Lavoro, vi spiego perché in Calabria c'è lo scenario peggiore

di Domenico Marino*

Venerdì, 09 Dicembre 2016 08:12 Pubblicato in Contributi

I dati Istat sull’andamento del mercato del lavoro nel terzo trimestre 2016, pubblicati qualche giorno fa, letti correttamente possono fornirci molti spunti di analisi e fanno anche intravedere un quadro preoccupante con molti ombre e poche luci anche a fronte di una dinamica positiva dell’occupazione nelle altre regioni.
Analizziamo tre indicatori, il tasso di occupazione il tasso di disoccupazione e il tasso di attività.
Rispetto a questi indicatori si possono presentare tre scenari:
A) Aumento della disoccupazione, aumento o stazionarietà dell’occupazione, aumento del tasso di attività;
B) Diminuzione disoccupazione, diminuzione o stazionarietà dell’occupazione, diminuzione del tasso di attività;
C) Diminuzione della disoccupazione, aumento occupazione, aumento del tasso di attività.
Il caso “C” è quello ottimale, il caso “B” è lo scenario peggiore, il caso “A” rappresenta un caso positivo.
Nel terzo trimestre 2016 in Calabria assistiamo ad una diminuzione del tasso di disoccupazione che passa dal 23.4% del secondo trimestre al 21.0% del terzo, alla stazionarietà del tasso di occupazione che passa dal 39,8% del secondo trimestre al 39,7% del terzo, senza che vi sia aumento di occupati e soprattutto rimanendo al di sotto della soglia psicologica del 40 % di occupazione, e la diminuzione del tasso di attività che passa dal 52,3 % del secondo al 51,0% del terzo trimestre. Ci troviamo quindi nel caso B) che rappresenta lo scenario peggiore per il mercato del lavoro. 
Quando non cresce l’occupazione e diminuiscono sia i disoccupati, sia gli attivi siamo in presenza di un transito dalle forze lavoro alle non forze di lavoro, senza che vi sia nel contempo creazione di nuovi posti di lavoro.
Questo transito, con conseguente diminuzione del numero dei disoccupati, non costituisce un segnale positivo perché è segno di uno scoraggiamento che porta i lavoratori a mettersi fuori dal mercato o a rifugiarsi nel sommerso. 
La mancata ricerca di lavoro è quindi causata essenzialmente dallo scoraggiamento nella ricerca di lavoro. La mancata creazione di nuovi posti di lavoro, in un momento in cui il mercato del lavoro presenta segnali positivi un po’ dappertutto in Italia denota che l’elettroencefalogramma dell’economia calabrese è completamente piatto.
Le politiche del lavoro messe in campo negli ultimi anni si sono rivelate, quindi, totalmente inutili. A fronte di centinaia di milioni di euro spesi attraverso il Fondo sociale europeo e in presenza degli incentivi messi in campo dal Jobs Act che hanno portato risultati positivi in quasi tutte le regioni italiane la Calabria è rimasta al palo, senza che ormai si possa neanche più accampare l’alibi della crisi economica globale.
La verità è che non ci sono attuate politiche del lavoro efficienti ed efficaci e si è continuato a riproporre, sia pur con qualche lodevole eccezione, come ad esempio i Piano locali per il lavoro, un vecchio schema di incentivi basato essenzialmente su tirocini e stage, utili certamente alle clientele, ma poco utili all’occupazione vera, Si sono riproposti di fatto, con nomi nuovi, politiche che già 20, 30 anni fa si erano mostrate fallimentari. Manca innovazione, mancano idee nuove per far ripartire il mercato del lavoro. 
Sarebbe necessario aprire una grande stagione di interventi sul mercato del lavoro, coinvolgendo tutti gli attori ed elaborando un Piano del lavoro agile ed innovativo che affronti i nodi reali del mancato sviluppo della Calabria e canalizzi tutte le risorse disponibili nella creazione vera di posti di lavoro, senza perdersi in quelle elucubrazioni oniriche, a volte anche onanistiche, tipiche della programmazione economica regionale degli ultimi 20 anni. 
Qualcuno risponderà a questo appello?

*Docente Università Mediterranea Reggio Calabria