La tragedia antisemita al Primo di Villa

Successo di pubblico per l'opera "Destinazione sconosciuta" di Valentina Tramontana andata in scena al teatro della cittadina reggina

Lunedì, 13 Febbraio 2017 13:03 Pubblicato in Cultura e spettacoli
Un momento dello spettacolo (Foto: Pietro Morello) Un momento dello spettacolo (Foto: Pietro Morello)

VILLA SAN GIOVANNI La musica che invade il foyer del teatro è tipica degli anni 30. Accompagna gli spettatori alle loro poltrone e lì rimane fino a quando il buio non decreta l'inizio dello spettacolo. "Destinazione sconosciuta" di e con Valentina Tramontana è il quinto appuntamento scelto da Christian Maria Parisi e Silvana Luppino per la stagione teatrale del Teatro Primo di Villa San Giovanni. Andato in scena ieri sera, ha fatto il suo debutto sabato 11 febbraio. Con lei, sul palco, Alberto Albertino e Stefano Ferrarini. Lo spettacolo è prodotto dalla Bieffetti.
Tre tavoli di diverse forme e dimensioni con altrettante sedie di colore diverso, occupano a semicerchio gran parte della scena. Al centro, sul tavolo più basso, ci sono una radio e un bottiglia del liquore con un bicchiere. Un'enorme poltrona bianca è sistemata dietro quest'ultimo. Una scrivania più sottile e alta è collocata a sinistra. Su di essa: una foto e, ai suoi piedi, due quadri di piccole dimensioni. A destra, a chiudere la scenografia, l'ultimo tavolo con una cassa e un libro.
L'inizio dello spettacolo svela il doppio fondale con un microfono vintage al centro.
La luce gialla bagna il palco rialzato e le note di un pianoforte introducono Valentina Tramontana. Vestita come una diva d'epoca, legge una lettere a un uomo che ha amato. Il movimento di luce e la voce di Ruth Etting ("Shine on harvest moon") cambiano il quadro. Entra un primo uomo che legge una lettera spedita all'amico da San Francisco. È il 12 novembre 1932. Comincia così questa storia che si protrarrà fino ai primi di gennaio del 1934. Al centro, tutto il 1933: anno di ascesa di Hitler al potere come cancelliere del Terzo Reich. Max, ebreo residente in America, scrive lettere all'amico Martin che vive e lavora a Monaco.
Al centro Griselle, donna da loro amata in natura diversa: sorella di Max, è stata compagna di Martin lasciata per Elsa, tedesca come lui con cui costruirà una famiglia della ricca borghesia tedesca. Lo scambio epistolare tra i due amici, dapprima ricco di convenevoli e sincere attenzioni, nel corso dei mesi cambia con l'avanzare del nazismo. La preoccupazione di Max sulle notizie che giungono da oltreoceano si affievoliscono con la consapevolezza della simpatia dell'amico per il Führer. Martin, del resto, da ufficiale tedesco, non fa niente per nasconderle. Anzi, ne riconosce il merito nel risollevare la Germania dal degrado dei quindici anni precedenti. Al centro, la vita di Griselle a Vienna come cantante di teatro. Il trasferimento a Monaco la riduce in rovina perché ebrea. Nel corso dell'anno, l'apprensione di Max per la vitaca della sorella cresce in proporzione all'indifferenza dell'amico che confessa, senza alcuno scrupolo, di aver disposto della vita di Griselle con freddezza e cinismo. Max non si lascia intrappolare dalla follia dell'amico (chiamato «fratello mio» con artefatta enfasi), ma reagisce con fredda vendetta.
Dopo un inizio in cui si entra con qualche difficoltà, la storia si costruisce in maniera più fluida. L'intensità emotiva legate alle vicende che seguono - su tutto la vita di Griselle -, cambia in rapporto al nazismo, alla censura e alla reputazione che Martin conquista in società (chiamerà Adolf il primogenito).
Le lettere, tratte dal romanzo epistolare "Destinatario sconosciuto" di Katherine Kressmann Taylor e adattate dalla regista, svelano battute come «superiorità ariana» e «la razza ebraica è un problema per ogni nazione che la ospita». Nella costruzione e linearità dell'azione, giocano un ruolo importante le luci e le musiche: le prime creano diversi quadri con altrettanti luoghi e situazioni senza spezzare il continuum narrativo; le musiche giocano con la diegesi grazie a una semplice manopola: creano raccordi tra un luogo e l'altro mantenendo la fluidità del racconto. Nell'amore contrapposto tra Griselle e Martin, più quest'ultimo diventa un cinico nazista, più la protagonista ride e canta su musiche che distruggono una possibile empatia con gli eventi che si compiono.
In scena, Valentina mostra la sua Griselle solo in pochi momenti. Sono quelli di svolta, in cui cambia il registro narrativo e la storia si avvicina al tragico epilogo.
Come spiega la stessa regista: «Il nostro è uno lavoro in evoluzione. È solo la prima parte di uno spettacolo» . Questo ne giustifica qualche piccola sbavatura scenica. Ispirato alla vita di Ruth Etting, cantante statunitense popolarissima negli anni 30 (nello spettacolo, anche la canzone di chiusura "Love me or leave me" è della Etting), si parte da Griselle per trovare ciò che sarà la di lei evoluzione. Ma Griselle funziona e appassiona gli spettatoti del Teatro Primo.

Miriam Guinea
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