono tutte improntate al massimo dell'ecumenismo: «Bisogna voltare pagina ed evitare che il Paese e la Calabria finiscano sotto il giogo del peggiore populismo. Vanno archiviati rapidamente gli errori e le incomprensioni per mettersi a costruire un serio progetto di rinascita».
E se proprio lo si costringe a parlare dello scenario calabrese, Tonino Gentile se la cava con una battuta: «Ci dispiace non essere stati ascoltati prima, con un poco di umiltà si potevano evitare tanti problemi e tante sconfitte. Soprattutto si poteva sfruttare meglio la disponibilità che i governi guidati da Renzi e da Gentiloni hanno sempre mostrato verso la Calabria. Avere disertato i tavoli nazionali, essersi incaponiti sulle piccole beghe di paese ha fatto danno alla Calabria e ai calabresi ma, detto questo, oggi occorre ripartire e collaborare con estrema lealtà».
D'altra parte con un pezzo del Pd il dialogo è stato sempre tenuto aperto. Da Franco Iacucci a Antonio Viscomi, passando per il presidente del consiglio regionale Nicola Irto, il sottosegretario Gentile ha sempre mantenuto canali di confronto e di collaborazione. Ottimo e diretto anche il rapporto con il ministro Marco Minniti e con diversi parlamentari del Pd, da Ferdinando Aiello a Ernesto Carbone e Demetrio Battaglia. In fondo proprio con Minniti, all'epoca sottosegretario alla presidenza del consiglio, Gentile aveva accettato di dare una svolta alla questione calabrese collaborando con il governatore Mario Oliverio. Famosa la foto, pubblicata in esclusiva dal Corriere del Calabria (la riproponiamo oggi) che ritraeva Minniti, Oliverio e Gentile, nel vicolo che separa Montecitorio da Palazzo Chigi mentre provano a riannodare i fili del dialogo. Obiettivo era un percorso unitario in vista delle elezioni comunali di Cosenza: i tre un accordo lo avevano anche raggiunto ma il richiamo della foresta (o della palude?) cosentina ebbe la meglio su Mario Oliverio e si finì con una sonora sconfitta al primo turno per il Pd mentre la lista di Gentile andò per i fatti suoi.
Eccoli i nodi che ora arrivano al pettine, e non basta tutto l'ecumenismo dispiegato in queste ore dal nuovo coordinatore nazionale di Ap per rendere più tranquillo il sonno di chi in questi anni ha remato in tutt'altra direzione.

