Corriere della Calabria - Articoli filtrati per data: Giovedì, 20 Aprile 2017

Nel corso dell'odierna riunione della cabina di regia a Palazzo Chigi per il monitoraggio delle opere del Patto Calabria, il presidente Oliverio, presenti i ministri Graziano Delrio e Claudio De Vincenti, ha posto, tra le altre cose, l'esigenza di dare immediata accelerazione alle procedure per la realizzazione della Zes a Gioia Tauro. «A tal proposito è opportuna - ha detto Oliverio - anche in coerenza con quanto concertato nel corso della riunione che si è svolta al Ministero dei Trasporti, dove erano presenti le parti sociali, la convocazione di tutti i soggetti interessati all'attuazione degli interventi previsti nell'Accordo di Programma Gioia Tauro sottoscritto a luglio 2016». «Il ministro De Vincenti - è detto in un comunicato dell'ufficio stampa della Giunta regionale - ha rassicurato il presidente Oliverio, informandolo che è in via di conclusione il lavoro per l'approvazione di una specifica norma di legge in grado di consentire la realizzazione della Zes a Gioia Tauro e ha accolto altresì la proposta di tenere nei prossimi giorni una riunione in Calabria con la Regione e le forze sociali». 

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  • Occhiello Le rassicurazioni del ministro sono arrivate nel corso della riunione a Palazzo Chigi della cabina di regia sul Patto per la Calabria

REGGIO CALABRIA Sono entrati in camera di consiglio i giudici chiamati a valutare le posizioni degli imputati del processo d'appello Meta, scaturito dall'inchiesta che ha fotografato le nuove dinamiche dei clan reggini, arrivando a individuare la nuova struttura dell'associazione, a partire dal direttorio che la governa. L’attesa per la sentenza sembra però destinata ad essere lunga. La decisione della Corte presieduta dal giudice Giacobelli – filtra dalle stanze di piazza Castello – potrebbe non arrivare prima di sabato o domenica. Un tempo consono – si commenta fra i legali – ad un’attenta valutazione degli atti di un procedimento complesso che ha rivoluzionato la concezione della ‘ndrangheta.

LA 'NDRANGHETA NUOVA Un mattoncino necessario – hanno spiegato più volte i magistrati – che ha permesso in seguito di procedere contro la cosiddetta “struttura invisibile”, il cuore strategico e programmatico della ‘ndrangheta, oggi al centro di Gotha, il maxi-procedimento che di Meta è la naturale prosecuzione e oggi minaccia di squarciare il velo su molta borghesia, reggina e non solo, che ha prosperato in combutta con i clan. Un salto di qualità nel contrasto ai clan, reso possibile proprio dall’individuazione del direttorio. È proprio questo organismo – ha affermato la sentenza Meta – ad assicurare il simbiotico rapporto fra le due anime della ‘ndrangheta, quella visibile e quella invisibile, tanto diverse, quanto ugualmente funzionali all’efficacia delle strategie criminali dell’intera organizzazione.

L’INCHIESTA Un meccanismo emerso in modo cristallino nel procedimento Meta, «un'inchiesta - ha affermato nel corso della propria requisitoria il sostituto procuratore della Dda Giuseppe Lombardo, che ha coordinato le indagini, ha sostenuto l’accusa in primo grado e oggi è in appello - che ha spiegato come la 'ndrangheta si evolva, e come sia riuscita a evolversi, capace di cambiare le regole adeguandosi ai tempi in cui opera. Esibendo sempre una forza micidiale». Dopo una guerra sanguinosa che ha lasciato sul terreno oltre 700 morti ammazzati, le 'ndrine si sono date nuova forma ed «è nata la compattezza di oggi con le cosche che ragionano all'unisono e che operano una accanto all'altra», ha sottolineato il pm. Un sistema garantito dal direttorio di clan che governa la 'ndrangheta visibile, grazie a «un processo evolutivo di accentramento del potere decisionale nelle mani di pochi grandi capi – spiegava il Collegio in sede di motivazione della sentenza di primo grado - così da poter determinare "a monte" le decisioni vincolanti, irradiandole a pioggia verso ì livelli inferiori di siffatta struttura gerarchica, da un lato, e sì da poter relazionarsi con ambienti più elevati di tipo politico istituzionale, dall'altro lato». Una superassociazione, che in Giuseppe De Stefano – ha messo in chiaro il pm Lombardo - «ha il suo amministratore delegato che opera da indiscusso leader, perché gode della fiducia piena degli altri soci di riferimento».

