Corriere della Calabria - Articoli filtrati per data: Martedì, 08 Aprile 2014

COSENZA Il racket continua a stringere il territorio in una morsa, ma una denuncia squarcia il velo di omertà. I carabinieri del comando provinciale di Cosenza hanno dato esecuzione a provvedimenti di fermo disposti dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro nei confronti di 4 persone gravemente indiziate per i reati di concorso in usura, estorsione, detenzione e porto illegale di armi comuni da sparo e ricettazione con l’aggravante di aver posto in essere l’attività criminosa con modalità di tipo mafioso. Tra loro figura Roberto Porcaro, ritenuto dagli inquirenti collegato della cosca Lanzino.
I provvedimenti, emessi sulla scorta delle indagini coordinate dal procuratore Vincenzo Antonio Lombardo e dal sostituto procuratore Pierpaolo Bruni e condotte dalla compagnia carabinieri di Rende, riguardano attività avviate nel marzo di quest’anno a seguito della denuncia della vittima, un imprenditore della provincia di Cosenza.
I particolari dell’operazione saranno resi noti nel corso di una conferenza stampa in programma domattina alle 11 nella Procura distrettuale di Catanzaro. (0070)

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  • Occhiello I provvedimenti sono scattati dopo un’indagine avviata a marzo a seguito della denuncia della vittima, un imprenditore della provincia

Confronto a muso duro, in Commissione parlamentare antimafia, tra la presidente Rosy Bindi e la deputata calabrese Dorina Bianchi (Ncd). Il contenzioso è esploso, improvviso ed inaspettato, al termine della riunione che la Commissione ha tenuto ieri pomeriggio per avviare la discussione sulla relazione inerente la riforma della legge istitutiva dell’Agenzia dei beni confiscati alle mafie.
Quando il dibattito sembrava concluso, la presidente Bindi ha ricordato che la Commissione torna a riunirsi domani per l’audizione del governatore della Lombardia Roberto Maroni.  A tal punto è intervenuta Dorina Bianchi per chiedere che, vista la decisione di sentire Maroni, si estendesse l’invito anche a Giuseppe Scopelliti, nella qualità di presidente della Regione Calabria, posto che lo stesso, pur avendo a più riprese annunciato le sue dimissioni, di fatto è tuttora in carica.
Gelida la replica della presidente Bindi, che faceva notare come la normativa attuale, a prescindere dalla decisione di Scopelliti se e quando dimettersi, impone la sua sospensione dal ruolo di presidente della Regione Calabria in seguito alla condanna a sei anni di reclusione con in più l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. «Mi pare azzardato sentire Scopelliti - ha argomentato la presidente della Commissione antimafia - laddove una legge dello Stato lo inibisce».
Argomentazioni che non piacciono a Dorina Bianchi che ha insistito nella richiesta di convocare oltre che Maroni anche Scopelliti, alla fine la presidente Bindi ha deciso che della cosa si occuperà l’Ufficio di presidenza della Commissione antimafia, convocato per domani alle 13,30. A seguire ci sarà la programmata audizione di Roberto Maroni, la cui convocazione era stata decisa dopo la missione  milanese della commissione antimafia e dopo i nuovi arresti collegati con la gestione dei lavori per Expo 2015. (0070)

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  • Occhiello di Paolo Pollichieni
Martedì, 08 Aprile 2014 21:39

