Corriere della Calabria - Articoli filtrati per data: Venerdì, 03 Marzo 2017

Sul servizio idrico permane in Calabria il grande silenzio della Regione. Giova qui elencare alcuni nodi di spessore: applicazione di tariffe illegittime da parte di Sorical; incompiuta trasparenza gestionale; riduzione dei cittadini a meri utenti, obbligati a pagare caro e spesso a vuoto; prolungate mancanze o carenze d'acqua, di dubbia salubrità in un'ampia area tra le province di Catanzaro, Vibo Valentia e Reggio Calabria; incertezze sui tempi delle analisi di potabilità nonché sul controllo degli acquedotti; ruolo di commissario liquidatore di Sorical assegnato a Luigi Incarnato, ex assessore regionale ai Lavori pubblici e dunque già titolare delle politiche per l'acqua, quindi capo delle corrispondenti strutture tecniche.
Ad oggi si fa finta di nulla. Si ignora con imperdonabile cinismo che il sistema dell'invaso artificiale Alaco – situato nelle Serre calabresi – potrebbe essere fonte di pericolo per un terzo della popolazione regionale. Resta aperto, poi, il capitolo sull'aumento arbitrario delle tariffe, su cui non esistono argomenti contrari, specie alla luce di sentenze cristalline; su tutte la numero 246/2009 della Corte costituzionale, che ha ribadito – anche in risposta a un ricorso della stessa Regione Calabria – che la disciplina della tariffa del servizio idrico integrato è soltanto dello Stato.
Non è stato ancora accertato quanto Sorical abbia potuto percepire oltre misura, per via della ricordata maggiorazione. Inoltre non ha mai avuto luogo un approfondimento politico sul punto. Mai un confronto solare, invece prezioso per diradare le ombre e chiarire in definitiva il quadro reale dei pagamenti. Ciò, come al solito, a dispetto dell'interesse pubblico. Al contrario – e malgrado le evidenze – delle maggioranze politiche trasversali hanno sepolto il problema, perché scottante e allora da dimenticare. Non fa voti, anzi ne leva parecchi.
Dal canto suo il Movimento 5 stelle ha presentato molteplici atti di sindacato ispettivo parlamentare: sull'approvvigionamento dall'Alaco, per cui incombe in sede penale il rischio della prescrizione; sulle diffuse carenze d'acqua e su casi di forte disagio collettivo – come nel Vibonese – derivanti da inadempienze, interventi tardivi, insufficienti o puntualmente rinviati. Con la collega Nesci abbiamo promosso anche tavoli prefettizi: a Catanzaro, per il triplo punto interrogativo sull'Alaco; a Vibo Valentia, a sostegno delle comprensibili agitazioni di comitati, associazioni e altre formazioni della società civile.
I problemi di fondo sono almeno tre: 1) non di rado la cooperazione tra la Regione, le proprie articolazioni di tutela ambientale e le aziende sanitarie evapora nel consueto scaricabarile sulle competenze; 2) il fatto che Arpacal sia, nell'indifferenza del governo regionale, svilita da un'insufficienza di risorse, bloccata da un'antica soggezione al Palazzo e scossa da inchieste giudiziarie di peso e clamorose nomine apicali, pure oggetto di trattazione parlamentare; 3) la necessità impellente di ampliare il dialogo e favorire la convergenza tra cittadini e attori politici interessati al discorso sull'acqua come bene comune, sovente inavvertita per insistenti volontà di primeggiare su iniziative di ribellione civile.
È adesso il momento di spingere, lontani da polemiche infantili e nell'unità dei soggetti affidabili, per imporre al centro dell'agenda politica regionale i temi della disponibilità, della gestione, dei costi e della salubrità dell'acqua. Dobbiamo però sapere che per questo vi sono ostacoli imponenti: i legacci negli apparati burocratici, l'inconcludenza strumentale negli uffici della Regione, le riparate postazioni di protagonisti di nebulosità e inefficienze nel settore idrico, l'apatia di fette di popolazione abbagliate dalla retorica politica o vinte dal bisogno e, in testa, gli appetiti di potentati più pervasivi della mafia doc.
Una è la certezza: non possiamo più perdere tempo e lasciare altro terreno a Mario Oliverio e codazzo, più che mai impantanati nella scelta del cavallo di partito.