LE CONDANNE DEL PRIMO GRADO Per lui, come per tutti gli altri imputati, fatta eccezione per il boss Cosimo Alvaro, gli imprenditori Nino Crisalli e Carmelo Barbieri, per i quali è stato chiesto che cadano alcune aggravanti, la pubblica accusa ha chiesto la conferma di tutte le condanne. In primo grado, il Collegio aveva distribuito oltre trecento anni di carcere fra tutti gli imputati, per la maggior parte dei quali è stata chiesta la conferma della pena. All'epoca, il capocrimine De Stefano è stato condannato a 27 anni, mentre a una pena di 20 anni di reclusione sono stati condannati il superboss Pasquale Condello, Giovanni Tegano e Pasquale Libri, il "custode delle regole". Una condanna pesantissima, pari a 23 anni di reclusione, è arrivata anche per Domenico Condello, nipote del superboss e all'epoca riconosciuto dal Tribunale come elemento di collegamento fra il direttorio e il resto dell'organizzazione. Ventitré anni era stata la pena decisa per Pasquale Bertuca, mentre era di 21 anni la condanna inflitta a Antonino Imerti e di 18 anni e 4 mesi quella disposta per Giovanni Rugolino. Per il boss Cosimo Alvaro, i giudici hanno invece deciso una condanna a 17 anni 9 mesi e dieci giorni di reclusione più 1500 euro di multa, mentre è stata di 16 anni la pena inflitta a Domenico Passalacqua e Francesco Creazzo. Sono invece 13 gli anni di reclusione decisi per Natale Buda, mentre dovrà scontare 10 anni di carcere Stefano Vitale. Una condanna pesante è arrivata anche per l'imprenditore Nino Crisalli, condannato dai giudici a 7 anni di carcere perché pur di riscattare il proprio patrimonio all'asta fallimentare, durante la quale stava per essere liquidato, ha deciso di chiedere "garanzie", legittimando «l'autorità dei vertici territoriali della 'ndrangheta e contribuendo dunque al rafforzamento dell'organizzazione per l'ex sindaco di San Procopio, Rocco Palermo, punito con 4 anni e sei mesi di carcere, Antonio Giustra infine, è stato condannato a 3 anni e sei mesi, mentre per Carmelo Barbieri, è stata fissata in tre anni.

 

Alessia Candito
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  • Occhiello Sono entrati in camera di consiglio i giudici chiamati a decidere sul procedimento scaturito dall’inchiesta che ha svelato le dinamiche della “nuova ‘ndrangheta” reggina. Il verdetto potrebbe non arrivare prima di sabato o domenica

Resta in carcere Gregorio Cavalleri, imprenditore 66enne arrestato lo scorso 3 aprile nell’ambito dell’inchiesta “Chaos” della Procura di Vibo su una presunta truffa sui lavori del tratto autostradale compreso tra gli svincoli di Mileto e Rosarno. Lo ha deciso il Tribunale del Riesame, che ha rigettato le richieste avanzate dai difensori di Cavalleri (avvocati Giuseppe Scozzani e Maria Zalin) e ha confermato la custodia cautelare in carcere. Decisione diversa, invece, per la segretaria dell’imprenditore, Carla Rota (difesa dall’avvocato Maria Zalin), per la quale è stata accolta la richiesta degli arresti domiciliari. Il Riesame ha invece revocato la misura dei domiciliari per il geometra Vincenzo De Vita (difeso dagli avvocati Guido Siciliano e Giovanni Spataro), direttore operativo dell’Anas, per il quale sono stati disposti tre mesi di interdizione dai pubblici uffici.

L’inchiesta, di cui è titolare il sostituto procuratore Benedetta Callea, rappresenta la prosecuzione dell'attività avviata dalla Procura vibonese nel dicembre del 2015 e scaturita, a maggio del 2016, nel sequestro del tratto Mileto-Rosarno dell’A2. L’operazione dello scorso 3 aprile ha portato a 9 arresti (12 in tutto gli indagati) per accuse a vario titolo che vanno dalla frode in pubbliche forniture alla truffa aggravata ai danni di ente pubblico, fino all'attentato alla sicurezza dei trasporti.

