Corriere della Calabria - Articoli filtrati per data: Mercoledì, 09 Aprile 2014
Mercoledì, 09 Aprile 2014 23:49

Discarica Longhi Bovetto, assolto Scopelliti

ROMA Annullamento senza rinvio «perché il fatto non costituisce reato». Questa la decisione presa dalla sesta sezione penale della Cassazione, ribaltando le sentenze dei giudici di primo e secondo grado che avevano condannato il governatore “dimissionario” della Regione Calabria, Giuseppe Scopelliti, per omissione di atti d’ufficio nell`ambito del processo sulla discarica di Longhi Bovetto. E l’assoluzione arriva anche per l’ex dirigente comunale Igor Paonni, anche lui in precedenza condannato in entrambi i gradi di giudizio. Per entrambi, la Suprema corte ha escluso l’esistenza del dolo nella condotta dell’ex sindaco e del dirigente comunale nella gestione delle procedure di bonifica del sito, all’indomani della dismissione della discarica.
In precedenza, i giudici di merito avevano invece confermato l`impianto accusatorio ricostruito nell’inchiesta coordinata dal pm Sara Ombra, secondo cui Scopelliti, come ex sindaco di Reggio, non avrebbe messo in atto le dovute azioni di programmazione, controllo e vigilanza sull`operato del dirigente Paonni, curatore del progetto preliminare e della realizzazione delle opere necessarie alla bonifica dell`ex discarica, chiusa nel 1999 e mai realmente messa in sicurezza.
Tanto Scopelliti, come Paonni erano stati dunque condannati per non aver vigilato sullo smaltimento del percolato, liquame derivante dalla decomposizione dei rifiuti, la cui eliminazione – un intervento da 6mila euro – è stato finanziato con estremo ritardo rispetto al progetto di bonifica del sito curato da Paonni e approvato nel 2006. Il caso all`epoca era esploso anche perché nelle immediate vicinanze dell`ex discarica è presente una scuola elementare ultimata da 10 anni, ma che non era mai potuta divenire operativa proprio a causa della mancata bonifica dell’area. Nell`ultima udienza, il sostituto pg di Cassazione Oscar Cedrangolo aveva chiesto di dichiarare prescritto il reato contestato ai due imputati. (0040)

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  • Occhiello La decisione della Cassazione. Il governatore era stato condannato a sei mesi per omissione di atti d`ufficio per una vicenda che riguardava l`epoca in cui è stato sindaco di Reggio
Mercoledì, 09 Aprile 2014 21:44

La testimonianza <I>double face </I>del "Nano"

