Il clamore del silenzio. Da Africo a Milano

di Vito Teti* Sabato, 21 Ottobre 2017 17:48 Pubblicato in Cultura e spettacoli

Nel periodo in cui il mondo rischia di diventare un insieme di macerie (come avverte Marc Augè) che non produrranno più memorie, le rovine – quelle maestose e quelle minute, ma non meno importanti, quelle del passato lontano e di un passato recente – continuano a esigere attenzione, a interrogarci, ad ammonirci. Anche ad alimentare la nostra creatività: a farci immaginare legami arditi e fantasie vertiginose di una nuova possibile vita.
A restituire un nuovo sentimento ai luoghi dell’abbandono e conferire un nuovo senso alle rovine adesso giunge, con grande potenza artistica e con efficacia evocativa la tela “80 mq di silenzio” di Domenico Fazzari, pittore originario di Mammola, trapiantato a Milano, dopo gli studi compiuti a Brera e molto stimato nel mondo artistico e culturale milanese. L’opera pittorica racconta anche la possibilità d’incontri, dialoghi, scambi tra luoghi lontani nel tempo e nello spazio, paradossalmente proprio a partire dalle rovine che hanno segnato anche il nostro recente passato.
Il luogo che accoglie e abbraccia un altro luogo è l’ex chiesa di San Sisto a Milano, fondata in età longobarda, ristrutturata per volontà di Federico Borromeo e soppressa in seguito alle riforme di Giuseppe II negli anni della dominazione asburgica. A seguito dei bombardamenti del 1943 la parete di fondo dell’abside è completamente distrutta: si salvano soltanto alcune tele, tra cui una tavola seicentesca di Carlo Preda. Nel 1969 lo scultore siciliano Francesco Messina realizza un restauro della chiesa e al secondo piano dell’edificio apre un suo studio, dove realizza molte opere (bozzetti, bronzi, gessi e cere) che lascia al Comune di Milano. Dopo la morte di Messina, nel 1995, la chiesa diventa un importante spazio museale.
Maria Fratelli, direttrice del Museo propone a Fazzari un intervento coerente con l’ex chiesa di S. Sisto. Fazzari è noto per le sue opere ispirate ai luoghi di origine: quella Calabria interna dove l’abbandono e le rovine fanno parte del paesaggio e dove la natura sembra aver ripreso (come scriveva Simmel) il sopravvento sull’arte, sui monumenti, le costruzioni anche minute degli uomini. All’artista, che si alimenta della geoantropologia e della memoria della sua terra di origine (come segnala Geminello Preterossi) viene subito in mente un’altra chiesa, quella di S. Salvatore ad Africo, visitata anni prima e di cui custodiva una foto. Il bozzetto in scala 1:10 misura 100x80 cm e così Fazzari realizza un’opera di 80 mq., trovando spazio e supporti adeguati per nei laboratori di scenografia del Teatro della Scala.
La tela è un pezzo unico, in cotone preparata con un’imprimitura di acqua e colla vinilica, con una successiva stesura a spruzzo di un bianco base per creare una superficie screpolata dove rendere meglio l'effetto dei vecchi muri. Fazzari usa delle terre colorate e come legante acqua e colla vinilica, diluite in percentuale: vere e proprie acque colorate.
Fazzari completa la tela nel Museo con tecniche personali e servendosi di un trabattello alto dieci metri, proprio come se si trovasse a dipingere una chiesa reale senza statue o addobbi e con muri scrostati.

Africo, conosciuto, ancora prima dell’abbandono, come «il paese dimenticato da Dio», «il più isolato paese dell’Aspromonte», il paese della «perduta gente» raccontato da Zanotti Bianco, che mandava ai governati di Roma il pane di ghiande con cui si nutrivano i suoi abitanti, è investito – come tanti altri paesi dell’Aspromonte, della fascia ionica, delle Serre – dalle piogge che cadono terribili e ininterrotte per giorni e giorni, sicuramente da domenica 14 a giovedì 18 ottobre del 1951. Franano intere montagne, crollano pietre sull’abitato, muoiono le bestie, cadono le case. Muoiono tre persone e sei nella vicina frazione Casalnuovo, ma la maggior parte delle persone si salva, radunandosi e rifugiandosi nella chiesa. Comincia un lungo periodo di esodi, dispersioni, esilio, contrasti su dove e come ricostruire. Dopo anni di fughe, Africo nuovo nasce lungo la marina ionica e una popolazione di pastori e agricoltori perde il luogo, i saperi, le antiche forme di economie. Lo stesso accade in paesi come Roghudi, Gallicianò, Natile, Badolato, Nardodipace e tanti altri che conosceranno un progressivo abbandono. Gente laboriosa vissuta sempre con la propria fatica diventa vittima dei frutti impuri di una tradizione spenta e di una modernità che arriva anche con il volto violento della politica, delle clientele, della criminalità.