In 7 ore il "romanzo criminale" di Melito

Ha parlato per oltre sette ore, ma non è stato che l’inizio della lunga, appassionata requisitoria con cui il pm Antonio De Bernardo ha iniziato a tirare le fila del filone con rito abbreviato dei  procedimenti Ada e Sipario, scaturiti dalle due operazioni che in meno di un anno hanno messo in ginocchio il clan Iamonte. Un vero e proprio maxiprocesso che vede alla sbarra 86 imputati,  accusati a vario titolo di associazione mafiosa, tentata estorsione, danneggiamenti, detenzione di armi, concorrenza illecita, detenzione e  traffico di stupefacenti, tutti commessi nel piccolo comune di Melito Porto Salvo.
Un paese relativamente piccolo, ma esponenzialmente importante a livello criminale. Incastrato fra la periferia sud di Reggio Calabria e la grande provincia jonica, negli anni – hanno svelato le indagini – Melito è stato un fondamentale locale cerniera fra il mandamento centro e quello jonico, fra le istanze e le pretese della città e quelle della provincia. Un locale e un paese su cui gli Iamonte – afferma il pm - avevano il dominio assoluto. Dalla politica all’economia, dagli equilibri e spartizioni criminali, alla gestione delle attività ludiche e sociali, tutto era sotto il controllo del clan.
Grazie alla connivenza degli amministratori locali – tutti a processo con rito ordinario – e il supporto di imprenditori, alcuni dei quali ritenuti affiliati al clan, i Iamonte hanno non solo condizionato il regolare svolgimento delle gare d’appalto bandite dai comuni del basso Jonio, ma sono riusciti a monopolizzare le attività imprenditoriali nel settore edilizio, sia pubblico che privato. Qualunque tipo di attività economica – è emerso dalle indagini della Dda – era subordinata al benestare del clan, che esercitava il proprio dominio attraverso varie forme di condizionamento dal pagamento del pizzo, all’imposizione delle forniture e della manodopera, fino ad arrivare all’accettazione coatta, da parte di alcuni imprenditori, dell’estromissione da gare di appalto e lavori in favore di imprese riconducibili alla cosca.
Risultanze investigative che non hanno fatto che confermare – ha ricostruito il pm nel corso della requisitoria – quanto già emerso nelle inchieste Rose Rosse, Ramo Spezzato e Crimine, che nel tempo hanno in varia misura  raccontato come il clan Iamonte abbia infettato il territorio. «L’ingombrante presenza di questo nucleo criminale e la sua incessante, nefasta ingerenza in tutte le attività economiche e politiche che si svolgono nel territorio assoggettato al suo dominio – ha spiegato De Bernardo - sono state puntualmente confermate da numerose pronunce giurisdizionali. Le investigazioni coordinate da questa Direzione Distrettuale Antimafia hanno consentito di mettere a fuoco i contorni di un’associazione per delinquere di tipo mafioso, operante nel territorio di Melito Porto Salvo, i cui maggiori esponenti rispondono ai nomi di  Natale Iamonte, Vincenzo Iamonte,  Giuseppe Iamonte, Antonino Iamonte, e Carmelo e  Remingo Iamonte».
Nomi pesanti tanto a Melito, come nell’intero mandamento jonico, ha ricordato il pm, ripercorrendo quell’intercettazione captata nel corso dell’indagine Crimine nella lavanderia Ape Green di Siderno che dimostra come anche per il Mastro Giuseppe Commisso, considerato uno degli elementi  di vertice della ndrangheta della jonica, Carmelo Iamonte fosse «uno di famiglia». Una cartina tornasole della caratura criminale non solo del singolo soggetto, ha spiegato il pm - ma dell’intera famiglia che per decenni è stata in grado di imporre il proprio volere su Melito e non solo.

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  • Occhiello La requisitoria del pm De Bernardo nel rito abbreviato dei processi Ada e Sipario, scaturiti dalle due operazioni che in meno di un anno hanno messo in ginocchio il clan Iamonte