CATANZARO Tutto in un`udienza, la complessa vicenda della collaborazione di Nino Lo Giudice riassunta in un unico interrogatorio. Davanti al Tribunale di Catanzaro, che si sta occupando degli attentati alla magistratura reggina del 2010, il “Nano” prima sostiene di essere stato indotto a rilasciare quelle dichiarazioni, poi invece ritratta e conferma la bontà delle dichiarazioni con cui si era assunto la paternità delle bombe piazzate davanti alla Procura generale di Reggio e sotto casa del procuratore generale Salvatore Di Landro. Tra le due versioni c`è stato anche un malore del collaboratore di giustizia. Dopo una breve sospensione e la somministrazione di un «blando ansiolitico», l`interrogatorio è ripreso. Ma non solo, Lo Giudice ha raccontato di aver tentato il suicidio, nei giorni scorsi, infilando la testa in un sacchetto di plastica. Nino Lo Giudice sarebbe dovuto essere presente in aula oggi a Catanzaro, ma sia il Dap che la Dda di Reggio hanno segnalato al collegio giudicante particolari motivi di sicurezza che ne hanno sconsigliato la traduzione in Tribunale. Collegato in videoconferenza il “Nano” sembra voler ripercorrere il copione della precedente udienza: «Non ricordo, non ero in me». Poi inizia a parlare: «Quando mi arrestarono, dopo dieci minuti chiesi di parlare con Renato Cortese, a lui esternai la volontà di collaborare. Lui mi disse se vuoi collaborare vogliamo sapere degli attentati e io gli dissi sì. Mi trasferirono a Roma e pochi giorni dopo vennero il procuratore Pignatone assieme all`aggiunto Prestipino. Quando arrivai ai fatti degli attentati chiusero l`interrogatorio, poi mi dissero se lei intende dire la verità continuiamo domani. Stanotte, mi disse Pignatone, non deve dormire, deve ricordare bene e dirci cose consistenti. L`indomani ero in stato confusionale, non sapevo cosa mi aspettava. Incominciai a deporre, mi sono trovato in una situazione che non ero io. La situazione mi è sfuggita di mano».
A questo punto Nino Lo Giudice smette di parlare. Dice di non sentirsi bene, racconta che giovedì scorso mentre era nella sua cella si è infilato un sacchetto di plastica in testa. Lo hanno salvato gli agenti penitenziari trovandolo quasi in fin di vita. I giudici catanzaresi hanno così disposto la verifica delle condizioni fisiche di Lo Giudice. Dopo una breve sospensione, durante la quale è stato visitato e gli è stato somministrato un ansiolitico, l`udienza è ripresa. A questo punto Lo Giudice cambia nuovamente copione. Sostiene che dopo l`arresto del fratello Luciano, Nino avrebbe avuto alcuni colloqui con Antonino Spanò e l`avvocato Pellicanò. I due gli avrebbero riferito che «Luciano paga per la sua amicizia con i magistrati Cisterna e Mollace, che sono in guerra con Pignatone, Prestipino e Ronchi». E così Nino avrebbe messo in campo la sua personale vendetta: «La prima bomba piazzata sotto la Procura generale era diretta a Francesco Mollace, era un messaggio perché si sono lavati le mani di mio fratello». Anche il successivo attentato sotto casa del pg Di Landro sarebbe opera sua. Il motivo è «perché il procuratore era inserito nella guerra tra magistrati ed era nello schieramento con Pignatone e contro mio fratello. Ho mandato Antonio Cortese e gli ho raccomandato che nessuno si facesse male». Infine l`arma da guerra rinvenuta sotto la Procura: «Ho consegnato il bazooka, che nascondevo sotto un ponte del porto, a Cortese». Di tutte queste cose, però, Luciano non avrebbe saputo niente: «Luciano non c`entra niente. Non è mai stato affiliato, aveva solo il suo lavoro, si trova coinvolto per questi fattacci di magistrati, sennò Luciano stava bene non gli mancava niente». (0050)

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  • Occhiello Nino Lo Giudice, collegato in videoconferenza, ha riassunto in un unico interrogatorio la sua vicenda. E dopo un malore e una breve pausa ha ripreso il racconto
Mercoledì, 09 Aprile 2014 21:33

