Corriere della Calabria - Articoli filtrati per data: Domenica, 20 Aprile 2014

Annunci, proclami, promesse. La politica economica della Regione si basa soprattutto su queste basi. Così, nonostante la profonda recessione che ha scaraventato in un profondo e inesorabile stato di prostrazione il tessuto produttivo calabrese – spazzando via quel che resta del sistema imprenditoriale – gli interventi annunciati da tempo dall`esecutivo Scopelliti per cercare di stemperare gli effetti stentano ancora a concretizzarsi. Non si tratta per intenderci di misure tese a rilanciare lo sviluppo – difficile in un momento in cui gli investimenti restano al palo – ma di azioni per consentire all`economia di contrastare in qualche modo i contraccolpi più forti di una situazione economica già da tempo sotto il livello minimo di sussistenza. Da azioni per sostenere l`accesso al credito finalizzato a garantire liquidità alle imprese calabresi e misure atte a risanare i loro disastrati conti economici. Tutte misure ampiamente richieste praticamente da ogni settore economico della regione.
E davanti al grido accorato di disperazione che quotidianamente si leva da pezzi importanti dei principali settori produttivi – l`ultimo solo in ordine di tempo proviene da Giuseppe Speziali, presidente di Confindustria Calabria – e dal mondo del sindacato, la Regione mantiene ancora un profilo attendista – o meglio menefreghista – lanciando esclusivamente proclami.
È il caso delle misure anticicliche – interventi utili, appunto come indica la stessa denominazione, a contrastare periodi di recessione come questi –  che da almeno due anni attendono di prendere forma e sostanza. Nonostante gli incontri, i tavoli operativi e gli appuntamenti con le parti sociali, con gli organismi di rappresentanza di tutte le categorie – in cui si è annunciato più volte il varo – di queste misure neanche l`ombra. Annunci, solo annunci ripetuti più volte anche in diverse conferenze stampa. Ma di quegli strumenti fondamentali per consentire al sistema produttivo di contrastare la congiuntura sfavorevole non se ne è fatto nulla. Dalle parti di Palazzo Alemanni e nei corridoi dei dipartimenti Attività produttive ed Economia di tutti questi interventi sono rimasti esclusivamente proclami.
In una sorta di limbo che rischia però di trasformarsi in un inferno – l`ennesimo – per gli imprenditori con nuovi e ancor più pesanti contraccolpi sulla tenuta occupazionale.

ANNUNCI E ATTESE
Tra una rimodulazioni e l`altra dei fondi strutturali – leggasi tagli da un miliardo di euro – che l`Europa ha messo a disposizione della Calabria per programmare il proprio sviluppo, l`amministrazione regionale ha più volte annunciato un pacchetto di iniziative tese a contrastare gli effetti della crisi. Ad esempio, c`è la storia del pacchetto di interventi che sarebbero dovuti essere finanziati con il Piano di azione e coesione (Pac). Interventi che, nonostante siano passati diversi mesi – per l`esattezza quindici –, per il momento rimangono solo annunci. Era il dicembre del 2012, infatti, quando, nel corso di un comitato di sorveglianza sul Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr) 2007-2013,  l`esecutivo regionale annunciava lo storno di risorse provenienti da quel fondo europeo e destinato al Piano di azione e coesione per attuare misure anticicliche. Si trattava di 40 milioni di euro da utilizzare per tre azioni precise: garantire il capitale circolante alle imprese, consentire il riequilibrio finanziario delle aziende e sostenere piccoli investimenti soprattutto alle microimprese. Tradotto in azioni quelle misure, nel corso di tutti questi mesi, avrebbero potuto garantire utili strumenti per le imprese per ottenere liquidità necessaria a far funzionare la macchina aziendale. Dal saldo delle fatture dei fornitori al pagamento degli stipendi dei dipendenti fino all`acquisto di beni e servizi. Mentre con l`altra misura – il riequilibrio finanziario, per intenderci – gli imprenditori avrebbero potuto risanare i proprio conti, spesso sovraesposti per le tante passività accumulate in questa stagione di crisi. Una misura straordinariamente utile anche per ottenere un rating positivo da parte delle banche e conseguentemente riuscire ad avere nuovo credito magari a un tasso anche migliore. Senza contare che con l`ultima azione, gli investimenti semplificati – solo annunciata ma non ancora avviata –, i titolari delle aziende calabresi sarebbero stati in grado di compiere piccoli ma importanti interventi per potenziare le proprie imprese: acquisto di macchinari e servizi. Passano i mesi ma di quegli interventi nessuna traccia. Tranne un nuovo annuncio datato, questa volta febbraio 2013. Anche qui in occasione di una nuova seduta del Comitato di sorveglianza. Stessi soldi, stesse misure e nulla di più. Dovrà passare circa un anno – siamo a gennaio scorso – perché si ritorni a parlare di quelle misure. Ma soltanto per dire che dei 40 milioni solo 8 sarebbero disponibili. L`assessore regionale alle Attività produttive, Demetrio Arena, annuncia che il ministero dello Sviluppo economico avrebbe trasmesso alla Regione queste risorse che sarebbero state  utilizzate per finanziare la misura sul riequilibrio finanziario. Un nuovo annuncio e una nuova attesa da parte delle imprese. Ma la politica degli annunci non si limita a questo caso. La stessa storia si ripete per la rimodulazione del fondo di controgaranzia. Un fondo da 51 milioni in gestione a Fincalabra mai decollato. Da qui la decisione maturata nel dicembre del 2012 di rimodulare questi fondi e destinarli anche questi a misure anticicliche. Un lungo silenzio interrotto il 22 gennaio scorso sempre dall`assessore Arena per annunciare la nascita del fondo unico per le imprese. Un pacchetto da 76 milioni di euro in cui, oltre ai 51 milioni provenienti da quella misura, si sommerebbero 25 milioni del fondo cosiddetto Mezzanino. Secondo le nuove disposizioni, complessivamente queste risorse sarebbero state divise per finanziare nuovamente il “Mezzanino” – uno strumento per sostenere a medio e lungo termine investimenti materiali e immateriali, partito il 22 giugno del 2012 di cui sono stati erogati appena 3 milioni –, 28 milioni per finanziare piccoli investimenti e capitale circolante, 15 milioni per offrire uno strumento utile a garanzie dirette e coogaranzie, nonché altri 5 milioni per controgaranzie e 3 per misure di equity sulle start-up cioè partecipazione diretta al capitale di aziende di nuova costituzione da parte della Regione. Ma, se si esclude il “Mezzanino”, di tutte le altre misure restano solo annunci per gli imprenditori. Con un rischio in più. A differenza dei 40 milioni del pacchetto di interventi anticiclici finanziati dal Pac, questi 76 milioni, se non rendicontati entro la fine del 2015, rischiano di perdersi per sempre. Visto che queste risorse provengono direttamente dal Fesr 2007-2013 che ha una data di scadenza precisa: 17 mesi. Così, al danno per aver atteso per anni questi soldi, agli imprenditori resterebbe anche la beffa di vederli definitivamente svanire.