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  • Occhiello Il Tribunale del Riesame ha rigettato le richieste dei difensori dell’imprenditore coinvolto nell’inchiesta della Procura di Vibo. Domiciliari per la sua segretaria Carla Rota, 3 mesi di interdizione per il funzionario Anas Vincenzo De Vita
Giovedì, 20 Aprile 2017 19:30

Lite per 5 euro a Parenti, assolto un 20enne

CATANZARO È stato assolto dalle accuse di violenza privata e minaccia il giovane L.N., oggi 20 anni ma minorenne all’epoca dei fatti. Lo ha stabilito il tribunale per i minorenni di Catanzaro accogliendo le tesi difensive dell’avvocato Chiara Penna. Il fatto risale al veglione dell’Epifania del 2015, in un locale di Parenti in provincia di Cosenza. L.N. avrebbe, secondo la denuncia sporta da C.S (oggi ventiquattrenne) spintonato e preso a calci e pugni quest’ultimo cagionandogli la lussazione del braccio sinistro, minacciandolo anche di morte e diffondendo, nei giorni successivi al fatto, la notizia di avere una pistola che avrebbe usato per impedirgli di sporgere denuncia.
Il Tribunale per i minorenni ha ritenuto non sussistente i reati contestati. Infatti, nonostante la presenza di molte persone anche al di fuori del locale nessuno aveva assistito alla dinamica dell’aggressione. E in più nel corso della deposizione, la persona offesa avrebbe riportato delle incongruenze nell’esposizione dei fatti. La difesa ha prodotto, inoltre, quale documentazione, una chat intercorsa tra i due giovani qualche giorno prima del fatto nella quale l’imputato avrebbe ricevuto delle minacce dalla persona offesa per il recupero di una somma pari a 5 euro, un debito di gioco che L.N aveva con C.S.. Una prova ritenuta dal pm assolutamente credibile. Sarebbe stato proprio un debito di 5 euro la causa della colluttazione tra i due ragazzi scoppiata alla vigilia dell’Epifania del 2015 mentre nel locale di Parenti era in corso una grossa rissa. I due, già in lite, sarebbero stati fomentati dalla baraonda che era sorta loro intorno e sarebbero venuti alle mani. Una reciproca colluttazione nella quale il denunciante ha avuto la peggio. 

ale. tru.

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  • Occhiello Il Tribunale dei minori ha scagionato il giovane per un episodio che risale al veglione dell’Epifania del 2015
Giovedì, 20 Aprile 2017 19:20

Il Beato Angelo da Acri sarà santo

COSENZA Il Beato Angelo da Acri sarà canonizzato il 15 ottobre in piazza San Pietro a Roma. Lo ha annunciato Papa Francesco questa mattina nel Concistoro ordinario pubblico, in Vaticano. La notizia è stata poi diffusa dall’Arcidiocesi di Cosenza-Bisignano «che gioisce - si legge in un comunicato - per la notizia sulla data di canonizzazione del Beato Angelo d’Acri, figlio di San Francesco e sacerdote illustre di questa Chiesa». Insieme al sacerdote professo dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, Angelo da Acri (al secolo: Luca Antonio Falcone), saranno canonizzati altri beati: Andrea de Soveral, Ambrogio Francesco Ferro, sacerdoti diocesani, Matteo Moreira, laico, e 27 compagni, martiri, Cristoforo, Antonio e Giovanni, adolescenti martiri, Faustino Míguez, sacerdote scolopio, fondatore dell’Istituto Calasanziano delle Figlie della Divina Pastora. «L’Arcivescovo di Cosenza-Bisignano Francesco Nolè - si legge ancora nel comunicato - ha espresso la gratitudine della Chiesa cosentina al Santo Padre. I sacerdoti e i fedeli, affidandosi alla sua intercessione, rendono grazie a Dio per il dono di questo nuovo testimone della misericordia il cui culto sarà esteso il prossimo 15 ottobre alla Chiesa universale».

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  • Occhiello La canonizzazione avverrà il 15 ottobre in piazza San Pietro