Caso Scutellà, il pg chiede pene più severe

REGGIO CALABRIA «Se solo uno di questi medici avesse fatto il proprio lavoro, niente  di eccezionale, solo il proprio lavoro, le cose sarebbero andate in maniera diversa. Ci sono sei medici che hanno agito con negligenza e imperizia; se solo uno di loro avesse interrotto questa catena di negligenza, Flavio si sarebbe salvato. Signori giudici, desidero leggere una sentenza di condanna nella quale si stigmatizzi la negligenza. Questo è un caso di colpa grave; è mancato il buon senso».
Non solo la conferma delle condanne di primo grado, ma anche la condanna di Francesco Turiano e Saverio Ciprì due dei medici assolti dal giudice di prima istanza. È un inasprimento parziale del giudizio emesso in primo grado quello chiesto dal sostituto procuratore generale Alberto Cianfarini, nei confronti del personale sanitario a vario titolo coinvolto nella tragica morte di Flavio Scutellà, il dodicenne rimasto vittima di una caduta, divenuta fatale per l’estremo ritardo con cui gli è stato prestato soccorso. Non dai familiari, che immediatamente ricollegano la caduta dalla giostra, agli strani svenimenti del figlio, e subito lo portano all’ospedale di Polistena. Ma di medici e infermieri che a vario titolo avrebbero dovuto prestare soccorso al ragazzino, le cui condizioni si sono aggravate via via che si accumulavano i ritardi. È a Polistena che a Flavio viene diagnosticato un ematoma sottodurale di 8 millimetri. In gergo tecnico, si tratta di un versamento non esteso ma serio, da rimuovere al più presto. Peccato che a Polistena non ci sia una neurochirurgia, dunque sia necessario trovare posto in uno dei sei ospedali del circondario. Tutti pieni, tutti al collasso, dicono dai reparti, mentre le ore passano e l’ematoma si estende. I genitori di Flavio arrivano a chiamare la Polizia per chiedere aiuto, e solo dopo da Reggio arriva finalmente luce verde. «Siamo di fronte a dei medici – tuona il sostituto pg Cianfarini –  che non solo hanno agito in maniera tardiva, ma hanno agito anche male. Avrebbero dovuto trasferire Flavio subito, avrebbero dovuto portarlo immediatamente presso un altro ospedale più attrezzato di quello di Polistena. Avrebbero dovuto usare qualsiasi mezzo, anche la propria automobile considerata la gravità della situazione. Se il padre del ragazzo non avesse chiamato la polizia chissà quando sarebbe stato trasportato a Reggio Calabria». Ma anche l’ambulanza che dovrebbe trasportare il dodicenne in ospedale non c’è e quando finalmente appare è necessario attendere il cambio turno degli infermieri. Le ore passano ancora e ne sono trascorso otto dall’incidente e poco meno dalla diagnosi quando Flavio finalmente arriva sul tavolo operatorio di Neurochirurgia. Ne uscirà in coma, ma da quel sonno, dopo quattro giorni di battaglia, non si sveglierà mai più. A quattro anni dalla morte del ragazzino, l’11 luglio del 2012 il giudice monocratico, Angelina Bandiera, ha condannato per omicidio colposo i medici dell’ospedale di Polistena Antonio Leali e Pietro Tripodi a un anno e otto mesi di reclusione, Giovanni Plateroti a un anno e sei mesi e Francesca Leotta a un anno di carcere, assolvendo invece i  neurochirurghi reggini Francesco Turiano e Saverio Cipri; Giovanni Triolo e Carmelo Alampi, infermieri del 118 di Reggio, Francesco Morosini, medico di Cosenza e Giuseppe Mauro, di Catanzaro. Una sentenza che la pubblica accusa ha chiesto in parte di riformare. (0030)

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  • Occhiello La requisitoria del processo d`Appello relativo al dodicenne morto dopo una caduta dalla giostra

REGGIO CALABRIA Avrebbero ucciso un cane facendogli ingerire lamette da rasoio. Sarebbe arrivata a tanto, stando ai loro stessi racconti, la ferocia dei componenti della banda sgominata dai carabinieri del comando provinciale di Reggio nell`ambito dell`operazione “Tnt”.  Il particolare raccapricciante riguarda una rapina compiuta da Teodoro Moro, uno degli arrestati, assieme ad altri, a Bocale: tentata una prima volta e non andata a buon fine per la presenza di un sistema d`allarme. E portata a termine 20 giorni dopo. È Moro stesso a descrivere le fasi iniziali dell`evento affermando che, non appena la vittima è scesa dall`auto, gli sono corsi dietro. È l`altro componente della banda, Giuseppe Zampaglione, a raccontare che nella casa vi erano tre donne e un pastore tedesco che sarebbe poi morto perché gli avrebbero fatto mangiare delle lamette.
Gli inquirenti trovano numerosi riscontri agli episodi raccontati dai due: il 2 dicembre del 2011 in quella zona la polizia interviene a seguito di una rapina. E la vittima denuncia di essere stato aggredito alle spalle da un uomo armato di fucile a canne mozze con il volto nascosto da un passamontagna e con un accento tipico della fascia jonica, accompagnato da due complici di cui uno armato. In casa c`erano la moglie dell`uomo aggredito, la figlia, la suocera e un pastore tedesco. «Le vittime – è scritto nell`ordinanza – venivano rinchiuse in cucina e mantenute sotto tiro dal rapinatore armato di fucile, mentre i complici rovistavano nelle altre stanze, appropriandosi di alcuni telefoni cellulari, delle chiavi di un’autovettura, di un portafoglio contenente denaro contante e un assegno, e di un armadio blindato con dentro armi regolarmente detenute e diversi preziosi». Da un controllo effettuato è emerso come il proprietario della casa avesse già denunciato un tentativo di furto lo scorso novembre dello stesso anno: alcune persone avevano cercato di introdursi nella loro abitazione, messi in fuga dal sistema d`allarme e da un «cane nel giardino di casa, che appariva malconcio, come se fosse stato malmenato da qualcuno».
Da quanto verificato dagli investigatori, Zampaglione conosceva la vittima perché aveva effettuato dei lavori di manutenzione nella sua casa e quindi – emerge dalle indagini – aveva avuto modo di conoscere non solo le abitudini della famiglia ma, soprattutto, le condizioni economiche della stessa, la presenza di una cassaforte e di un manufatto limitrofo, verosimilmente utilizzato dai malviventi come base per attendere l’arrivo della vittima senza essere visti. Ed è l`uomo a riferire che circa un mese dopo la rapina la moglie incontra casualmente la consorte di Zampaglione: è in quella circostanza che le nota al polso un orologio femminile dello stesso modello di quello che le era stato rubato durante la rapina. Zampaglione – riferiscono gli inquirenti – continua a parlare del colpo fatto a Bocale, e Moro dice che «quella sera in casa c`erano madre, figlia e sorella» e Zampaglione aggiunge che c`era anche un pastore tedesco che poi è morto perché il giorno precedente gli avevano dato delle lamette da mangiare. Per gli investigatori queste affermazioni confermano che i due facessero riferimento alla rapina di Bocale. (0050)