COSENZA Neanche il tempo di partire ed ecco che la candidatura di Marcello Manna (tra i penalisti più in vista del foro cosentino) a sindaco di Rende già piace ai livelli alti di Forza Italia. Di «presenza forte e soprattutto finalmente autonoma» parla il sindaco di Cosenza Mario Occhiuto, elogiando nell`opzione Manna «un’aderenza ai valori che caratterizzano esperienze amministrative sganciate da modi vetusti e da logiche superate. Fare l’interesse del bene comune necessita di quel senso civile che, per governare virtuosamente, deve anteporsi alle velleità della vecchia politica. Occorre scommettere su chi conosce il territorio perché sa che è importante proporre buone idee e progetti mirati affinché gli intenti trovino poi coerenza nell’impegno delle azioni. Sono certo che l’avvocato Manna incarna ciò che a Rende è atteso da tempo. Le sue competenze e le sue motivazioni di uomo indipendente sapranno ricreare quell’entusiasmo – conclude Occhiuto – che, oggi più che mai, deve trovare forza in un’ampia partecipazione dei cittadini che decidono di essere attivi nella vita pubblica».      
Se la vicina Cosenza segue con interesse l`evoluzione della campagna elettorale della vicina Rende anche nell`ottica di un asse berlusconiano nell`hinterland, da Catanzaro il vicecoordinatore regionale di Forza Italia, Wanda Ferro, dichiara che «il cambiamento tanto atteso dai cittadini calabresi deve passare necessariamente per la più ampia partecipazione democratica e per l’impegno in prima persona di tutte quelle professionalità capaci di dare un contributo determinante in termini di idee, di competenza e di passione. Forza Italia sostiene con entusiasmo la sfida lanciata a Rende dall’avvocato Marcello Manna – personalità stimata per le sue qualità professionali e umane – che ha un significato dirompente in una città che vive problematiche complesse frutto di decenni di equilibri politici consolidati». Secondo il commissario della Provincia di Catanzaro, «Rende ha necessità di un governo che sappia guardare all’interesse esclusivo dei suoi cittadini, e ciò sarà possibile solo grazie ad una sinergia virtuosa tra una politica trasparente e dalle provate capacità amministrative, e una società civile che si impegna responsabilmente e alla luce del sole per contribuire al bene della comunità. L’obiettivo di Forza Italia è quello di mettere insieme le forze migliori della politica e della società civile per garantire il buon governo dei territorio: una sfida che in Calabria può partire proprio da una svolta storica per i cittadini di Rende».
«La scelta di una candidato a sindaco per la città di Rende che risponda al nome dell’avvocato Marcello Manna mi troverebbe entusiasta»: così il presidente dei consiglieri regionali di Forza Italia, Ennio Morrone, che apprezza «il giusto riconoscimento per un professionista dotato di acclarata competenza e capacità in grado di rappresentare quel trait d’union fra società civile e istituzioni auspicato da Forza Italia ormai da tempo. La sua candidatura – conclude Ennio Morrone – segnerebbe una fase nuova della vita politica a Rende. Anzi, mi verrebbe da dire che potrebbe rappresentare il vero elemento di novità del prossimo test elettorale nella città d’oltre Campagano».
Ma non solo Forza Italia “mette il cappello” sulla discesa in campo di Manna. Fausto Orsomarso (Ncd) in serata commenta positivamente la notizia «di una potenziale disponibilità dell`avvocato Marcello Manna, che conosco e stimo umanamente e professionalmente, ad impegnarsi in prima persona nella sfida amministrativa di Rende». Secondo il consigliere regionale cosentino «l`impulso che viene dal movimentismo civico se ben coniugato con l`area politica alternativa al Pd e al centrosinistra in generale è un positivo segnale di rottura degli schemi che può far bene anche ai partiti». (0070)

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  • Occhiello Il penalista cosentino Marcello Manna candidato sindaco, il plauso di Mario Occhiuto, Wanda Ferro ed Ennio Morrone

