Il racconto circolare di "Un uomo a metà"

Al Teatro Primo di Villa San Giovanni la pièce scritta da Giampaolo G. Rugo e diretta da Roberto Bonaventura. In scena la maschera di sofferenza di Giuseppe Rossi

Lunedì, 20 Marzo 2017 12:02 Pubblicato in Cultura e spettacoli
Un momento dello spettacolo "Un uomo a metà" (foto Domenico Genovese) Un momento dello spettacolo "Un uomo a metà" (foto Domenico Genovese)

REGGIO CALABRIA Una Madonna di marmo bianco di media grandezza occupa il fondo della scena. È illuminata da una luce tenue che resterà sulle tavole fino all'ingresso sul palco di Gianluca Cesale, protagonista dello spettacolo "Un uomo a metà", scritto da Giampaolo G. Rugo e diretto da Roberto Bonaventura che ne cura anche l'ideazione luci. Prodotta da Castello di Sancio Panza e dalla Fondazione Campania dei Festival, la pièce è andata in scena in doppia replica ieri sera, all'interno della stagione teatrale 2016/2017 del Teatro Primo di Villa San Giovanni.
È un racconto circolare, quello di Giuseppe Rossi, che si presenta al pubblico volendo raccontare «la mia storia». Entra scalzo e zoppicante e delimita in perimetro del palco con una strana camminata. È un uomo di mezza età che nella vita ha lavorato come rappresentante di prodotti religiosi a Roma. L'amore tarda ad arrivare, così come le soddisfazioni personali: promessa del calcio italiano, nel 1989 durante una partita, si frantuma un ginocchio che ne decreta la fine della carriera; i genitori, vittime del gioco d'azzardo, dilapidano la propria pensione in una sala giochi, la Manhattan; il nonno, figura di rilievo durante la sua crescita, ex soldato nelle guerre coloniali e convinto sostenitore del fascismo («tutti gli italiani sono fascisti, ma nessuno ha il coraggio di dirlo»), viene colpito da un ictus cerebrale nel 2003 e, invalido, chiuso in una casa di campagna con la badante singalese («starà meglio al paese», ripetevano i suoi parenti). Maria, figlia del proprietario del più grande negozio di articoli religiosi di Roma, sembrerebbe  incarnare l'amore perfetto. Sembrerebbe.
In uno spazio claustrofobico con oggetti di scena bianchi (una sedia, una valigetta, la statua della Madonna, un appendiabiti e una grande bacinella con qualche sfumatura blu), la vita di questo uomo procede a ritroso, a partire dal 2000, anno santo e giubilare, anno fruttuoso per la vendita di divinità. Anno dell'incontro, quello dell'amore. Ripercorre gli anni «più bui» e mostra la fragilità di quest'uomo che, con fare ansioso e spasmodico, racconta la sua vita. L'impotenza sessuale che torna diverse volte in scena, si fa metafora di un'incapacità che abbraccia tutti gli aspetti della propria esistenza: lavoro, famiglia, passioni, sogni. Apparente oppresso del luogo in cui cresce, Giuseppe si scopre vittima di se stesso, incapace e vigliacco nel fare quel passo necessario verso il riscatto sociale e personale. Se ne mostrano le fragilità in scena, ma, dopo un momento di inevitabile empatia, il senso critico collettivo potrebbe tranquillamente disprezzarlo, per quel muro di finzioni e scelte sbagliate create da sé, che fanno della sua vita le sue prigioni. Si comprende, adesso, quell'"Un uomo a metà": Giuseppe Rossi è un uomo a metà perché gioca a calcio sognando la Nazionale, ma vive all'ombra del compagno di squadra, Palazzo, da cui si farà procurare un infortunio, così da non vivere  fino in fondo la propria passione; è fidanzato con Maria, ma non hanno una vita sessuale attiva «noi stavamo assieme, ma senza stare», commenta rassegnato. La stessa donna non ha caratteristiche ben precise per lui: non è brutta, ma neanche troppo bella; non è stupida, ma neanche intelligente. Prova in due occasioni a vivere quell'amore, ma l'apparizione della Madonna del Sacro Cuore di Maria con le braccia larghe e le mani aperte, lo blocca prima del tempo. Tenta di trovare altre risposte con una donna «negra», ma anche in quel caso la madre di Gesù smorza i toni. È disoccupato, ma finge di non esserlo: vive alle spalle dei genitori e intasca la pensione del nonno morto sei anni prima e seppellito da lui stesso con una coperta nel giardino di casa. Sceglie di lasciare la fidanzata, fedifraga e incinta del cugino verso cui ha tessuto un'orribile vendetta, ma finisce per sposarla e immaginare di vivere una storia con Dogmai, thailandese incontrare al night club la notte del suo addio al celibato. Non allontana mai il proprio destino, mai. Neanche la doccia prima del matrimonio (realmente avvenuta in scena), riesce a lavare una vita di insoddisfazioni e codardie.
La relazione tra personaggio e azione è scandito da alcuni elementi seminati all'interno della drammaturgia che tornano utili in un secondo momento. Questo fa dello spettacolo una rappresentazione con struttura circolare, già a partire dalla battuta d'apertura: «Non è vero che si muore sul colpo» che, tornando sul finale con la statua della Madonna, lo chiuderà con toni ed eventi inaspettati. A creare buona parte della riuscita dello spettacolo arrivano le luci che ricreano altri ambienti e quadri temporali. Ogni apparizione della Madonna è enfatizzata dalle luci a taglio sulla statua che interrompono la narrazione senza comprometterla e creano sipari in cui la divinità diventa protagonista indiscussa della storia. La musica non è in relazione semantica con ciò che ci viene mostrato: è anaempatica; scelta dal regista per creare attrito con la tensione che si consumava sul palco.
Infine, cosa dire di un attore la cui maschera è lo specchio di una lunga insofferenza, che incarna con curato talento questa tragedia travestita da comicità attraverso diverse voci, personaggi e corpi? Che è un bravo attore e il pubblico non può che credergli. 

Miriam Guinea
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