Il coraggio e la forza di una donna

Un successo lo spettacolo andato in scena sul palco di Spazio Teatro, a Reggio, con la voce di Emanuela Bianchi e della sua "Lamagara-L'ultima strega" vincitrice del premio della critica "Gaiaitalia.com" al Fringe Festival di Roma nel 2014

Domenica, 12 Febbraio 2017 13:02 Pubblicato in Cultura e spettacoli
In scena Emanuela Bianchi (foto di Marco Costantino) In scena Emanuela Bianchi (foto di Marco Costantino)

REGGIO CALABRIA È una storia al femminile sul coraggio e sulla capacità di far sentire la propria voce, quella scelta da Gaetano Tramontana - direttore artistico della compagnia Spazio Teatro di Reggio Calabria -, per chiudere la rassegna "Trittico d'inverno". La voce andata in scena sabato sera sul palco di Spazio Teatro, è stata quella di Emanuela Bianchi e della sua "Lamagara-L'ultima strega" vincitrice del premio della critica "Gaiaitalia.com" al Fringe Festival di Roma nel 2014, scritta a quattro mani con Emilio Suraci, tratta dal libro di Mario Casaburi "Cecilia Faragò - l'ultima fattucchiera processata per stregoneria" (gli atri due appuntamenti della rassegna sono stati, sabato 21 gennaio Un altro metro ancora, di Katia Colica. Diretto e interpretato da Gaetano Tramontana; domenica 5 febbraio La mia idea. Memorie di Joe Zangara di e con Ernesto Orrico).
Siamo nel 1769 a Soveria nel catanzarese. Cecilia Faragò, rimasta vedova ed ereditiera delle proprietà terriere del marito, è accusata di stregoneria e processata nel Regno di Napoli. Madre di due figli, Andrea e Sebastiano, perde il primo per salute cagionevole a distanza di quattro anni dal marito, mentre di Sebastiano, che entrò giovane in un convento di frati francescani, si persero le tracce. Le accuse partono da due canonici di Soveria a cui il figlio Andrea, ormai vicino alla morte e con la promessa di una vita eterna, donò tutti i suoi averi. Incolpata della misteriosa morte del canonico don Antonio Ferraiolo, fu processata e difesa da un giovane avvocato, Giuseppe Raffaelli. Scagionata dalle accuse, non rivide mai le sue proprietà, anzi morì in miseria. Ma la storia vera di Cecilia Faragò fu risolutiva per l'abolizione del reato di stregoneria prima nel Regno delle due Sicilie e poi nei restanti regni italiani.
Illuminata in volto solo da una lanterna, l'attrice entra in scena scalza e vestita con un lungo abito nero. Sul palco pochi elementi: al centro dodici lumini accesi di diverse forme sono disposti in fila. Dietro di essi, due corna di toro e, sulla sinistra, una scultura di legno in cui si può rivedere la figura di una persona. Da un tronco di legno a sinistra, parte un grande elastico bianco che taglia in diagonale la scena e finisce sul graticcio. Sul proscenio: un cumulo di terra, due pietre e un bicchiere di latta. Il frinire delle cicale e i cani che abbaiano in lontananza accompagnano il cammino in penombra di questa donna. Afferra la terra, la annusa, la sfrega sul volto e, come la madre della nonna e la madre della madre, inizia a raccontare una storia. Il canto che accompagna il suo percorso è in greco antico, quello cantato dalle donne in processione. Costruisce la scenografia con l'avanzare della storia, Emanuela. Dal lungo abito, lancia garofani rossi, ricordando la morte del figlio. Disegna nell'aria scritte strozzate: accuse ingiuste per una vita di miseria. Ma Cecilia Faragò è solo un'erborista accusata di magia nera. Nella sua storia c'è l'eco di altre donne: corpi vuoti privati di diritti; donne che vogliono inseguire il matrimonio «Ma come deve essere una brava moglie?», si domanda. «Il matrimonio è economia», commenta. E se da una parte c'è chi si interroga e lotta perché «non posso amministrare buoi e granai perché donna?», dall'altra abbiamo ferventi cattoliche che in chiesa contemplano i misteri di rosario e, tra un' Ora pro nobis e un' Ave Maria, usano la maldicenza per accusare Cecilia di "magarìa", stregoneria fatta con gli occhi al prete che morirà dopo pochi giorni.
Performer, forse prima che attrice, Emanuela Bianchi affida al corpo partiture fisiche che soppiantano la parola, senza che questo possa precludere la riuscita dello spettacolo. In questo testo la parola, le luci, la danza, la scenografia, le musiche (alcune cantate dal vivo), si modulano tra loro, senza che l'allontanamento di uno di essi, possa far crollare la drammaturgia. Le funi che l'attrice usa, costituiscono gran parte del lavoro narrativo. Con gli elastici "Emi" ritorna bambina tra le braccia dei genitori; è una donna in bilico tra il dovere etico e la sua ribellione; è vittima oltraggiata dai prelati che le entrano in casa e la privano di ogni avere: la strattonano, la zittiscono, la bloccano e le coprono gli occhi, per poi dare fuoco alla casa. La danza dell'interprete è qui violenta, incisiva, parla nella sua lunga e sfiancante coreografia. «I preti sono più briganti dei briganti», commenta.
Ormai priva di forze, culla con dolcezza il proprio ventre di tronco concavo. Lo appoggia ai piedi dei lumini e riprende il suo canto. Spegne le dodici fiammelle e ci affida alla penombra. Lampada in mano, scalza e spoglia di ogni avere, intonando il suo canto grecanico, questa vittima del pregiudizio va incontro al proprio destino.

Miriam Guinea
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