*Deputato M5S

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    di Paolo Parentela*

CATANZARO «Non mi ricandiderò come consigliere alle prossime elezioni comunali di Catanzaro. Questo perché credo sia arrivato il momento di dare spazio ai giovani, alle nuove leve». Lo ha detto il coordinatore provinciale di Catanzaro di Forza Italia, Domenico Tallini, intervenendo all'incontro promosso dal Nuovo Cdu. «Questo incontro – ha aggiunto Tallini, che era seduto accanto al candidato sindaco, l'uscente Sergio Abramo – rappresenta un momento importantissimo, anche perché offre l'occasione di chiarire alcuni aspetti sulla prossima tornata elettorale della città diCatanzaro. È necessario chiarire questioni di natura politica che sono diventati vox populi. Ipotesi di sindaci designati e poi messi in discussione. Si tratta di ipotesi vere solo nei racconti della stampa e non nei fatti».
Nel corso dello stesso incontro ("Prospettive e proposte per l'area centrale della Calabria"), il Nuovo Cdu ha annunciato ufficialmente l'appoggio elettorale al centrodestra, sostenendo la candidatura di Abramo. «Siamo in campo – ha dichiarato Mario Tassone, segretario nazionale del Cdu – per offrire un apporto concreto a questo appuntamento elettorale importantissimo per la città e per tutta l'area centrale della Calabria. Fuori dai tecnicismi politici alle elezioni andiamo con la consapevolezza di fare proposte, elaborare progetti e coinvolgere energie che si impegnino non solo per il giorno delle elezioni ma siamo presenti anche dopo».
Tassone ha anche tracciato un bilancio positivo dell'operato di Abramo nel periodo appena trascorso alla guida di Palazzo De Nobili, sostenendo di essere «ad un passaggio importante» e che le amministrative sono «un'occasione che non va bruciata. Un appuntamento elettorale che deve essere momento di confronto per tutta l'area centrale e anche per la regione». «Siamo collocati – ha sottolineato ancora Tassone – nell'area di centrodestra. Il giudizio su Abramo non è negativo. Ha dato quello che poteva dare alla città. Oggi bisogna riempire di contenuti quello che è il progetto politico. La politica non è gossip ma cultura e forza espressiva, non un pettegolezzo su chi sarà il candidato a sindaco».

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    Il consigliere regionale annuncia la decisione di non riproporsi alle prossime amministrative di Catanzaro: «Spazio alle nuove leve». Il partito di Tassone ufficializza la sua posizione: «Ora bisogna riempire di contenuti il progetto»

Venerdì, 03 Marzo 2017 19:36

Nuove vie per le imprese cosentine

VIBO VALENTIA «In riferimento alle allarmate considerazioni dei consiglieri del Partito democratico della città di Vibo Russo e Cutrullà sul funzionamento della Casa di Nazareth di Vibo Valentia e sulla specifica vicenda di una delle sue ospiti ritengo opportuno dare qualche importante chiarimento». È l'incipit di una nota del consigliere regionale del Pd Michele Mirabello. «Come effettivamente dichiarato – prosegue Mirabello – per quanto stabilito dalla convenzione sottoscritta in fase di accreditamento la struttura può trattenere i suoi ospiti per un periodo massimo di due anni. Sul punto devo dire di essere stato investito già da qualche mese e di essere con il sussidio del dipartimento alla ricerca di una soluzione anche di natura legislativa idonea a superare le criticità emerse in casi dolorosi come quello della signora citata dai miei compagni di partito».
«Come si comprenderà – prosegue il consigliere regionale – si tratta di situazioni di disagio che interrogano la mia coscienza come, per amore della verità e per circostanze che mi constano personalmente, quella dell'assessore Federica Roccisano che non può certo essere accusata di insensibilità. Devo anzi aggiungere che proprio nei giorni scorsi l'assessore mi aveva contattato per concordare una sua personale visita alla Casa di Nazareth di Vibo e mi aveva notiziato della immediata acquisizione del caso specifico segnalato presso il dipartimento competente».
«Sul punto pertanto – è la conclusione – mi sento in dovere di rassicurare sia la struttura che i consiglieri di Vibo dell'impegno della Regione finalizzato alla risoluzione di complesse ed articolate dinamiche amministrative in tempi rapidi e nelle forme da tutti auspicate. Ritengo pertanto opportuno rasserenare gli animi superando la polemica e riprendendo il comune lavoro che insieme stiamo svolgendo per dare risposte efficienti ed all'altezza delle richieste di aiuto che provengono dai più deboli».

