Corriere della Calabria - Articoli filtrati per data: Mercoledì, 04 Ottobre 2017

CATANZARO La Zona economica speciale da istituire nell’area centrale della Calabria sta diventando quasi un tormentone. I sindaci di Catanzaro, Crotone e Lamezia Terme, rispettivamente Sergio Abramo, Ugo Pugliese e Paolo Mascaro si sono incontrati nel pomeriggio di mercoledì nel capoluogo di regione per tracciare le linee guida del progetto sul quale però c’è stato già un pronunciamento non particolarmente positivo da parte del governo nazionale e regionale. Il sottosegretario Tonino Gentile e il ministro Claudio De Vincenti hanno più volte ribadito che non ci sarebbero le condizioni per realizzare una seconda Zes in Calabria, mentre il governatore Oliverio ha parlato di mancanza dei requisiti prescritti nel Decreto Sud per l’area centrale. Ma nell’area centrale non ci si rassegna.
Alla prima fase di discussione tra i sindaci, ne è seguita una seconda che ha coinvolto anche le parti sociali, dai sindacati sino a Confindustria.
«La Calabria deve avere una seconda Zes - ha detto Sergio Abramo - e credo che sia giusto puntare sull’area centrale che coinvolge i Comuni un po’ più deboli, ha un grande aeroporto e ha due porti importanti. Quanto alle posizioni del governo regionale e di quello nazionale, credo che ci sia stato un “no” dal punto di vista politico. Se fossi stato al posto di Oliverio avrei lavorato per dire “proviamoci a convincere il Ministero”. Ecco, al presidente della Regione chiedo di rivedere la sua posizione e quindi valutare l’opportunità di ottenere la seconda Zes».
Ma la Zes, secondo Abramo, è solo un mezzo e non il fine ultimo dell’azione di governo: «C’è bisogno di capire se e quale sia il progetto per fare occupazione in Calabria, ecco perché oggi ho chiesto ai colleghi di Lamezia Terme e Crotone di incontrarci. Se oggi dovessi chiedere alla Regione se ci sia un progetto, mi risponderebbe di no: non si può procedere a macchia di leopardo pubblicando bandi che non possono risolvere la situazione».
Per Mascaro, la seconda Zes «si può realizzare con l’unione tra i Comuni che abbiamo già ipotizzato e magari allargando ulteriormente i confini di questa unione. L’area è già naturalmente predisposta ad essere attrattiva. Se l’esclusione paventata dal Governo deriva da un’interpretazione rigida delle norme, credo che si debba andare con i piedi di piombo e attendere il decreto attuativo per capire meglio i confini della normativa. Se vogliamo difendere la Calabria non possiamo essere troppo ossequiosi nei confronti di un parere, comunque autorevole, di un ministro. Ci deve credere la Regione nella seconda Zes».
Ugo Pugliese nel sottolineare i vantaggi della Zes ha spiegato: «La riduzione degli obblighi che incombono sugli imprenditori della Zes può essere uno stimolo alle prospettive di sviluppo dell’area centrale. Dal punto di vista tecnico, poi, credo che ci siano i presupposti per far cambiare idea al ministro e mi auguro che il governatore voglia provarci».
Il coro a sostegno della Zes è unanime e compatto anche dal fronte delle parti sociali. Dario Lamanna, dg di Confindustria Catanzaro, non usa mezzi termini: «Non riusciamo a comprendere il perché di questa risposta negativa tanto netta quanto non argomentata da parte di Oliverio circa la possibilità di una seconda Zes in Calabria. La Zes da sola non può bastare al rilancio dell’area centrale, non è una bacchetta magica, ma la creazione di condizioni ottimali per gli investimenti è un dovere per la Regione. Confindustria quindi sostiene l’iniziativa dei sindaci a sostegno della Zes e della discussione sulle politiche per il lavoro».
Quanto ai sindacati, interpellati dai sindaci per discutere di un più ampio piano di sviluppo del mercato del lavoro in Calabria, Cgil, Cisl e Uil hanno espresso posizioni simili sulla Zes, pur con qualche distinguo nella polemica con Oliverio.
Per Raffaele Mammoliti, segretario Cgil di Catanzaro, ha spiegato: «Non vogliamo assumere posizioni pregiudiziali nel far crociate contro il governo regionale, ma nemmeno evitare di aprire l’interlocuzione con Oliverio su questo tema. Credo si debba entrare nel merito della vicenda: attendiamo il decreto attuativo e se le condizioni del territorio consentono di avanzare la candidatura in maniera forte, dopodiché si potrà aprire la discussione perché crediamo che ci siano le condizioni per una seconda Zes in Calabria».
Per Pino De Tursi, segretario Cisl Catanzaro, lo sviluppo dell’area centrale «non può passare solo dalla Zes. È certamente uno strumento importante che però va visto in ottica più complessiva: penso che lo sviluppo vada inquadrato in un più ampio progetto di collaborazione istituzionale finalizzato a mettere in campo capacità e competenze concrete. Dobbiamo superare il concetto di campanile e pensare a collaborare ad un progetto univoco e ben definito».
«Sulla Zes, per quanto ci riguarda - ha detto Santo Biondo, segretario generale Uil Calabria -, sono legittime le posizioni assunte dai sindaci e quindi c’è l’obbligo da parte del governatore di ascoltare la proposta. Siamo quindi fortemente d’accordo con le richieste degli amministratori delle aree calabresi che ne hanno fatto richiesta. Abbiamo qualche riserva sullo strumento in sé che crediamo si possa e si debba migliorare. Purtroppo il giudizio sul confronto con il governo regionale non è certamente positivo: ci sono competenze che la Regione deve sviluppare, soprattutto in tema di politiche del lavoro, aprendo magari alla discussione con il mondo sindacale».