Paolo Pollichieni
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Filadelfia è una delle città di fondazione su disegno della commissione Winspeare coadiuvata dai notabili locali e sotto l'influsso della massoneria. Sorta nel 1783 dopo il grande terremoto che distrusse la Calabria, vi nacque G. A. Serrao decapitato dalle truppe del cardinale Ruffo e l'abate Masdea confessore di Gioacchino Murat prima della sua fucilazione nel castello di Pizzo. Fu Repubblica, per tre giorni, sotto l'impulso del figlio di Garibaldi, Ricciotti.
Attualmente è un centro di raccolta di migranti senza famiglia, 150 ragazzi accolti in vari plessi. In Filadelfia, in un anno, si spendono 2,8 milioni per l'accoglienza dei rifugiati; mentre 5 miliardi al di là del mare, in Libia e vengono pagati ai signori della guerra, per trattenerne un numero indeterminato (300mila o tre volte tanto). Tutto è incerto: i numeri dei disperati, le cifre pagate, la tenuta degli accordi , oggetto di oscura trattativa.
Nessuna utilità per il Paese e per i rifugiati, minori non accompagnati, se è vero che hanno cercato di scappare più volte. Vengono vestiti, nutriti, ma ciondolano appesi ai telefonini. Non possono lavorare, sono minorenni e senza documenti si dice; d'altronde che possibilità di assorbimento lavorativo può esserci per ragazzi che non conoscono neppure la lingua, in una regione con il 40% di disoccupazione giovanile? Ciascuno di loro costa tuttavia alla Ue 45 euro al giorno, più della metà degli 80 elargiti in un mese agli incapienti italiani. E' chiaro che questa politica è perdente da tutti i punti di vista; la Germania accoglie ma forma, 780mila rifugiati, l'Italia ospita, senza utilità, un esercito di sbandati, a costi elevati. Lucrano gruppi vari; i rifugiati passano da due a tre anni senza lavoro, senza formazione, alimentando rancore tra loro ed anche tra la popolazione ospitante.
Occorre rimuovere gli ostruzionismi burocratici che chiudono occhi già chiusi, costruendo un progetto di integrazione che muova principalmente dalla formazione e che abbia una prospettiva produttiva per i migranti e per la società locale. Scuola: computer, grafica, lingua, addestramento professionale. Una piccola quota della spesa attuale (che in tre anni, tanto è previsto per il disbrigo delle operazioni di accreditamento, arriva a 8,4 milioni) permetterebbe di impiegare personale docente locale in soprannumero, alleviando anche la disoccupazione che interessa un giovane laureato su due. Comunque la legge (Minniti) consente ai migranti anche minori di poter svolgere piccole attività non concorrenziali (garzone di bottega ecc.).
Riace e Badolato forniscono esempi positivi di quanto andiamo dicendo; Rosarno il contrario.
E' evidente in ogni caso, che occorre ampliare la base di attività creando occasioni di lavoro da cui non si può prescindere. Le opportunità ed i finanziamenti per le aree interne del Mezzogiorno, di cui ci parlerà un altro relatore, quali campi coprono, a chi sono destinati se non ai giovani?
In tre anni ne sono partiti da tutta Italia 300mila di cui 200mila laureati del Sud. I temi sono da tempo sul tavolo, eccone alcuni.
Paesaggio. Un paese spalancato ad ovest sulla vista sfolgorante del mare e sulla quiete dell'appennino ad est. Il paesaggio è strettamente legato alla difesa del territorio: risistemazione della coste, dei versanti, dei boschi, dei corsi d'acqua; esecuzione dei corridoi taglia fuoco contro gli incendi, che stanno diventando calamità nazionale. In Italia il costo dei dissesti per frane, alluvioni e incendi è di 3,5 miliardi cui ne vanno aggiunti altrettanti per la ricostruzione ad ogni disastro: 7 miliardi in tutto. Il programma decennale prevede 70 miliardi infatti.
La frana di Maierato in fronte a Filadelfia sull'altro versante dell'Angitola è monito incombente. Occorre un programma keynesiano di opere pubbliche che utilizzino tutti i finanziamenti europei disponibili; diamo all'Europa 24 miliardi e ne utilizziamo solo 9. Perché? Non abbiamo capacità di programmare e sopra ogni cosa non possediamo strutture tecniche all'altezza. Bisogna avvalersi non di elettori da favorire ma di esperti, in procedure di opere pubbliche europee come accade in Francia,Spagna, Germania, per la realizzazione di progetti fattibili esecutivi cantierabili completi in ogni parte, creando equipe di tecnici qualificati:ecco un campo di occupazione da esplorare con urgenza.
Beni architettonici e culturali. (Ricordiamo che il bellissimo mosaico greco di Caulonia è ancora sotto un telo! Per pochezza non solo di denari). Innanzi tutto va privilegiato il recupero e stabilizzazione del centro storico, impianto urbanistico di assoluto pregio, documento illuminista (ricordate i Filadelfi?), su griglia stradale ortogonale con piazza centrale per il potere civile e piazzette per le (quattro )chiese. Gli isolati di 33 per 33 metri rifiutano il tipo originario del falansterio sostituendolo, democraticamente , con l'aggregazione di case unifamiliari affacciate su corti, per le attività comuni.
Costituisce una operazione culturale di interesse europeo per la struttura urbanistica e sociale che propone e per le modalità della sua realizzazione concreta ed è pertanto, meritevole di essere inserita nei programmi di intervento e di studio per i ricercatori di tutti i paesi, come già avviene.
Che fare? I soldi ci sono nei programmi europei, mancano da noi i progetti, che si possono avere lanciando concorsi di idee; come accade nei comuni ove la cultura non difetta di fantasia. operativa.
Risanamento degli isolati abbandonati o in degrado (servirebbero per ospitare cittadini convegni e migranti), riqualificazione delle vie con manto di pietra come in origine, individuazione di strade parcheggio, sistemazione della corti con coperture fotovoltaiche, riqualificazione di chiese campanili, demolizione della facciata , almeno, dell' orrendo poliambulatorio degli anni 60, con la riproposizione, per frammenti, di Palazzo Stillitani, un bellissimo esempio di rococo, sciaguratamente abbattuto, ristrutturazione della villa di affaccio sul mare con un “mirador” che ne restituisca la vista (ci sono progetti di mia mano e di Krier).
Realizzazione di percorsi attrezzati per passeggiate nel territorio, con capisaldi alle vecchie fontane, ai ruderi di Castelmonardo, alla montagna con i suoi boschi di pini e faggi. Ben vengano attività culturali anche legate al folklore, basta però con le sagre (vedi Antonio Pascale: “La città distratta”) con cantanti di quarto ordine. Una azione rivolta alla area vasta, o come si chiama, per la ripulitura della spiaggia ed il buon funzionamento dei depuratori che restituisca il mare alla balneazione, sarebbe utilissima al turismo; mare, montagna che caratterizza il paese e la Calabria.
Tutto nella ipotesi di un valorizzazione del paese come albergo diffuso, come avviene per breve periodo.
Consolidamento sismico. Ultimo ma non meno importante; si ponga mente al fatto che il Comune è al centro di tre vulcani attivi e pericolosi, Etna, Stromboli ,ed il cono sottomarino a largo di quest'ultimo, quindi:
Risanamento e consolidamento del patrimonio edilizio: Il 60 %degli edifici sono antecedenti al 1942; i 2/3 degli edifici pubblici, scuole, ospedali, uffici non rispettano la normativa sismica.
Un terremoto di grado 5 sarebbe distruttivo per l'intero abitato, che è nato dal terremoto del 1783.
Un programma di tal genere riqualificherebbe il centro storico e darebbe lavoro a decine di micro imprese, sollevando l'economia del paese.
Intanto si potrebbe avviare una scuola sulla modalità di recupero degli edifici in muratura, in pietra con l'ausilio delle Università che presterebbero volentieri docenti giovani e desiderosi di arricchire il loro curriculum; un programma di seminari sul modello urbanistico e della sua realizzazione immediatamente a ridosso della Repubblica Partenopea,; convegni già avviati sull'antica Castelmonardo, di cui sono disponibili reperti di interesse archeologico, tradizione della tessitura.
Quante occasioni di richiamo, di dibattito, di presenze, che avrebbero ricadute sul campo lavorativo!
Una foresteria per docenti, studiosi, musicisti che, in occasione del maggio musicale della associazione Melody sostenuta e voluta da una famiglia di cultori, vengono da tutte le parti del mondo per essere giudicati da esperti di alto livello, sarebbe di sostegno a questi programmi; perché non utilizzare uno degli isolati oggetto del progetto di recupero, a questo scopo?
Sarei soddisfatto se questo mio intervento riuscisse a suscitare sui vari temi indicati un concreto interesse. Le diverse associazioni uniscano in una azione forze generose, ora disperse.