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    Il consigliere regionale difende l'assessore: «Proprio nei giorni scorsi mi aveva contattato per concordare una sua personale visita alla struttura di Vibo»

Venerdì, 03 Marzo 2017 19:23

L'"Isola" del clan Arena

CATANZARO Società paravento per occultare la presenza della cosca Arena nell'affare del parco eolico tra i più grandi in Europa. Ad un certo punto Pasquale Arena, 64 anni, colpito venerdì da un decreto di sequestro – nell'ambito dell'operazione "L'isola del vento" – che comprende quote societarie e l'intero complesso aziendale del parco eolico, aveva cercato di coinvolgere nell'affare, senza riuscirvi, anche il pentito Giuseppe Giglio. Le coperture, alcune delle quali portavano anche all'estero (Germania, Svizzera e Repubblica di San Marino) si erano rese necessarie quando, nel 2006, sopra di lui si erano accesi i riflettori ed era stato denunciato dalle fiamme gialle «perché ritenuto responsabile di associazione mafiosa, malversazione ai danni dello Stato, turbata libertà degli incanti e truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche». Non male per un dipendente comunale, assunto nell'amministrazione comunale di Isola Capo Rizzuto nel 1980 con una delibera della giunta municipale «composta nella sua quasi totalità da soggetti gravati da precedenti di polizia per associazione mafiosa, truffa ed interessi privati in atti d'ufficio, in un Comune peraltro oggetto per diversi anni di commissariamento per infiltrazioni mafiose». Un ruolo, scrivono i giudici del Tribunale di Crotone, che «avrebbe consentito agli esponenti della sua famiglia di godere di un canale privilegiato nel controllo o condizionamento delle decisioni politiche sul territorio».

DOMINUS INCONTRASTATO A Pasquale Arena sono stati ricondotti elementi di pericolosità sociale legati anche ia suoi rapporti di parentela, essendo nipote diretto del vecchio capo clan Nicola Arena, nonché fratello del boss Carmine Arena, ucciso in un agguato mafioso, a colpi di bazooka, il 2 ottobre 2004. «Un dato questo – scrivono i giudici – apparentemente insignificante se non si coordinasse proprio con la struttura delle 'ndrine calabresi, a connotazione tipicamente familiare, e con la circostanza che il proposto convive nello stesso stabile ove dimorava il fratello deceduto Carmine e il nipote Fabrizio Arena (anch'egli elemento di spicco della cosca), mantenendo quindi, nel tempo, dei contatti sicuri e diretti con tutti i membri della famiglia Arena».
Secondo la Procura distrettuale di Catanzaro, Pasquale Arena «avvalendosi di terzi prestanome interposti nella titolarità delle quote sociali e delle attività economiche, attraverso un articolato sistema di interposizioni fittizie e reali, ha avviato e realizzato per conto della medesima cosca, quale unico e incontrastato dominus, il parco eolico "Wind Farm" di proprietà della Vent1 Capo Rizzuto srl, per il tramite di una fitta rete societaria strumentale all'occultamento della riconducibilità ultima e dello stesso parco alla famiglia Arena».

