Corriere della Calabria - Articoli filtrati per data: Martedì, 01 Aprile 2014

VIBO VALENTIA Il pubblico ministero distrettuale Marisa Manzini ha chiesto al gup Maria Rosaria De Girolamo la condanna per 16 dei 22 imputati al processo "Black Money" che vede alla sbarra davanti al Tribunale di Vibo Valentia i presunti affiliati al clan Mancuso di Limbadi accusati a vario titolo di associazione a delinquere, riciclaggio, intestazione fittizia di beni, estorsione, usura, il tutto con l`aggravante delle modalità mafiose. Sono 86 e 8 mesi in totale gli anni di reclusione chiesti dal pm. Per gli altri sei, il magistrato farà la requisitoria all`udienza del 15 maggio prossimo, mentre già il 16 aprile inizieranno le arringhe dei difensori. Il pm Manzini ha chiesto la condanna per Giovanni D`Aloi (8 anni e sei mesi), Antonio Pantano (5 anni e 6 mesi), Francesco Tavella (5 anni e 9 mesi), Giuseppe Costantino (6 anni e 3 mesi), Fabio Costantino (5 anni e 9 mesi), Orazio Cicerone (5 anni e 6 mesi), Mario De Rito (5 anni e 3 mesi), Giuseppe Raguseo (5 anni e 6 mesi), Nunzio Manuel Callà (5 anni), Bruno Marano (5 anni), Antonio Mamone (5 anni), Antonino Scrugli (5 anni e 3 mesi), Gabriele Bombai (5 anni), Salvatore Accorinti (5 anni), Antonio Cuturello (5 anni e 3 mesi), Antonio Campisi (3 anni). Gli altri sei imputati sono Domenico De Lorenzo, Antonio Maccarone, Ercole Palasciano, Francesco L`Abbate, Giuseppe Ierace e Domenico Musarella. Nel troncone con rito ordinario sono imputate 26 persone, tra le quali i presunti boss della cosca Mancuso. (0070)

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  • Occhiello I 22 imputati, presunti affiliati al clan Mancuso di Limbadi, sono accusati a vario titolo di associazione a delinquere, riciclaggio, intestazione fittizia di beni, estorsione, usura, il tutto con l`aggravante delle modalità mafiose

REGGIO CALABRIA Non tutti gli episodi di favoreggiamento contestati sono stati riconosciuti come tali dal Tribunale, ma la condanna a tre anni e sei mesi inflitta a Roberto Crocitta, non lascia spazio a dubbi. Il perito trascrittore si è reso responsabile di aver favorito la `ndrangheta e in particolare le cosche Pesce e Bellocco, disinnescando le conversazioni intercettate dagli investigatori su mandato della Dda reggina, per alleggerire la posizione di Domenico Bellocco, figlio di Michele, capo dell`omonimo clan, e Francesco Pesce, dell`altra potentissima famiglia di Rosarno. Dialoghi finiti al centro di diversi procedimenti, mai modificati in maniera vistosa, ma alterati in modo da rendere dubbia l’identificazione di un soggetto, per stravolgere con pochi tocchi il significato di una frase, bollare come incomprensibile un passaggio magari pericoloso per gli uomini del clan. Un “servizio” – ha riconosciuto oggi il Tribunale -  Crocitta svolgeva su mandato delle famiglie dei diretti interessati  dietro lauto pagamento, ma che oggi gli è costato una dura condanna.
A incastrare il perito – aveva  ricordato Musarò in sede di requisitoria – è stata una conversazione intercettata in carcere tra Vincenzo Pesce e il figlio Savino, trascritta in maniera fedele dal tecnico incaricato, da cui emergerà che il clan poteva contare su una magica manina in grado di alterare le conversazioni “pericolose”. Ma questo, ha spiegato Musarò, non sarebbe stato che uno degli elementi di riscontro collezionati dalla Procura a sostegno delle pesantissime accuse di favoreggiamento mosse al perito.
Solo in due casi – l’ipotesi di favoreggiamento nei confronti di Placido Morogallo, la cui voce non è stata riconosciuta dal perito, e di Antonio Dinaro, considerato uomo del clan Gallico, a proposito del quale lo stesso Crocitta ha ammesso di aver errato la consulenza -  i giudici del Tribunale non hanno ritenuto sufficienti le prove collezionate a riscontro delle contestazioni formulate dai magistrati reggini a carico di Crocitta. Valutazioni che non inficiano l’impianto accusatorio dell’inchiesta che ha inchiodato il titolare di una delicatissima funzione, che ha consapevolmente scelto – dice la sentenza – di favorire i clan. (0070)