*Architetto

Delitto Galizia, ergastolo per Attanasio

Venerdì, 15 Dicembre 2017 19:20

COSENZA Francesco Attanasio, reo confesso dell'omicidio di Damiano Galizia, è stato condannato alla pena dell'ergastolo. Il fine pena mai è stato inflitto dal giudice, in rito abbreviato, che non ha riconosciuto le generiche del caso, riconoscendo invece i futili motivi e l'occultamento di cadavere. Il giallo del delitto si incastra con il duplice omicidio di San Lorenzo del Vallo che si sta celebrando in corte di Assise a Cosenza. Damiano Galizia è stato ritrovato in un'abitazione di Rende avvolto in un tappeto sigillato dal nastro adesivo. Francesco Attanasio ha poi condotto gli inquirenti al rinvenimento di armi in un box di Rende che egli stesso aveva in uso vista la presunta attività da agente immobiliare che esercitava in quel periodo. Il cadavere di Galizia è stato ritrovato dopo qualche giorno dalla confessione di Attanasio alle forze dell'ordine, alla fine d el mese di aprile nel 2016.

mi. pr.

CROTONE Un gruppo di studenti di scuole medie del Crotonese avrebbe inneggiato a Totò Riina al termine di uno spettacolo dedicato alle scuole medie della provincia "La Divina Commedia, lo spettacolare viaggio dall'Inferno al Paradiso". Lo scrive il sito CrotoneNews. Sulla vicenda, ha appreso l'Ansa, sono in corso accertamenti da parte della Questura di Crotone per capire cosa sia successo e accertare i fatti. Secondo quanto scrive il sito, al termine del spettacolo, andato in scena ieri al teatro Apollo di Crotone, dopo il viaggio di Dante, sullo schermo «sono state proiettate le immagini della malvagità umana: Hitler, Mussolini, Stalin, campi di concentramento, bomba atomica, violenza su donne e bambini, strage di Capaci e molte altre». «Di tutti quei volti - è il commento di una docente riportato dal sito - i ragazzini conoscevano solo Hitler, ma appena è apparso il volto di Riina è scattato un applauso seguito da urla di incitamento». Diversi insegnanti hanno fatto alzare i propri alunni per andare via e al momento sarebbe stato impossibile stabilire quanti e di quale scuola fossero i ragazzi che hanno applaudito.