LA TELA DI PENELOPE Sul parco eolico di Isola Capo Rizzuto non è mai venuta meno l'attenzione della distrettuale antimafia. Con un susseguirsi di sequestri e dissequestri che il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri non ha esitato a definire «una vera e propria tela di Penelope». Dagli atti, infatti, risulta come il primo sequestro preventivo delle quote societarie e e dei complessi aziendali coinvolti, risalga al 23 luglio 2012. Ad ottobre dello stesso anno tutti i beni sono stati dissequestrati e e restituiti agli aventi diritto, dietro istanza presentata dagli stessi.
Sarà la Cassazione, alla quale presentò ricorso la Procura, ad annullare il provvedimento di dissequestro e a sottolineare una «palese discrepanza dei criteri di valutazione, anche perché gli stessi ignorano completamente il contesto di "mafiosità"».
Il 20 dicembre 2014 e il 28 settembre 2015 sono state nuovamente dissequestrate, dietro ricorso, sia le residue quote della Vent1 Capo Rizzuto srl che della Purena Srl. La motivazione di tali dissequestri risiedeva nel fatto che all'esito delle indagini economiche svolte con rogatorie internazionali risulterebbe che i fondi per la realizzazione del parco eolico sono stati erogati dalla Hsn Nordbank, con esclusione di finanziamenti occulti riconducibili alla consorteria degli Arena e dell'ipotizzato reato di riciclaggio e che non vi sarebbero elementi per ipotizzare la riconducibilità del di queste società a Pasquale Arena. Ma questo, secondo i giudici del Tribunale di Crotone, della sezione misure di prevenzione antimafia, «non sgombra il campo da ulteriori indizi in senso contrario».

ANTEFATTO Nel 2006 Pasquale Arena, infatti, già nel 2006, in epoca precedente alla fase autorizzata ed esecutiva del parco eolico, era stato denunciato dalla compagnia della Guardia di Finanza di Crotone «perché ritenuto responsabile di associazione mafiosa, malversazione ai danni dello Stato, turbata libertà degli incanti e truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche». Era il prologo di quello che sarà l'affaire "Wind Farm" perché le indagini tecniche condotte allora «permettevano di svelare gli antefatti relativi alla presentazione dei progetti del parco eolico». Assurto agli onori della cronaca e con l'attenzione investigativa, oltreché mediatica, che lo aveva investito, Pasquale Arena decide di uscire di scena e di creare un serie di modifiche nelle strutture societarie. Nascono, così, quelle società paravento create con lo scopo di occultare la reale riconoscibilità del parco eolico.

IL PENTITO Accanto ai riscontri tecnici effettuati dalla Guardia di Finanza e dalla Dda di Catanzaro, ci sono le parole del collaboratore di giustizia Giuseppe Giglio – colpito dall'operazione Bolognese Aemilia – il quale ha definito Pasquale Arena quale soggetto "a disposizione delle famiglie". E per quanto riguarda le società eoliche, gli era stato chiesti di far intervenire la sua società, la Giglio srl per «coinvolgerla in questa gestione dei pali...». «Io mi ricordo solo – racconta Giglio – che dovevo fare intervenire la mia società in qualche modo per poter finanziare, neanche, cercare di subentrare– non lo so come aveva in mente di farlo perché aveva una operazione a mente a farla – coinvolgendo la mia società». Un coinvolgimento che non è avvenuto perché, dice il pentito ai magistrati: «quando ho saputo che 'era l'intervento dell'antimafia, giustamente là, dottore...».

Alessia Truzzolillo
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    Dalle carte dell'inchiesta "Wind farm" emergono gli interessi della cosca nel parco eolico. Guidato attraverso società paravento con sede anche all'estero. Chiarito il ruolo del funzionario comunale legato alla "famiglia": avrebbe occultato le sue quote quando gli inquirenti lo hanno messo nel mirino 

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    - Colpo alla cosca Arena, sequestrato il parco eolico di Isola - VIDEO