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  • Occhiello Reggio, Roberto Crocitta ha disinnescato le conversazioni intercettate dagli investigatori per alleggerire la posizione di Domenico Bellocco
Martedì, 01 Aprile 2014 22:15

Scopelliti: «Non mi pento»

«Alfano non ha posto nessun veto alla mia eventuale candidatura alle Europee, anche perché non ne abbiamo parlato. Abbiamo rinviato questa decisione all`interno del partito, alla prossima settimana, per un rispetto nei miei confronti. Anche perché oggi, dopo la sentenza che mi ha colpito moltissimo come uomo e come cittadino italiano, non mi sento di rituffarmi in una campagna elettorale. Non credo ci sia stata prima una condanna simile per abuso di ufficio e falso ideologico». Lo ha detto il presidente della Regione Calabria Giuseppe Scopelliti, intervistato da Luca Telese a "Matrix", in onda questa sera alle ore 23.15 su Canale 5. Dell`intervista l`emittente ha fornito un`anticipazione.
«Non mi pento - ha aggiunto Scopelliti - di nessuna delle iniziative che ho fatto durante la mia amministrazione. Avrei rifatto tutto alla stessa maniera anche perché ho aumentato del 30% le attività sui servizi sociali, abbiamo offerto un servizio straordinario ai nostri anziani, ai bambini, ai diversamente abili. Quell`amministrazione è stato un esempio straordinario di buona amministrazione». Sulla vicenda di Orsola Fallara, la dirigente del Comune suicidatasi nel 2010, Scopelliti ha detto: «Quando è uscito lo scandalo della conferenza del centrosinistra io le ho chiesto cosa ci fosse di vero e lei mi ha risposto via messaggio che era tutto vero e ha aggiunto che si vergognava. Io le ho risposto che avrebbe dovuto vergognarsi prima. Da quel momento, e per i due mesi successivi, i nostri rapporti si sono interrotti fino alla sua drammatica scelta di togliersi la vita». «Non sono colpevole di un reato - ha concluso Scopelliti - ma di una grave omissione di controllo. In qualità di amministratore una responsabilità nell`insieme c`è, ma non è una responsabilità di natura penale perché altrimenti corriamo il rischio che tutti i sindaci italiani possano essere perseguiti penalmente per abuso d`ufficio o per falso in bilancio». (0080)

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  • Occhiello Intervistato da Luca Telese per “Matrix” il governatore nega possibili veti di Alfano su una sua candidatura alle Europee

Sono estremamente articolate, ma pesantissime, le richieste di condanna avanzate dal pm Sara Ombra al termine della sua requisitoria al processo con rito abbreviato “Athena 49%”, meglio conosciuto in città come procedimento “Leonia”. L’indagine, coordinata dal sostituto procuratore Giuseppe Lombardo, insieme al pm Sara Ombra, ha infatti fatto scattare le manette gli uomini del clan Fontana, accusati di aver messo le mani sulla Leonia (la partecipata del Comune di Reggio) rastrellando per anni tonnellate di finanziamenti pubblici, su mandato della triade De Stefano-Tegano-Condello mentre i lavoratori attendevano invano stipendi mai pagati e le strade della città si riempivano di rifiuti. Un vero e proprio furto ai danni della città, che sarebbe stato possibile grazie a personaggi apparentemente insospettabili come l’ex direttore operativo Bruno De Caria, finito in manette lo scorso ottobre, o l’ad livornese della Ecotherm, Angelo Mannucchi, fino a qualche mese fa socio privato della Leonia.