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  • Occhiello I particolari raccapriccianti nel racconto di una rapina a Bocale

ISOLA CAPO RIZZUTO (CROTONE) Il cadavere di una donna di 70 anni, P.F., è stato trovato stamani nel suo appartamento di Isola Capo Rizzuto con un filo elettrico avvolto intorno al collo. Gli investigatori hanno subito pensato a un suicidio, anche perché l`anziana, vedova e con 4 figli, già una decina di giorni fa aveva tentato di uccidersi con le stesse modalità.
Il medico necroscopico che ha visto il corpo, però, ha sollevato dei dubbi, ipotizzando un omicidio. Per questo motivo il magistrato di turno alla Procura della Repubblica di Crotone ha disposto l`autopsia che sarà effettuata venerdì.
A scoprire il corpo sono stati i familiari che assistevano l`anziana. Una decina di giorni fa la donna, sofferente di una grave crisi depressiva, aveva tentato di suicidarsi e su quel tentativo i carabinieri del Comando provinciale di Crotone non hanno dubbi, avendo trovato vari riscontri. (0020)

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  • Occhiello Giorni fa tentò il suicidio con lo stesso metodo, ma il medico legale ipotizza un omicidio

REGGIO CALABRIA Nulla sapeva, nulla aveva capito, nessun ruolo ha avuto nell’operazione. Per la Procura, il commercialista Roberto Emo ha avuto un ruolo fondamentale in almeno uno dell’infinita serie di passaggi societari che ha permesso ai Tegano di mettere radici nella società mista del Comune di Reggio Calabria, Multiservizi. Ma di fronte al Tribunale presieduto dal giudice Campagna, Roberto Emo nega, ridimensiona, si smarca. La versione che fornisce, rispondendo alle domande del pm Giuseppe Lombardo e del suo legale, il noto avvocato Carlo Taormina, è quella di un professionista, inconsapevolmente tirato dentro un affare di cui non ha compreso i risvolti criminali.