Alessandro Tarantino
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  • Occhiello I sindaci di Catanzaro, Crotone e Lamezia non si rassegnano al no di governo regionale e nazionale. Con loro, Confindustria e sindacati

CATANZARO Nuovi guai per il calciatore Francesco Modesto, attuale allenatore del settore giovanile del Rende, dopo una carriera da centrocampista tra serie A e serie B. Arrestato con l’accusa di aver partecipato alle attività usurarie del clan Lanzino e poi scarcerato per decisione del Tribunale delle Libertà, il calciatore è stato destinatario di un nuovo avviso di garanzia, firmato dal procuratore capo Nicola Gratteri, dall’aggiunto Giovanni Bombardieri e dal pmCamillo Falvo.
Contro Modesto, ci sono nuove dichiarazioni del pentito Roberto Calabrese Violetta, supportate dai riscontri cercati e trovati dagli investigatori, che hanno sostanzialmente confermato – e blindato -  il quadro emerso a carico del calciatore al momento dell’arresto. Secondo quanto emerso grazie ai nuovi approfondimenti investigativi, Modesto avrebbe preteso che uno degli imprenditori strozzati dal cognato Luisiano Castiglia e dal pentito Violetta, gli ristrutturasse casa a titolo di parziale estinzione del prestito contratto. Un’accusa aggravata dall’aver favorito il clan Lanzino- Ruà e con l’impiego del metodo mafioso – si legge nel provvedimento - «che ha determinato soggezione e omertà nella persona offesa, indotta a ritenere che i capitali ricevuti in esecuzione del mutuo usurario provenissero dalla ’ndrangheta del cosentino».
Ma un nuovo avviso di garanzia è stato recapitato anche ad Ermanna Costanzo e Domenico Fusinato, accusati di aver preteso lavori edili in cambio della restituzione di un prestito usurario, e Gianfranco Bevilacqua, che al titolare della ditta sotto strozzo avrebbe imposto la sua assunzione come guardiano notturno, assicurandogli che così si sarebbe messo al riparo da richieste estorsive. Anche per loro il Riesame aveva disposto l’annullamento della misura cautelare. 

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  • Occhiello Arrestato e poi scarcerato per decisione del Riesame, il calciatore è accusato di aver preteso la ristrutturazione di casa a titolo di restituzione di un prestito usurario concesso dal cognato ad un imprenditore edile. Nuove contestazioni anche per alti tre indagati

CATANZARO La prossima seduta della Commissione speciale contro la ‘ndrangheta in Calabria si terrà nei locali di Progetto Sud, la cooperativa nata e presieduta da Don Giacomo Panizza che negli ultimi mesi è stata più volte oggetto di intimidazioni e danneggiamenti di matrice mafiosa. Ad annunciarlo con una nota stampa è l’on. Arturo Bova, presidente della Commissione, che annuncia: «Alla luce degli episodi che attestano l’intensificarsi delle pressioni criminali nei confronti di alcune fra le più virtuose nonché simboliche realtà associative-antiracket della nostra regione - in accordo con tutti i componenti della Commissione che mi onoro di presiedere - ho deciso di avviare un’indagine conoscitiva al fine di approfondire le problematiche connesse al fenomeno criminale, lanciando al contempo un segnale di sostegno, concreto e tangibile, da parte delle Istituzioni calabresi direttamente sul territorio». 
L’incontro, che si terrà il prossimo 12 ottobre alle ore 10.30, costituisce «un momento significativo per valutare, unitamente ai referenti locali e ai rappresentanti istituzionali, possibili interventi normativi a supporto delle realtà che hanno subito attacchi intimidatori». Nel corso della seduta saranno ascoltati don Giacomo Panizza, Angela Robbe (presidente regionale Lega Coop), Don Ennio Stamile (referente associazione Libera, regione Calabria) e Maria Teresa Morano (presidente associazione Antiracket regionale).  L’attenzione della Commissione al territorio non si esaurirà con la convocazione della seduta presso Progetto Sud: «La riunione operativa - ha concluso Arturo Bova -  è solo la prima di una serie che ci vedrà impegnati fuori dai palazzi istituzionali, accanto alle associazioni Il prossimo appuntamento sarà nei locali di GOEL - gruppo cooperativo di Gioiosa Jonica»