LAMEZIA TERME Il 12 maggio del 2015, dieci giorni dopo la presentazione delle liste e quindi in piena campagna elettorale per le Comunali di Lamezia, l'allora candidato a sindaco Paolo Mascaro apprendeva dal Corriere della Calabria – come disse lui stesso in una dichiarazione di replica – che tra le liste che lo appoggiavano c'era un candidato (Pino Cerra) che, stando al racconto del pentito Giuseppe Giampà in “Perseo”, in passato aveva chiesto voti all'omonima cosca lametina. In quelle dichiarazioni lo stesso Mascaro, oggi ex sindaco in seguito allo scioglimento per mafia del Comune, dedicava un passaggio anche a Franco Fazio, 49enne arrestato nell'ambito dell'operazione “Columbus” e condannato dal Tribunale di Palmi, proprio pochi giorni fa, a 17 anni e 10 mesi di reclusione più 150mila euro di multa. Il processo in questione era scaturito dall'inchiesta che aveva fatto luce su un'organizzazione criminale dedita al narcotraffico tra Italia e Usa.
Fazio, 49enne di Pianopoli che al momento dell'arresto era candidato per il Cdu a sostegno di Mascaro, era stato subito scaricato dal suo partito. E anche l'ex sindaco si era affrettato a replicare al Corriere sottolineando che Fazio era stato «immediatamente messo fuori dalla competizione elettorale». La storia che ne segue è nota: Mascaro ha vinto quelle elezioni e, dopo due anni e mezzo, è arrivata per lui la tegola dello scioglimento per infiltrazioni mafiose. La sua presa di distanza da Fazio, però, appare poco credibile se si leggono le carte confluite nel processo per narcotraffico scaturito da “Columbus” e approdato a sentenza nei giorni scorsi. Già a novembre del 2015, infatti, quando la Dda di Reggio Calabria avanzava la richiesta di rinvio a giudizio per gli indagati, lo stesso Mascaro, che in quel momento era sindaco in carica, era l'avvocato difensore di Alfonso Santino Papaleo, un 62enne di Pianopoli che all'epoca era coimputato di Fazio ma che, a differenza dell'ex candidato del Cdu, è stato poi assolto dalle accuse.
Ma Mascaro, da sindaco, ha continuato a difendere Papaleo nonostante sapesse che nella stessa inchiesta era stato arrestato un suo ex candidato. I due fino alla sentenza sono stati dunque coimputati: non il massimo in termini di opportunità politica per chi sostiene di aver fatto della legalità la sua stella polare.

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COSENZA Luigi Galizia, il mostro, è sbattuto in prima pagina. A San Lorenzo del Vallo, in base al racconto dei testimoni in aula, il presunto killer di Ida Attanasio ed Edda Costabile sembra godere di una fama poco raccomandabile. La citazione del film diretto da Marco Bellocchio aiuta a capire in che modo nel piccolo paese del Cosentino si percepisca e si viva il tragico fatto di cronaca nera che si è consumato nella festività di tutti i santi dello scorso anno. Non un testimone qualsiasi, perché questa volta è toccato ad Antonio Toscano, marito di Ida Attanasio, teste citato dall’accusa, che ha tracciato nel corso dell’udienza i suoi sospetti e le sensazioni relative all’uccisione delle due donne. Però è innegabile come tra le parole dell’uomo spicchi una dichiarazione: «Ci siamo sentiti abbandonati da chi avrebbe dovuto proteggerci. Si sono concentrati su quelle dannate armi e ci hanno buttato in bocca ai lupi».