PENE PESANTISSIME E proprio per quest’ultimo è arrivata oggi una pesantissima richiesta di condanna da parte del pm Ombra, che per lui, accusato di concorso esterno e altri reati, ha chiesto 12 anni di reclusione. Altrettanto pesante è la pena invocata per Roberto Lugarà, uno dei dipendenti della Leonia, cui vengono contestati dodici episodi di truffa - per ciascuno dei quali il pm ha chiesto 8 mesi di reclusione e 200 euro di multa - e due di peculato, per ciascuno dei quali sono stati chiesti 2 anni di reclusione. Tutti episodi indipendenti tra loro, non ascrivibili a un unico disegno criminoso – ha affermato il pm Sara Ombra - quindi non legati dal vincolo della continuazione e da punire singolarmente. Qualora fossero accettate le istanze della pubblica accusa, questo per Lugarà significherebbe una condanna a 12 anni di reclusione, più 2400 euro di multa. Medesimo principio vale per gli altri dipendenti della municipalizzata imputati nel processo. Per Antonio Ursino, che risponde di tre episodi di truffa, la Procura ha chiesto infatti 2 anni di reclusione e 600 euro di multa, mentre per Francesco Minniti, accusato di un singolo episodio di truffa, sono stati chiesti 8 mesi di reclusione e 200 euro di multa.

L’INCHIESTA Pene severe, che toccherà al gup  Minniti vagliare al termine degli interventi difensivi previsti a partire dal prossimo 14 maggio, quando in discussione andrà anche il patteggiamento chiesto da Giuseppe Marrara. Dopo toccherà al giudice esaminare la posizione degli imputati anche alla luce dell’enorme mole di documenti messi agli atti dell’inchiesta che ha svelato come fin dal 2001, i Fontana - storica `ndrina della periferia nord di Reggio Calabria - si fossero fatti strada all`interno della Leonia, gestendo per anni appalti milionari. Grazie a Bruno De Caria - insospettabile testa di legno messa a capo della stessa società - per anni il clan avrebbe avuto saldo in mano quello che gli inquirenti non hanno timore a definire «il controllo strutturale delle imprese impegnate nello specifico settore della raccolta dei rifiuti, tra le quali la società mista pubblico-privata Leonia spa, partecipata al 51% delle azioni dal Comune di Reggio Calabria». Una colonizzazione - sottolineano i magistrati - portata avanti dai vertici decisionali della `ndrina e dai loro compiacenti prestanome, il cui risultato sarebbe stato «un pervasivo potere di condizionamento e controllo di tipo mafioso sul “comparto ambientale” o “comparto rifiuti” di Reggio Calabria». Un potere adesso incrinato dall`indagine lunga e complessa della Dda reggina, che già nel lontano 2001 era stata in grado di documentare l`inserimento della `ndrina dei Fontana nel ricco e lucroso comparto ambientale, attraverso la Semac srl, società alla quale era ed era stata affidata la «manutenzione dei mezzi meccanici» della Leonia. Una pista poi confermata dalle due distinte indagini svolte in parallelo da Gico e Squadra mobile, e confermata dalle straordinariamente coincidenti dichiarazioni di quattro pentiti.

LE PAROLE DEI PENTITI È il lontano 2005, quando Antonio Zavettieri, inizia a parlare della Leonia come “cosa dei Fontana”, ma a gettare luce sui nuovi scenari, sono le dichiarazioni di Roberto Moio, nipote del boss Giovanni Tegano, che a partire dal 2010, di fronte ai magistrati che lo interrogano, dichiara: «Ma veramente i soldi, tutti, tutti i soldi della Leonia, tutti i soldi li prende Giovanni Fontana». Soldi – ha svelato il pentito che poi  verrebbero però distribuiti ai De Stefano, ai Tegano, ai Condello, il triumvirato di `ndrine un tempo nemiche che, all`indomani della seconda guerra di `ndrangheta, ha preso in mano la città. Le stesse cosche che dall’85 al 91 sono state protagoniste di un conflitto che ha visto morire in pochi anni più di settecento persone, proprio sulla gestione dei lucrosi affari che l`era delle privatizzazioni ha inaugurato in città – dicono le inchieste degli ultimi anni -  hanno fondato il nuovo regime di concordia. Un nuovo corso che trova conferma anche nelle dichiarazioni di un terzo pentito, o meglio ex, il controverso ex collaboratore Nino Lo Giudice, che interrogato dai pm reggini sull`argomento non ha alcun dubbio: «A Reggio Calabria centro funziona così, per esempio se si va ad Archi il discorso cambia, ad Archi prendono parte i Condello, i De Stefano e i Tegano. Fontana non prende niente, perché allora hanno deciso che Fontana, questo su volere di Pasquale Condello, Fontana non deve prendere niente».
È un vero e proprio sistema, di cui la “Leonia” non è che un elemento, quello che l’ex pentito Lo Giudice descrive in dettaglio agli inquirenti reggini. E che pochi mesi dopo un altro collaboratore non farà che confermare. «La Leonia spa - racconta Consolato Villani - è totalmente controllata da Giovanni Fontana: doveva versare una tangente a questi e ai suoi figli. Nel 2007, mi disse Nino Lo Giudice che Peppe De Stefano e Pasquale Condello decisero che la tangente doveva essere divisa anche con loro: per questo motivo decisero di danneggiare alcuni mezzi della Leonia. La tangente veniva ricavata gonfiando le richieste di finanziamento che la Leonia faceva: da tali somme veniva ricavata la tangente che veniva versata alla `ndrangheta per il tramite di tale De Caria».