CATANZARO La Commissione europea ha espresso parere positivo per il Piano regionale di gestione dei rifiuti e il Piano regionale amianto per la Calabria approvati, a seguito - informa una nota dell’ufficio stampa della giunta - della Dgr n. 497 del 6 dicembre 2016, in consiglio regionale con deliberazione n. 156/2016 e inviati dalla Regione Calabria al fine di verificare la condizionalità ex-ante.
«L’ok dalla Commissione europea – ha dichiarato il presidente Mario Oliverio – evidenzia il nostro impegno nel promuovere una crescita sostenibile del territorio. Il soddisfacimento della condizionalità rifiuti si aggiunge a importanti risultati già ottenuti dalla Regione Calabria negli ultimi anni: dall’approvazione della Strategia S3 a quella del Piano dei Trasporti. L’introduzione di precondizioni è uno degli elementi fondamentali nella riforma delle politiche di coesione 2014-2020 per garantire il sostegno finanziario dell’UE. L’approvazione del piano rifiuti, quindi, consentirà di accelerare l’attuazione degli interventi già programmati sul Por in materia di raccolta differenziata, impianti di trattamento rifiuti con tecnologia a impatto zero, impianti di compostaggio di prossimità, centri di raccolta comunali e attività di prevenzione della produzione di rifiuti per i quali  abbiamo già impegnato 114 milioni di euro»
Pertanto, i criteri di adempimento della condizionalità ex-ante 6.2 relativa al settore dei rifiuti per il Programma Operativo Calabria Fesr/Fse sono soddisfatti nel rispetto della tempistica dettata dalla normativa comunitaria in materia. 
Un risultato importante che testimonia il significativo cambio di passo nella politica di pianificazione di settori principali per lo sviluppo del nostro territorio che l’Europa ha riconosciuto come valida.

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  • Occhiello Espresso parere positivo sui due provvedimenti. Oliverio: «Premiata la crescita sostenibile»

Mario Oliverio utilizza diversi profili Facebook, quello istituzionale è “Mario Oliverio per la Calabria”. Tanto istituzionale da metterci in copertina la foto che lo ritrae mentre chiacchiera con il comandante generale dell’Arma dei carabinieri.
Le amenità e la disinformazione che caratterizzano tale sito non meriterebbero attenzione e in effetti ce ne occupiamo solo per le diverse segnalazioni arrivate alla nostra redazione nelle ultime ore. Il governatore, di ritorno dal Vinitaly ma evidentemente ancora non del tutto rientrato nelle vesti di chi dovrebbe governare questa sfortunata terra, posta la famigerata nota secondo la quale, vivendo lui sulla Luna, ha saputo «da un articolo a firma del direttore Pollichieni, edito sul Corriere della Calabria» che, con riferimento allo scandalo della Sacal, «vi sarebbe una intercettazione, che vede tra gli interlocutori l'ex Presidente Colosimo, nella quale si parla di 10 posti di lavoro da me sollecitati». Seguiva il noto bla, bla, bla.... «Se fosse vera, immediatamente proporrò querela per diffamazione nei confronti di chi abbia proferito quelle parole. Se tale intercettazione non vi sia, sarò costretto a sporgere querela nei confronti di chi divulga notizie pur esse diffamatorie».
Gli rispondemmo subito che mentiva sapendo di mentire e che era diffamatorio e vile il suo goffo tentativo di far credere che quella intercettazione potesse essere stata inventata per colpirlo. Torniamo sull’argomento perché, nel postare la nota sul suo profilo istituzionale Facebook, il governatore, che in verità non appare godere di grande seguito, ospita una annotazione a firma della signora Maria Teresa Pupo da San Giovanni in Fiore. Non sappiamo se la signora Pupo, come sostengono molti concittadini suoi e del governatore, sia anche parente (avrebbero una zia in comune) di Oliverio Gerardo Mario. La sua prosa, tuttavia ci porta a ritenerlo possibile.
Scrive la signora Pupo: «ditegli a sti 4 pezzi di merda di lavarsi la bocca prima di parlare di un'uomo ,onesto ,umile ,ma la cosa più bella del mio presidente che da quando a occupato grandi incarichi nn si è mai montato la testa ,un'uomo che si spende in prima fila per tutte le battaglie sociali .e questi solo cercano di infangarlo .sta alla guida di una regione disastrata che sta cercando di mettere a posto ...vai avanti nn mollare che loro questo vogliono è una serana Pasqua». La signorilità delle parole scelte, così come la macellazione dei verbi e la disinvolta sintassi, sono fedelmente riportati dal testo originale.
Perché citiamo solo la signora Pupo, scegliendola tra i 45 commenti che al post presidenziale? Semplicemente per il fatto che solo a lei il presidente concede l’onore di una risposta. Secca: «Grazie, anche a te Maria Teresa». 
Del resto gli altri commenti postati a seguire erano abbastanza indigesti per Mario Oliverio. Proviamo a passarne in rassegna alcuni.
Orazio Conti: «Tutti a prendere le distanze ora? Il presidente della regione non ne sapeva nulla? Possibile che il rappresentante della regione nel cda non si era accorto di nulla? Cadete tutti dal pero ora?».
Claudio Lio: «Prima ve ne andate e meglio è!!!!! Oppure sarete spazzati via come neve a maggio! Incapaci di risolvere i problemi di questa regione. Il tempo che dovreste dedicare ai problemi dei calabresi lo dedicate, tutto, ai vostri interessi».
Carlo Musacchio: «Ma fai dimettere la giunta tecnica nominata da te perché sei responsabile con loro torna agli assessori politici che rappresentano il territorio. Ma non hai il coraggio e tu sai perché. La Calabria piange per colpa della inefficienza di questi tecnici. Con assessori mediocri emerge Presidente mediocre».
Piero Froio: «Dicono tutti così, tanto voi avete non il terzo ma il quarto grado di giudizio, la prescrizione grazie al Pd».
Lorenzo Commisso: «Presidente che fine ha fatto il turismo in Calabria? Quando riprenderanno i lavori della nuova SS 106 jonica? oramai fermi da anni tra svincolo Squillace lido e svincolo Simeri Crichi.... Che fine ha fatto la Sila?... Buon lavoro».
Francesco Talia: «Presidente, io non entro nel merito di tale telefonata, ma una cosa è certa, in questa REGIONE o si gira completamente pagina o come sosteniamo in Calabrese"Chiacchiere e tabaccheri i lignu". Buona Pasqua Presidente».
Riccardo Adelchini: «Carissimo presidente e ora per i nostri aereoporti come si fa Crotone, Reggio».
Può bastare. A questi nessuna risposta presidenziale. Il “Grazie” è riservato a Maria Teresa Pupo. Grazie per il lessico o per gli auguri di Pasqua? Abituato all’equivoco, Oliverio non aiuta la risposta. E in noi si fa strada anche un altro dubbio: quando Maria Teresa Pupo, da grande signora, apostrofa questi “4 pezzi di m....” che dovrebbero sciacquarsi la bocca prima di nominare Oliverio, si riferisce agli hackerati del Corriere della Calabria? Oppure le sue contumelie sono rivolte a quanti, rispondendo al governatore, hanno postato commenti diametralmente opposti al suo?