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Le rovine della vecchia Africo, tuttavia, rimordevano e attiravano una popolazione che nei decenni cercava di costruire una nuova comunità anche facendo riferimento ai resti, alle memorie, alle tracce dell’antico paese. Ogni anno, il giorno 5 maggio, per la festa di San Leo, gli ultimi abitanti della vecchia Africo, i loro figli e nipoti tornano tra i ruderi e i resti dell’antico abitato, dove, nella chiesa di San Leo, rimasta integra e restaurata, è celebrata una messa, prima che la gente si tuffi tra le rovine dell’antico abitato, tra i ruderi, nella chiesa, che ho visto nel 1999 popolata da mucche, e che per un giorno con un banchetto e un ritorno rammemorante (nel corso del quale vengono ricordati i defunti) restituiscono vitalità a quel luogo.
Queste forme di pellegrinaggio nei luoghi dell’abbandono, diffusi in molti paesi della Calabria (Pentedattilo, Cerenzia, Nicastrello, Fantino) dove ancora la chiesa o i suoi resti resistono, sono un percorso identitario affascinante, rivelano una faticosa ricerca di sacralità e di memoria da cui ripartire. La rovina è il segno tangibile, materiale, inequivocabile e più evidente dell’abbandono. La testimonianza di qualcosa che c’è stato e non c’è più. C’è un senso locale delle rovine – certo non separabile dal senso occidentale delle rovine – che spinge a una riflessione sulla possibile fine e sul bisogno di memoria, ma anche a stabilire comparazioni tra rovine di luoghi e di tempi diversi. Sembra che qui si cerchino la forza, la sacralità, le ragioni per portare avanti un processo di ricostruzione ancora incompiuto e precario.

 

Negli ultimi decenni i templi, le chiese, i luoghi sacri dei paesi abbandonati a seguito di catastrofi, terremoti, alluvioni, frane, calamità, devastazioni, bombardamenti in varie parti del mondo continuino ad essere “centro del mondo”, punto di riferimento e di ritorno, luogo della memoria e sentimento di un passato che non passa. Corrado Alvaro ha raccontato il disfacimento e lo sgretolamento delle chiese nei paesi in abbandono nella società tradizionale. Bruce Springsteen, all’indomani dell’11 settembre, ha cantato la sua “città di rovine” con la chiesa triste e spalancata. I pellegrini arcaici e postmoderni, abitanti dei non più luoghi e dei non ancora luoghi, ritornano nelle chiese degli antenati alle popolazioni terremotate che osservano, con un misto di sgomento e di speranza. Le facciate, i campanili, le statue dei santi (penso alle immagini potenti e simboliche di Laino Castello e di Cavallerizzo, a quelle più recenti dell’Aquila, Norcia e Amatrice) ricordano la centralità della chiesa in situazioni di possibile fine del mondo. Sono innumerevoli le testimonianze e le narrazioni di come l’imprescindibile villaggio nella memoria, di cui parlava De Martino, abbia come luogo concreto e simbolico quel campanile, di cui egli scrive una nota indimenticabile con riferimento a Marcellinara (ma forse a Tiriolo) in Calabria. Non è possibile raccontare il crollo di uno sconosciuto piccolo e periferico villaggio senza che vengano in mente i crolli delle Torri Gemelle o dei templi e delle chiese dell’Iraq e della Siria.
Le rovine diventano memento e ammonimento, specie quando vengono “parlate” con il cuore e con la mente.