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  • Occhiello Al centro dei lavori dell'organismo presieduto da Arturo Bova i possibili interventi normativi a sostegno delle realtà vittime di intimidazioni. Saranno ascoltati don Giacomo Panizza, Angela Robbe, don Ennio Stamile e Maria Teresa Morano
Mercoledì, 04 Ottobre 2017 18:45

Gentile vicecoordinatore nazionale di Ap

ROMA D’intesa con il presidente del partito Angelino Alfano, il coordinatore nazionale di Alternativa Popolare, Maurizio Lupi, ha nominato oggi vicecoordinatore nazionale il senatore Antonio Gentile.
I senatori di Alternativa Popolare-Centristi per l'Europa, Piero Aiello, Francesco Colucci, Marcello Gualdani e Guido Viceconte dichiarano: «Esprimiamo compiacimento e soddisfazione per la nomina del senatore Antonio Gentile a vicecoordinatore nazionale. Questa importante nomina rappresenta un premio ed un riconoscimento al suo lavoro e all'impegno che il Sottosegretario ha sempre profuso nei vari e prestigiosi incarichi che ha ricoperto. Oltre ad augurargli buon lavoro, siamo certi che saprà anche in questo ruolo dimostrare le sue capacità e quelle qualità che hanno finora contraddistinto la sua carriera politica».
«Ringrazio il presidente Alfano, il Coordinatore nazionale Maurizio Lupi e i miei colleghi di partito per la fiducia accordatami», ha commentato il senatore, «il mio impegno sarà quello di lavorare affinché Alternativa Popolare possa sempre più affermarsi come una forza politica autonoma, moderata e popolare».

 

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  • Occhiello Il sottosegretario calabrese scelto da Alfano e Lupi per guidare il partito. I “colleghi” al Senato: «Giusto riconoscimento per il suo lavoro»
Mercoledì, 04 Ottobre 2017 18:40

“Aemilia”, spunta un nuovo pentito

REGGIO EMILIA C'è un nuovo pentito nel processo di 'ndrangheta Aemilia in corso a Reggio Emilia. È Salvatore Muto, 50enne residente in provincia di Cremona, recentemente condannato a 18 anni dal tribunale di Brescia. Negli atti delle inchieste è descritto come uomo al servizio di Francesco Lamanna, personaggio vicino a Nicolino Grande Aracri e ritenuto uno dei punti di riferimento della cosca reggiana. Da ieri, per la prima volta, Muto non era nella gabbia degli imputati. Avrebbe infatti deciso di collaborare con la giustizia e per questo è stato trasferito in una località segreta, dove metterà a verbale il suo racconto. Proprio in questi giorni, nell'aula di Reggio Emilia, sta testimoniando Antonio Valerio, altro imputato pentito. Una scelta fatta in precedenza anche da Giuseppe “Pino” Giglio, imprenditore considerato al servizio dei boss che si è visto dimezzare la pena in appello in virtù della speciale attenuante riservata ai collaboratori.

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  • Occhiello Uno degli imputati del processo sulle 'ndrine in Emilia Romagna, Salvatore Muto, ha deciso di collaborare con la giustizia ed è stato trasferito in una località segreta. Era ritenuto uno dei punti di riferimento della cosca reggiana riconducibile ai Grande Aracri