È tutta concentrata sulla posizione del capitano dei carabinieri Saverio Spadaro Tracuzzi la nona udienza di requisitoria del pm Beatrice Ronchi al processo contro il clan Lo Giudice. E per l’ufficiale, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, il sostituto procuratore non ha risparmiato parole dure. Spadaro Tracuzzi – dice la Ronchi -  è un «ufficiale corrotto» che con le sue azioni, nel corso del tempo avrebbe «agevolato e rafforzato la cosca Lo Giudice». Un’accusa pesante che il pm ha sostenuto elencando – episodio per episodio, conversazione per conversazione -  le diverse occasioni in cui il capitano avrebbe coperto e agevolato Luciano Lo Giudice.
È infatti  proprio con quella che viene considerata la mente imprenditoriale del clan che Spadaro Tracuzzi era in contatto ed è da lui che avrebbe ricevuto favori, regali e prebende. Un rapporto nato – ha sempre ammesso lo stesso capitano - all’interno del cantiere nautico di Antonino Spanò, dove entrambi avevano una barca, cresciuto nel tempo fino a trasformarsi nel rapporto fra un ufficiale e la sua fonte confidenziale. Ma questi confini - sostiene il pm non solo sulle basi delle dichiarazioni dell’ex collaboratore Nino Lo Giudice, ma anche sull’enorme mole di intercettazioni - sarebbero stati più volte nel tempo trascesi, fino a snaturare totalmente i rapporti fra i due. Per Luciano Lo Giudice, il capitano sarebbe dunque diventato – afferma il pm – la persona cui ricorrere in caso di perquisizioni e controlli, per accedere a informazioni o file riservati o ancora per comprendere cosa la Procura avesse in serbo per lui.
È il caso – spiega in dettaglio la Ronchi – dell’avviso di garanzia ricevuto contestualmente al decreto di perquisizione nell’ambito dell’inchiesta per usura che nel 2009 porterà all’arresto di Luciano. Quando gli uomini della Mobile si presenteranno alla sua porta, Luciano inizierà a tempestare il capitano di telefonate, che – dice il pm, ripercorrendo le intercettazioni – non sembrano disturbare l’ufficiale. Al contrario - ricorda la Ronchi, riportando quanto dichiarato in udienza dall’allora superiore del capitano, Nando Papaleo – nei giorni successivi alle perquisizioni dell’abitazione e degli uffici di Luciano, Spadaro Tracuzzi avrebbe tentato di ottenere informazioni sulle indagini in corso. Allo stesso modo, note, relazioni di servizio, rapporti – stando alla ricostruzione del pm Ronchi - sarebbero diventate per Spadaro Tracuzzi solo un modo per giustificare i propri continui contatti con Lo Giudice, ma anche per permettere alla sua “fonte” o a chi per lui, di passarla liscia.
È quanto secondo la Procura è successo nel 2004, quando il Noe, dove Spadaro Tracuzzi era stato distaccato, in seguito a un esposto anonimo si è dovuto occupare del cantiere nautico di Antonino Spanò, per i pm solo una testa di legno di Luciano Lo Giudice, dove stando ad un’anonima manina sarebbero stati visibili quattro pilastri abusivi. Quei controlli avrebbero avuto un esito negativo e il pm incaricato avrebbe disposto l’archiviazione di quella anonima denuncia, conformandosi con la spiegazione fornita da Spanò. Ma all’indomani dell’emissione dell’ordinanza di custodia cautelare a carico dell’ufficiale, i suoi ex colleghi avrebbero passato al setaccio tutte le pratiche da lui gestite quando era in servizio al Noe e proprio su quella di Calamizzi qualche elemento strano lo avrebbero trovato. Stando alla rivalutazione di quelle carte, quei quattro pilastri oggetto di denuncia non sarebbero state prove geognostiche – come affermato da Spanò – ma veri e propri pilastri abusivi.
«La situazione riscontrata nel 2009 – afferma il pm – era rimasta immutata rispetto ai controlli eseguiti dal Noe nel 2004, ma l’esito è stato totalmente differente». Un esito non casuale per la Ronchi, che non a caso ha chiamato a testimoniare chi – come il maresciallo Ivan Giordano, che insieme al collega Campanella - per ordine del capitano Spadaro Tracuzzi, ha effettuato quell’accesso al cantiere. Una testimonianza che non ha convinto per nulla il pm Ronchi. «Siamo di fronte all’ennesima testimonianza che lascia esterrefatti – sostiene il pm – valuti il Tribunale se trasmettere gli atti in Procura per ulteriori approfondimenti». (0080)

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  • Occhiello La requisitoria del magistrato nel processo al clan Lo Giudice si concentra sulla figura del capitano dei carabinieri
Martedì, 08 Aprile 2014 20:44