UN IMPERO COSTRUITE SULLE PARTECIPATE Dietro i Fontana, torna dunque l`ombra di quel triumvirato De Stefano- Tegano – Condello , che tutto insieme o come singole cosche,  fa capolino nelle più importanti inchieste di `ndrangheta dell`ultimo decennio. E non solo in Calabria, ma – dimostrano le più recenti indagini - in tutta la penisola. Quelle cosche che in Italia si dimostrano in grado di permeare il tessuto economico, politico e sociale delle realtà in cui si incistano e proliferano, è a Reggio Calabria che hanno la propria base e le radici del proprio dominio. Un impero basato su un regime di concordia che proprio nella gestione del grande affare delle partecipate ha trovato - dicono i magistrati  e confermano le indagini–  terreno fertile per nascere e prosperare. Affari come la Leonia. «Si può ritenere senza tema di smentite – afferma nell’ordinanza di custodia cautelare il Gip Domenico Santoro - come le società miste hanno rappresentato uno dei poli di attenzione della `ndrangheta, finendo con il rivelarsi strumento (l`ennesimo) mediante il quale la criminalità organizzata ha infiltrato (sarebbe meglio, forse, dire l`ha fatta propria) l`economia cittadina. Con la prima aggravante che ciò è avvenuto in un settore, come quello dei servizi pubblici, destinato alla collettività e con l`ulteriore rappresentata dall`incapacità (a voler essere ottimisti) del socio di maggioranza (n.d.r. Comune di Reggio Calabria detentore dl 51% delle azioni della Leonia S,.p.A.) di controllare, nel corso degli anni, cosa accadesse in seno alla società mista». (0080)

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  • Occhiello Requisitoria del pm Sara Ombra nel processo con rito abbreviato in corso a Reggio Calabria

CATANZARO «Il premio fondazione “Mimmo Rotella” torna a Catanzaro», dopo il periodo in cui era gestito dall`associazione cosentina Trapobana. Lo ha annunciato oggi, a palazzo De Nobili, durante la conferenza stampa di presentazione della XIV edizione del riconoscimento, il presidente della stessa fondazione, Rocco Guglielmo. Guglielmo, insieme al neoassessore alla Cultura del Comune Luigi La Rosa e al direttore artistico Gianvito Casadonte, ha illustrato le novità inerenti al premio, anche relativamente «al suo inserimento, attraverso la figura del maestro Rotella, nel tessuto sociale della città natale dell`artista, Catanzaro».
«La prima novità – ha spiegato Guglielmo – è, appunto, la figura di Gianvito Casadonte, che curerà da quest`anno la direzione artistica del premio». La produzione, invece «è affidata ad Alessandro Casadonte». Il premio, ideato da Piero Mascitti e dallo stesso Mimmo Rotella quando era in vita, «è uno degli eventi collaterali della Mostra Internazionale d`Arte Cinematografica di Venezia – ha detto Guglielmo – e viene assegnato ad uno dei film in gara che riveli un nesso fecondo con le arti figurative. La figura di Rotella torna protagonista nella sua città anche grazie al sindaco Sergio Abramo, che ha deciso di dedicare alcune aree cittadine al maestro. La fondazione vuole creare un filo conduttore tra la città ed uno dei suoi massimi esponenti artistici. Il mio augurio è quello che la nostra città, che purtroppo è molto decadente, possa attraverso l`arte riuscire a trovare il vero riscatto». Un progetto, quello dedicato a Mimmo Rotella «già iniziato dal mio predecessore, Sinibaldo Esposito – ha detto l`assessore La Rosa – e che io ho il pregio di presentare. Il maestro Rotella era destinato a grandi cose e questo premio, di conseguenza, merita l`attenzione e la lode da parte dell`intera città, non solo per la longevità, ma anche per la levatura dei personaggi cui viene assegnato». Il premio consiste in un`opera del décollage di Rotella e verrà assegnato a settembre durate la Biennale di Venezia, nello spazio Cinecittà-Luce. La giuria che lo assegnerà, presieduta dal regista Mimmo Calopresti, sarà composta da Rocco Guglielmo, Piero Mascitti, dal critico cinematografico Steve Della Casa e «da altri componenti che spero – ha detto Casadonte – di poter scegliere tra alcune star anche internazionali. Il premio, precedentemente, è stato assegnato a film di noti registi e due volte ad un altro catanzarese, Gianni Amelio. Rotella è stato rappresentato cinematograficamente da Fellini a Woody Allen, per questo sono felice di potermene occupare per i prossimi 5 anni, per renderlo ancora più “pop” rispetto alle passate edizioni e questo si può fare solo grazie all`aiuto della Calabria positiva». (0070)