Il servizio è stato pubblicato sull`edizione n. 141 del Corriere della Calabria distribuita in edicola fino al 13 marzo del 2014

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  • Occhiello Milioni di euro annunciati dalla giunta per contrastare gli effetti devastanti della recessione restano solo parole. Dalla Regione nessuna di quelle azioni anticicliche a distanza di anni è partita

Tre persone sono state arrestate e poste ai domiciliari dai carabinieri a Briatico per detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. Si tratta di Francesco Comerci e Riccardo Melluso, entrambi di 23 anni, e Salvatore Bruzzese, di 25 anni. I tre sono stati sorpresi mentre stavano prelevando delle alcune dosi di marijuana nascoste sotto una scala posta in una spiaggia di Briatico.

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  • Occhiello I giovani sono stati sorpresi mentre prelevavano gli stupefacenti
Domenica, 20 Aprile 2014 18:56

In alto gli shaker

COSENZA In principio erano tentativi artigianali – e molto “estremi”, almeno stando alla gradazione alcolica – di miscelare liquori. In un bar di Rende, oppure nelle discoteche dell`area urbana di Cosenza si gustavano (si fa per dire) cose come il “Barone rosso”, uno dei primi cocktail apparsi alle latitudini calabresi. Com`era fatto? Con gin, Fuoco di Russia e triple sec (un distillato incolore aromatizzato agli agrumi): alcol attorno ai 60 gradi e sbronza assicurata. Salvo, poi, maledire la scelta la mattina seguente. Non è tutto. Il “Barone rosso” non esiste più: ce ne sono altre forme con ingredienti diversi, perché il Fuoco di Russia – una miscela micidiale di alcol,  zucchero con l`aggiunta di qualche aroma – è praticamente introvabile. C`era anche l`Angelo azzurro, altro mix ad altissimo tasso alcolico. E poi poco altro. I cocktail scarseggiavano e, stando a quelli che si trovavano in giro, non erano esattamente salutari.
Erano i primi anni 90: in Calabria non c`erano scuole di formazione per barman né associazioni di categoria, che sarebbero arrivate a metà di quel decennio. Simone Gaudio ha visto nascere e crescere la storia della miscelazione in Calabria. Ha visto «la regione crescere nel settore dei bartender, specie nella formazione e la divulgazione del buon bere, di una cultura che vada verso la degustazione e non verso la quantità di alcol». Serve una certa sensibilità per stare dietro a un bancone. C`è il lato da film, un po` abusato e forse ingigantito da decenni di celluloide e di romanzi: ascoltare milioni di parole dei clienti alticci in vena di confidenze. Ma all`occorrenza serve anche qualche cortese rifiuto. «Fammene uno più forte» è una delle richieste classiche: si deve anche dire no. I tempi dei 70 gradi del Fuoco di Russia sono lontani. La Calabria è passata dall`improvvisazione alla professionalità, una “nascita” che seguiva una “rinascita”: quella del centro storico di Cosenza. Il rilancio voluto da Giacomo Mancini senior passava anche dal ritorno della vita notturna sul corso principale della città vecchia, popolato, all`epoca, di nuovi locali. C`era anche un cocktail bar, il primo ad avere una carta internazionale, per fare il salto dal “Barone rosso” a un altro modello di bere.
Non siamo all`alcolismo “letterario” di Ernest Hemingway, la cui passione per il rum ha reso immortali due cocktail e due locali dell`Avana («il Mojito alla Bodeguita Del Medio e il Daiquiri al Floridita»: il percorso perfetto per le serate del grande scrittore), ma sicuramente a un cambio di passo. Non è questione (non solo) di incassi, ma anche di riconoscimenti. Che sono arrivati molto presto e, negli anni, sono diventati internazionali. A metà degli anni 90 il primo corso Aibes, poco dopo la prima vittoria importante per un calabrese. Che è proprio Simone Gaudio: con il suo “Ludovica” conquista un titolo italiano e si piazza al secondo posto nella finale europea di Malta.
L`Europa scopre i barman calabresi. Nel 1999 apre definitivamente gli occhi: «Eravamo alla finale europea di Parigi – ricorda Gaudio – e, quando hanno pronunciato per due volte la parola Cosenza, pensavamo che i giurati non sapessero nemmeno dove stava di preciso». Quella volta i cosentini presere due premi: uno proprio per Gaudio, l`altro per Alessandro Franco, che si aggiudicò il premio nel “Flair”, la disciplina che unisce la miscelazione dei liquori alle acrobazie con le bottiglie. E qui non può mancare la citazione pop di “Cocktail”, il film con Tom Cruise che ha lanciato la moda su scala globale. E su scala globale sono approdati altri due cocktail calabresi: il “Gotha” di Aldo Piromalli e il “Rosenthal” di Sergio Aiello. Il primo è arrivato fino a una finale mondiale in Messico (dopo aver trionfato in Italia), il secondo la finale mondiale l`ha addirittura vinta, a Cuba, sbaragliando la concorrenza di altri prodotti a base di rum. E chissà cosa avrebbe detto Hemingway se avesse assaggiato la miscela calabrese.
Se il Nobel si aggirasse ancora a Londra in cerca di un drink (come fece nelle notti che lo condussero allo sbarco in Normandia, come inviato di un magazine statunitense), rischierebbe di imbattersi in un barman calabrese, partito qualche anno fa da Catanzaro Lido e approdato nel Regno Unito dopo parecchia gavetta, sfruttando gli insegnamenti dei suoi maestri e la sua ottima dotazione di talento. Danilo Levato è uno dei top ten bartender londinesi. Non è un riconoscimento che si improvvisa. Piuttosto è il frutto di una passione nata a 12 anni, quando iniziò a lavorare nel bar del padre. Il primo corso arriva a 18 anni. Danilo studia e lavora, mescola e fa volare le bottiglie, fino al primo impiego a tempo pieno in un locale di Catanzaro Lido. Da lì parte la sua storia d`amore con i cocktail: corsi di base, e poi avanzati, a Roma e Milano, intervallati dalle serate in Calabria. Basta sostituire il tipo di competenze, ma la storia di questo giovane non è diversa da quella di molti altri che, dopo essersi formati in Italia, salutano e vanno all`estero, perché lì – anche per chi lavora di notte – ci sono più opportunità. In fondo, si tratta di inseguire sogni: e Danilo vuole diventare uno dei bartender più abili del mondo. Non sarà – almeno non in senso stretto – una fuga di cervelli, ma è sicuramente una fuga di competenze.
Il primo incrocio con Londra avviene grazie al “Prepare to flair”, una gara per barman acrobatici: arriva primo per tre volte nella gara che gli apre le porte delle serate londinesi. Show televisivi ed eventi in molti club e locali fanno il resto. Il curriculum è straripante: arriva al primo posto per due volte consecutive nell`Havana Fiesta competition 2012 e poi si trasferisce a Watford. Lascia la City perché vuole più tempo per allenarsi e partecipare alle gare mondiali. Tutto è partito in un piccolo bar di provincia: adesso centinaia di persone “bevono calabrese”. E la tendenza si allarga anche ad altre capitali europee. Nelle serate dell`Hard Rock Cafè di Madrid, dietro il banco dei liquori c`è (anche) il cosentino Francesco Mazzocca. E un suo concittadino, Giampiero Riconosciuto, mixa e shakera all`hotel Murano di Parigi, che è il secondo cocktail hotel più importante della Capitale francese.
E dire che vent`anni fa si faceva la fila in discoteca o al bar per un “Barone rosso” o un “Angelo azzurro”. E per quei pochi centilitri di Fuoco di Russia da maledire la mattina seguente. (0020)