La crisi dei laboratori di analisi privati

La Commissione speciale di vigilanza del Consiglio regionale ha sentito, nel corso della
seduta odierna, i rappresentanti dei laboratori di analisi privati. «I lavori di oggi - ha detto il presidente Chizzoniti a conclusione della seduta - hanno posto in evidenza la precarietà del comparto laboratoristico che opera in Calabria. I rappresentanti della categoria hanno posto l`accento sulle criticità del sistema, prospettando, con diversi interventi e posizioni anche divergenti, soluzioni e correzioni al fine di migliorare l`efficienza nel delicatissimo settore. I laboratori privati di analisi, con la loro capillare distribuzione su tutto il territorio regionale hanno ormai assunto la veste di un autentico presidio sanitario dove i cittadini tutti, per servizi e necessità, fanno riferimento. Voglio sottolineare che nel corso del dibattito, è altresì intervenuta la dottoressa Rosalba Barone, per il Dipartimento regionale della salute, che ha offerto un contributo chiarificatore in ordine agli impegni che la Regione intende onorare con questi operatori privati, garantendo un continuo scambio di confronto e di collaborazione».
«La Commissione, inoltre - ha proseguito Chizzoniti - su input del vicepresidente, il collega Carlo Guccione, ha concordato di segnalare ai vertici della sanità calabrese l`opportunità di proseguire sulla strada del confronto intensificando gli incontri con le associazioni di categoria con l`obiettivo di migliorare i livelli del servizio, puntualizzando, inoltre, la disponibilità finanziaria, la cui gestione va razionalizzata tenendo conto dei parametri territoriali».
Ai lavori dell`organismo hanno dato il loro contributo i consiglieri Guagliardi, Tripodi, Giordano, Bulzomì, Guccione, Vilasi e Crinò. In rappresentanza dei laboratori privati sono intervenuti Edoardo Macino, Francesco Bilotta, Francesco Galasso, Aldo Barbaro, Rosario Cassone, Domenico Aragona e Gregorio Greco.

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  • Occhiello L’allarme dei rappresentanti di categoria ai lavori della commissione Vigilanza della Regione