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  • Occhiello Assegnato alla Mostra del cinema di Venezia, finora era stato gestito da un`associazione cosentina. Gianvito Casadonte direttore artistico, che annuncia una svolta “pop”

REGGIO CALABRIA «In questa regione l`unico tentativo di prendere in giro i calabresi è quello messo in atto da un Partito democratico che, dopo essere stato protagonista dello sfasciume politico-amministrativo degli anni passati ed essendo incapace di riconoscere sforzi e meriti degli avversari in una situazione complicatissima, cerca a tutti i costi di alimentare polemiche, drammatizzare le situazioni e affermare l`esatto contrario della verità». Lo afferma, in una nota, il capogruppo del Nuovo centrodestra alla Regione Gianpaolo Chiappetta.
«Le dichiarazioni odierne del segretario Magorno – prosegue – si commentano da sole. Il presidente Scopelliti, come ha più volte sottolineato, ha ritenuto di fronte ad una sentenza che tutti riteniamo ingiusta ed abnorme per le sue conseguenze, ha scelto, con encomiabile senso e rispetto delle Istituzioni,  di rendere pubblica la sua volontà di dimettersi. Il presidente della Giunta Regionale, diversamente da altre figure istituzionali e politiche, ha però sulle sue spalle delle responsabilità di enorme portata ed è proprio in ragione di ciò che Scopelliti ha confermato le sue dimissioni ed allo stesso tempo indicato per la loro effettiva concretezza un limitato periodo di tempo che consenta alcuni indifferibili ed urgenti provvedimenti. Nessuna farsa e nessun presa in giro. È invece il segretario del Pd Magorno che, in considerazione di un gioco politico abbastanza chiaro, cerca a tutti i costi di velocizzare e drammatizzare la situazione e lo fa non per il bene dei calabresi ma solo ed unicamente per ragioni di partito. La richiesta di elezioni non è infatti giustificata dalle esigenze dei calabresi, che diversamente da lui hanno ben altro giudizio dell`operato della Giunta, ma dal fatto che più si accorciano i tempi rispetto all`appuntamento elettorale e più sono concrete le possibilità di portare a compimento il suo disegno politico, neutralizzare all`origine la candidatura a presidente di un suo compagno di partito, depotenziare altri possibili pretendenti e rendere concreta la sua o una candidatura terza rispetto al Pd. E già, perché Magorno sa bene ma non dice che oggi, a dispetto di tanti proclami, il verso del Pd non è affatto cambiato e sono tutto tranne che uniti».
«Quanto alla manifestazione annunciata per chiedere dimissioni ed elezioni a giugno – conclude Chiappetta – possiamo rispondere citando il suo mentore Renzi: ce ne faremo una ragione».