L’OPERAZIONE SI.CA
Eppure, stando a quanto emerge dall’indagine Archi-Astrea e dalla successiva istruttoria dibattimentale, non sarebbe andata proprio così. Sebbene nelle carte il suo nome non appaia e – almeno formalmente – a lui non sia ascrivibile alcun ruolo, per il pm Giuseppe Lombardo, sarebbe stato proprio Emo, assieme al cognato Giovanni Zumbo – commercialista e amministratore di beni confiscati, impiegato come “antenna” dai Servizi, ma pizzicato a passare notizie dettagliate sulle indagini in corso al boss Giuseppe Pelle e per questo condannato a più di sedici anni di reclusione – a congegnare quello che le risultanze investigative indicano come un fittizio passaggio delle quote delle società a favore delle rispettive mogli, la commercialista Maria Porzia Zumbo e l’avvocato Maria Francesca Toscano. A inchiodare il commercialista, le tante, troppe e decisamente esplicite conversazioni intercettate con la cognata, che sembrerebbero dimostrare che non solo Emo era perfettamente a conoscenza dei vari passaggi dell’operazione, ma soprattutto che sarebbe stato lui uno dei pochi soggetti in grado di imbastire una versione di comodo cui la Toscano si rivolge quando teme una convocazione da parte della magistratura. E gli elementi relativi al passaggio di quote dai fratelli Antonio e Maurizio Lavilla – per gli inquirenti i prestanome divenuti inaffidabili perché entrati nel mirino della guardia di finanza – alla moglie e alla sorella di Zumbo, emersi dall’indagine Archi Astrea, non mancano. I fratelli Lavilla, titolari della Si.Ca – la società che aveva affittato un ramo d’azienda dalla Comedil, ditta formalmente dell’ex direttore operativo di Multiservizi Pino Rechichi, ma da sempre nell’orbita del clan Tegano – cedono le proprie quote alla sorella e alla moglie di Zumbo, indicando che il quantum pattuito era stato già saldato, ma dall`analisi dei redditi delle due donne emerge che nessuna delle due era in grado di sostenere questo investimento, mentre le intercettazioni raccontano che quel pagamento non ci sarebbe mai stato. Un`operazione assolutamente speculare – sostengono gli inquirenti – a quella che vedrà la Toscano e la Zumbo cedere le proprie quote alla Recim, dei figli di Giuseppe Rechichi. E proprio Rechichi – svelerà l`indagine che ha avuto già una prima conferma dalle durissime condanne arrivate a carico degli imputati che hanno scelto il rito abbreviato – sarebbe l`uomo fondamentale che avrebbe permetsso ai Tegano di entrare nella Multiservizi fin dalla costituzione e di restarci fino al suo scioglimento.

«IO ALL’OSCURO DI TUTTO»
Un’operazione sulla cui liceità sta ben attento a pronunciarsi Roberto Emo, ma nella quale – sostiene – sarebbe stato coinvolto solo marginalmente. «Zumbo – racconta, su domanda del pm – aveva raggiunto un accordo commerciale con i fratelli Rechichi, coinvolgendo poi la Toscano e la mia ex moglie, Maria Porzia Zumbo». In cambio del passaggio societario e di una gestione mirata a ottenere un finanziamento bancario per risollevare i Rechichi dalle difficoltà economiche, Zumbo, la moglie e la sorella avrebbero percepito tremila euro al mese e in prospettiva avrebbero potuto acquisire la gestione della contabilità della società. Ma lui – afferma, rispondendo al suo legale – sarebbe stato informato solo a cose fatte e solo ad affare praticamente concluso e per non più di un paio di volte avrebbe incontrato i Lavilla e i Rechichi. «Mi hanno fatto vedere questa scrittura privata di quindici righe, spiegandomi che era loro intenzione sfruttare questo aspetto fiduciario per ottenere il mutuo (un finanziamento chiesto alla banca sulla base del  passaggio societario, ndr). Non era ancora stato firmato, ma era già stato redatto. Dagli studi che ho fatto, ho detto loro che quella scrittura privata doveva essere registrata, ma soprattutto bisognava indicare fiduciario e fiduciante», ricorda. Raccomandazioni che – stando a quanto afferma – non sarebbero state seguite. «Dopo l’arresto, ho avuto modo di guardare tutte le carte e la scrittura privata non era menzionata da nessuna parte», spiega. È dunque l’immagine di un uomo, un marito, un parente e un professionista tenuto a margine di affari e decisioni quella che Roberto Emo vuole dare di sé. «All’epoca non sono intervenuto prima di tutto perché, trattandosi dell’affitto di un ramo d’azienda, mia moglie stava acquistando una società vuota, che non era proprietaria di alcun bene strumentale, tanto meno di merci in rimanenza, non aveva debiti con le banche né con i fornitori, secondo motivo, perché si era parlato del mutuo, ma non era stato detto che i partecipanti dovessero fornire qualche garanzia».