Viviamo giorni difficili. I comuni sciolti per mafia, il susseguirsi di inchieste, gli arresti eccellenti, delineano il quadro di un Paese che vede le sue istituzioni soffocate da una cappa che ne mina l’efficacia e la salute delle istituzioni. E il prezzo che il Sud e la Calabria pagano è altissimo.
Se poi consideriamo la pesantissima situazione debitoria di quasi tutti i Comuni, molti dei quali rischiano il dissesto,  e delle Regioni, ne viene fuori un quadro gravissimo, che mette in discussione la qualità dell`intero sistema democratico.
Populismo e demagogia certo non migliorano la situazione, anzi, distraendo i cittadini dai problemi reali, amplificano le difficoltà con cui quotidianamente facciamo i conti. Difficoltà che devono essere affrontate con senso di responsabilità e non essere utilizzate come strumento di costruzione del consenso. L’esatto contrario, ad esempio, di ciò che fa il M5S: le tentazioni nascoste nel loro programma elettorale porterebbero in brevissimo tempo, infatti, alla messa in discussione dell’intero apparato democratico-istituzionale che oggi conosciamo. O ancora peggio Forza Italia: il cui desiderio unico è la riabilitazione politica di Berlusconi, responsabile dei mali che oggi vive il Paese. Senza parlare delle tutt’ora vive spinte secessioniste della Lega.
Quello con cui facciamo i conti è il risultato del fallimento dei governi della prima e della seconda repubblica. L’a-moralità ha disperso i valori ed i principi che stanno alla base di quelle forme di cooperazione e di solidarietà che permettono ad una collettività di condividere fini ed obbiettivi, e che consentono quindi alla società stessa di progredire. Il familismo a-morale ha assunto caratteristiche predominanti nella vita sociale: l’interesse per il collettivo ha ceduto il passo all’egoistico interesse del singolo o del gruppo ristretto, e le pratiche disoneste si sono innestate nei rapporti di potere.
Il malessere istituzionale, la crisi dei partiti, il sentimento di antipolitica che si è diffuso, la crisi istituzionale che è crisi di democrazia hanno concesso all’indifferenza ed al disinteresse di prendere il sopravvento, consentendo al partito degli astensionisti di toccare il 40%.
Bisogna domandarsi se il nostro Paese ha coscienza per iniziare ad interrogarsi su questo; se ha la volontà di farlo, oppure se continuerà ad invocare il nuovo ma delegando la responsabilità del cambiamento senza parteciparvi, nella consapevolezza che l’esitazione o la mera delega impedirà il nascere del nuovo.
Una società svogliata e appiattita su se stessa è una società che non vuole cambiare, che tende a perdere ogni orizzonte valoriale, la propria moralità, la sua libertà. È da questa consapevolezza che è necessario partire per invertire la rotta di degrado del Paese e ridare credibilità alle istituzioni e fiducia alla politica. E non potrà che essere il frutto di un processo lungo e difficile fatto di impegno costante e coerente, retto da un profondo investimento emotivo ed allo stesso tempo razionale, che deve portare a cambiare radicalmente la società in tutti i suoi aspetti culturali, politici, sociali. Deve essere l’investimento intellettuale ed emozionale di un’intera collettività da portare avanti con l’ottimismo della volontà, senza perdersi d’animo, ma senza rinunciare al pessimismo della ragione e, dunque, alla consapevolezza che il cambiamento è un sogno assai fragile e che può sgretolarsi in un batter di ciglia perché da sempre i cambiamenti danno adito negli esseri umani a reazioni contrastanti ed a volte autolesionisti.
Ed è questa la grande responsabilità che ha assunto il presidente del Consiglio e la grande sfida di Matteo Renzi. La capacità di prendere delle decisioni sagge, rapide e che hanno una certezza sul piano della loro applicazione, infatti, rappresentano l’unica strada che possono portare il Paese, il Sud, la Calabria fuori dalla crisi, regalando una nuova stagione di opportunità e di progresso. Ma bisogna tenere sempre a mente che il nuovo diventa cambiamento solo e soltanto in presenza di una collaborazione altruistica. In tal senso diventa fondamentale smontare le resistenze vecchie e nuove che ci sono nella società e nelle istituzioni, ma anche mettere ai margini quelle strategie interne che, nel tentativo di riconquistare posizioni di potere, rallentano il Partito, il Governo, il Paese. Mai dimenticare, infatti, che è al proprio interno che il cambiamento trova le maggiori opposizioni.
Solo così sarà possibile portare l’Italia nell’Europa che conta, riprendere per mano la nostra giovane democrazia, ridare fiato alle nostre istituzioni ed alla nostra economia, colmare i deficit di cittadinanza che ci sono tra noi ed il mondo che ci guarda.

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  • Occhiello di Franco Laratta

