Pietro Bellantoni

Pietro Bellantoni

Stumpo e Broccolo capilista, Leu in rivolta

Lunedì, 22 Gennaio 2018 21:44

LAMEZIA TERME Passa la linea Stumpo. I vertici di Liberi e Uguali hanno deciso: il deputato crotonese sarà ricandidato come capolista in entrambi i listini proporzionali della Camera. L’altra certezza è il segretario regionale di Sinistra italiana, Angelo Broccolo, che sarà schierato al primo posto nel collegio unico del Senato. La protesta interna scoppiata a Reggio, Vibo e Cosenza non ha modificato di una virgola le direttive iniziali di Pietro Grasso, che in Calabria ha puntato forte soprattutto su Stumpo. Una scelta che ha scatenato una vera e propria rivolta nel partito e che ha causato due addii eccellenti, quello degli ex candidati a sindaco di Catanzaro e Vibo Nicola Fiorita e Antonio Lo Schiavo
La ratifica finale all’accordo sulle candidature è stata siglata oggi pomeriggio a Roma, nel corso di un vertice al quale, oltre allo stesso Stumpo, ha preso parte anche il vicepresidente della commissione Affari esteri del Senato Peppe De Cristofaro. I giochi sono ormai fatti. E le reazioni non sono mancate. Il primo a prendere posizione è stato Antonio Lo Schiavo, favorito per la candidatura nel collegio uninominale di Vibo, che sul suo profilo Facebook ha annunciato ufficialmente il suo passo indietro: «Alla fine, ho ascoltato tutti, ho valutato tutte le condizioni, e ho preso una decisione: non mi candiderò alle prossime elezioni politiche. Grazie a chi ha riposto in me la fiducia per questa candidatura, in primis ai tanti amici e compagni che mi sono da sempre vicini e che continueranno, come me, a volere cambiare il modo di intendere e di fare politica in Calabria». Una dichiarazione laconica ma dietro cui si nasconde tutta l’amarezza per il modo in cui i vertici di Leu hanno gestito l’intera vicenda. In serata è arrivato, ancora tramite Facebook, pure il ritiro di Fiorita: «Molti, generosamente, hanno detto che avrebbero appoggiato qualunque scelta avessi assunto, ma con orgoglio posso scrivere che Cambiavento ha deciso collettivamente di declinare l’offerta di una qualsivoglia candidatura. Noi siamo quello che scegliamo». Tace, al momento, uno dei leader di Leu, il consigliere regionale Arturo Bova.

COSENZA NON CI STA Le tensioni più alte si registrano però nel Cosentino. Pochi giorni fa tutti i rappresentanti locali di Mdp avevano manifestato il loro dissenso rispetto alle modalità di scelta dei candidati e chiesto di «dare rappresentanza a una parte importante e significativa del territorio calabrese afflitto da vecchi e nuovi problemi» attraverso un «criterio irrinunciabile» nella selezione dei candidati: «L’appartenenza al territorio di riferimento, oltre alle necessarie qualità morali, professionali, culturali che ogni candidato deve possedere». L’imposizione di Stumpo e Broccolo potrebbe dunque dare vita a uno strappo dalle conseguenze elettorali imprevedibili. Alcuni gruppi sarebbero pronti a inviare documenti di protesta a Roma e a procedere con autoconvocazioni per opporsi in modo plateale alle indicazioni del partito.     

REGGIO DICE SÌ La protesta nel Reggino, invece, è rientrata, ma con diverse eccezioni. Il gruppo che fa capo all’ex assessore regionale Nino De Gaetano ha accettato la presenza di Stumpo e sarebbe pronto a sostenere la campagna elettorale in pieno accordo con i vertici del partito. «Ci impegneremo al massimo per ottenere i risultati che ci siamo prefissi», conferma uno dei maggiorenti provinciali. E infatti arriva la conferma che a rappresentare il partito nel collegio uninominale di Reggio sarà il consigliere metropolitano Filippo Quartuccio, fedelissimo di De Gaetano.
In posizione fortemente critica, tuttavia, ci sarebbero due esponenti in corsa per una candidatura: l’ex commissario dell’Asp di Reggio Santo Gioffrè e il sindaco di Cinquefrondi Michele Conia. Ma ormai il dado è tratto: Stumpo ha avuto la meglio.