LA COLPA È DELLO SPIONE GIOVANNI ZUMBO
In sintesi, l’unico responsabile dell’operazione, per Emo sarebbe stato il cognato Giovanni Zumbo, che per questo ha già rimediato una condanna a 5 anni di reclusione nel processo di primo grado con rito abbreviato. Nonostante nelle conversazioni ci siano continui riferimenti alla sua persona come regista o comunque persona molto informata sull’affare, Emo è netto: «Io non ero amministratore né formalmente né sostanzialmente. Di queste cose parlatene con Zumbo». Con cui al contrario – dice –  proprio per quell’affare ci sarebbe stata la rottura definitiva. «Già dal 2001 i rapporti con Zumbo non erano cordiali, ma sono arrivato al punto da non tollerare più neanche la vicinanza fisica in studio. Ho sopportato per lungo tempo perché lo studio era dei miei suoceri e mia moglie faceva da cuscinetto fra noi. Non ho mai sopportato la faciloneria che aveva anche con i clienti, era mia moglie che spesso lo copriva, facendo anche il suo lavoro. Non mi importava né sapevo chi frequentasse, la mia vita è stata sempre fatta di lavoro e sport, molto sport», quasi si sfoga Emo, che però su domanda dell’avvocato Taormina specifica, a sottolineare il suo essere totalmente inconsapevole della pericolosità dell’operazione «i miei problemi con lui non sono relazionati a questa operazione. Il mutuo è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, solo perché fatto a mia insaputa». Sarà, eppure – aveva fatto emergere poco prima il pm Lombardo – la rottura definitiva fra i due cognati si consuma proprio all’indomani dell’affare Sica.

FRECCIATE AL VETRIOLO PER LA TOSCANO
Ma parole di fiele Emo le riserva anche all’ex cognata, Maria Francesca Toscano. E forse non a caso. È lei ad aver fornito agli inquirenti inestimabili prove della partecipazione di Emo all’affare nel corso di lunghe, cristalline, dettagliate conversazioni telefoniche, intercettate dagli inquirenti. Tutti dialoghi con cui oggi il commercialista è stato messo a confronto, uscendone quanto meno zoppicante fra un «c’è molta confusione», un «vanno valutate in ordine cronologico», «la perizia del Ctu dice una cosa differente» che non bastano a dribblare le domande del pm. Intercettazione dopo intercettazione, emerge un quadro che vede Emo punto di riferimento per la Toscano, quando la cognata comprende che quell’operazione finanziaria potrebbe procurarle guai. Ma a far quasi saltare i nervi al commercialista oggi alla sbarra è la conversazione intercettata fra la donna e il suo amante, Antonio Laganà,durante la  quale la Toscano si dice totalmente ignara dei passaggi chiave dell’operazione. «È stata la Toscano a volere la scrittura privata, quasi l’ha dettata lei e adesso fa finta di non sapere nulla, ma non mi sorprende – sottolinea Emo – che al suo amante, che in precedenza era l’aiutante di Zumbo, lei dica di non sapere nulla, perché si tratta di un’operazione che ha fatto con il marito». Intrecci passionali e societari, forse aggravati dall’articolo sette. (0020)

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  • Occhiello Il commericalista, interrogato dai pm, scarica tutto sullo "spione" Zumbo: «Aveva raggiunto un accordo commerciale con i fratelli Rechichi, coinvolgendo poi la Toscano e la mia ex moglie»

REGGIO CALABRIA È stata discussa quest’oggi, davanti al Tribunale fallimentare di Reggio Calabria, l`istanza di fallimento che la locale Procura della Repubblica ha avanzato nei confronti di Atam Spa.
Nel corso dell’udienza, l`amministratore unico dell’azienda, Antonino Gatto, ha evidenziato l`avvenuta deliberazione della decisione di ricorrere alla procedura di concordato preventivo ex articolo 161, comma sesto, della Legge fallimentare, e ha esposto sinteticamente il contenuto della futura proposta concordataria. Quest’ultima, in particolare, investirà il costo del lavoro, l`aumento dei ricavi e l`abbattimento delle spese per l`acquisto di beni e servizi.
La Procura della Repubblica ha acconsentito al rinvio richiesto dallo stesso amministratore, accordato dal Tribunale per l`udienza del prossimo 7 maggio, a condizione che il Comune di Reggio Calabria formalizzi l`impegno alla partecipazione al piano di risanamento.
L’amministratore unico dell’azienda, da parte sua, ha immediatamente investito del problema la commissione straordinaria di palazzo San Giorgio e ha convocato con urgenza un incontro con le organizzazioni sindacali.
Gatto auspica che, nell`intervallo concesso dal Tribunale entro il quale saranno definitivamente decise le sorti dell’Atam, tutti gli attori istituzionali traducano le dichiarazioni di impegno in atti che concretamente possano concorrere al risanamento dell`azienda e alla salvaguardia di oltre trecento posti di lavoro. (0020)