COSENZA Il grande dilemma di queste ore è legato alla discesa in campo alle Europee di Peppe Scopelliti. Il governatore dimissionario non sa cosa fare. Quando prevale l’istinto, vorrebbe candidarsi per dimostrare ad avversari e alleati una «forza elettorale che non è mai venuta meno». Quando, invece, prevale la ragionevolezza, riflette sul fatto che la condanna, seppur di primo grado, di recente incassata a Reggio Calabria, potrebbe rivelarsi un boomerang in campagna elettorale. «Se Peppe sarà in campo – mette le mani avanti Gianpaolo Chiappetta, capogruppo di Nuovo centrodestra in consiglio regionale – io farò un passo indietro. Non esiste minimamente che io e lui restiamo contemporaneamente in lista».
Chiappetta, insomma, è pronto al sacrificio per la causa. Se e quando dovrà farlo lo si capirà presto. Magari dopodomani, quando a Reggio Calabria arriveranno i vertici nazionali di Ncd – ma non il segretario e ministro dell’Interno Angelino Alfano – per una manifestazione (“La Calabria prima di tutto”) di sostegno al governatore azzoppato dalla pesantissima sentenza del "processo Fallara". Chiappetta ne difende l’operato e rilancia sui buoni risultati ottenuti nel campo della sanità «dove il deficit è passato da 272 a 30 milioni in poco più di due anni». E lo stesso fanno gli altri big del partito in cinque conferenza stampa che si celebrano simultaneamente in tutte e cinque le province calabresi. La scelta di presentarsi davanti a microfoni e taccuini rientra nel contesto di una più ampia strategia mediatica con il chiaro intento di mostrare unità nel frangente politico e umano più delicato per Scopelliti.
Si parla della bontà dell’operato della giunta regionale ma è al segretario calbarese del Pd Ernesto Magorno, che vengono riservati i giudizi più duri. Fausto Orsomarso lo definisce «un venditore di pentole, buono solo per spot», Chiappetta lo invita a «stare tranquillo perché alle elezioni andremo nei tempi indicati dalla legge». Meglio concentrarsi sul presente, insomma. Per esempio sullo «sblocco – dice ancora il capogruppo degli alfaniani in consiglio regionale – di 380 assunzioni nella sanità per la prosecuzione del mantenimento dei Lea».
Il resto è tutto una critica feroce «all’incostituzionalità» della legge Severino, quella che a breve determinerà la sospensione di Scopelliti da presidente della Regione. Giovanni Dima, sottosegretario alla Protezione civile, la prende alla larga e ragiona sulla necessità di arrivare a una revisione della normativa «perché oggi è toccato a Peppe, domani potrebbe toccare a un esponente del campo avverso». È un inno al garantismo, quello dell’ex aennino. A cui si unisce Pino Gentile: «Non si facciano illusioni i nostri detrattori perché il nostro gruppo dirigente è tutto unito attorno a Scopelliti».
L’occasione è propizia per Gentile, alla prima uscita pubblica dopo lo scandalo che ha costretto suo fratello Tonino alle dimissioni da sottosegretario del governo Renzi, per ricordare che «in Calabria partiranno opere pubbliche per 2 miliardi» e che è stato «riaperto il bando per la metroleggera di Cosenza». Poi l’attacco a una «sinistra che non esiste. Parlano di primarie – conclude caustico Gentile – ma dietro gli annunci c’è solo il nulla». (0070)

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  • Occhiello Chiappetta: «Se Peppe sarà in campo io farò un passo indietro, non esiste minimamente che io e lui restiamo in lista». Pino Gentile rilancia la Metroleggera. E Orsomarso attacca Magorno: «È un venditore di pentole»
Martedì, 08 Aprile 2014 20:31

Fava: «È l`ora di una riscossa sociale»