LAMEZIA TERME Nonostante lo scorso 25 agosto avesse sospeso il provvedimento del Tar che dava ragione al commissario ad acta per il Piano di rientro sanitario, il Consiglio di Stato alla fine ha dato torto alla Regione in merito al Protocollo d'intesa con l'Inps per l'affidamento delle funzioni relative all'accertamento dei requisiti sanitari in materia d'invalidità civile. La sentenza dell'organo di secondo grado della giustizia amministrativa, pubblicata mercoledì, respinge quindi definitivamente il ricorso avanzato dagli avvocati della Cittadella contro il Protocollo che la struttura commissariale guidata da Massimo Scura aveva adottato in via sperimentale e per la durata di un anno.
In sostanza la Regione, rappresentata dall'avvocato Giuseppe Naimo, aveva chiesto l'annullamento della sentenza con cui il Tar aveva dato ragione a Scura in merito al decreto 86/17, sostenendo che il provvedimento commissariale arrecasse un danno «istituzionale ed economico» alla Regione Calabria. D'altro canto invece i legali dell'Inps (Nicola Valente, Maria Teresa Pugliano, Angela Maria Laganà ed Ettore Triolo) e dell'Avvocatura dello Stato avevano invece sostenuto la correttezza del pronunciamento del Tar e dello stesso decreto impugnato.
Per i giudici del Consiglio di Stato (presidente Franco Frattini, relatore Umberto Realfonzo) il ricorso della Regione è inammissibile e infondato, tra le altre cose, alla luce del «difetto di interesse legittimo» e del fatto che il decreto di Scura non solo non comporta distrazione di somme dal Fondo sanitario regionale ma, al contrario, è mirato «al progressivo sgravio di tutte le commissioni in questione» e quindi ne deriva «un consistente risparmio economico al Servizio sanitario regionale».
Come già rilevato dal Tar, dunque, anche per il Consiglio di Stato il decreto 86/17 del commissario ad acta «assicura comunque il conseguimento degli obiettivi finanziari fissato al punto 3.6.4. del Piano di rientro, che prevedeva espressamente gli obiettivi di risparmio dei costi del personale». I giudici amministrativi di secondo grado non hanno quindi dubbi sul fatto che dal decreto scaturisca un risparmio per la Regione, perché «la gran parte delle attività, attualmente svolte dalle Asl, saranno via via assunte a carico dell'Inps».

s. pel.

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  • Occhiello Sentenza definitiva dei giudici amministrativi di secondo grado, che confermano la validità del decreto di Scura: il Protocollo per l'accertamento dei requisiti in materia d'invalidità civile consentirà «un consistente risparmio economico al Servizio sanitario regionale»

REGGIO CALABRIA «Dopo tre anni e quattro mesi, la verità è venuta fuori». Sembra soddisfatto l’ex ministro Claudio Scajola mentre esce dall’aula 12 del Cedir, dove per oltre quattro ore ha risposto – spesso stizzito – alle domande del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo.

«VOLEVO SOLO AIUTARE» Arrestato con l’accusa di aver aiutato l’ex parlamentare di Forza Italia a sottrarsi a una condanna definitiva per mafia e ad occultare il suo immenso patrimonio, reati entrambi aggravati dall’aver favorito la ‘ndrangheta, Scajola si è si è sempre dichiarato estraneo ad ogni accusa e lo ribadisce anche oggi in aula. «Tutto quello che ho fatto – dice, rispondendo all’ultima domanda del procuratore aggiunto – è stato per aiutare Chiara Rizzo, non Matacena». Motivo? «Una pena, un voler essere di supporto che nel tempo si è trasformato in un sentimento di trasporto nei confronti di Chiara» dice l’ex ministro, nel tentativo di spiegare come mai per Rizzo abbia scomodato uomini del mondo bancario e imprenditoriale, abbia finito per farle da autista e si sia persino impantanato in una serie di colloqui nazionali e internazionali pur di «raccogliere informazioni» - sostiene – sulle possibilità di asilo politico in Libano per Matacena.

I PROBLEMI DEL CANDIDATO Peccato che l’ex parlamentare fosse latitante per una condanna definitiva per concorso esterno di cui Scajola era perfettamente a conoscenza, e che l’ex ministro sapesse – e ben prima che la presunta liaison con Rizzo avesse inizio – delle poco ortodosse amicizie e frequentazioni in odor di ‘ndrangheta dell’ex collega di partito. Era stato infatti proprio l’ex ministro – emerge dall’esame – a gestire le candidature in Calabria nel 2001, quando Matacena è stato estromesso dalle liste di Forza Italia, perché sotto processo per associazione mafiosa.

SVISTE «Biondi perorò con me l’innocenza di Matacena, e lo fece anche con Berlusconi. Mi disse che l’esclusione dalle liste sarebbe stata vista come una condanna da parte nostra», ricorda in aula l’ex ministro, dimenticando di dire però che per il suo ex compagno di partito la condanna – per associazione mafiosa piena – era già arrivata mesi prima della conclusione della campagna elettorale. «L’ho scoperto solo stamattina parlando con i miei avvocati», si giustifica. Possibile che un “dettaglio” del genere sia all’epoca sfuggito proprio nella regione in cui Forza Italia era un partito «molto litigioso – sottolinea Scajola – e con molti delatori»? A quanto pare sì.

NON DISPERDIAMO VOTI In ogni caso, a quelle accuse nessuno sembrava dare troppo peso. Nonostante i guai giudiziari, Matacena è stato infatti chiamato a salire sul palco di chiusura della campagna elettorale, a fianco di Scajola e del candidato ufficiale del partito, Caminiti. Un segnale necessario – dice l’ex ministro – per non disperdere i voti di Matacena. Quelli che, secondo la sentenza, l’ex parlamentare avrebbe raccolto grazie all’appoggio del clan Rosmini? Non è dato sapere, né – a quanto pare – la cosa è stata valutata all’epoca.  Né dai vertici del partito calabresi, né dall’ex ministro.

