«Il pianoforte suona meglio se è fuori posto»

Intervista a Paolo Zanarella prima della sua esibizione a Cosenza. «Il pubblico della musica classica è troppo ingessato, mi piacerebbe renderla alla portata di tutti. E presto porterò il mio strumento in volo» Mercoledì, 14 Giugno 2017 15:44 Pubblicato in Cultura e spettacoli
Paolo Zanarella Paolo Zanarella

COSENZA Di lui, si potrebbe dire che è un artista che non ama particolarmente la comodità: Paolo Zanarella è un pianista anzi, è il pianista fuori posto.
Per lui, passare dalla musica classica a quella contemporanea è un gioco. Come lo è volare o galleggiare sull’acqua. Ciò che ovviamente non deve mai mancare è il suo strumento. Quello che tutti temono, il più difficile da suonare e il più complesso da interpretare se non si è professionisti. Questa serie di convinzioni, Zanarella ha deciso di volerle sradicare, facendo ricredere anche i più restii.
Sabato 17 giugno alle 20.30 inaugurerà la rassegna Exit: deviazioni di arte e musica al Castello Svevo di Cosenza, kermesse organizzata dalla Piano B.
Nel frattempo, ci ha concesso alcune “precisazioni” sul suo modo di interpretare la musica e di “spiccare il volo” col suo strumento musicale favorito.

Fascino e timore: è quello che sembra suscitare il pianoforte alla gente comune. È questa la ragione per la quale si è trasformato in un pianista fuori posto?
Sì, anche per questo. In effetti il pianoforte suscita un po’ di paura e ho deciso di provare a sfidare questo sentimento diventando il pianista fuori posto. Mi piace pensare di aver offerto un’alternativa al modo canonico di ascoltare un concerto di pianoforte.

Se oggi si definisce così, prima cos’era? Si può dire che sentiva mancasse qualcosa alle sue performance?
Questa scelta nasce dalla consapevolezza che una certa “cultura del teatro” stia scomparendo. Ai miei concerti ritrovavo nient’altro che gruppi di appassionati o di addetti ai lavori, ma la cosa che conta veramente sono le persone comuni. La musica è destinata a tutti, non soltanto a determinate cerchie di intellettuali. Da qui è nata proprio l’idea di suonare fuori posto, in modo che tutti possano “toccare con mano” un pianoforte. Questo strumento, per me, non deve rimanere nell’altare dei teatri, ma deve entrare nelle strade percorse da tutti e nelle piazze che frequentiamo, solo così la musica entra nelle vite di tutti.

Riguardo il suo progressivo abbandono dei teatri: c’è qualcosa in particolare che il pubblico occasionale riesce a trasmetterle rispetto a un pubblico più “ingessato”?
In effetti il pubblico della musica classica è un po’ ingessato. Anzi, se mi passa il termine, possiamo dire che si tratta proprio di un pubblico che ha un po’ di puzza sotto il naso… [sorride, ndr] perché magari sceglie l’interprete dell’esecuzione in base alla fama o al tipo di opera eseguita. Io vorrei sverginare la musica, la vorrei rendere viva e alla portata di tutti. Desidero che la mia sia una musica più calda, essenzialmente una musica “più vera”.

In questo contesto come si inserisce l’esecuzione dei classici?
Ho molto rispetto per la musica classica ma preferisco non cimentarmi in esecuzioni che potrei in qualche modo stravolgere. Preferisco eseguire dei temi che prendono spunto dalla musica classica. Per essere più chiari: non penso che chi si occupi di letteratura vada a riscrivere la Divina Commedia, semmai la legge e poi prova a formulare un suo pensiero tenendo conto di quello che aveva scritto Dante Alighieri. La musica classica è sacra, non mi permetto di toccarla, però rimane una grande fonte di ispirazione.

Negli ultimi anni ha pubblicato ben tre CD: come reagisce il pubblico del mercato mondiale? Le pesa l’etichetta del “pop” o si trova a suo agio?
Assolutamente no, con l’etichetta “pop” mi trovo molto a mio agio. So che la musica popolare non è male, vuol dire che siamo riusciti ad entrare nel sentimento comune, delle persone. Non bisogna vedere a questa etichetta con un’accezione negativa. Non tutti hanno una propensione all’ascolto della musica classica. Il compito di un pianista è anche quello di educare gli ascoltatori. L’educazione all’ascolto è però una cosa che si fa per gradi e richiede molto tempo. Si può passare dalla musica di ascolto, per poi arrivare a cose più impegnative. Lo assicuro, si tratta di un processo quasi terapeutico. Penso che le persone che ascoltano i miei concerti riescano, proprio nell’arco di tempo del concerto, a capire come siano davanti ad un genere abbastanza popolare ma che allo stesso tempo riesce ad avere dei connotati classici.

Lei era parte del mondo della tecnologia, lavorava per alcune importanti aziende, poi è diventato “il pianista fuori-posto”; cos’altro dobbiamo aspettarci dalla storia della sua vita? Magari un nuovo capitolo?
Credo di sì. Al momento posso dire che in futuro sarò, credo, il pianista che vola. Dico questo perché da due anni a questa parte ho iniziato l’esperienza del volo, essenzialmente per due ragioni: la prima perché voglio portare all’estremo il pianoforte, far capire a tutti che si tratta di uno strumento che non deve rimanere rinchiuso in una sala concerti ma, appunto, deve volare. La seconda perché davvero la musica ti può far sognare, o volare. Noi abbiamo tante idee tanti sogni e spesso ci manca il coraggio di farle volare, e la mia idea di interpretare la musica in questo senso spero dia a tutti la forza per provare a realizzare i propri sogni.

Carmen Baffi
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