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  • Occhiello di Paolo Pollichieni
Giovedì, 20 Aprile 2017 18:18

Valli Cupe, il blitz (fallito) della Regione

REGGIO CALABRIA Cascate azzurre, canyon misteriosi, gole mozzafiato, alberi secolari, paesaggi incontaminati. Le Valli Cupe sono una meraviglia del creato, un gioiello naturalistico che sta attirando visitatori da tutto il mondo. Ma, come tutte le cose belle, nemmeno l’area protetta della Sila Piccola, che sorge quasi interamente nel Comune di Sersale, è perfetta. Lì, nella Riserva naturale istituita solo pochi mesi fa, per qualcuno c’è poca politica. Cioè: nella sua gestione la politica conta davvero poco. E questa, evidentemente, in Calabria è una anomalia difficilmente tollerabile. Sarà proprio in virtù di tale premessa che la Regione di Mario Oliverio ha tentato, fuori tempo massimo, di modificare la legge che, lo scorso dicembre, ha fatto nascere l'area protetta “Valli Cupe”, la terza in tutta la regione (le altre sono quelle di Tarsia e della Foce del Crati).

IL BLITZ Il tentato blitz è andato in scena giovedì, durante l’ultima seduta della commissione Ambiente del consiglio regionale. A iter legislativo ormai definitivamente concluso, e superato pure il vaglio del Consiglio dei ministri – che non ha inteso impugnare la legge davanti alla Consulta –, il dirigente del settore “Parchi e aree naturali” del dipartimento Ambiente, Giovanni Aramini, ha sollevato un problema di governance. Quella norma, approvata all’unanimità sia in commissione, sia in consiglio regionale, non rispetterebbe le prescrizioni della legge nazionale quadro 394 sulle aree protette. In particolare, il testo presentato dal consigliere d’opposizione Mimmo Tallini, secondo la Regione, non garantirebbe il coinvolgimento di tutti gli enti pubblici interessati nella gestione della Riserva.
Le “Valli Cupe”, infatti, ricadono per la maggior parte nel territorio di Sersale (circa 500 ettari), mentre un’altra piccola porzione (solo 147 ettari e due siti di interesse su 12) sarebbe “in comproprietà” con un altro Comune, Zagarise, il cui sindaco, Domenico Gallelli, invoca forme di rappresentanza all’interno dell’autorità di gestione. Una richiesta, tra l’altro, già espressa dallo stesso primo cittadino nel corso della penultima riunione della commissione Ambiente.

