Quella rivoluzione temuta dai clan

di Paolo Pollichieni

Lunedì, 20 Marzo 2017 18:05 Pubblicato in Cronaca

Altro che "sbirri" e altro che "sbirraglia". Fanno bene i mafiosetti di Locri, ed i loro manutengoli annidiati nella politica e nelle istituzioni, a preoccuparsi. Lo fanno affidando la loro disperazione ad una bomboletta spray. C'è il, per loro, concreto "rischio" che, muovendo da un diverso atteggiamento della chiesa locale, i calabresi capiscano che lottare la 'ndrangheta non è solo cosa buona e giusta ma è anche conveniente. Meno 'ndrangheta e più lavoro. Meno 'ndrangheta e meno corruzione più lavoro.
«La comunità cristiana e civile deve impegnarsi sempre più nella costruzione di una società giusta, libera dai condizionamenti malavitosi e pacifica, dove siano tutelate, dagli organi competenti, le persone oneste e il bene comune». Non usa perifrasi Papa Francesco nella lettera che ha fatto pervenire, tramite il segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino, a quanti sono a Locri per la giornata della commemorazione delle vittime delle mafie ed ai locresi stessi.
Ed a scanso di equivoci, nel leggere la lettera affidatagli da Papa Francesco e dopo vere ribadito di «essere qui non in forma privata ma come rappresentante della Chiesa italiana, per dire che è tutta con voi», monsignor Galantino si rivolge "ai responsabili politici a tutti i livelli" per un ammonimento fermo quanto risoluto: «devono sentire forte il bisogno di prendere con chiarezza le distanze dal malaffare, devono avvertire forte lo schifo del compromesso e della vicinanza di chi vi ha privato dei vostri affetti, spesso lasciandovi anche senza alcun sostegno economico».
La Chiesa calabrese farà la sua parte: «Deve essere chiaro a tutti - riprende monsignor Galantino - che, con parole forti e con gesti credibili, la Chiesa è lontana mille miglia da chi, con arroganza e con violenza, vuole imporre logiche di sopraffazione e di malavita, da chi a volte cerca, in maniera subdola, di strumentalizzare la Chiesa e le realtà sacre per coprire le proprie malefatte». Dunque, insiste il segretario generale della Cei, «la sola risposta da dare da parte della Chiesa è quella data da Bonhoeffer, di fronte a un pazzo che guidando una macchina semina morte, il compito del pastore non è quello di seppellire i morti ma piuttosto quello di saltare sulla macchina e strappare il volante al guidatore».
E il guidatore folle reagisce, cercando di perpetuare l'inganno: meno sbirri, più lavoro. Non si rende conto che quella scritta la si può leggere in ben altra maniera: se arriverà il lavoro, se arriverà la stagione dei diritti garantiti e della legalità rispettata, se ci sarà pulizia nelle istituzioni e tensione etica nella politica, a che servirebbero mai gli "sbirri"?
Sono imputabili agli "sbirri" le malversazioni? Sono "sbirri" quelli che rubano le risorse pubbliche per ingrossare le casse dell'imprenditoria mafiosa? È selezionata dagli "sbirri" quella burocrazia regionale che in sedici anni non ha ancora risposto ai progetti della comunità lametina di don Giacomo Panizza, mentre gli sono bastati sei mesi per esaminare, approvare e finanziare i progetti-truffa del clan Piromalli?
Certo, il risveglio delle istituzioni preposte alla giustizia ed all'ordine pubblico dopo lunghi anni di torpore, pone adesso il problema di impedire che la repressione dei delitti, il sequestro dei beni, il depotenziamento del ruolo gestionale del reticolo sociale mafioso, rischia di apparire paralizzante. Si è consentito alla 'ndrangheta di diventare, indisturbata, quello che un magistrato ha tratteggiato come "organo intermedio di governo del territorio".
Non sarà facile e non sarà indolore strapparle ruolo e spazi occupati. La corruzione in salsa calabrese è diversa da quella conosciuta con "mani pulite". Qui bisogna drenare mazzette senza produrre investimenti, perché occorre che il territorio e chi ci abita restino piegati ai desiderata delle cosche, delle logge e dei comitati politici, entità diverse sempre più spesso in sinergia fra loro, quando non addirittura conniventi sotto la stessa cupola.
C'è una stagione che ha ansia di liberazione, in Calabria. Un arco che va dalla scomunica dei mafiosi, duramente sancita da Papa Francesco nella piana di Sibari, fino alle parole durissime del presidente della Repubblica Sergio Mattarella nella sua breve ma ricchissima trasferta locrese. Chi guida la Comunità cristiana a chi incarna l'unità della nazione hanno voluto convergere, in Calabria, nell'indicare la 'ndrangheta e la politica corrotta come causa prima del suo disagio civile, della sua inadeguatezza sociale e del suo progressivo tracollo economico.
Non va bene, tutto questo, a chi clandestinamente opera come "organismo intermedio di governo del territorio". Non va bene ai suoi ipocriti fiancheggiatori. Non va bene ai capataz di una politica che vive della precarizzazione del lavoro, dei servizi negati, delle carriere realizzate artificialmente nei laboratori degli enti locali.
Non va bene, ma c'è il concreto rischio che questa volta quanti inseguono il sogno di una Calabria liberata trovino validi alleati e li trovino ai vertici dell'autorità religiosa e di quella dello Stato.
Lavoro, lavoro, lavoro...
Lo invocano quelli che lo cercano. Lo usano quelli che lo strumentalizzano. Ne agitano il bisogno quanti sperano nella demagogia per uscire dall'angolo in cui rischiano di essere cacciati.
"Meno sbirri, più lavoro". Estremo tentativo di manipolare la verità delle cose. Grave incidente nella solitamente accorta "comunicazione" usata dalle cosche. Ma soprattutto, pericolosa confessione: oggi "meno sbirri più lavoro" potrebbe essere stata commissionata sia dal politico corrotto che dal capo 'ndrangheta che vede sfuggirgli di mano quel ruolo di mediatore da lungo tempo usurpato.

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