Pietro Bellantoni
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La fusione di Corigliano Calabro e Rossano, per l'importanza strategica che riveste per la Calabria intera, avrebbe meritato ben altra attenzione di quella riservatale, sia dalle istituzioni che dai protagonisti del sistema produttivo e sociale. È quanto vado scrivendo dall'esordio dell'interessamento della Regione al suo iter. Ciò al fine di evitare l'errore marchiano che la Regione ha commesso con l'istituzione dei Casali del Manco che, a circa nove mesi dalla sua nascita (5 maggio 2017), ha reso vittime del disservizio assoluto gli oltre 10mila cittadini, privandoli di ogni riferimento istituzionale, a tal punto da non sapere a chi e come chiedere ciò che veniva precedentemente garantito loro dai cinque comuni. Un'iniziativa etichettata come «caso curioso» da “Il Sole 24 Ore”, tanto da aggiungere un’ulteriore brutta figura alla Calabria.
Una siffatta propaganda negativa dovrebbe incentivare a un maggiore impegno la Regione e i Comuni coinvolti nella ricerca delle migliori soluzioni, rinviando al mittente ogni speculazione di basso profilo del tipo quelle esercitate da chi, autoreferenzialmente, vanta sedicenti titoli di rappresentanza della collettività, sino ad oggi posseduti esclusivamente dai sindaci.
Il problema che si pone è dunque quello di fare le cose per bene dopo le disattenzioni che hanno caratterizzato la procedura sino ad oggi. Nessun progetto di fattibilità è a tutt'oggi emerso, tanto da sottrarre alla Regione ogni elemento di giudizio sulla meritevolezza dell'iniziativa, necessaria per far sì che il consiglio regionale decida consapevolmente e non diventi mero organo di ratifica della volontà popolare, conseguita con una sensibile assenza dal voto. Una volontà che va certamente rispettata, ma da ritenersi non affatto sufficiente per decidere, altrimenti il referendum non sarebbe stato di tipo consultivo. Quindi, in assenza degli elementi di prova sulla giustezza della pretesa fusione - che, giova ripetere, ha visto consistenti segmenti di popolazione e uno dei due sindaci perplesso sulla convenienza a chiudere un percorso senza alcun supporto che ne attestasse la correttezza, la convenienza e la fattibilità -  la Regione dovrebbe evitare di commettere gli errori sino ad oggi registrati nell'istruire, nel proporre e approvare i provvedimenti legislativi di sua competenza. La proposta di legge a mia firma e del collega Sergio sul riordino della disciplina è un’occasione importante da non sprecare al fine di aggiustare il tiro.
Al di là di quanto appena sottolineato, che di per sé impedirebbe ogni decisione corretta al riguardo, pena l'assunzione di una responsabilità che giammai mi assumerò nel determinare una fusione della quale tutti avranno verosimilmente di che pentirsi, esiste oggi il dubbio di quanto e come legiferare. Il più importante dei problemi, che tanto impegna e impensierisce i pretendenti al ruolo di sindaco della città jonica, è soprattutto quello di quando si avrà al voto, tenuto conto che Corigliano è comunque in odore di scadenza di mandato (primavera 2018).
Ebbene, in proposito se ne sentono di cotte e di crude. Un sindaco che vorrebbe, prima, rinviare il tutto al 2020-2021 e, poi, affrettare tutto ad oggi. Un altro che vorrebbe differire l'evento elettorale locale alla primavera del 2019, al fine di preparare coscientemente il «parto» del nuovo ente. In mezzo l'obbligo politico di individuare le scadenze più consone all'interesse della nuova città e dalla Calabria intera.
Prescindendo dalle imprecisioni (gravi) che si sono lette in giro, tra le quali quella di ritenere perentorio il termine dei famosi 60 giorni, esistono due incognite di fondo alle quali dovere offrire una corretta soluzione. 
La prima riguarda come decidere al meglio, nel senso di valutare bene come generare una città che abbia non la speranza ma la certezza di essere funzionale alla crescita delle due realtà da mettere insieme per farne una sola. Un compito difficilissimo per non dire impossibile in assenza della prevista, ma tutt'oggi mancata, legge di riordino del sistema territoriale regionale, senza il quale si fa tutto a naso. 
La seconda riguarda, per l'appunto, la data del voto che, ben inteso, non è decisa dalla Regione (come qualcuno erroneamente pensa ovvero auspica) bensì fissata dal prefetto, fortunatamente assistito da giuristi di rango. Al riguardo, è da tenere presente che le elezioni per la nuova città non hanno una loro disciplina specifica, per non essere codificata tra le fattispecie contemplate nella legge n. 182 del 7 giugno 1991. Ivi si regolano le elezioni conseguenti alla fine ordinaria di un mandato e quella anticipata. In entrambi si interviene per rinnovare i consigli decaduti di Comuni esistenti, in quanto tali dotati di tutto ciò che serve per esercitare le loro funzioni. Nel caso della città nuova i comuni di Corigliano Calabro e Rossano vengono estinti contestualmente all'istituzione del nuovo ente, generato però sulla carta. Proprio per questo privo degli elementi giuridico-economici che assicurano la sua esistenza funzionale, ivi compresa la burocrazia di supporto alla erogazione dei servizi all'utenza e indispensabile per costruire ciò che serve. 
Dalla carta alla realtà esiste la stessa differenza che c'è tra il dire e il fare, con in mezzo il mare (Casali del Manco docet), nel quale si rischia di fare affogare una collettività intera. Pensare di andare al voto di qui a 3/4 mesi, come si vocifera in giro, sarebbe pertanto da irresponsabili.

