Dora che odia tutto e ama i funerali

L’ultima produzione del Teatro Primo di Villa San Giovanni racconta la storia di una donna che si lascia andare. E si muove tra palcoscenico e platea. Tra interpretazione e vita vera. Distruggendo tutto ciò che tocca Venerdì, 14 Luglio 2017 08:12 Pubblicato in Cultura e spettacoli
Silvana Luppino (la foto è di Pietro Morello) Silvana Luppino (la foto è di Pietro Morello)

VILLA SAN GIOVANNI «Questo testo è un gioco. Un gioco serio, però. Come la vita vera». La scheda descrittiva di "Dora in Avanti" inizia così. Lo spettacolo di Domenico Loddo - interpretato da Silvana Luppino e con la regia di Christian Maria Parisi - è l'ultima produzione del Teatro Primo di Villa San Giovanni che, dopo il successo della passata stagione, ha replicato in un doppio appuntamento estivo il 12 e il 13 luglio. In questo monologo di un'ora, Silvana Luppino presta il volto a Dora Kieslowsky, una giovane donna che vive male la sua vita. Abbandonata dal padre a soli 5 anni, sopravvive trascinandosi dietro l'eco del distacco. Questo dolore, la porterà a distruggere molto di ciò che le vive attorno: amore, relazioni, se stessa. Ha un analista, uno spiritual trainer, che le ripete che «l'unica via d'uscita è dentro di te». Sebbene riesca a trovarsi, preferisce lasciarsi andare («Mi sono ritrovata, ma al fine ho preferito non riconoscermi»). Vive perduta nell'odio, verso il mondo, il sesso e troppe delle cose che la circondano. Ma ama le farfalle, i palindromi e andare ai funerali, perché dichiara di consolarsi nel dolore altrui.                                                                                Lo spazio in cui si muove Dora è occupato da una grande altalena che pende al centro della scena. Alla sua destra, c'è un grande baule di fronte al quale si trovano alcuni rametti di legno. Sulla sinistra sono allineate, in prospettiva crescente, due strutture di legno sulle quali sono conficcate delle farfalle di vario colore. Davanti a esse, un faro. Le luci del palco sono cupe quando l'attrice entra in scena. Pochi secondi per la prima battuta che ci porta in media res: è una bambina e il padre, che la dondolava su quell'altalena, non si vedrà mai più (tornerà, come ricordo o immaginazione della protagonista, sotto forma di ombra costruita proiettando le sagome sovrapposte delle due strutture in legno). Partendo dal metateatro - l'attrice svela se stessa e l'autore -, sono comici i toni che ci accompagnano dentro la storia: il rapporto con l'analista e la sua vita tormentata «sono un'attrice disoccupata cronica che, per fortuna, ha una vita di merda». «È un gioco serio», perché c'è tutto il dramma di una giovane vita che ricorda quel giorno del 1979 come «l'ultimo in cui sono stata felice». Da quell'evento, Dora distrugge tutto ciò che tocca: la sua famiglia, il suo matrimonio. Mette a rischio la vita del figlio, colpevole di essere il frutto di un rapporto clandestino. Come in un film di Krzysztof Kieślowski - non a caso, citato spesso nel racconto - che nei suoi lavori tendeva a drammatizzare gli eventi più che a mostrare la semplice realtà delle cose, questo spettacolo non edulcora la crudezza della vita. Diventiamo protagonisti assieme alla protagonista del film della sua esistenza. Nelle scene e nei disegni creati da Valentina Sofi, Dora rivede il tentato infanticidio del figlio compiuto dal marito tradito. Campi lunghi, dettagli di volti per chiudere su «Musica a levare. Dissolvenza. Titoli di coda», pronuncia àtona, come se fosse una semplice analisi tecnica. 
La storia è costruita su due livelli narrativi che marcano altrettanti spazi della rappresentazione: il palcoscenico e la platea. L'uso delle luci (curate da  Guillermo Laurin) è indispensabile per comprendere al meglio il lavoro di regia che c'è dietro. La sfera intima, quella personale ed emotiva sono vissute sulla scena; sul baule in cui è custodito un cappotto che l'attrice indossa e da cui tirerà fuori l'unica foto che possiede del padre. Qui vive la Dora fragile e umana. In platea, in rapporto col pubblico, conosciamo la Dora sarcastica e dalla vena comica, che vive di rabbia col resto del mondo. La commedia, che si mette al servizio del dramma, ne amplifica i connotati e lo restituisce nel suo spietato aspetto. La storia scorre veloce poggiandosi su un testo che è fresco e  incisivo allo stesso tempo. Non ha bisogno di macchinazioni ingegnose per essere raccontata. Basta lei su quelle tavole, col suo corpo magro e rigido fasciato in abiti neri a introdurre quanta durezza ci sia in quelle parole; parole masticate in ampi bocconi, fagocitate quanto la storia che scorre velocemente nella voce di Silvana Luppino, brava nel passare da un registro all'altro, da un luogo a un altro, da una Dora all'altra.       Sulle note di Michel Polnareff, Dora siede sulla sua altalena. Canta "Una bambolina che fa no, no" e, dolcemente, si dondola pronta a raccontare di nuovo la sua storia, un'altra volta. 

Miriam Guinea
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