Il servizio è stato pubblicato sul numero 139 del Corriere della Calabria.

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  • Occhiello Le miscele calabresi più premiate degli ultimi anni. E i barman che, partendo dal profondo Sud, hanno conquistato a suon di drink le capitali europee
Domenica, 20 Aprile 2014 18:43

Trasferte dorate per i consiglieri regionali

REGGIO CALABRIA C`è chi è pronto a giurare che le nuove norme renderanno ancora meno trasparente la disciplina del settore. Il dato certo è che con le nuove regole i consiglieri regionali calabresi non dovranno più chiedere autorizzazioni preventive e rendicontare le missioni in Italia e all`estero collegate al loro mandato istituzionale. La chiave della svolta e? contenuta in una delibera dell’Ufficio di presidenza di Palazzo Campanella (la numero 66 del 2013), che riconosce «un contributo mensile forfettario ed omnicomprensivo lordo, come quantificato nel prospetto contabile allegato, per le missioni sul territorio nazionale ed all’estero e correlate all’esercizio del mandato con decorrenza primo agosto 2013». In buona sostanza, ogni consigliere regionale – da questa disciplina vanno esclusi il presidente della giunta regionale, gli assessori e i cinque componenti dell’Ufficio di presidenza del Consiglio – sta gia? ricevendo mensilmente in busta paga un contributo di oltre 1000 euro (che fa lievitare lo stipendio a un totale netto mensile di quasi 7500 euro) finalizzati proprio a coprire le spese per eventuali trasferte oltre il Pollino o lo Stretto. Il «contributo mensile e forfettario» viene intascato anche se i consiglieri (sono 37 quelli interessati dal provvedimento) non varcheranno i confini regionali per motivi istituzionali nell’arco di un mese. Certo, e? difficile che cio? avvenga ma teoricamente non e? del tutto impossibile.
Chiamati in causa, ai piani alti dell’Astronave assicurano che la nuova disciplina – che comunque e? in linea con i criteri di spending review a cui ogni amministrazione pubblica si deve allineare – assicurera? risparmi nel lungo periodo. Basti pensare che la cifra media di quanto speso per missioni dal consiglio regionale e dai gruppi «nel periodo 2010-2012 e? pari a 511.518,89 – cifra che si riferisce al singolo anno – e deve essere abbattuta di un ulteriore 10% a valere dal bilancio di previsione 2014». Facendo due rapidi calcoli, con il «contributo mensile forfettario» elargito ai 37 consiglieri che ne hanno diritto, il consiglio regionale arriva a una spesa annua che ammonta a poco meno di 450mila euro. A cui, pero?, vanno sommate le spese per l’attivita? istituzionale dei vertici della Regione.
Ma se lo sforzo e? apprezzabile, tuttavia e? difficile parlare di svolta davanti al venir meno dell’obbligo di autorizzazione e rendicontazione delle missioni: di fatto uno schiaffo alla trasparenza. Qualche novita?, in temi di tagli alla spesa, e? stata introdotta con la legge regionale 1/2013, che «riduce dell’80% le spese per il noleggio e l’esercizio di autovetture rispetto alle medesime spese dell’anno 2009». Alle auto blu hanno diritto i presidenti di giunta e consiglio regionale, i vicepresidenti, gli assessori e i componenti dell’Ufficio di presidenza.
Sono lontani, insomma, i tempi delle vacche grasse, in cui i rimborsi spese delle missioni istituzionali erano commisurati alla tabella dei costi di esercizio stilata dall’Automobile club d’Italia. Il particolare era di non poco conto: perche?, viaggiando a bordo di lussuosi bolidi, gli eletti potevano presentare all’ufficio provveditorato di Palazzo Campanella un bordero? molto piu? consistente della spesa. Senza contare poi la cosiddetta “indennita? di accesso” abolita di recente. Si basava su un dato presunto: quello secondo cui i consiglieri regionali dovevano garantire la loro presenza a Reggio Calabria almeno quindici volte al mese. Per fortuna, questa norma che tante critiche aveva attirato su di se? e? stata tagliata. E ci e? costata lunghi sermoni (tutti incentrati sulla “virtuosita?” di questa classe dirigente) dei massimi rappresentanti istituzionali. Insomma, ci hanno provato a fare una dieta record ma alla fine hanno dovuto in parte cedere. E? successo gia? nei mesi scorsi quando il consiglio regionale si e? reso conto che i soldi arrivati da Catanzaro erano troppo pochi. Tra gli stage da rinnovare e gli stipendi da pagare, sono spuntati convegni, qualche iniziativa di rappresentanza, una sfilata. Troppe le emergenze alle quali fare fronte. Ecco spiegato il motivo per cui l’Ufficio di presidenza di Palazzo Campanella ha deciso di destinare l’avanzo di amministrazione 2012 (pari a oltre 5,7 milioni) «per le esigenze consiliari». Chiariamo: quelli recuperati sono sempre soldi del Consiglio, “ripescati” perche?, a fronte di un fabbisogno dichiarato per l’anno 2013 pari a 62,5 milioni (in diminuzione rispetto ai 70 milioni del 2012), l’Astronave e? stata autorizzata a effettuare una spesa complessiva di 55,5 milioni.
Dando un’occhiata alle evoluzioni della spesa, non e? stato complicato intuire come da Palazzo Alemanni (il bilancio del Consiglio dipende dagli stanziamenti della giunta regionale) non sia arrivato il denaro preventivato. E? il 27 dicembre 2012, e il Palazzo si assegna 54 milioni di euro per le sue necessita?. A inizio estate arriva il primo assestamento: c’e? un milione e 500mila euro in piu?: si tratta di «spese per il funzionamento del consiglio regionale», approvate il 9 luglio dello scorso anno dal Consiglio. Gli oltre 5,7 milioni dell’avanzo sono stati utilizzati «al fine di rimpinguare le singole poste di bilancio che presentano particolari criticita? tali da non consentire l’adempimento degli impegni assunti secondo i programmi e gli indirizzi dell’Ufficio della presidenza». Perche? va bene tagliare, ma quando e? troppo il Palazzo proprio non ci riesce.