LA NORMA VIOLATA La sortita della Regione, portata avanti dal dirigente Amerini, sembra dunque andare incontro alle aspettative del sindaco di Zagarise. Che, per inciso, nel marzo 2016 è stato nominato dal governatore Oliverio responsabile della struttura amministrativa del dipartimento Urbanistica. Gallelli, insomma, può essere ritenuto, a buon diritto, un esponente politico che gode della fiducia del presidente della Regione. Quella stessa Regione che, del tutto inaspettatamente, ha provato a cambiare le carte in tavola e a modificare una legge che, pure, aveva trovato la condivisione entusiastica di tutte le forze politiche calabresi. Al punto da far pronunciare al forzista Tallini queste parole: «Quanto è stato fatto per la legge istitutiva della Riserva, che ora consentirà, col sostegno dei soggetti coinvolti e della Regione alla nostra Sila Piccola di ampliare le proprie occasioni di crescita, costituisce, infatti, per come è stato condotto a buon fine il provvedimento legislativo, la dimostrazione che quando le forze politiche si affrancano da pregiudizi e appartenenze, si possono ottenere risultati straordinari».
Lo stesso Oliverio era subito passato all’incasso, specificando che «l’attenzione al tema delle aree protette, dei parchi e delle riserve naturali e la valorizzazione del patrimonio ambientale del nostro territorio sono due fattori che qualificano l’azione della giunta regionale della Calabria. Rientra in questo quadro l’approvazione della legge che istituisce la Riserva naturale della Valli Cupe».

IL DIETROFRONT Andava tutto bene, dunque. Anche perché l’iter che ha poi portato all’approvazione definitiva della Riserva aveva visto la condivisione, in commissione, dei rappresentanti dei vari dipartimenti, tra cui proprio quello all’Ambiente, e dello stesso assessore Antonella Rizzo. Poi, il dietrofront della Regione, che ha chiesto di mettere mano a una legge bipartisan su cui il Consiglio dei ministri non aveva avuto nulla da obiettare.
Il blitz, però, è fallito. La commissione guidata da Mimmo Bevacqua, dopo una discussione a tratti molto accesa, ha dichiarato definitivamente chiuso il capitolo Valli Cupe. La legge non sarà modificata. I 100mila euro destinati dalla Regione alla Riserva, così come gli svariati milioni di euro per le aree protette messi a disposizione dall’Unione europea, verranno affidati al Comune di Sersale, che proprio oggi – dopo una manifestazione d’interessi – ha scelto l’etnobotanico Carmine Lupia per la gestione del comitato. Le Valli Cupe, che l’anno scorso hanno attirato circa 45mila visitatori, rimarranno quindi come sono: splendidamente imperfette. 

Pietro Bellantoni
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  • Occhiello Un dirigente del settore Ambiente mette in dubbio la legittimità della legge che istituisce la Riserva. Il Comune di Zagarise sarebbe stato escluso dalla gestione. Ma la norma era stata approvata all'unanimità, con l'ok dello stesso dipartimento e dell'assessore Rizzo

CATANZARO È stato arrestato con l’accusa di associazione per delinquere di stampo mafioso Giovanni Battista Lombardo, immobiliarista 38enne di Castelsilano molto noto anche a San Giovani in Fiore dove ha uno studio proprio sul corso principale del paese. Uno dei tanti immobili passati al setaccio dai militari del Reparto operativo di Crotone. Il gip Antonio Battaglia ha accolto la richiesta di custodia cautelare vergata dal procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri, dall’aggiunto Vincenzo Luberto e dal sostituto Domenico Guarascio. L’arresto di Lombardo si riallaccia all’operazione “Six Towns", condotta a ottobre 2016 dai carabinieri del Comando provinciale e del Reparto operativo di Crotone, coordinati dalla Dda del capoluogo.  Al centro delle indagini c’è il locale di Belvedere Spinello con le ‘ndrine distaccate di Rocca di Neto, Caccuri, Castelsilano, San Giovanni in Fiore e Cerenzia. Sono le sei città sulle quali domina l’organizzazione mafiosa facente capo alla famiglia Marrazzo attiva nella provincia di Crotone e con ramificazioni nella provincia di Cosenza e in Lombardia. Ad ottobre vennero arrestate 36 persone, tra capi e gregari, ma l’organizzazione, sta emergendo dalle indagini, è vasta e ben articolata.
Tanti gli affiliati – alcuni ancora da identificare – tra i quali Lombardo il quale avrebbe il ruolo di «partecipe al sodalizio mafioso» e in particolare «gestiva, in considerazione delle sue conoscenze in materia, operazioni economiche finanziarie nell’interesse della consorteria d’appartenenza anche tramite l’acquisto e il cambio di monete fuori uso e/o estere utilizzando conti correnti bancari cifrati di cui aveva la disponibilità presso altri stati esteri attraverso l'accettazione delle regole di 'ndrangheta, il riconoscimento dei ruoli assegnati, il rispetto delle gerarchie e l'osservanza degli ordini e direttive impartite dai quadri di vertice e organizzativi della cosca».