DISCREZIONE PERICOLOSA Allo stesso modo, Scajola – all’epoca uomo di primo piano di Forza Italia e del governo – non sembra si sia preoccupato più di tanto delle disavventure giudiziarie dell’ex collega di partito negli anni successivi, quando Matacena ha bussato alla sua porta con inviti a cena o in barca, o richieste di endorsement, di contatti o opportunità di business. «Non sono tipo a cui piaccia chiedere dettagli», dice. Allo stesso modo, nel 2013 non l’ha impensierito dare una mano alla moglie - e socia – di un latitante. Nel racconto di Scajola, la bionda Lady Matacena l’avrebbe scelto – unico fra tutte le sue conoscenze – come spalla su cui piangere per le innumerevoli difficoltà da affrontare dopo la fuga del marito, all’epoca già alla macchia dopo l’esecuzione della condanna. E lui, senza pensarci due volte, si sarebbe messo a disposizione.

UNA DONNA «DISPERATA» «Chiara non parlava con le sue amiche, solo con me», afferma in aula l’ex ministro. Lui – racconta mentre Rizzo lo fulmina con gli occhi – si sarebbe sentito quasi in dovere di aiutare «una donna in lacrime, disperata» e sostanzialmente non in grado di cavarsela da sé. «Una volta sono dovuto intervenire persino per l’antenna del televisore», dice l’ex ministro che non esita a descrivere la sua presunta ex “fiamma” come donna sì avvenente, ma non particolarmente sveglia, a stento in grado di esprimersi in maniera coerente «perché non si capisce mai bene cosa dice», tanto abituata al lusso da non saperci rinunciare neanche nei periodi di estrema difficoltà.

SUGLI AMICI SI PUÒ SEMPRE CONTARE Per questo – afferma con convinzione – nel 2013 avrebbe smosso mari e monti, conoscenze personali e no, pur di aiutarla a mantenere la propria residenza a Montecarlo con un impiego, ma soprattutto per far rientrare nel principato «circa 500-600mila euro» bloccati alle Seychelles. Un’operazione pericolosa e in odor di riciclaggio, da cui più di uno ha consigliato a Scajola di tenersi alla larga senza però riuscire a far demordere l’ex ministro. «Erano soldi della suocera di Chiara – dice Scajola – non di suo marito». E pur di metterli nelle mani di Rizzo, l’ex ministro – hanno svelato le intercettazioni – ipotizza di coinvolgere anche il suo «amico di vecchia data» Daniele Santucci. Per la Procura, il fraterno amico di Scajola – oggi in carcere per aver sottratto 7 milioni di euro di finanziamenti pubblici – avrebbe dovuto incontrare Matacena, all’epoca ancora latitante alle Seychelles. Ma l’ex ministro smentisce seccamente. «Dissi a Chiara che avrei potuto chiedergli di andare in banca per controllare se ci fossero difficoltà al trasferimento di denaro, perché – rammenta – sapevo che Santucci sarebbe andato alle Seychelles per vacanza».

INFORMAZIONI O PIANIFICAZIONI? Allo stesso modo, nessuna remora ha mostrato Scajola nel «raccogliere informazioni» – sostiene – sulle modalità di richiedere l’asilo politico in Libano. All’epoca, Matacena era un concorrente esterno condannato definitivamente e in fuga, lui un uomo di punta di Forza Italia e della politica in generale, ma – sostiene rispondendo alle domande del procuratore aggiunto Lombardo – non ci ha visto niente di male a «informarsi per un diritto, perché l'asilo politico è un diritto, non vuol dire poi metterlo in pratica». Quelle informazioni però Scajola le ha pagate a caro prezzo.

LA SPONDA LIBANESE A fornirle sarebbe stato Vincenzo Speziali, nipote dell’omonimo ex senatore del Pdl e dell’ex presidente del Libano, Amin Gemayel, oggi latitante in Libano ma all’epoca rampante aspirante parlamentare. Nonostante la superficiale conoscenza, informato delle difficoltà di Matacena, all’epoca agli arresti a Dubai, sarebbe stato lui – ricorda Scajola – a manifestare la possibilità di dare asilo al latitante in fuga a Beirut.