Il servizio è stato pubblicato sul numero 144 del Corriere della Calabria

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  • Occhiello Palazzo Campanella riconosce un contributo di oltre 1000 euro mensili per le missioni. Fino a qualche mese fa c’era l’obbligo di rendicontare l’attività istituzionale portata avanti fuori dai confini regionali ma dall`Astronave assicurano: «Così si risparmia»
Domenica, 20 Aprile 2014 14:42

Si toglie la vita lanciandosi sotto al treno

A uccidersi sotto l`intercity 505 stamani tra Finale e Spotorno è stato un pensionato di 81 anni, originario di Cosenza residente a Vado Ligure. L`uomo era celibe e gli inquirenti sono riusciti a contattare i nipoti solo nella tarda mattinata di oggi.
Inutili le manovre per fermare il convoglio che ha travolto la persona sui binari.La linea è rimasta interrotta fino alle 9 per consentire il recupero del corpo e dalle 9 alle 10,30 la circolazione dei treni ha ripreso su un unico binario. Oltre all`intercity che ha accumulato 2 ore di ritardo 11 treni hanno avuto dai 15 ai 90 minuti di ritardo. Quattro regionali sono stati cancellati.

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  • Occhiello Un cosentino di 81 anni, residente a Vado Ligure, è morto travolto da un`intercity

REGGIO CALABRIA Il vitalizio di Domenico Crea è stato messo in stand by dagli uffici della Regione. Colpa della Cassazione e della sentenza definitiva arrivata per l`ex consigliere regionale nel processo “Onorata sanità”. Una batosta  per le finanze del politico, che percepiva, dal settembre 2011, un vitalizio mensile di 6.647 euro lordi. La sospensione del vitalizio è legata proprio all`interdizione perpetua dai pubblici uffici disposta con la sentenza del processo “Onorata sanità”, che ha confermato i 7 anni e 6 mesi disposti dalla Corte di Appello di Reggio Calabria.
Il vitalizio è stato sospeso «in via cautelativa già dal mese di febbraio 2014», ma per Crea non è detta l`ultima parola. È la stessa Regione, infatti, ad annunciare una «verifica sul diritto dell’interessato a continuare a percepire l’assegno». (0020)

Il servizio completo, firmato da Pablo Petrasso, è sul numero 147 del Corriere della Calabria, in edicola fino al 24 aprile.