Venerdì, 03 Marzo 2017 17:33

Nuove possibilità per le imprese cosentine

COSENZA La Camera di Commercio di Cosenza ha ospitato oggi una tavola rotonda dedicata al tema dei trasporti in Calabria. Hanno partecipato alla discussione il presidente dell'ente camerale, Klaus Algieri, l'assessore regionale ai Trasporti, Roberto Musmanno, il rappresentante Autorità nazionale regolazione trasporti, Consigliere di Stato Giulio Veltri, il direttore regionale Trenitalia Calabria, Piero Mannarino, il responsabile Ufficio viabilità calabrese Anas, Marco Moladori, il dirigente della Provincia di Cosenza, Claudio Carravetta, il dirigente Ufficio scolastico provinciale, Luciano Greco, ma anche i rappresentanti di associazioni e imprese del settore trasporti e del turismo, e i comuni di Cosenza, Altomonte, Cariati, Castrolibero, Mendicino, Montalto Uffugo, Paterno C., San Fili.
«Il sistema dei trasporti – afferma Klaus Algieri – è per sua natura fortemente connesso con molteplici aspetti dello sviluppo economico di un territorio. È per questo che abbiamo pensato di fare incontrare gli addetti ai lavori non solo con le imprese operanti nel settore, ma anche con i rappresentanti delle istituzioni locali, delle scuole e dei consumatori, nella convinzione che solo dal confronto e dall'ascolto delle esigenze di ciascun portatore di interesse possano nascere proposte efficaci per l'intera collettività». 
Moltissimi i temi affrontati nel corso del dibattito. Imprese e associazioni hanno direttamente coinvolto i relatori, in particolare l'assessore Musmanno, quale interlocutore di riferimento per il territorio, su argomenti come la legge regionale 35 del 2015 sulla disciplina dei trasporti; l'istituzione del comitato regionale della mobilità; la necessità di efficientare le infrastrutture esistenti attraverso la riprogrammazione dei percorsi e degli scambi gomma-ferrovia; la realizzazione di stazioni ferroviarie virtuali in cui poter acquistare biglietti utilizzabili sulle reti Calabresi; gli investimenti in nuovi treni per portare a 5 anni la vita media dei mezzi carrozzabili entro il 2022; lo stanziamento di 860 milioni di euro per la riqualificazione del tratto della SS 106 tra Crotone e Sibari, con creazioni di raccordi a carreggiata doppia per evitare i centri abitati; la velocizzazione del tratto ferroviario jonico tramite interventi infrastrutturali sui 193 passaggi a livello che oggi la rallentano; lo sblocco di 3,7 miliardi di euro a livello nazionale per il rinnovo del parco autobus esistente, e molto altro ancora.
L'iniziativa rappresenta l'ennesima occasione di confronto tra istituzioni e territorio voluta dalla Camera di commercio di Cosenza, che ha già in programma nuovi incontri su altri temi centrali per lo sviluppo economico.

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    Alla Camera di commercio bruzia una tavola rotonda per discutere di trasporti

CATANZARO Il candidato sindaco di Catanzaro del Pd è ufficialmente Enzo Ciconte. Il partito regionale si è riunito a Lamezia Terme – alla presenza del segretario regionale, Ernesto Magorno, del gruppo dirigente regionale, dei segretari di circolo, dei consiglieri regionali e comunali di Catanzaro – e ha deciso «di affidare pieno mandato, per le sue capacità amministrative, professionali, umane e politiche, quale candidato a sindaco per il Pd al consigliere regionale Enzo Ciconte».
A Ciconte spetta ora il compito di formare una larga alleanza, alternativa all'attuale amministrazione guidata da Sergio Abramo e finalizzata alla conquista del capoluogo di regione.
«Il consigliere regionale del Pd, facendo leva sulla necessità per il capoluogo regionale di recuperare centralità e orgoglio, e soprattutto intraprendere una nuova stagione di governo – è scritto in un comunicato diffuso dalla segreteria regionale –, ha accettato il mandato, precisando che si metterà al lavoro per avviare le consultazioni con tutti i movimenti, le associazioni e i partiti al fine di condividere un programma ed un progetto politico che miri alla più ampia aggregazione».
Ciconte ha garantito che in tempi brevi illustrerà al Pd le risultanze di questo lavoro aggregativo e scioglierà le riserve.