ALLA CORTE DI BERLUSCONI Un’operazione che ha richiesto mesi di contatti, telefonate, programmati e non programmati appuntamenti – «ma era sempre lui a contattarmi» ci tiene a specificare Scajola – «per definire i passaggi da fare», dice l’ex ministro. Nel frattempo però, Speziali chiede e ottiene di essere introdotto alla “corte” di Berlusconi insieme a Gemayel, e insieme a Scajola e all’ex presidente libanese finisce a chiacchierare nel salottino di via del Plebiscito. In una seconda occasione, quando l’ex ministro era già caduto politicamente in disgrazia a causa dell’abitazione con vista Colosseo comprata “a sua insaputa”, Scajola decide comunque di fare pressioni sull’assistente di Berlusconi perché Gemayel e Speziali vengano ricevuti.

«SPEZIALI ERA SOLO UN MILLANTATORE» Nel frattempo però, la «ricerca di informazioni» sull’eventuale procedura di asilo politico arranca. «Inizialmente, quando ho conosciuto Speziali, ho visto la dimestichezza con cui si muoveva in Libano, le entrature di cui godeva presso Gemayel e non mi sono accorto che fosse un millantatore». Poi, afferma, con il passare del tempo, «anche sentendolo parlare, da un paio di telefonate, mi sono accorto che la sua era tutta fuffa». Eppure quando Speziali gli chiede di essere ricevuto da Berlusconi, Scajola – ammette – non si tira indietro. Neanche quando le sue quotazioni nel partito sono basse e non può permettersi passi falsi. Insomma, un impegno non da poco. «Ribadisco che non ho compiuto alcun atto contra legem» afferma. Ma toccherà vedere se anche il Tribunale sarà della medesima opinione. 


Alessia Candito
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  • Occhiello L’ex ministro risponde per quattro ore alle domande degli inquirenti. La vicinanza con Matacena nella campagna elettorale del 2001. Il «trasporto» per Chiara Rizzo («una donna disperata») e il rientro dei soldi dalle Seychelles. La sponda libanese offerta da Speziali («ma è un millantatore») e il coinvolgimento della corte di Berlusconi per salvare l’armatore dal carcere
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REGGIO CALABRIA «Luci e ombre caratterizzano la nascita dei nuovi ospedali: se per Sibari, siamo ai nastri di partenza, essendo i primi lavori previsti per fine ottobre, per Vibo i tempi si allungano a inizio 2018 e ancora più tortuosa è la strada per l’ospedale della Piana, sul quale hanno pesato criticità ambientali». Non nasconde le difficoltà il presidente Michele Mirabello in merito alla costruzione dei grandi nosocomi calabresi, tema affrontato nel corso dei lavori della commissione Sanità. Per le 4 nuove strutture sanitarie, malgrado siano state programmate da anni, l’iter burocratico e progettuale sembra tutt’altro che concluso. 
La commissione ha anche affrontato la questione “Case della salute” della Regione Calabria, con particolare riferimento a Chiaravalle centrale.
La serie di audizioni si sono aperte con l’intervento del direttore generale dell’Asp di Catanzaro Perri che ha richiamato la convenzione sottoscritta ieri dalla stessa Asp e dal dipartimento Tutela della salute e Politiche sanitarie della Regione Calabria che prevede l’approvazione dello stato di fattibilità relativamente alla nuova Casa Salute di Chiaravalle centrale.
Il delegato alla sanità del governatore Oliverio, Franco Pacenza, ha fornito alla commissione un quadro d’insieme, sottolineando come «oltre ad attivare le procedure sulle Case della salute già programmate, sia necessario estendere questo strategico strumento di sanità territoriale, quale asso strategico dell’intero sistema, su tutte le aree della Regione attualmente non previste. Per quanto riguarda la costruzione dei nuovi ospedali – ha spiegato Pacenza –, la presidenza della Regione, per come ha già dichiarato il governatore Oliverio, è impegnata a verificare eventuali responsabilità in sede di individuazione di taluni siti, visto che, nello sviluppo dei progetti definitivi ed esecutivi, si sono riscontrate mostruose carenze ed assurde lacune, come la presenza del metanodotto sul sito di Vibo o le sofferenze idrogeologiche in quello di Gioia Tauro. Sofferenze oggi superate ma che, indubbiamente, hanno prodotto un rallentamento sostanziale rispetto ai tempi di partenza delle costruzioni delle opere. In questa grossa partita – ha concluso Pacenza – registriamo segnali positivi: entro questo mese, partiranno i lavori del nuovo ospedale di Sibari; è stato consegnato il progetto definitivo del nuovo ospedale di Vibo e sta per essere depositata la relazione idrogeologica che conferma il nuovo ospedale di Gioia».
Nel corso dei lavori – ai quali hanno preso parte i consiglieri Arruzzolo, Battaglia, Guccione ed Esposito –, il capogruppo di Forza Italia Alessandro Nicolò ha chiesto al commissario dell’Asp Brancati «chiarezza e certezze sulla costruzione del nuovo ospedale della Piana di Palmi e di conoscere se persistono cause ostative tali da impedire una accelerazione nella realizzazione dei lavori». Il capogruppo, inoltre, ha chiesto delucidazioni in merito a presunti impedimenti legati al pericolo idro-geologico.
Ancora, il capogruppo de “La Sinistra”, Giovanni Nucera, ha richiamato l’importanza della collaborazione con l’Asp e di tutti i soggetti convolti nella tutela della salute dei cittadini, sottolineando anche l’opera proficua svolta dal direttore generale Frank Benedetto nella crescita del grande ospedale Metropolitano di Reggio Calabria.    