*Consigliere regionale della Calabria

LOCRI È stato sottoposto a fermo e posto ai domiciliari con l'accusa di omicidio stradale, il 20enne di Portigliola che verso la mezzanotte di sabato scorso, sulla statale 106 a Locri, ha investito e ucciso l'imprenditore di Siderno Pasquale Sgotto, di 43 anni, e ferito in modo grave la compagna, L.B. (43), ricoverata nel reparto di rianimazione dell'ospedale di Cosenza. 
Il fermo è stato fatto dai carabinieri della compagnia di Locri, su disposizione del sostituto procuratore Vincenzo Toscano. La coppia è stata investita mentre stava attraversando la strada per andare a prendere la propria auto e fare rientro a Siderno dopo aver visto un film nel cinema di Locri. Dopo l'impatto il giovane si è subito fermato e nonostante fosse ancora in stato di choc ha chiamato i soccorsi.

 

REGGIO CALABRIA La campagna elettorale di Silvio Berlusconi rischia di diventare più complicata. Il prossimo 5 febbraio il leader di Forza Italia dovrà presentarsi a Reggio Calabria per testimoniare – almeno sulla carta – a difesa del suo ex ministro dell'Interno, Claudio Scajola, attualmente a processo con l'accusa di aver favorito la latitanza dell'ex parlamentare Amedeo Matacena, condannato definitivamente come referente politico del clan Rosmini, e per averlo aiutato a occultare il suo immenso patrimonio. Accuse che Scajola ha sempre respinto al mittente, sebbene oggi a margine dell'udienza abbia fatto qualche parziale ammissione. 

INIZIATIVA INOPPORTUNA «Io non ho mai negato di essermi interessato per l'asilo politico di Matacena, ma continuo a credere che non sia reato, vedremo cosa dirà il Tribunale». Ma ammette: «È stata una cosa inopportuna» e che «oggi non rifarei». Anzi, dice, «per me non doveva scappare e scontare la sua pena. E non doveva lasciare la famiglia in quelle condizioni». Poi, invece, avrebbe cambiato idea «per la situazione di assoluta difficoltà della famiglia, della moglie e dei figli». In ogni caso, afferma, «questa cosa non nasce su mia iniziativa ma su proposta di Speziali».

«SPEZIALI NON MI IMPENSIERISCE» Latitante da tempo in Libano, l’imprenditore catanzarese ha fatto pervenire in procura una richiesta di patteggiamento ad un anno e quattro mesi, che la Dda sembra aver accolto e adesso toccherà al Tribunale valutare. Qualora passasse, Speziali – già citato come teste da diverse difese – perderebbe alcune facoltà proprie dell’imputato di reato connesso, prima fra tutte quella di avvalersi della facoltà di non rispondere. Ma Scajola, che insieme a Speziali ha esplorato la possibilità di garantire a Matacena un esilio dorato in Libano, non si dice impensierito dalla cosa. «Così risolve il problema del non poter tornare in Italia. Patteggiando avrà ammesso la verità, cioè di essersi interessato se era possibile avere l’asilo politico, cosa che per me non è un reato». Ma bisognerà capire come i giudici valuteranno la cosa.

GLI ALTRI TESTIMONI In ogni caso, per la testimonianza di Speziali al processo bisognerà attendere. Prima di lui, da calendario, di fronte al Tribunale dovranno sfilare l'ex tesoriere del Pdl Ignazio Abrignani, oggi in Aula e di recente tirato in ballo nell'inchiesta Consip, così come lo storico “nemico politico” di Scajola in Forza Italia, Marcello Dell’Utri, per lungo tempo latitante in Libano prima dell’arresto.

Alessia Candito
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LAMEZIA TERME «Sul flusso dei migranti il ministro Minniti ha fatto un lavoro straordinario». Il tributo arriva direttamente dal presidente del Consiglio in carica, Paolo Gentiloni, che ha celebrato il lavoro del capo del Viminale in un’intervista concessa al direttore del Foglio, Claudio Cerasa.
Le parole del premier rappresentano il contraltare rispetto a quelle pronunciate una settimana fa dal procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, che nel faccia a faccia con Giovanni Minoli aveva usato la mano pesante contro il ministro dell’Interno: «Il suo piano contro l’immigrazione non è degno di un Paese civile» E ancora: «Mentre parliamo ci sono donne violentate e bambini picchiati, non sto tranquillo solo perché in Italia ci sono duemila arrivi in meno».