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CATANZARO «Come precedentemente concordato tra la Provincia di Catanzaro e l'Arpacal (Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente della Calabria), Clemente Migliorino, direttore del dipartimento di Catanzaro dell'Agenzia ambientale calabrese ha trasmesso nei giorni scorsi al servizio Prevenzione ambientale della Provincia di Catanzaro la relazione finale sulle attività svolte sui depuratori per l'Ente intermedio catanzarese nel biennio 2015-2016 in base ad una convenzione siglata nell'aprile del 2015». Lo comunica una nota dell'Arpacal. «L'accordo prevedeva, infatti - spiega la nota -, che la Provincia indicasse ad Arpacal, al di là dei compiti istituzionali che l'Agenzia già svolge nelle diverse matrici ambientali, gli impianti di depurazione da sottoporre a controllo e per i quali, come prevede la normativa nazionale, la Provincia ha rilasciato le cosiddette autorizzazioni agli scarichi."Nell'arco dei due anni, quindi - prosegue la nota -, come previsto dalla convenzione i tecnici del servizio Acqua del dipartimento Arpacal di Catanzaro hanno controllato 22 depuratori, per alcuni di essi accompagnati dalle Forze dell'ordine, riscontrando su 17 di essi delle non conformità che sono state puntualmente, in occasione dell'esito dei risultati analitici, comunicate alle autorità competenti per le sanzioni di rito e, dettaglio principale, per migliorare la gestione dell'impianto». «Quello dei depuratori - ha dichiarato Migliorino - deve essere inteso come un controllo dinamico che, pur fotografando la funzionalità dell'impianto al dato momento dei prelievi, prosegue nel tempo accertando i miglioramenti necessari o eventuali nuove criticità; il tutto per garantire la funzionalità dei depuratori ma soprattutto la protezione dell'ambiente, e penso in particolar modo al nostro mare».

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    È quanto emerge dai controlli svolti dall'Arpacal nell'arco di due anni in accordo con l'amministrazione provinciale. Le criticità sono state comunicate alle autorità competenti

COSENZA Doveva essere - forse - il giorno del confronto tra il collaboratore di giustizia Michele Bloise e la sua ex moglie nel processo sulla morte del piccolo Cocò Campolongo. Il bambino di soli tre anni è stato ucciso e bruciato in auto nel gennaio 2014, a Cassano allo Jonio, con il nonno Giuseppe Iannicelli e la compagna marocchina di questi Ibtissam Touss. Ma il procuratore aggiunto della Dda Vincenzo Luberto, venerdì mattina, ha comunicato alla Corte di Assise di Cosenza (presieduta dal giudice Giovanni Garofalo, a latere la collega Francesca De Vuono) che la donna aveva fatto recapitare alla Procura di Catanzaro un certificato medico che evidenziava l'impossibilità di tornare in udienza. Ma la Dda ha fatto eseguire una consulenza medica sulla signora che ha evidenziato esattamente il contrario. La donna era stata già sentita, nella scorsa udienza, come testimone dell'accusa nel processo a carico di Cosimo Donato detto "Topo" e Faustino Campilongo detto "Panzetta". I due sono accusati di triplice omicidio. In particolare, secondo l'accusa contestata dalla Dda di Catanzaro, i due avrebbero attirato in una trappola Giuseppe Ianniccelli, per conto del quale spacciavano droga, perché divenuto un personaggio scomodo per la cosca degli Abbruzzese e anche per aumentare il proprio potere criminale. Il piccolo Cocò, secondo la ricostruzione fatta dai carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Cosenza, sarebbe stato ucciso perché il nonno lo portava sempre con sé, come uno "scudo umano", per dissuadere i malintenzionati dal colpirlo. Dopo il triplice omicidio, gli assassini bruciarono l'auto di Iannicelli con all'interno i tre corpi.
Il procuratore aggiunto Luberto ha quindi chiesto di acquisire il verbale che la donna aveva reso in fase di indagini, una nuova perizia per accertare le condizioni di salute della teste e l'accompagnamento coatto. Le difese (gli avvocati Ettore Zagarese, Mauro Cordasco e Vittorio Franco) hanno insistito per avere la presenza in aula della teste per potere effettuare il controesame poiché in caso contrario sarebbe stato violato il principio del contraddittorio.
La Corte si è riunita in camera di consiglio e ha poi disposto che - considerate le reticenze della donna, nella precedente udienza e le contraddizioni evidenti - venisse acquisito il verbale prodotto dalla Procura sulle dichiarazioni rese dalla donna in fase di indagini preliminari. Di conseguenza ha rigettato la richiesta di confronto con Bloise. Il processo è stato aggiornato al prossimo 21 marzo per sentire il papà di Cocò, il collaboratore di giustizia Daniel Panarinfo e un altro teste dell'accusa.