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  • Occhiello Il capogruppo di Ncd sul «disegno politico» di Magorno: «Neutralizzare all`origine la candidatura a presidente di un suo compagno di partito, depotenziare altri possibili pretendenti e rendere concreta la sua o una candidatura terza»
Martedì, 01 Aprile 2014 21:17

Acqua, giovedì disagi a Catanzaro

Giovedì prossimo dalle 8,30 alle 13,30, sarà sospesa l`erogazione dell`acqua nella zona sud del centro storico della città. Lo ha reso noto l`ufficio acquedotti di palazzo de Nobili, evidenziando che l`interruzione del servizio è legata all`effettuazione di alcuni lavori di manutenzione sulla rete comunale. In particolare, a risentire del problema saranno le utenze comprese tra via Indipendenza e il rione Fondachello, oltre a quelle di via Carlo V e via Acri. (0080)

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  • Occhiello Lavori di manutenzione sulla rete comunale, rubinetti a secco nei quartieri del centro

Nonostante la diminuente prevista dal rito, sono pene severe quelle chieste dal pm Antonio De Bernardo al termine della requisitoria al processo con rito abbreviato scaturito dall`inchiesta “Saggezza”, la monumentale indagine che non solo ha svelato l’esistenza di una nuova struttura organizzativa utilizzata dalle ‘ndrine del mandamento jonico, la Corona, ma soprattutto i contatti con i massimi vertici della massoneria.
Degli oltre 50 indagati per i quali la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio, solo in sette hanno scelto il rito abbreviato, ma per loro sono comunque arrivate severe richieste di condanna. È infatti di 10 anni di reclusione la richiesta di condanna avanzata da De Bernardo per Carmelo Ietto, Bruno Parlongo e Rocco Varacalli, considerati elementi di spicco dei rispettivi clan, mentre a 8 anni per l`ufficio di procura dovrebbero essere condannati Giovanni Furfaro e Giovanni Macrì, tutti imputati per associazione mafiosa. Più lievi le richieste di pena invocate per Rocco Ilario Maiolo - accusato di intestazione fittizia aggravata dal metodo mafioso - per il quale sono stati chiesti quattro anni di reclusione, e Giulio Basile, considerato responsabile di truffa, frode e falso in pubbliche forniture – tutti reati aggravati dall’articolo 7 - dunque per il pm da condannare a quattro anni di carcere, più 1400 euro di multa.
A vario titolo, sono tutti entrati nella maxi-inchiesta che ha messo a nudo l’attività della “Corona”, la struttura per anni in grado di gestire i conflitti e spartire gli affari fra i locali di Antonimina, Ardore, Canolo, Ciminà e Cirella di Platì, rapportandosi direttamente con boss e famiglie di peso della jonica, come i Commisso di Siderno, i Cordì di Locri, i Pelle di San Luca, gli Aquino di Marina di Gioiosa Jonica, i Vallelunga di Serra San Bruno, i Barbaro di Platì, gli Ietto di Natile di Careri, i Primerano di Bovalino.

LA CORONA DELLA `NDRANGHETA Una struttura importante, in grado di dialogare con la massoneria e con la politica. «La massoneria – si legge nell’ordinanza dell’epoca - era vista dagli indagati come un trampolino di lancio, il modo più semplice ed ovvio per entrare in contatto con i vertici della società italiana, con il subdolo scopo di ottenerne vantaggi economici e personali, facilitare le loro condotte illecite ed accrescere il dominio sul territorio». E quanto meno nel proprio territorio, la Corona e i suoi uomini di vertice non avevano difficoltà a farlo. Al contrario, la «capacità di entrare in contatto con ambienti istituzionali» era una delle caratteristiche principali e dei compiti peculiari della struttura. A guidarla, il boss Vincenzo Melia, individuo dalla “carriera criminale” non di poco conto, per gli inquirenti in possesso delle doti di `ndrangheta almeno fin dal 1962 e dall’autorità indiscussa,  dunque scelto per dirigere la struttura, «un`entità superiore ai locali  - spiegano i magistrati - e collegata a quello che si potrebbe individuare come il “terzo livello”, cioè con gli ambienti della massoneria e della politica». Ma a Melia spettava anche il compito di curare i rapporti con le altre articolazioni dell`associazione, che estendeva i propri tentacoli anche all’estero, fino in Australia e negli Stati Uniti.