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  • Occhiello Benefit sospeso per l`ex consigliere regionale dopo la condanna definitiva nel processo “Onorata sanità” e l`interdizione perpetua dai pubblici uffici
Domenica, 20 Aprile 2014 12:09

La Pasqua dimessa di Sant`Onofrio

SANT`ONOFRIO Malumori e tensioni sono i sentimenti vissuti nel giorno di Pasqua a Sant`Onofrio. A turbare la festa della resurrezione di Cristo è stata la decisione di annullare, per la prima volta nella storia del paese, la processione dell`Affruntata in segno di protesta contro la decisione del comitato per l`ordine e la sicurezza pubblica che aveva affidato alla protezione civile il trasporto delle statue contro le infiltrazioni della `ndrangheta.
La delusione che in qualche momento si è tramutata in tensione era palpabile già un`ora prima della messa che è stata celebrata dal vescovo di Mileto, monsignor Luigi Renzo. All`esterno della chiesa di Maria Santissima delle Grazie i carabinieri e la polizia hanno presidiato la zona. Tutto però si è svolto senza particolari problemi. Durante la messa un diacono ha avuto un malore ed è stato soccorso e portato in ospedale per accertamenti. Al termine della funzione religiosa la gente si è scambiata gli auguri con una stretta di mano e un abbraccio.
«Questa messa – ha detto nel corso dell`omelia il vescovo di Mileto, monsignor Luigi Renzo – non è stata preceduta dal rito dell`Affruntata. Voi avete voluto che ciò avvenisse, in un certo senso mi dispiace perché questo rito rappresenta per la vita di una comunità un momento molto bello. Ma la Pasqua – ha aggiunto – è resa più bella e solenne, e meno spettacolare ma più espressiva e cosciente, dalla presenza del vostro vescovo tra voi. Sono qui per esprimervi la mia vicinanza in un momento così sofferto, la mia solidarietà per quello che è stato deciso in qualche modo a vostro danno. Sappiamo bene che l`Affruntata non è uno spettacolo che può essere messo in scena da chiunque, anche dall`esterno della comunità. Non si tratta di trovare degli attori che possono essere sostitutivi. È un momento intenso, di gioia, che esprime allo stesso tempo, un profondo senso religioso nel popolo cristiano che certamente non può essere turbato da calcoli mafiosi. La comunità ha diritto di essere rispettata da tutti».
Il pensiero del presule va «anche alla gente di Stefanaconi che sta vivendo la vostra stessa sofferenza. Oggi, però, sarà una bella giornata, malgrado tutto. La legge deve tutelare l`ordine pubblico del vivere civile, la Chiesa ha il vangelo e la sua legge è la misericordia ed il perdono, come ci ha insegnato Gesù. Buoni e cattivi, Dio ci aspetta tutti. Non basta essere cristiani, bisogna esserlo nei comportamenti e nella ferma volontà a seguire Gesù. Non tutti lo fanno malgrado il Cristo sia morto in croce e risorto anche per loro».
A Sant`Onofrio non è tuttavia la prima volta che la processione subisce "contraccolpi" provocati dai tentativi di allontanare esponenti delle cosche da questo rito popolare facendo così venir meno il loro "prestigio". Nel 2010, ad esempio, l`Affruntata fu posticipata di una settimana dopo che, nella notte precedente l`evento, la `ndrangheta aveva sparato alcuni colpi di arma da fuoco contro il cancello della casa dell`allora priore della confraternita del Santissimo Rosario, Michele Virdò, che da sempre organizza la cerimonia. Dopo l`intimidazione la processione fu sospesa e poi celebrata sette giorni dopo. L`anno successivo, stesso copione con l`intimidazione alla squadra di calcio locale, a ridosso della Pasqua scelta dalla chiesa per portare le statue.

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  • Occhiello A turbare la festa la decisione di annullare, per la prima volta nella storia del paese, l`Affruntata. Malore per un diacono durante la messa. Il vescovo: «Non servono attori per la processione»
Domenica, 20 Aprile 2014 12:09

Affruntata "blindata" a Stefanaconi

STEFANACONI Si è svolta senza problemi la processione dell`Affruntata a Stefanaconi. Le statue del Cristo risorto, della Madonna e di San Giovanni sono state portate in spalla dai ragazzi della Protezione civile così come è stato disposto dal comitato provinciale per l`ordine e la sicurezza. A garantire il normale svolgimento dell`evento uno schieramento di forze dell`ordine costituito anche da carabinieri e poliziotti che hanno presidiato il paese fin dalla primissima mattinata.
A Sant`Onofrio, invece, così come era stato deciso ieri al posto della processione c`è stata una messa celebrata dal Vescovo di Mileto, Luigi Renzo. «Se si fosse trovata una soluzione condivisa ne avrebbero giovato tutti. Sono venuto a Sant`Onofrio - ha spiegato il presule al suo arrivo - a portare la mia solidarietà e vicinanza alla popolazione che ha dovuto rinunciare al rito dell`Affruntata. Se mi avessero interpellato al momento opportuno sarei intervenuto io in prima persona. L`Affruntata non è uno spettacolo, è un rito religioso sentito da tutta la popolazione e tale deve restare».

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  • Occhiello Le statue del Cristo risorto, della Madonna e di San Giovanni sono state portate in spalla dai ragazzi della Protezione civile
Domenica, 20 Aprile 2014 12:01

