Perché non svecchiare la pubblica amministrazione?

di Gregorio Corigliano* Giovedì, 20 Aprile 2017 10:43 Pubblicato in Contributi

Le parole di Michele, il ragazzo friulano che ha detto “addio alla vita” perché lo Stato non ha fatto nulla per lui e,quindi, per mancanza di futuro, non sono state, purtroppo, sorprendenti per mons. Nunzio Galantino, il segretario generale della Conferenza episcopale italiana, che i calabresi conoscono bene, sia per essere stato vescovo di Cassano, che per aver sempre detto pane al pane e vino al vino. E lo ha dichiarato  a Napoli, nel corso del recente dibattito sul tema “Chiesa e lavoro. Quale futuro per i giovani del Sud”. Dopo aver ringraziato il Padreterno perché i giovani sono ostinati e non risolvono il problema dei problemi di oggi, con lo stesso inconcepibile metodo di Michele, mons. Galantino si è, tra l’altro chiesto, a cosa servano le organizzazioni sindacali e imprenditoriali, se poi il loro operato non produce riscontri nella società, a parte qualche assunzione privilegiata. Bisogna guardare con realismo al Sud, secondo il presule, dove abbiamo imparato a chiamare favori i diritti. E quel che altrettanto conta, a parere di mons. Galantino, «dobbiamo dire no al pietismo e all’assistenzialismo, gli alleati più efficaci del malcostume e del sistema malavitoso, e sì alla sussidiarietà consapevole». Più chiaro di così non avrebbe potuto essere Galantino. Si è pronunciato, in buona sostanza, contro le clientele, pur sempre imperanti, ma strabiche, sempre e comunque, oggi come ieri perché quando una realtà istituzionale ed una amministrazione regionale o comunale, non rispondono, come non rispondono, alle domande reali  tradiscono il loro ruolo ed il loro spirito. La preoccupazione di mons. Galantino fa riflettere molto. «Non vorrei che in mancanza di risposte concrete (e fino ad oggi è così, avete mai visto un concorso bandito da enti pubblici e privati pubblicato dai giornali? Mai. Ci sarà un motivo!) finissimo per rassegnarci tutti quanti all’ineluttabilità rappresentata da rimedi pasticciati (è così!) dal lavoro nero (è ancora, in Calabria e non solo, una delle piaghe più diffuse) e da soluzioni solo apparenti (quindi non soluzioni). Gli è che la rassegnazione ha preso il posto della speranza, con conseguenze che nessuno può o vuole immaginare. La Chiesa, dunque, si è posta il problema. Giustamente, visto che chi è deputato a farlo non ha la forza o non vuole farlo. Neanche a livello di dibattito per ascoltare solo i giovani, senza relazioni tronfie e cariche di demagogia. Anche il presidente della conferenza episcopale calabrese, mons. Vincenzo Bertolone, si è sbilanciato sostenendo come la precarietà sia una mina vagante, comporti una frantumazione dei percorsi esistenziali, una destrutturazione delle identità individuali e, non ultimo, un fondato rischio per la coesione sociale. Cosa deve dire di più la Chiesa? Aggiungere che occorre costruire le condizioni per creare lavoro, per dare dignità alle persone, speranza di futuro, dire addio alla disperazione. Il ministro della coesione territoriale, Claudio De Vincenti, ha promesso il personale impegno e quello del governo. Anche per rimettere in marcia l’economia nel suo insieme, non con un lavoro qualsiasi, ma con impegni produttivi. E quello pubblico, secondo il ministro De Vincenti,non svincola posti di lavoro. A differenza del presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, che si era pronunciato  a favore di un piano per il lavoro pubblico al Sud con l’assunzione di 200mila giovani diplomati e laureati. La proposta non ha trovato accoglimento da parte dei ministri presenti che si son detti favorevoli, invece, a creare le condizioni perché le energie forti del Sud (e perché non del Nord?) possano allargarsi. E questo anche attraverso la sfida del Masterplan ed il patto per l Mezzogiorno. Ma perché non si può pensare ad un piano di svecchiamento della pubblica amministrazione? È vietato dalla legge? Una tantum, visto che i giovani sono con l’acqua alla gola e stanno per annegare, un sistema per favorire i giovani si può fare, o no? Tutto formalmente a posto, dal punto di vista legale e dei risultati. Una pubblica amministrazione, peraltro, appesantita oltremisura, da dieci anni di blocco del turn over. De Vincenti si è detto convinto che il Piano di interventi per il Mezzogiorno del valore di 39 miliardi potrà favorire il ricambio nelle pubbliche amministrazioni. Campa cavallo che l’erba cresce! Il problema è di oggi, caro ministro, non di domani e neanche di dopodomani. Lo immaginate voi un piano che possa risolvere il problema della disoccupazione giovanile in tempi brevi? Personalmente non ci credo. Ci saranno tanti di  quei lacci e lacciuoli che porteranno alla soluzione del problema, quando i giovani trentenni di oggi ne avranno quaranta! E nel frattempo guadagnano, quelli bravi, con lauree e master e conoscenza delle lingue trecento euro al mese, per otto-nove ore di lavoro al giorno, accompagnati pure da un “grazie, grazie…”.  Che serve il 110 e lode ad una laurea in giurisprudenza, la specializzazione, l’esame di avvocato? Solo a mantenere il giovane da parte della famiglia, se vive con i genitori. Se invece, ha tentato la ventura di Milano, ne guadagna novecento di euro. Sufficienti per cosa? Casa, vitto, un paio di scarpe, il cellulare. Chi li paga? Non c’è alcun sistema per incentivare aziende private di Milano e dintorni e farle lavorare in Calabria, in Puglia, in Campania? Si è da decenni sostenuto che la “fiscalità di vantaggio” avrebbe convinto “le c.d. aziende lusso” a spostarsi al Sud. Non è stato mai fatto. Neanche una prova. I trasporti, la mafia, l’indotto. Come si fa? «La volontà deve essere motivo d’orgoglio più dell’ingegno» diceva Honorè de Balzac. Lusingati perché Renzi al Lingotto abbia portato ad esempio Il Goel di Locri e Brunori sas. Però non basta.

 

*Giornalista