LEGGI ANCHE: >>> Immobiliarista incensurato era la mente finanziaria del clan <<<

L’INGRESSO NELLA COSCA È all’interno della tavernetta del boss di Cutro, Nicolino Grande Aracri, che avviene l’ingresso di Giovanni Battista Lombardo nella compagine associativa. Lombardo arriva al cospetto di Grande Aracri accompagnato da Giovanni Spadafora, detto “Ciommo”, rappresentante della ‘ndrina di San Giovanni in Fiore, per chiedere la «risoluzione di un annoso contenzioso che egli da tempo aveva con un dentista di Belvedere Spinello». Lombardo aveva subìto degli atti intimidatori (ordigni dinamitardi di piccole dimensioni) e ne attribuiva la paternità proprio al dentista, spalleggiato dai Marrazzo. Lombardo aveva capito che solo chiedendo l’intercessione di un potere più forte avrebbe potuto superare le avversità che i Marrazzo manifestavano nei suoi confronti.
Il nove febbraio 2013 il capo della “provincia”, Grande Aracri, convoca i cugini Agostino e Giovanni Marrazzo i quali gli raccontano di avere agito in difesa del dentista, vittima di truffe da parte di Lombardo. Ma il boss di Cutro spiega ad Agostino che nonostante la scorrettezza di Lombardo questi non merita «di avere ripercussioni o di essere allontanato, in quanto soggetto utile e necessario ai fini dell'organizzazione criminale cutrese».
L’intermediazione produce i suoi frutti ma ha un prezzo molto alto. Grande Aracri chiama a sé Lombardo e, ignaro di essere ascoltato dagli investigatori, gli dice chiaramente di avere bisogno di “collaboratori”, persone come lui, «cristiani buoni». Gli servono, scrive il gip Battaglia, «dei prestanome cui intestare beni ed attività o soggetti comunque in grado di muoversi agevolmente nel settore economico e finanziario».

I CRISTIANI BUONI «A me mi servono i cristiani buoni mi servono ..., mi servono avvocati, ingegneri, architetti…», dice Grande Aracri. È in questo contesto che Lombardo si impegna, rimpinguando le fila di altri professionisti al servizio della cosca, ad offrire la propria consulenza per la creazione di società, conti correnti e quant’altro. La sua, stando alle captazioni ambientali, appare una partecipazione attiva. Il 20 febbraio 2013 si parla di trovare un soggetto che si presti per una intestazione fittizia. «Se ci serve la faccio fare a mia moglie», interviene Lombardo. «Eh! Possiamo fare ... possiamo fare con ... con ... la società di tua moglie!», annuisce Grande Aracri.

IL PASSAGGIO CON I MARRAZZO Dopo l’arresto di Nicolino Grande Aracri, il 6 marzo 2013, Lombardo ha bisogno di nuovi interlocutori. È da questo momento che avviene il suo avvicinamento ai Marrazzo. Il passaggio non sarà facile soprattutto per l’atteggiamento tenuto da Agostino Marrazzo il quale lamenta, parlando con Saverio Bitonti, referente per la cosca nel paese di Castelsilano, del fatto che Lombardo aveva cercato l’appoggio di altri esponenti criminali. Ma Bitonti lo giustifica dicendo che Lombardo era impaurito per le minacce ricevute dallo stesso Agostino Marrazzo.

 