Desiderio di... vino

Ricorda ancora quando, da bambino, aiutava il padre a fare il vino. Ma allora non pensava che quella passione sarebbe diventata un secondo lavoro. Pierpaolo Greco, ingegnere di Spezzano Piccolo, nel 2008 assieme a due amici, Michele Scrivano, educatore, e Damiano Mele, architetto, entrambi di Celico, ha messo su una piccola società vitivinicola, Spiriti Ebbri, che ha sede in un garage-cantina nel suo paese d’origine. L’intento iniziale era quello di condividere il piacere di produrre del vino – dal momento che già ognuno di loro lo faceva per il proprio consumo – e di bere un bicchiere di buon rosso in compagnia.
A Lappano, nel Cosentino, hanno comprato un terreno di due ettari, di cui uno coltivato a vigna, che stanno provvedendo a rinnovare e ingrandire. Gestiscono, inoltre, un vigneto di circa mezzo ettaro, e fra pochi anni pensano di occuparsi di poco più di tre ettari di vigneto. La loro filosofia è quella di produrre vino biologico. Hanno due linee di produzione, entrambe Igp: l’Appianum (è il nome latino di Lappano), per i rossi prodotti con le uve Gaglioppo, Greco Nero, Magliocco Canino e Dolce e con altri vitigni tipici provenienti dal comune di Lappano – quelli che coltivano direttamente loro – e dai comuni limitrofi. Quest’anno hanno messo in cantina anche il rosato. E il Neostòs – rosso, bianco e rosato – (è un nome nato da una crasi tra le parole greche Néos – nuovo – e Nóstos, ritorno), per i vini prodotti con le uve Pecorello, Greco Bianco, Mantonico, provenienti da paesi storicamente vocati alle coltivazioni di vigneti come Frascineto, Donnici, Cirò, Strongoli, e coltivate da fornitori selezionati. Preferiscono i piccoli coltivatori biologici e le vigne vecchie e poco produttive. E proprio il Neostòs è finito tra le 100 parole chiave del 2013 nel fotoracconto di Gianni Mura, giornalista di punta di Repubblica, che definisce questo bianco, «il migliore assaggiato nell’anno». «Un riconoscimento che non ci aspettavamo – racconta orgoglioso Pierpaolo – e che non so se meritiamo davvero. Abbiamo iniziato per caso, anche perché ognuno di noi svolge un’altra attività, ma adesso da hobby si sta trasformando in un secondo lavoro vero e proprio perché produciamo vini naturali che sono molto impegnativi. Noi tre trascorriamo il fine settimana in vigna, facciamo da soli anche se nel periodo della vendemmia ci facciamo aiutare. Anzi, adesso stiamo pensando di assumere un contadino perché stiamo impiantando una nuova vigna a Lappano».
«Cerchiamo di produrre vini che siano unici – aggiunge –, capaci di suscitare emozioni uniche. Preferiamo l’utilizzo di barrique (piccole botti di legno, ndr) usate, ma utilizziamo anche recipienti in acciaio. Crediamo, come accade in Borgogna, che l’apporto dell’enologo non sia fondamentale: perché rivolgersi di continuo al medico se non si è ammalati? L’enologo è naturalmente importante quando il vino si ammala o ha una salute un po’ cagionevole o, peggio, quando si vuole produrre vino come se fosse una bevanda sempre uguale a se stessa. Non pratichiamo nessuna concimazione o, quando è necessario, una concimazione con solo letame controllato o con prodotti biologici. Tutte le uve utilizzate provengono da agricoltura biologica o naturale; i vini sono prodotti senza utilizzo di alcun additivo, fatta eccezione per piccole quantità di anidride solforosa. In gergo sono definiti “vini naturali” proprio perché realizzati soltanto con l’uva, con i lieviti e i batteri spontaneamente presenti sull’uva e in cantina, e con un po’ di solforosa. Vorremmo che i nostri vini fossero rappresentativi del territorio. Sulla controetichetta dell’Appianum riportiamo una frase di Henry Jayer, considerato il più grande vinificatore al mondo in vita: “Per fare il vino ci vogliono istinto e cuore, e in più c’è bisogno di una filosofia. Il vino non è una semplice bevanda, è un piacere. Ci vuole rispetto per la sua complessità, per la sua originalità, per la ricchezza di stimoli che offre” ».
Il piacere di bere ha anche un costo. «Il prezzo di una bottiglia di Neostòs, prodotto esclusivamente con uve biologiche o certificate – ribadisce Pierpaolo – è di 7,50 euro, mentre per un rosso Appianum si spendono 10,50 euro. Vendiamo anche fuori, anzi i clienti più affezionati e interessati sono soprattutto quelli di altre regioni». Spiriti Ebbri ha dei traguardi ben precisi da raggiungere. «Vogliamo aumentare la produzione – rivela l’ingegnere con la passione per il vino – e comprare un terreno nuovo. Ma sicuramente non supereremo un determinato tetto perché l’obiettivo è la produzione artigianale per realizzare un vino di qualità. Il nostro rimarrà sempre un rosso, un bianco o un rosato di nicchia». (0050)

Il servizio è stato pubblicato sul numero 134 del Corriere della Calabria

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  • Occhiello Una piccola azienda del Cosentino produce rossi, bianchi e rosati biologici. Il Neostòs è finito tra le 100 parole chiave del 2013 nel fotoracconto di Gianni Mura, giornalista di punta di Repubblica