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I muri «vogliono parlati», come suggerisce e ammonisce un modo di dire nei paesi in abbandono della Calabria. Le pareti, interne e i muri esterni, delle case vuote e disabitate si rovinano e crollano rapidamente e prima delle case abitate perché non ci sono più persone per mantenerle vive con le loro parole e la loro presenza. Il silenzio e la solitudine fanno crescere erbe e rovi, spine e piante selvatiche, davanti alle case vuote.
Domenico Fazzari si è fatto parlare dai muri, ha ascoltato le loro storie, ha instaurato un dialogo. Grazie a un’opera come quelle di Fazzari la rovina acquista un nuovo senso e tende di nuovo verso l’alto, indicando una possibile via di rinascita in contesti dove, purtroppo, anche le nuove opere dell’uomo nascono come macerie. Lo spazio architettonico rappresentato nell’opera, di forte impatto emotivo, evoca le fratture profonde che spesso segnano l’esistenza umana: la presenza di una mucca spaesata tra le rovine dell’abside allude ai giorni in cui la chiesa di Africo è stata riparo per gli abitanti e gli animali del paese distrutto, così come San Sisto è stata rifugio per i senzatetto.
Salvatore Piermarini ha scritto che la grande tela di Fazzari è un’opera spiazzante, di forza prepotente e silenziosa, un tromp-l’oeil concettuale da non confondere con una scenografia o con un pannello da palcoscenico teatrale. Un’opera vitale, un dipinto essenziale, al di là della tecnica utilizzata e dalla difficile locazione. Un lavoro gigante – scrive Piermarini - un’opera spericolata e avvincente, dal concepimento, alla trasposizione in scala, alla realizzazione definitiva. L’arte risponde in questo caso a quella funzione pedagogica, etica, estetica, antropologica che una lunga e controversa tradizione culturale e filosofica ha voluto assegnare alle rovine. Vedere che la vicenda dolente di Africo rivive in un monumento religioso di una capitale culturale d’Italia mi sembra qualcosa di bello e certamente un dato da non sottovalutare in un periodo in cui le memorie tendono a essere cancellate, come i luoghi, e le distanze e le separazioni vengono amplificate ed esasperate, mentre tutto, a sapere parlare e ad ascoltare, parla della necessità di incontri e accoglienze. Ricordo lo stupore e lo spaesamento che mi colsero quando vidi quella chiesa vuota, con le mucche che si aggiravano smarrite, e le persone tornate che andavano a pregare o a piangere nel luogo perduto. Ricordo il pianto di una donna che non riusciva a trovare il luogo in cui sorgeva la sua casa e poi individuò il resto di un muro che a lei diceva tante cose. Ricordo l’uomo che piangeva nel vecchio cimitero davanti a una tomba senza più i resti dei defunti e la moglie che non staccava lo sguardo dai muri della casa perduta.
A guardare l’immagine dell’abside e dell’altare della chiesa di Africo rivivere e splendere, tornare imponente e vitale, nella ex la chiesa di San Sisto avverto una grande emozione, uno stordimento e un incantesimo indefinibili. Africo (metafora dei tanti paesi abbandonati della Calabria) sembra riprendere vita nella natura, con quelle mucche, buoi e vitellini che la vivono come una nuova casa, un ricovero, un ostello, un riparo dalle intemperie. Un’immagine sacra appunto, riconsacrata e riconciliata.

Pieno. Vuoto. Silenzio. Suono. Voci. Clamore. Il silenzio, citato nel titolo dell’esposizione, rappresenta la condizione dello spettatore di fronte alle rovine e ai luoghi abbandonati, siano essi la conseguenza di un’azione della natura o della violenza umana. Forse proprio là dove appare tutto accaduto e si ritiene che «non c’è niente», può succedere qualcosa di nuovo, può affermarsi una nuova vitalità, un futuro che comincia nel clamore del vuoto e del silenzio. Si può, forse, costruire riusando gli antichi materiali e accogliendo quelli che ci arrivano dal mondo. Mescolando. Il silenzio diventa dialogo, clamore, parole segrete e misteriose, voci e figure che s’incontrano e si mescolano, vuoti che si riempiono e accolgono a condizione che qualcuno riesca a sentire le rovine, sa ascoltarle e riesce a conferire loro un nuovo senso e una nuova voce. Un clamore del silenzio che dobbiamo ascoltare, decifrare, colorare, illuminare nel periodo in cui centinaia di paesi si spopolano e in un’Italia e in cui le grandi città e i piccoli centri faticano a trovare un nuovo senso dell’abitare e dell’appaesamento.

*Antropologo e scrittore