«SCEMPI INAUDITI» «Sulla sanità calabrese si stanno compiendo scempi inauditi che non possono più essere tollerati. Ora basta con lo scaricabarile delle responsabilità sistematicamente utilizzato dal governo regionale quale grottesca giustificazione per la propria inconcludenza e i propri fallimenti. Basta con le polemiche tra passato, presente e futuro. Ai cittadini occorre dare risposte e la sanità non può più essere considerata come merce di scambio politico. È dunque necessario che con tempestività intervenga il consiglio regionale». È quanto affermano i consiglieri regionali del gruppo Misto Fausto Orsomarso (capogruppo), Mimmo Tallini, Mario Magno, Wanda Ferro e il capogruppo di Forza Italia Alessandro Nicolò, secondo i quali «sulla sanità in Calabria è calato un silenzio che indubbiamente riflette lo stato di rassegnazione in cui il Pd ha sprofondato la Calabria. Colpisce, in particolare, il silenzio dei sindacati, dei medici, dei comitati e di tutti quei soggetti che a vario titolo hanno ruolo e funzioni nel sistema sanitario e che abbiamo visto impegnarsi con zelo e profusione di denunce nel momento più difficile, quando cioè si è trattato di dar corso all’applicazione del Piano di rientro e di riorganizzazione cui lo Stato ha obbligato diverse Regioni con spesa e livelli di assistenza fuori controllo inclusa la Calabria».Ancora i cinque consiglieri regionali: «Il presidente Oliverio da una parte e il commissario Scura dall'altra, con gli equilibri di sempre al centro della loro miope visione, hanno ingaggiato una lotta personale su chi dovesse guidare il commissariamento senza però portare alcuna soluzione alle tante disfunzioni del sistema, ma addirittura vanificando anni di sacrifici sopportati dai calabresi. 
In questi giorni – aggiungono Orsomarso, Tallini, Magno, Ferro e Nicolò – pur davanti a uno scenario della sanità pubblica critico e per più versi deplorevole, assistiamo alla gara di dichiarazioni di chi vorrebbe intestarsi la riapertura di Praia a Mare che ha visto, invece, combattere e vincere i sindaci del territorio. 
C'è già e senz’altro ci sarà un giudizio politico sulla gestione di questi anni, ma nel frattempo un tema così delicato resta un problema di tutti. 
Le assunzioni ancora bloccate, la migrazione sanitaria che è aumentata, gli ospedali nuovi già finanziati che ancora non hanno visto una pietra, i Capt da realizzare come quello di San Marco Argentano di cui non si ha traccia dei finanziamenti già stanziati, mentre nell'incuranza generale assistiamo increduli al furto di 250mila euro di medicinali. Un problema grave su cui invece di attivare una speculazione politica, abbiamo mantenuto un atteggiamento responsabile».
Concludono gli esponenti dell’opposizione: «Crediamo che la misura sia colma e che soprattutto sia tempo di finirla con il balletto delle responsabilità. Chiederemo pertanto al presidente Nicola Irto di convocare la prossima riunione dei capigruppo alla presenza di Oliverio per investire nuovamente tutto il consiglio regionale su una questione vitale per i calabresi. Pur non arretrando di un millimetro, rispetto alla denuncia delle gravi responsabilità gestionali di questa maggioranza che ha dispiegato sul tema solo indecorosi scontri di potere, crediamo, anche per il futuro, che il consiglio regionale, che rappresenta tutti i calabresi, debba svolgere un ruolo più incisivo per dare alla Calabria una sanità normale. Al consiglio regionale spetta esercitare efficacemente le funzioni di controllo e vigilanza sia per iniziare a essere protagonista delle scelte che per ridare ai cittadini fiducia e speranza nelle istituzioni».