GLI INTERESSI DELLA CORONA Sotto il tallone della struttura che rendeva unica cosa i cinque locali, passava di tutto, dagli appalti alle elezioni. Dai lavori edili al taglio dei boschi, passando per gli appalti pubblici e l’esercizio abusivo del credito, fino all`elezione del presidente della Comunità montana "Aspromonte Orientale" - quel Bruno Bova tratto in arresto a novembre e oggi raggiunto da una notifica di conclusione indagini -  gli uomini della Corona controllavano tutto ed erano in grado di muoversi su tutti i piani. A rivelare in maniera plastica il potere della nuova struttura è proprio la corsa di Bova, all’epoca vicesindaco di Ardore, alla presidenza della Comunità montana. Per i clan «favorire un affiliato al “locale” di Ardore affinché raggiungesse una posizione direttiva piuttosto importante nell`economia del territorio, alla guida di un ente periferico in grado di gestire denaro pubblico e quindi bandire gare d`appalto, interloquire con gli apparati provinciali e regionali e condizionare, mediante le alleanze politiche e la spartizione delle varie cariche al suo interno, le scelte di una parte dell`elettorato, era un`occasione da non perdere, soprattutto per quella `ndrangheta inserita maggiormente nel mondo dell`imprenditoria, di cui facevano parte gli affiliati alla “Sacra Corona”».

QUEI RAPPORTI CON LA MASSONERIA Ma è soprattutto sfruttando conoscenze e influenze dei fratelli massoni che gli uomini della Corona progettavano di imporre il proprio volere e il proprio raggio d’azione. Almeno sei dei personaggi arrestati nell’ambito dell’operazione Saggezza erano membri – scrive il gip – della «loggia massonica con sede in via Mazzini di Siderno, facente capo alla più grande loggia madre denominata Camea (Centro attività massoniche esoteriche accettate) il cui Gran Maestro risultava essere all`epoca dei fatti "omissis" (persona estranea all`indagine e non indagata), identificato dai fratelli massoni con l`appellativo di “Ripa 33”». Insieme a politici, imprenditori, professionisti iscritti alla loggia c’erano anche uomini di peso della Corona e del locale di Ardore. È il caso del “maestro di Corona e capoconsigliere” Nicola Nesci, che anche tra i grembiulini aveva fatto una discreta carriera: l`uomo – scrivono i magistrati - è “Maestro segreto di 31° grado”, nonché “Presidente della camera di 4° grado” ed è «legato a tre soggetti, che erano gli unici in grado di riferire sulla sua persona». Sono tre “fratelli” massoni, uno dei quali, Giuseppe Siciliano, finito agli arresti perché ritenuto un uomo del clan di Ardore. Insieme a loro, affratellati ai notabili della zona, c’erano anche Giuseppe Varacalli, Rocco Mediati, Ferdinando Parlongo e Bruno Parlongo, accusati, a vario titolo, di associazione a delinquere di stampo mafioso e intestazione fittizia di beni. Anche Giuseppe Varacalli non è un personaggio di poco conto nell’organigramma mafioso della zona. Ma per i “fratelli” riuniti all’ombra di squadra e compasso è solo un “cavaliere” dell’ordine massonico nato sull’isola di Malta, dove – stando a una conversazione intercettata – avrebbe ricevuto la sua investitura. L’inizio di un percorso che in seguito lo lo porterà alla loggia Zaleuco di Locri, ma che si interromperà bruscamente – si presume – nel 2008, quando Varacalli verrà accusato di aver favorito la latitanza del boss di San Luca, Antonio Pelle. Tutte circostanze che per gli inquirenti non fanno che confermare una tesi che la Dda porta avanti da tempo: «Il contatto con gli ambienti massonici costituisce un vero e proprio trampolino di lancio per gli affiliati al sodalizio mafioso, poiché li avvicina a quelle componenti della società italiana che costituiscono i veri centri decisionali in campo economico, politico e sociale». (0080)

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  • Occhiello Requisitoria per i sette imputati che hanno chiesto di essere giudicati con rito abbreviato. Chiesti 10 anni per Carmelo Ietto, Bruno Parlongo e Rocco Varacalli