L’OMICIDIO SILETTA Saverio Bitonti e Giovanni Battista Marrazzo hanno diverse conversazioni. Nel corso di una di queste Bitonti dimostra di conocere i particolari dell’omicidio di Antonio Siletta che egli attribuisce a Giovanni Spina Iaconis, esponente della 'ndrina di San Giovanni in Fiore, e al collaboratore di giustizia Francesco Oliverio, specificando che tutti gli altri compartecipi erano forestieri. Significativi sono i commenti che coronano il racconto del delitto.
«La prima botta gliel'ha sparata Ciccio – racconta Bitonti– ... Allora Ciccio Oliverio ... la prima botta gliel'ha sparata alla gamba ... nella marina ... in una campagna ... gli hanno spaccato una gamba ... non si fanno queste cose Giovà ... per carità ... io ... non mi voglio nemmeno ricordare .. devi sparare uno .. sparalo e basta… nella testa …anzi ... non ci nemmeno vede ... e gli devi sparare da dietro ... specialmente se sei stato che ci hai mangiato e bevuto ... o mi sbaglio Giovà». E Lombardo commenta: «gliene ha prestato soldi a questi…».
Saverio Bitonti critica aspramente le modalità dell’esecuzione: «però ... qua ci si sono divertiti ... la prima botta alle gambe ... un'altra nel petto ... e lui ... vivo … poi di nuovo un altro ... poi di novo un altro ... quattro persone gli hanno sparato ... gli hanno sparato ... quattro persone ... lo devono pagare a questo Giovà ... se c’è Gesù Cristo questa qua la devono pagare ... perché … non si giustiziano in questa maniera». Secondo il racconto del referente di Castelsilano la vittima aveva nella tasca 10mila euro. Soldi del tutto ignorati dai killer: «nella tasca aveva diecimilia euro… ed i soldi … non se li sono presi per niente ... sono bruciati i soldi ... lo mettono nella Jeep .. gli mettono fuoco .. c'era la bombola ... è saltata pure la bombola …». Lombardo chiede perché lo abbiano ucciso. «Ohi Giovà – risponde Bitonti – ... era per un poco che spacciava… dimmi tu chi non spaccia ... cioè e questi.. sono modi? ... ah… no… no… non andiamo bene... non andiamo bene…».

Alessia Truzzolillo
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  • Occhiello I problemi con il clan Marrazzo. L’intercessione di Nicolino Grande Aracri. L’aiuto offerto alle cosche crotonesi. La parabola di Giovanni Battista Lombardo nelle ‘ndrine che comandano in Sila. Sullo sfondo l’omicidio di Antonio Silletta

 

COSENZA È durato oltre un'ora l'esame di Franco Petramala, ex dg dell'Asp di Cosenza imputato nel processo sulle presunte consulenze d'oro all'Azienda sanitaria. Sul banco degli imputati ci sono ex manager, dirigenti e impiegati dell'Azienda sanitaria provinciale: gli ex direttori generali Gianfranco Scarpelli, Franco Maria De Rose e, appunto, Petramala; i responsabili dell'ufficio legale dell'azienda, Giovanni Lauricella e Maria Rita Iannini; gli avvocati Nicola e Dario Gaetano, i legali che avrebbero ricevuto gli incarichi. E Flavio Cedolia, per un periodo direttore amministrativo dell'Asp, che secondo gli inquirenti non sarebbe stato in possesso dei requisiti per ricoprire l'incarico dirigenziale. 
Giovedì pomeriggio il collegio (presieduto dal giudice Giusy Ianni, a latere le colleghe Urania Granata e Palmina Formoso) ha ascoltato Franco Petramala che ha ricoperto il ruolo di direttore generale dell'Asp di Cosenza dal gennaio 2008 al aprile 2010. L'ex dg ha chiarito al pm Domenico Assumma le modalità con le quali ha deciso di conferire all'atto del suo insediamento degli incarichi relativi alla difesa in giudizio dell'ente ad avvocati esterni, Conforti e Fraia, attraverso la stipula di apposite consulenze. Ha spiegato che trattandosi di incarichi fiduciari con professionisti finalizzati esclusivamente a difendere l'ente in giudizio non c'era la necessità di alcuna autorizzazione regionale né di effettuare una comparazione di curricula. Petramala (difeso dagli avvocati Emilio Lirangi e Angelo Pugliese) ha spiegato che nel momento del suo insediamento il contenzioso presente all'interno dell'azienda sanitaria provinciale di Cosenza era troppo elevato e non era gestibile attraverso gli avvocati interni. Pertanto l'unica soluzione era affidarsi a legali esterni di comprovata esperienza attraverso la stipula di convenzioni che, fissando anche un compenso mensile predeterminato, non avrebbero gravato sulle casse dell'ente. Alcuni degli imputati hanno rinunciato di sottoporsi all'esame. Il processo è stato rinviato al 23 maggio per ascoltare i primi testi delle difese. Nel collegio difensivo, tra gli altri, gli avvocati Nicola Carratelli, Guido Siciliano, Gianluca Garritano e Antonio Feraco.

Mirella Molinaro
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Informazioni aggiuntive

  • Occhiello Il manager ha spiegato i motivi per i quali si era rivolto ad avvocati esterni per difendere le ragioni dell’Azienda: «Il contenzioso era troppo elevato, impossibile gestirlo con il personale interno»
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