«Niente, stavo sul set con Al Capone e a un certo punto...»: se non fosse per la familiarità con cui parla dei divi del grande e del piccolo schermo, a sentire Laura Caparrotti si direbbe che interpreta la protagonista di una fiction in cui la «ragazzetta» di origini calabresi formatasi a Roma e partita inseguendo il sogno americano riesce, alla fine, a frequentare alla pari i grandi nomi del jet set Usa. Invece è tutto vero e il sogno è diventato realtà: di passaggio da Cosenza, la Caparrotti riceve una mail. «È la produzione di Boardwalk Empire»: la serie tv della Hbo sulla mafia di Atlantic City ai tempi del proibizionismo (con Steve Buscemi e Michael Pitt, la IV stagione in esclusiva su Sky in questa primavera 2014), il cui episodio pilota è stato peraltro diretto da Martin Scorsese, le ha chiesto di contattare uno dei protagonisti per chiarirgli dei dubbi sulla pronuncia di alcuni termini italiani. Può accadere che l`italoamericano Vincent Piazza–Lucky Luciano, oppure Stephen Graham (che nella serie è, appunto, Capone) o Bobby Cannavale non si trovino – nonostante le chiare origini – a proprio agio con un`espressione all`apparenza esotica, per non dire ancestrale, che a Laura suona familiarissima: perché fuor di retorica, il legame che ti lega alla tua terra d`origine non si recide mai.
“Expat” che conosce alla perfezione tutti i rivoli della torrenziale presenza italiana nella Grande Mela, la Caparrotti è tornata a calcare – 23 anni dopo, ma da curiosa e non da attrice – le tavole del rinnovato teatro “Morelli”: le stesse che condivise nel 1990 con Mario Carotenuto. Cos`ha provato? «Che emozione!», risponde. «Ricordo tutto di quella sera, l`arrivo a teatro, gli applausi, le mie zie che si alzarono in piedi salutandomi da lontano. Quella tournée con Mario Carotenuto è stata la mia prima tournée e rimarrà per sempre dentro al mio cuore. Non solo scoprivo il teatro, facevo soprattutto le prime esperienze professionali, vivevo anche un modo di vivere che non avrei mai più assaporato. Carotenuto veniva dal teatro di giro, la sua era una famiglia di teatranti,  le tavole del palcoscenico erano il suo ossigeno. Ogni sera imparavo qualcosa di nuovo. Una esperienza che non si è mai ripetuta. Ecco, cinque minuti sul palcoscenico del Morelli mi hanno riportato a tutto ciò».
Lei ha studiato recitazione e scrittura teatrale con mostri sacri del calibro di Dario Fo e Annie Girardot: cosa le è rimasto del loro insegnamento, dentro e fuori il teatro?
«Credo che mi abbiano dato la visione che del teatro ho oggi. Mi hanno insegnato a respirare teatro, ad avere una visione d’insieme, a fidarsi, a buttarsi, ad amare questo lavoro fino in fondo. Non riesco a descrivere la magia di quegli incontri, quando li guardavo quasi imbambolata, con la voglia di rubare il rubabile, che allora forse era meno di quello che potrebbe essere oggi. Sono stata molto fortunata: Annie Girardot, Dario Fo, Mario Carotenuto, Giancarlo Cobelli, Lucilla Morlacchi e tutti gli artisti – Peter Brook, Grotowsky, Peter Stein – che ho incontrato all’Università grazie alla visione non convenzionale del mio professore, Ferruccio Marotti, e che mi hanno fatto vedere il teatro attraverso i loro occhi che pian piano sono diventati i miei».
La storia di suo nonno è una saga che merita di essere raccontata per come, da sola, costituirebbe di per sé una sceneggiatura: vuole accennarcela?
«Mio nonno nasce a Maierato a fine Ottocento e studia medicina a Napoli. Dopo la laurea si trasferisce a Firenze, dove oltre ad essere apprezzato come medico – era davvero eccezionale –, aveva raggiunto una buona posizione sociale. Oltre a fare il medico, nonno Giuseppe si interessava di politica tanto da diventare presto membro del Partito comunista allora appena formatosi. Con l’avvento del fascismo, mio nonno, rischiando posizione e vita, diventa un antifascista conosciuto e temuto. Grande amico di Amadeo Bordiga, uno dei fondatori del partito, una sera a Firenze è la vittima prescelta, insieme a pochi altri, di una retata da parte dei fascisti fiorentini. Mio nonno riesce a fuggire (le leggende narrano che si nascose in un grande sacco di patate) e si rifugia in Calabria, dove il regime fascista lo condanna a stare in confino per venti anni (la nonna di Laura è di Cosenza, come il padre, mentre la madre è nata a Firenze – ndr). Negli anni 40, non ricordo se ’42 o ’44, lui e Bordiga stracciano la tessera del Partito comunista accusandolo di fare i propri affari senza curarsi dei lavoratori. Insomma, si potrebbe dire che aveva anticipato i tempi. Ho ancora i suoi libri, fra cui quelli di Sartre, dove lui commentava con veemenza citando fatti a lui contemporanei. Non ho mai pensato ad uno spettacolo sulla storia di mio nonno fino ad ora. In questo periodo, però, ogni tanto mi soffermo a pensare che sarebbe bello rendergli onore narrando non solo le sue battaglie, ma anche le sue delusioni, lo sconforto che ebbe dopo una vita di rischi e ideali. Chissà che un giorno non accada. Sarebbe bello, nonno Caparrotti lo meriterebbe».
Lei è spesso in visita in Calabria: si è fatta un`idea dell`offerta, delle risorse e delle politiche culturali calabresi? È un patrimonio adeguatamente valorizzato?
«Più che in visita, sono fissa in Calabria d’estate da quando avevo... un anno. La casa di famiglia è a Pizzo e io non riuscirei mai a non fare una capatina in Calabria almeno una volta all`anno. Come ripeto spesso quando mi chiedono del mio rapporto con questa terra, dico che Roma, la città dove sono nata e vissuta fino ad un certo punto della mia vita, e New York, dove vivo ora, sono la mia vita, mentre Pizzo e la Calabria sono il mio cuore. È come se le radici di Laura fossero ben piantate qui. Per quanto riguarda politiche e patrimonio... e cultura, beh, diciamo che dividerei la questione in due aspetti. Quello degli artisti che ho incontrato che sono fantastici, eccezionali, lavoratori, innovatori. C`è tanto di quel materiale in questa nostra terra che sorprende – felicemente – perché è vario, è tutto estremamente valido, ed è vero e onesto. La politica... credo che il fatto che la Calabria sia poco conosciuta nel mondo e quando lo è, spesso lo è per fatti di malaffare, dica tutto. Però non condannerei solo la Calabria. Vivo in America da troppo tempo e ormai è una certezza che l`Italia, tutta, non vuole valorizzarsi, non sfrutta, ma anzi distrugge le davvero immense risorse che ha. È un discorso generalizzato, ovviamente, che però è genericamente valido. Quelle poche forze valide, anche in Calabria, rischiano spesso di soccombere irrimediabilmente. Purtroppo ho poche speranze che le cose cambino, ma si sa, la speranza è l’ultima a morire e dunque continuiamo a sperare!».