COSENZA «La crisi politica che attraversa il Comune e la sua maggioranza sta portando allo scoperto il vero collante che ha tenuto insieme in questi anni il sistema di potere che regge la città: il trasversalismo»: lo scrivono in una nota congiunta gli esponenti di Pse, Sel e Uniti Per Paolini Sindaco.
«I danni prodotti dal consociativismo e dalla commistione di interessi privati nella gestione dell`amministrazione pubblica – aggiungono i tre partiti – sono arrivati al pettine e la città adesso rischia di spegnersi definitivamente sotto la montagna di macerie prodotte dalla mala gestione e dall`immobilismo politico di questi anni». Secondo i gruppi di centrosinistra «Cosenza è una città ferita. Gestione dei rifiuti, trasporto pubblico in crisi, traffico in tilt, disoccupazione a livelli "greci": mai la qualità della vita è stata così bassa. Ma è soprattutto nel comparto sanitario che il trasversalismo e le commistioni di interessi hanno provocato i danni peggiori ed hanno lasciato che le strutture sanitarie della città, un tempo orgoglio della medicina calabrese, degradassero a livelli da quarto mondo, segnate da un clientelismo indecente e utilizzate  in campagna elettorale come strumento di rozza propaganda. Questo trasversalismo strisciante e becero è il virus che ha infettato la vita politica e le istituzioni pubbliche della città di Cosenza».
«Desta scalpore e preoccupazione – continua il comunicato di Pse, Sel e Uniti Per Paolini Sindaco – la dichiarazione del sindaco secondo cui gli incarichi professionali e le commesse pubbliche vengono assegnate seguendo le appartenenze politiche. E` la conferma di quello che noi diciamo da tempo: a Cosenza il clientelismo è stato istituzionalizzato e si è sostituito al merito quale criterio di selezione per gli incarichi pubblici».
Di fronte a questa «indecente degenerazione delle istituzioni democratiche», i consiglieri di opposizione – pur non citando mai il centrodestra calabrese niente affatto esente da colpe quanto a danni nella sanità cosentina – richiamano «le forze di centrosinistra, le forze civiche e riformiste che si rifanno agli ideali di progresso e che hanno sostenuto alle scorse elezioni la candidatura di Enzo Paolini, a riprendere la costruzione di una piattaforma programmatica condivisa e radicalmente innovativa che si ponga in netta discontinuità con le pratiche clientelari e la mala gestione di questi anni».
I consiglieri di minoranza «pur nelle legittime distinzioni di critica e di giudizio, hanno sempre contestato le politiche dell`amministrazione Occhiuto su tutta la linea e con questa coerenza adesso chiedono ai partiti ed ai movimenti di centrosinistra di convocare in tempi brevi un tavolo di trattativa con i rappresentanti istituzionali per ripartire con l`esperienza iniziata durante le passate elezioni comunali attorno alla figura di Enzo Paolini. Noi – concludono – abbiamo tracciato una proposta condivisa, seria e responsabile, chiamata a mettere fine alla logica spartitoria confermata anche ieri in una dichiarazione pubblica del sindaco Occhiuto. Solo così il centrosinistra può ritornare a governare la città con un’azione politica fatta di idee e confronto nell’esclusivo interesse dei cittadini». (0070)

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  • Occhiello Pse, Sel e Uniti Per Paolini Sindaco attaccano Mario Occhiuto, denunciano «trasversalismo» e «degenerazione delle istituzioni democratiche» e invocano una piattaforma comune da cui tornare a governare

CATANZARO È stata fissata per il 10 aprile prossimo l`inizio dell`udienza preliminare nei confronti dell`ex parroco di Belcastro, don Roberto Mastro, accusato di aver abusato, dal 2007 al 2010, di 17 ragazzini, tutti di età inferiore ai 14 anni. La Procura della Repubblica di Catanzaro ha chiesto il rinvio a giudizio nei confronti del sacerdote ed ora il giudice per le udienze preliminari, Maria Rosaria Di Girolamo, ha fissato la data dell`inizio dell`udienza preliminare. Il sacerdote è difeso dall`avvocato Aldo Truncè, mentre le parti offese sono rappresentate dall`avvocato Antonello Talerico. L`inchiesta della Procura di Catanzaro fu avviata tre anni fa dopo la denuncia presentata dai genitori di una delle presunte vittime. Successivamente i carabinieri hanno raccolto le dichiarazioni dei genitori di altri ragazzi che, secondo la loro versione, avrebbero subito gli abusi da parte del sacerdote. Durante le indagini preliminari si è svolto anche un incidente probatorio durante il quale sono state raccolte le testimonianze delle vittime. Del sacerdote si sono perse le tracce dal dicembre del 2010, quando furono pubblicate le notizie dell`indagine in corso nei suoi confronti.

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  • Occhiello Don Roberto Mastro è irreperibile dal dicembre 2010. Le presunte violenze, denunciate dai genitori delle vittime, risalirebbero agli anni 2007-2010
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