“Masculu e fìammina”, applausi per La Ruina nella sua Castrovillari

Successo al teatro Sybaris per le repliche del monologo dell'attore che impersona Peppino, un uomo che in un rigido inverno calabrese fa visita alla tomba di sua madre e si "confessa" a lei rivelando di essere gay

Martedì, 10 Gennaio 2017 12:09 Pubblicato in Cultura e spettacoli
Saverio La Ruina in scena (foto di Masiar Pasquali) Saverio La Ruina in scena (foto di Masiar Pasquali)

CASTROVILLARI R...ne, frocio, effemminato, checca, finocchio. È la lista delle grane pressoché infinite del rosario denigratorio recitato dai bulli di quartiere nei confronti di coloro i quali destino anche solo il sospetto impercettibile di una certa, più o meno latente, omosessualità. Più che un rosario, forse, una via crucis, al termine della quale la vittima sacrificale viene inchiodata alla croce, ed anche con un certo sadismo, dove le stazioni sono i vicoli di un paesino (meridionale, nel caso in specie) ei chiodi sono le parole, spietate, quando non addirittura fatali. Ma cos'è l'uomo dinanzi alla parola?
In un inverno calabrese particolarmente rigido, Peppino (Saverio La Ruina) fa visita, come di consueto, alla tomba di sua madre. Fa molto freddo, la lapide è ammantata di neve, Peppino amorevolmente la toglie con la mano per meglio scorgere la foto e affidarle così i suoi pensieri. Si confessa a lei come mai prima aveva fatto, in un vernacolo a metà tra il calabrese e il lucano, perché il dialetto si sa, è la lingua delle cose profonde, dei sentimenti ancestrali. Per la prima volta, tra gli aneddoti su zie, comari e vicini di casa, tra i ricordi di un'infanzia trascorsa a giocare tra le "vanedde" del paese e le estati al mare sotto l'improponibile ombrellone con la scritta "Crick crock", le dice, finalmente, d'un fiato, di essere gay, di essere «nu masculu e fìammina, nu masculu ca ci piacenu i masculi», come avrebbe detto lei. Lei che sapeva già tutto, ma che non osava chiedere nulla. «Grazie per le domande che non mi hai fatto», le sussurra Peppino. Lei che, mossa da un amore incondizionato di madre, con solo la terza elementare, arriva più lontano degli altri, «perché non è sempre una questione di cultura, più spesso è una questione di rispetto». Il dramma di chi ha passato la propria vita nascondendosi, vivendo amori clandestini, soffocando istinti e pulsioni per non far "parlare la gente", - incarnato da La Ruina con l'acuta sensibilità propria solo di un artista - è fatto di dolore, lontananza, ma anche di parentesi di felicità: una fra tutte, la storia con Alfredo destinata, però, a finire sbrindellata nel più tragico dei modi possibili (e qui forse la mano è un po' troppo calcata). Peppino racconta una sofferenza che alla fine diventa rassegnazione, un'immensa e sconfinata solitudine, interrotta soltanto dal rito delle chiacchierate con l'unica amica rimasta, seduti ogni sera alla stessa panchina. E, tra i coriandoli di neve che solleva per aria, sopra la coltre che ricopre il terreno, si dice pronto addirittura a morire quando chiede: «Svegliatemi in un mondo più gentile».
Applausi scroscianti e incontenibili, anche nel mezzo dello spettacolo, accolgono le repliche castrovillaresi del 7 e 8 gennaio del monologo di La Ruina, "Masculu e Fìammina", presso il Teatro Sybaris, dopo il debutto lo scorso 13 dicembre al Piccolo Teatro di Milano. Il pubblico di "casa sua", riconoscendosi nei nomi delle strade, dei luoghi e delle piazze della storia, sembra quasi dirgli "bentornato".

Chiara Fazio
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