Da rappresentante della famiglia De Curtis in America ha toccato con mano l`amore che lega gli italoamericani al mito di Totò, ma anche ad altre figure nostrane che Oltreoceano sembrano assumere connotazioni mitologiche. Al di fuori della moda e del cibo, qual è attualmente l`“icona” del brand Italia a New York e negli Usa se si parla di cultura e di spettacolo?
«Fellini sempre, per gli altri dipende dai periodi. Dopo l’Oscar pareva esistesse solo Benigni. Nel campo della danza ci sono Alessandra Ferri e Roberto Bolle, mentre nella lirica i divi sono Pavarotti (ancora adesso molto amato) e Bocelli. Questi i nomi se parliamo di popolazione, non grandi numeri comunque. Per i grandi numeri, le vere dive sono Firenze, Venezia e Roma. Gli esperti, invece, amanti dell’Italia e della cultura in genere, conoscono anche Visconti, De Sica, Rossellini... I nuovi nomi, volti, registi vengono apprezzati, ma non diventano più icona propriamente detta. Totò è un mito fra quegli italo-americani che hanno mantenuto da sempre  un legame con l’Italia. Ho girato sia gli Stati Uniti che il Canada con Totò e ovunque mi trovassi, incontravo un pubblico entusiasta e in adorazione. Mi parlavano di Totò come di un parente stretto e che nell’esprimere il loro amore verso il nostro attore si commuovevano. Per non parlare di quelli che io chiamo i miracoli di Totò: ovunque io sia andata, ho trovato qualcuno che lo aveva conosciuto da giovanissimo oppure qualcuno che lo viveva come un vero e proprio mito, tanto, ad esempio, da tatuarlo sul braccio. Questa è la parte meravigliosa del mio lavoro di divulgazione della nostra cultura all’estero. Vedere tantissimi sorrisi accogliere i nostri tesori».
Lo scorso giugno, la prima edizione di “In Scena!” – il primo festival di teatro italiano presentato in tutti i cinque distretti di New York –, di cui lei è fondatrice e direttrice artistica, ha avuto un grande successo di pubblico e critica. Può anticiparci qualcosa della seconda edizione?
«Mi piacerebbe anticiparvi tutto ma... Quest’anno ci sono i campionati del mondo di calcio, dunque stiamo lavorando a far convivere questi due miei grandi amori (Laura è una romanista sfegatata, ndr). Non è facilissimo, ma è divertente e obbliga a pensare a nuove strategie, eventi diversi e ad un pubblico da soddisfare, fatto non solo di amanti del teatro. Manterremo sicuramente la stessa formula, con qualche leggero aggiustamento. Siamo talmente soddisfatti di come sia andata la prima edizione che al momento vogliamo solo consolidare quello che abbiamo per poi, fra qualche anno, ampliare il tutto. Uno dei fattori forse di maggiore novità è la volontà di dare agli artisti la possibilità di fare una tappa fuori New York, post festival...».
E i suoi progetti, per questo 2014 cosa prevedono?
«Molte belle cose. A fine dicembre 2013 è partita una nuova serie che vede protagonisti i giovani della mia compagnia, la Kairos Italy Theater. I ragazzi della YoungKit, così si chiama la compagnia dei giovani della Kit, affronteranno testi classici come “La Mandragola” di Machiavelli e il “Decamerone” di Boccaccio. Vogliamo presentare questi testi adattati in inglese, con parti nel linguaggio originale, dando particolare importanza al testo e agli attori. Niente scene, pochi costumi. Spettacoli snelli da portare ovunque per far avvicinare o riavvicinare il pubblico ai nostri testi più conosciuti e tradotti all’estero. “La Mandragola” è stata presentata a dicembre, mentre il “Decamerone” a marzo, alla Casa italiana Zerilli-Marimò alla New York University, dove la compagnia ha la residenza. Sempre a marzo, abbiamo riportato in scena uno spettacolo che ha debuttato con grandissimo successo nel 2010 a New York: si tratta di “Tosca e le altre due” di Franca Valeri, tradotto in inglese in “Tosca and the two downstairs”. La storia è quella della portiera di Palazzo Farnese e della moglie del torturatore di Scarpia. Le due si incontrano la sera in cui Tosca, al piano di sopra, uccide Scarpia. Il testo della Valeri è fantastico, un piacere recitarlo, dirigerlo e a giudicare dalle reazioni di pubblico e stampa, vederlo. Dal 16 al 30 marzo siamo stati alla Dicapo Opera, un bellissimo teatro sulla settantaseiesima strada. Poi ci sono altri eventi e spettacoli che stiamo definendo in questi giorni e, infine, c’è il Festival “In scena!” a giugno. Per l’autunno 2014 stiamo pensando ad un altro testo da fare con la YoungKit, probabilmente Petrarca o Eduardo. Se volete rimanere aggiornati, consultate il nostro sito www.kitheater.com».
La Kit spegne 14 candeline: vuole provare a fare un bilancio?
«Il bilancio è positivo, sicuramente. Si poteva fare di più, meglio, potevamo forse essere già più conosciuti e diffusi anni addietro, ma alla fine poco importa. Ora siamo ad un ottimo punto e possiamo solo far meglio. In quattordici anni, abbiamo prodotto circa 20 spettacoli, abbiamo realizzato eventi, formato classi e insegnato, inventato festival, creato gruppi, fatto conoscere oltreoceano attori, scrittori e registi del nostro Paese e siamo diventati il referente del teatro italiano negli Stati Uniti. Direi che per i primi quattordici anni non possiamo proprio lamentarci. Mi piacerebbe che i prossimi fossero altrettanto proficui così da arrivare al ventesimo anniversario con magari un teatro italiano da inaugurare... è il mio sogno e io a sognare sono bravissima!».
Che differenza c`è tra lavorare in teatro e far parte di una megaproduzione come Boardwalk Empire, serie cult in cui lei riveste il ruolo di dialect coach?
«Da una parte non c’è grande differenza. Quando insegno come pronunciare una frase in dialetto, quando la traduco, lavoro sul contesto in cui la frase viene detta, lavoro con l’attore che la deve interpretare per capire quale sia il vero significato della frase. Facciamo un bel lavoro a tavolino. Poi, certo, è tv, anzi nel caso di Boardwalk Empire è praticamente cinema: se una frase non viene bene, la si ripete all’infinito. Personalmente è un’esperienza bellissima, gratificante e molto interessante per il mio lavoro, ma anche perché tutti i grandi artisti con cui lavoro si comportano come persone normali e non come divi. Insomma, una gran bella avventura!».

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  • Occhiello Dalla Calabria a New York tutta la verve della Caparrotti, divulgatrice della cultura italiana e “ambasciatrice” di Totò negli States. L`esperienza in teatro e nei cast delle megaproduzioni Usa: «Insegno a parlare l`italiano ai divi di Boardwalk Empire»
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