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  • Occhiello La Procura ha chiesto al Comune la formalizzazione degli impegni annunciati. L’azienda preannuncia i tre punti della proposta di concordato: si punta sulla diminuzione del costo di lavoro, sull`aumento dei ricavi e sull`abbattimento delle spese per beni e servizi

PALMI (REGGIO CALABRIA) La condanna all`ergastolo per i quattro imputati è stata chiesta dal pm di Palmi Giulia Pantano nel processo per l`omicidio di Giuseppe Priolo, avvenuto il 26 febbraio del 2012 a Gioia Tauro, che si celebra col rito abbreviato davanti al gup. Gli imputati, Giuseppe, Antonio e Vincenzo Brandimarte e Daniele Gentile, sono ritenuti gli esecutori materiali del delitto.
Priolo, secondo la ricostruzione dell`accusa, è stato ucciso nell`ambito della scontro che vedeva contrapposti i Perri-Brandimarte da una parte ed i Priolo dall`altra. Una faida iniziata con l`omicidio di Vincenzo Priolo, avvenuto l`8 luglio 2011 a Gioia Tauro per mano di Vincenzo Perri, nipote dei Brandimarte. Pochi mesi dopo l`omicidio di Priolo si verificò un tentato omicidio, sempre a Gioia Tauro, nei confronti di Giuseppe Brandimarte.
Nel processo sulla faida di Gioia Tauro lo stesso pm Pantano ha chiesto la condanna a 14 anni per Giovanni Priolo e Giuseppe Forgione. Altri due imputati hanno scelto il rito ordinario che sarà celebrato davanti ai giudici della Corte d`assise di Palmi.   
Le indagini sulla faida di Gioia Tauro, condotte dalla Procura di Palmi guidata dal procuratore capo Giuseppe Creazzo, si svolsero in maniera tempestiva e portarono all`individuazione in pochissimo tempo di esecutori e mandanti dei delitti. La sentenza è prevista nei prossimi giorni. (0020)

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  • Occhiello Il processo per l`omicidio di Giuseppe Priolo è alle battute finali. Giuseppe, Antonio e Vincenzo Brandimarte e Daniele Gentile, sono ritenuti dall`accusa gli esecutori materiali del delitto

BONIFATI (COSENZA) Un anziano del quale non sono state rese note le generalità è morto a Capo Bonifati dopo essere stato investito dal treno regionale Sapri-Cosenza. L`incidente è avvenuto per cause in corso di accertamento nella stazione di Capo Bonifati sulla linea Sapri-Paola. Il traffico è stato sospeso solo temporaneamente per effettuare i rilievi ma in attesa del ripristino della piena circolazione si registrano rallentamenti. Sul posto è intervenuta la Polfer di Paola. (0020)

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  • Occhiello Tragedia a Capo Bonifati, sulla linea Sapri-Paola. Ancora sconosciuta l`identità della vittima
Mercoledì, 09 Aprile 2014 19:17

Quattordici condanne per il clan Alvaro

ROMA Quattordici condanne per un totale di oltre 40 anni di reclusione, sono state inflitte dalla settima sezione penale del Tribunale di Roma ai componenti del clan `ndranghetista degli Alvaro. Il gruppo criminale è accusato di essere di fatto entrato in possesso di numerose attività commerciali a Roma: bar e ristoranti del centro, come il Cafè de Paris, in via Veneto, un tempo locale degli anni della dolce vita. Tra le condanne quella a sette anni di reclusione per Vincenzo Alvaro, ritenuto dagli inquirenti il capo della cosca, a quattro anni per Grazia Palamara, moglie di Alvaro, e a quattro anni e sei mesi per Damiano Villari. Il pm Francesco Minisci aveva sollecitato 24 condanne. Gli imputati sono accusati di trasferimento fraudolento di beni con l`aggravante mafiosa. (0030)

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  • Occhiello Il gruppo criminale è accusato di essere di fatto entrato in possesso di numerose attività commerciali a Roma: bar e ristoranti del centro, come il Cafè de Paris
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