Mirella Molinaro
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    La donna invia un certificato medico e non si presenta in Aula. La Corte acquisisce il verbale prodotto dalla Procura sulle dichiarazioni rese in fase di indagini preliminari

REGGIO CALABRIA Nel 2008, quando il colonnello Valerio Giardina, all'epoca a capo dei Ros, ha stretto le manette ai polsi di Pasquale Condello, dalla bocca del superboss è uscita un'unica frase: «Adesso sono cazzi vostri perché si sono rotti gli equilibri. Chiamatela 'ndrangheta, chiamatela come volete, in Svezia si chiama in un altro modo. Questa è una cosa mondiale». Una frase, pronunciata anche di fronte al pm Giuseppe Lombardo, che a Reggio Calabria ha segnato l'inizio delle indagini su quella commissione mondiale delle mafie, affiorata nei verbali di diversi collaboratori calabresi e soprattutto siciliani.

LE INVOLONTARIE RIVELAZIONI DI D'ELIA Parole che negli anni hanno contribuito a costruire un mosaico su cui ancora si indaga. E che oggi si arricchisce di un nuovo tassello. Arriva dall'indagine Provvidenza, recentemente eseguita nei confronti di capi e gregari del clan Piromalli, per bocca dello storico "ambasciatore" della famiglia, Paolo D'Elia. Incaricato di gestire rapporti e controversie con i clan della Piana, come del Vibonese, D'Elia – spiegano gli inquirenti – è anche uno degli uomini che per il clan ha gestito rapporti e trame massoniche. Ma negli ultimi anni non è stato prudente ed ha parlato senza temere di essere intercettato. Per questo oggi inquirenti e investigatori possono iniziare a ricostruire la ragnatela nazionale e internazionale dei contatti del clan, che vanno da Lucky Luciano a Licio Gelli.

IL NOSTRO AMICO LUCKY LUCIANO «E voi sapete? – dice D'Elia intercettato – e "Luc luciano"... sono cose che non si credono, ma sono vere... io lo so che sono vere... all'epoca l'ho ricevuto io quando è venuto». Non in visita di cortesia. Correva l'anno 1958, il noto boss italoamericano, considerato capo della famiglia Genovese di New York e fondatore della "Commissione americana", finalizzata alla disciplina e l'organizzazione del crimine nord-americano e delle attività imprenditoriali connesse, era da tempo costretto a rimanere in Italia. Un esilio dorato, trascorso in larga parte a Napoli. Nel '58, però, anche Lucky Luciano scivola su un'inchiesta giudiziaria. Viene accusato da un piccolo commerciante di Gioia Tauro di contrabbando e di aver organizzato il rapimento dell'ex sindaco di Gioia Tauro. «All'epoca gli abbiamo messo Lombardo e Marazzita, gliel'ho messi io», dice D'Elia vantandosi di aver provveduto all'assistenza legale del boss. Ma non è stato in aula che Lucky Luciano ha vinto il processo.

«STATEVI TRANQUILLI» La competenza, continua a raccontare D'Elia, mentre Teodoro Mazzaferro lo prega inutilmente di chiudere la bocca, spettava a Palmi perché «questo fatto è successo alla stazione di Palmi, quindi il processo l'hanno fatto a Palmi». E gli uomini dei clan della Piana e i loro accoliti hanno iniziato a muoversi. «Caratozzolo – presumibilmente l'ex sindaco di Scilla – ha chiamato Riccobono... da Riccobono è arrivata a me "l'imbasciata"... "statevi tranquilli"».

PROCESSO IN DISCESA Forse anche per questo, quando il boss si è presentato per il processo «è arrivato fresco come... una balla di ghiaccio». Come preannunciato, Lucky Luciano esce indenne dal processo e per di più denuncia l'imprenditore per calunnia, che negli anni successivi viene anche condannato a 2 anni e sei mesi. Alla lettura del dispositivo è presente anche il boss italoamericano, che nonostante non si sia mai costituito parte civile ha seguito regolarmente il processo contro il suo accusatore.