UN POSSIBILE TESTIMONE Antonio Toscano nel ricostruire gli episodi prova a mettere insieme i tasselli sparpagliati sul tavolo per comporre il puzzle. Alcune caselle fanno parte del mai nato rapporto di fiducia con Franco Attanasio (reo confesso dell’omicidio di Damiano Galizia), altri sono dei mesi turbolenti che la moglie e la suocera hanno vissuto prima della mattina fatale al cimitero, poi c’è il terrore per i suoi figli. «Sto indagando da un anno e mezzo – dice Toscano, ex maresciallo della guardia di finanza – per capire chi sia stato ad accompagnare Luigi Galizia a casa la mattina dell’omicidio. Vorrei conoscerlo, per dirgli come lui si trovi in questa vicenda suo malgrado ma che non ha nessuna colpa». Toscano cita i molti compaesani che gli raccontano come Luigi Galizia in quel periodo facesse uso di stupefacenti. «Molti – continua – mi dicono che quella mattina una mia compaesana potrebbe aver visto l’accaduto ma so che però un suo parente avrebbe ricevuto delle percosse proprio dai Galizia quindi è intimorito dal parlare». L’episodio rimane nella nebbia dei «non saprei». Tra le tante parole dette in confidenza all’uomo, però, il difensore di Luigi Galizia solleva come lo stato di alterazione del suo assistito non fosse mai emerso dal racconto degli altri testimoni. «L’intuito mi suggerisce di pensare che il colpevole sia Luigi, suo fratello ha una famiglia e non avrebbe mai ucciso una madre».

LE VOCI DI PAESE Che Luigi Galizia godesse di una cattiva reputazione emerge anche nel corso della testimonianza del figlio di Antonio Toscano. «Io conoscevo l’imputato solo di vista – dice il giovane rispondendo alle domande del pm –. Mi dicevano che faceva uso di sostanze stupefacenti. Non godeva di una buona reputazione». Delle tante persone che padre e figlio dicono di aver ascoltato però si preferisce mantenere l’anonimato, a nulla è servito il tentativo degli avvocati Francesco Boccia, Cesare Badolato e della pubblica accusa di provare ad avere almeno un nome da poter citare come testimone e avere una conferma.

Michele Presta
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«Riina fece fare la pace ai clan di Reggio»

Venerdì, 15 Dicembre 2017 15:33

REGGIO CALABRIA «Gli attentati ai carabinieri erano cosa di ‘ndrangheta. Se un qualsiasi ‘ndranghetista si fosse azzardato a toccare qualcuno delle forze dell’ordine sarebbe stato eliminato, fisicamente eliminato. Ma dalla sua stessa famiglia o qualcuno vicino». Parla da dietro un paravento che lo nasconde il pentito Consolato Villani, ma le sue dichiarazioni sono cristalline. Chiamato a deporre al processo “‘Ndrangheta stragista” sugli attentati ai carabinieri che sono costati la vita ai brigadieri Antonio Fava e Vincenzo Garofalo, per i quali è stato già condannato in via definitiva, fa chiarezza su quegli episodi che per troppo tempo sono stati considerati «l’azione di due balordi». «Quello che emerso nel processo non è del tutto vero. La dinamica sì – dice – il movente no». Chiedendo pietà ai familiari delle due vittime, Villani – interrogato dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo – spiega come quelle azioni siano state preparate e pianificate con attenzione. E ordinate da qualcuno molto più in alto di lui e di Giuseppe Calabrò, che tra il dicembre '93 e il febbraio '94 hanno firmato le azioni di fuoco. Lui stesso – racconta – lo ha scoperto nel tempo. Solo dopo aver scalato la gerarchia della 'ndrangheta è stato messo al corrente del vero obiettivo dei tre attentati. «Ho provato a parlarne più volte con Nino Lo Giudice, ma lui mi stoppava sempre. Io sono sempre stato convinto che lui sapesse tutto. Con il tempo ho saputo che era stata fatta una riunione nella Piana di Gioia Tauro prima di questi fatti. C’erano tutti i rappresentanti della ‘ndrangheta, i Piromalli, i De Stefano, ma anche gente di fuori e capi siciliani. Ma questa non era una cosa strana. La spinta per la pace dopo la seconda guerra di ndrangheta l’ha data Totò Riina che venne a Reggio Calabria per far finire la guerra, ma anche per prendere accordi. Questo perché aveva la necessità di reclutare la ‘ndrangheta per le stragi. Ci fu un accordo fra i clan reggini e Cosa nostra. Il primo favore fu l'omicidio del giudice Scopelliti. I De Stefano, I Tegano e i loro alleati, fra cui i Garonfalo, decidono di fare un favore a Riina. Di queste cose Lo Giudice mi diceva sempre di non parlarne mai perché avrebbero potuto anche uccidermi».

Alessia Candito
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