GUCCIONE: A RISCHIO 67 MILIONI «Sono state previste otto case della salute in Calabria: Trebisacce, Praia a Mare, San Marco Argentano, Cariati, Mesoraca, Chiaravalle, Scilla, Siderno. Tutto questo era previsto nel decreto del Comissario n 135/2011. Ed erano stati stanziati 67 milioni di euro. Ad oggi non è stato realizzato nulla: rischiamo di perdere i 67 milioni di euro e i cittadini di queste aree rimangono privi di servizi sanitari territoriali essenziali». Lo ha affermato Carlo Guccione, consigliere regionale del Pd, durante la riunione della commissione Sanità.
«L'Asp di Cosenza – ha detto ancora Guccione – ha chiesto, circa un anno fa, al dipartimento salute della Regione la stipula delle convenzioni per dare corso alla realizzazione delle case della salute di San Marco e Cariati. Come mai la Regione tace? E sul cronoprogramma delle altre case della salute la Regione è in alto mare. A tutto questo bisogna aggiungere che è giustissimo riaprire gli ospedali di Praia a Mare e Trebisacce. Una mia vecchia battaglia. Ora si spostino i soldi destinati per quelle ex case della salute per realizzarne due ad Amantea e Cassano. Ho ribadito e difeso con forza questo diritto oggi nella commissione Sanità del consiglio regionale della Calabria. In relazione ai nuovi ospedali della Sibaritide, Vibo e Gioia Tauro si registrano forti ritardi, nonostante gli annunci sull'apertura dei cantieri. Sono a rischio quasi 500 milioni di euro per la costruzione e altri 750 milioni di euro per la gestione dei presidi ospedalieri. Oggi deve essere detta una parola chiara da parte dei rappresentanti della giunta regionale. La Calabria vuole che si passi dalle parole ai fatti concreti. Ma l'unica cosa che è stata detta in merito da parte della Regione oggi in commissione è l'annuncio di una parziale cantierizzazione (solo movimento terra e sbancamenti), entro ottobre, per quanto riguarda l'ospedale della Sibaritide. Gioia e Vibo possono attendere il 2018, se va bene. Ecco lo stato delle cose».

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  • Occhiello Dalle audizioni della terza commissione emergono altri particolari sulla costruzione delle strutture: a Vibo i lavori inizieranno nel 2018, ancora più tardi nella Piana. I consiglieri di centrodestra sferzano Oliverio: «Subito una riunione del Consiglio». Guccione: finora solo promesse

COSENZA «Nel primo pomeriggio di ieri alcuni detenuti del reparto “Alta sicurezza” della casa circondariale di Cosenza hanno aggredito un assistente della polizia penitenziaria in servizio nella sezione detentiva, che è dovuto ricorrere alle cure dei sanitari del pronto soccorso, i quali lo hanno dimesso con prognosi clinica di 15 giorni». A renderlo noto, con un comunicato, è Giovanni Battista Durante, del sindacato Sappe. 
«Chiediamo che sull'accaduto, che è oggetto di accertamenti da parte del personale della polizia penitenziaria – aggiunge Durante – l'amministrazione assuma provvedimenti disciplinari adeguati nei confronti dei detenuti, fermo restando le valutazioni di carattere penale, di competenza dell'autorità giudiziaria. All'assistente, vittima dell'aggressione, va la vicinanza e la solidarietà del Sappe. La casa circondariale di Cosenza, che da mesi è priva del comandante del Reparto titolare, al 30 settembre scorso, a fronte di una capienza di 218 posti, ospitava 241 detenuti di cui 44 stranieri, mentre il personale in servizio non è sufficiente, poiché risultano effettivamente presenti solo circa 115 unità. La carenza di uomini, mezzi e risorse interessa tutte le strutture della Calabria e nonostante ciò, l'amministrazione penitenziaria, in questi anni, ha aperto nuovi reparti detentivi, come a Catanzaro e Rossano (reparto dedicato agli AS2, detenuti per reati di terrorismo); nuovi istituti, come ad Arghillà e Laureana di Borrello, e ha aumentato i posti detentivi ma non il personale di polizia penitenziaria. In Calabria, cosa di non poco conto, ci sono circa 950 detenuti appartenenti al circuito Alta sicurezza, i quali necessitano di maggiori controlli e spostamenti in diversi istituti, a causa dei tanti processi cui sono imputati». 
«Adesso, nonostante le criticità esistenti – dice ancora Durante – pare si voglia procedere all'apertura nella casa circondariale di Catanzaro del nuovo reparto del Servizio multifunzionale integrato di assistenza intensiva, destinato all'assistenza sanitaria specialistica dei detenuti, senza procedere ad un adeguamento incremento dell'organico di Catanzaro e della Calabria, che ha un rapporto agenti/detenuti tra i più bassi del Paese. Nonostante ciò, sembra che il ministero non abbia alcuna intenzione di incrementare l'organico della polizia penitenziaria in Calabria».

Informazioni aggiuntive

  • Occhiello La notizia è stata diffusa dal Sappe: «Ora provvedimenti disciplinari per i detenuti coinvolti». Nuova polemica per gli organici ridotti: «Si aprono nuovi istituti ma manca il personale»
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