Il collasso di un sistema di potere e il cambio di strategia della criminalità organizzata, sono gli ingredienti della miscela esplosiva che rischia di deflagrare in Calabria. Non nasconde la sua preoccupazione il vicepresidente della commissione nazionale Antimafia Claudio Fava, incontrando i giornalisti prima dell`incontro pubblico di Catanzaro organizzato da Sel sul tema “La Calabria travolta dagli scandali del centrodestra”. Le audizioni e le missioni compiute fino adesso dalla commissione Antimafia, ha spiegato fava, restituiscono l`immagine di una «`ndrangheta ferita che vuole passare all`attacco, il recente sequestro di un arsenale di armi dimostra ulteriormente come la “temperatura” in Calabria stia salendo a livelli di allerta». Per questo, ha aggiunto il parlamentare, «la commissione tornerà presto, visiteremo tutte le province proprio per cercare di ricostruire la trama complessiva di questa regione dove nessun territorio può dirsi immune». Fava non fa sconti e va dritto al punto: «L`Asp di Cosenza andava sciolta, la relazione che abbiamo potuto visionare è impietosa e allarmante. Certo non ci sono relazioni dirette tra management e cosche, ma l`infiltrazione è profonda». Per far comprendere, l`esponente di Sel snocciola alcuni dati. Circa 4 milioni e 300mila euro dati in consulenze legali, «soldi sprecati visto che c`erano già in organico 8 avvocati»; 80 dipendenti ritenuti contigui alle cosche, 439 precari stabilizzati senza requisiti, di cui almeno una sessantina vicini ai clan di Paola; decine di convenzioni con strutture sanitarie «in mano ai mafiosi». E ancora i fornitori a cui non veniva chiesto il certificato antimafia e gli appalti affidati senza bando pubblico. Davanti a questo scenario «di permeabilità dell`azienda la scelta doveva essere diversa». Ma il quadro di Fava è più ampio. Comprende Reggio Calabria «dove accanto al buco, c`è un vero e proprio assalto alla diligenza da parte della `ndrangheta, gli ispettori hanno trovato funzionari e dirigenti che non erano vicini alle cosche, ne erano parte, rappresentavano i loro interessi». Ma c`è anche Catanzaro dove dall`inchiesta della Procura emerge «una dimensione quasi patetica, indice però di una cittadinanza violata nei propri diritti». Davanti a una tale realtà l`imperativo di Sel è «cambiare davvero». Per farlo, però, serve avere alleati credibili. Il messaggio è al Pd e alla contraddizione che vede il partito oppositore di Scopelliti e Gentile in Calabria, ma loro alleato a Roma. «Il Nuovo centrodestra in questa regione ha una grande risorsa elettorale, la Calabria sta ad Alfano – sostiene Fava – come la Sicilia stava alla corrente andreottiana della Dc negli anni Ottanta». Il parlamentare chiarisce che l`obiettivo è «la ricostruzione del centrosinistra, o meglio di una coalizione di forze del cambiamento, ma il requisito essenziale è la rottura con il passato. Vogliamo vincere e governare per trasformare finalmente la Calabria in una terra libera. È l`ora di una riscossa sociale». Il partito di Vendola è pronto a partecipare anche a eventuali primarie per la scelta del candidato governatore, in questo caso la scelta dovrebbe ricadere proprio sul sindaco di Lamezia, Gianni Speranza. Da parte sua il coordinatore regionale di Sel prende tempo: «Innanzitutto occorre capire se le primarie verranno fatte. Per il momento si parla di personaggi come il magistrato Nicola Gratteri e Stefano Rodotà la cui discesa in campo sarebbe una cosa meravigliosa. L`importante comunque è che si costruisca un centrosinistra nuovo che voglia cambiare davvero». (0080)

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  • Occhiello Il membro della commissione Antimafia: «Preoccupazione per quanto sta avvenendo in Calabria. Un sistema di potere sta collassando e la `ndrangheta ha cambiato strategia»

I giudici della Corte d`assise d`appello di Catanzaro hanno confermato le condanne a 20 anni ciascuno per Alberto Sia e Patrik Vitale, entrambi di 28 anni, per il duplice omicidio dei fratelli gemelli Vito e Nicola Grattà, compiuto l`11 giugno del 2010 a Gagliato. La sentenza di primo grado era stata emessa il 14 marzo del 2012. Il duplice omicidio sarebbe maturato nell`ambito di quella che viene definita la faida dei boschi tra cosche della `ndrangheta.
I due imputati furono fermati dai carabinieri il 2 luglio del 2010 in esecuzione di un provvedimento emesso dalla Dda di Catanzaro. Secondo l`accusa, il duplice omicidio dei fratelli Grattà era maturato nell`ambito della faida tra le cosche della `ndrangheta della fascia ionica tra le province di Catanzaro e Reggio Calabria e quella vicina di Vibo Valentia.
Una delle vittime della faida è stato il boss Vittorio Sia, padre di Alberto, ucciso in un agguato il 22 aprile del 2010. E proprio l`agguato mortale contro Vittorio Sia, per l`accusa, sarebbe stato all`origine dell`omicidio dei fratelli Grattà. Alberto Sia, insieme a Vitale, era accusato di avere rubato lo scooter utilizzato per l`agguato.

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  • Occhiello Faida dei boschi, la corte d’Appello di Catanzaro conferma le pene per Sia e Vitale
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