Ex militante vibonese di Prima Linea sospettato del delitto Caccia

Un pentito fa il nome del secondo (presunto) killer: «Rocco e Franco si fecero il procuratore». L'uomo, il 62enne D'Onofrio, è a piede libero. Lo strano ruolo, ipotizzato dall'accusa, di estremista e 'ndranghetista

Giovedì, 16 Febbraio 2017 22:59 Pubblicato in Cronaca
Franco D'Onofrio (al centro) Franco D'Onofrio (al centro)

TORINO Un ex militante di Prima Linea è indagato a piede libero, a Milano, per l'omicidio del magistrato Bruno Caccia, procuratore capo a Torino, ucciso in un agguato sotto casa nel 1983. Un delitto che è sempre stato attribuito alla 'ndrangheta: e anche adesso, almeno secondo le carte processuali, gravita attorno alla criminalità organizzata calabrese trapiantata nel Nord-Ovest. Perché Francesco D'Onofrio, 62 anni, nato a Mileto, in provincia di Vibo Valentia, dissociatosi formalmente dalla lotta armata nel 1987, all'epoca dei fatti avrebbe fatto parte - con un doppio ruolo alquanto inedito - del "locale" di Domenico Belfiore, il boss che per il delitto Caccia è già stato condannato all'ergastolo con sentenza definitiva in qualità di mandante. A pronunciare il nome di D'Onofrio è stato un nuovo pentito, Domenico Agresta, 28 anni, detenuto dal 2008. In queste settimane l'omicidio del magistrato è l'argomento di un processo contro uno dei presunti esecutori, Rocco Schirripa detto "Barca". Oggi il pm Marcello Tatangelo («con grave ritardo» secondo la difesa) ha tolto gli omissis ai verbali di Agresta. Il quale ha raccontato di una conversazione che nel 2012 ebbe con il padre e un terzo presunto 'ndranghetista in carcere, dove tutti erano detenuti. «Papà, in dialetto calabrese, disse che furono Rocco e Franco a farsi il procuratore di Torino. "Farsi" è il termine che tra di noi usiamo per significare "uccidere". La cosa non mi stupì: sapevo che erano persone che sparavano. Mi limitai a commentare "questa è gente che sa il fatto suo" e non feci domande. Per noi 'ndranghetisti approfondire i particolari di un omicidio ha senso solo se ci dobbiamo vendicare». 
Dopo 34 anni il caso Caccia ha ancora dei risvolti oscuri. Il movente non è mai stato chiarito: quello che è certo è che il giudice era noto per il carattere intransigente e la determinazione nella lotta al crimine. L'ipotesi del terrorismo venne esplorata e accantonata (le Brigate Rosse negarono di essere coinvolte) e né Prima Linea né la banda sorta dalle sue ceneri, i Colp, furono mai sospettate. Secondo l'antimafia torinese, D'Onofrio è però uno 'ndranghetista almeno dal 2006. Un pentito afferma che nell'organizzazione ricopre un grado molto elevato. Ma lui, interrogato una decina di volte nel corso degli anni, nega: «Sono calabrese, ma con quella gente non c'entro nulla. Anzi, sono in dissenso totale. La verità è che ho un passato di un certo spessore: qualcuno di loro dice che sa delle cose su di me, ma lo fa solo per darsi importanza». Oggi è a piede libero. Lo scorso gennaio è stato condannato in primo grado da un tribunale di Torino a 4 anni e 2 mesi: era accusato del possesso di dieci kalashnikov. Un vero e proprio arsenale che forse era a disposizione delle cosche. Ma che non è mai stato trovato.

CHI È D'ONOFRIO Il nome di D’Onofrio, iscritto nel registro degli indagati da mesi ormai, era stato «omissato» nel primo deposito dei verbali del pentito avvenuto a ridosso di Natale 2016 per ovvi motivi di segretezza investigativa. Ora la sua identità non è più coperta: già militante di Prima Linea, in rapporti coi Colp (Comunisti organizzati per la liberazione proletaria), D’Onofrio è stato recentemente condannato a 9 anni nell’Appello/bis del processo Crimine/Minotauro (pm Roberto Sparagna e Monica Abbatecola) con l’accusa di essere uno dei capi della ‘ndrangheta torinese (pende ricorso in Cassazione). Di lui parlano in macchina boss e gregari quasi tutti condannati all’esito dei processi. Secondo l’accusa avrebbe ricevuto la dote di «Padrino» in Calabria direttamente dai vertici dell’organizzazione a Siderno, centro balneare della costa Jonica.   Insieme ad altri nomi altisonanti della ‘ndrangheta torinese, avrebbe dovuto far parte della «Camera di Controllo» del Piemonte, una superstruttura del tutto simile a quella scoperta dagli investigatori in Lombardia, superiore a tutte le «locali» (unità di base territoriali della ‘ndrangheta) che si sarebbe rapportata con la Calabria per le decisioni più importanti da assumere in seno all’organizzazione.  Infine è rimasto invischiato anche nell’ultimo processo contro la ‘ndrangheta istruito da pm Paolo Toso, denominato Big Bang. E’ accusato di estorsione ed è l’unico tra 22 imputati, ad aver chiesto il rito ordinario. Vuole un processo pubblico.