I RAPPORTI CON I CORLEONESI I Piromalli però non erano l'unico aggancio con le mafie italiane su cui Lucky Luciano potesse contare. Fra i suoi amici più stretti, ricorda Vincenzo Mammoliti, c'era anche Michele Navarra, "U patri nostru, storico medico boss della cosca di Corleone. Una vecchia conoscenza anche per i Piromalli, puntualizza Paolo D'Elia, tanto che «quando mi hanno sparato – racconta – Navarra... inc... subito, non ha perso tempo, gli ha detto "avvisate all'ospedale di Palmi di farmi il piacere che il signor D'Elia vado e lo opero io». Uno slancio frustrato – sembra di capire dalla conversazione – dalla necessità di mandare al più presto D'Elia in sala operatoria. «Caminiti era ad un convegno a Palermo e mi ha operato Gerardi, e mi ha salvato, era il migliore, Gerardi era il migliore chirurgo che c'è in Italia», conclude l'ambasciatore.

IL PADRONE DEL CARCERE Più volte in carcere, è lì che D'Elia ha stretto rapporti con i massimi vertici della 'ndrangheta reggina e non solo. Ai suoi racconta di essere stato detenuto insieme a don Paolino De Stefano, cui a suo dire il direttore del penitenziario aveva persino affidato il compito di "garante" dell'ordine fra i detenuti. In cambio, il noto boss di Archi, avrebbe trascorso una detenzione dorata, costellata persino da feste a base di champagne, nonostante il carcere fosse in allarme per l'omicidio di Giuseppe Timpani, uomo della mafia messinese, massacrato con oltre cento coltellate da Gaetano Costa.

NIENTE ERGASTOLI PER GLI AMICI Storico componente della mafia messinese, tanto vicino alla 'ndrangheta da essere investito della carica di santista per ordine del boss Pino Piromalli, in quell'occasione Costa ha potuto contare sull'aiuto del potentissimo casato mafioso di Gioia Tauro, già all'epoca in grado di condizionare indagini e processi. Una circostanza confermata dallo stesso Costa, poi divenuto collaboratore di giustizia. «Alla mia richiesta di essere aiutato in questo processo – ha messo a verbale da pentito – lo stesso Piromalli (Giuseppe cl. 21) e l'avvocato Foti (Giuseppe, oggi deceduto, ndr) mi assicurarono che l'ergastolo mi sarebbe stato tolto in quanto il presidente era tale Delfino». E in effetti – continua il collaboratore – «effettivamente quel processo terminò con una sentenza a me favorevole in quanto mi venne tolto l'ergastolo e venni condannato soltanto a 22 anni di reclusione in quanto, tra l'altro, mi vennero riconosciute le attentanti generiche». Circostanza quanto mai curiosa alla luce delle 104 coltellate che hanno portato alla morte di Timpani e della fedina penale di Costa.

LA PARENTESI LATINOAMERICANA DI GELLI Ma in carcere, D'Elia sembra aver fatto anche altre conoscenze. Fra loro ci sarebbe anche uno a Castelfranco Veneto, che è stato a Cuba (...)... quando è arrivato, quando hanno portato Licio Gelli a Cuba». Il riferimento è al periodo di latitanza trascorso da Gelli in Sud America, dove coltivava rapporti solidi con il presidente Juan Domingo Peron, il dittatore Roberto Eduardo Viola Prevedini, nonché l'ammiraglio Emilio Eduardo Massera, braccio operativo del regime responsabile dell'omicidio di migliaia di cittadini argentini e iscritto alla loggia P2. La conversazione non è molto chiara, ma D'Elia sembra straordinariamente informato sui movimenti di Licio Gelli. E in più – dice in modo poco chiaro – «mi ha fatto reggente». Di cosa e perché, allo stato non è dato sapere.

Y EL CHAPO? Così come non si sa quali siano i rapporti di D'Elia con il Chapo Guzman, feroce capo del Cartel di Sinaloa, più volte arrestato e miracolosamente evaso dalle carceri messicane. Fughe su cui l'ambasciatore dei clan sembra sapere molto. Così come sui "rapporti commerciali" – ovviamente di import-export di coca – che il Chapo per lungo tempo ha intrattenuto con i clan calabresi.

Alessia Candito
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    Le rivelazioni (involontarie) di D'Elia, l'"ambasciatore" del clan Piromalli: «Il boss italoamericano? L'ho ricevuto io». La storia del processo di Palmi, finito con la condanna dell'accusatore del capo della Commissione americana. Emergono i rapporti della cosca della Piana con la mafia corleonese

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