GRANDE PAESE Gentiloni la pensa in modo radicalmente opposto: «Io dico che il modo in cui l’Italia ha governato i flussi di migranti in questi anni è il simbolo di quello che l’Italia è ma che a volte non si rende conto di essere: un grande Paese». Il premier, che pochi giorni fa ha annunciato la sua candidatura nel collegio camerale Roma 1, spiega la strategia portata avanti dal suo governo: «All’inizio del 2017, quando il flusso dei migranti provenienti dalla Libia aveva cominciato a registrare un incremento percentuale preoccupante, di mese in mese, abbiamo detto: facciamo da soli. Così, abbiamo fatto un accordo bilaterale con la Libia, più o meno con lo stesso approccio scelto da Angela Merkel con Erdogan in Turchia. Con l’unica differenza che, come è noto, Erdogan e Serraj non hanno esattamente lo stesso controllo del Paese che governano. Lo abbiamo fatto, abbiamo scelto di fare sul serio nel contrasto ai trafficanti, abbiamo portato l’Unhcr nei campi in Libia, che sono lì da cinque anni, non da quattro mesi. E i risultati oggi sono clamorosi. Cla-mo-ro-si».

FLUSSI PRECIPITATI Gentiloni li mette in fila: «I flussi sono precipitati. Tra il 2016 e il 2017 sono calati del 35% ma il trend da luglio 2017 a oggi ci dice che sono calati del 70%. I rimpatri dalla Libia verso altri Paesi africani sono decollati. Nel 2016 erano mille. Nel 2017 ventimila. Non mi dilungo sui numeri, ma mi vorrei concentrare sul senso politico di questa storia: sulla questione politica più delicata, più urticante, più complicata per l’Europa, l’Italia ha conquistato una leadership riconosciuta da tutti. Il ministro Minniti ha fatto un lavoro straordinario. E la capacità con cui l’Italia è riuscita a esercitare la leadership in Europa, su questo fronte, è esattamente lo specchio delle potenzialità del nostro Paese».

VICENZA Compaiono anche il direttore della filiale della Banca Popolare di Vicenza di Vigonza (Padova) e un suo collaboratore tra gli arrestati nell'ambito di un'inchiesta condotta dalla Direzione investigativa antimafia di Padova che ha portato all'arresto di 16 persone in tutta Italia. Il direttore, secondo la ricostruzione effettuata dagli uomini della Dia, aveva aiutato un piccolo imprenditore calabrese associato a una cosca della 'ndrangheta, a fare falsa fatturazione e far muovere denaro (150mila euro di prelievi documentati nel solo 2016 a fronte di un reddito dichiarato di 17mila euro). Oltre a un vantaggio personale il direttore di filiale aveva anche chiesto e ottenuto dall'affiliato alla cosca nel settembre 2014 la sottoscrizione di azioni della Bpvi per 61mila euro (valore poi azzerato dal crac dell'istituto di credito), polizze, obbligazioni, mutui, prestiti, conti correnti. Gli arresti, 7 in carcere e 9 ai domiciliari, sono stati eseguiti a Vicenza, Verona, Padova, Rovigo, Venezia, Crotone, Brescia. 
I reati contestati alle 16 persone finite agli arresti (sette in carcere e nove ai domiciliari) nell'ambito dell'operazione della Dia di Padova di stamane sono di associazione a delinquere finalizzata a riciclaggio, auto-riciclaggio, falsa fatturazione e traffico di stupefacenti. I proventi del riciclaggio erano infatti spesi per l'acquisto di stupefacenti e armi. Gli investigatori hanno sequestrato complessivamente beni per 800 mila euro tra immobili, automobili, stupefacenti, armi, moto. Tre delle persone in manette compaiono già tra gli arrestati di una recente operazione dalla Dda di Catanzaro, chiamata "Stige", in cui veniva contestato agli indagati il 416 bis. I tre in Veneto erano incaricati di dare appoggio logistico alle cosche della 'ndrangheta ma anche di fare affari infiltrandosi negli appalti pubblici e nelle attività commerciali della regione. Gli investigatori hanno eseguito un sequestro preventivo per equivalente nei confronti della filiale della Popolare di Vicenza di Busa di Vigonza nel rispetto della normativa sulla responsabilità amministrativa delle persone giuridiche. 

 

 

CATANZARO Da alcune ore si stanno registrando disagi nell'erogazione dell'acqua nella zona sud di Catanzaro. In particolare, il disservizio, rende noto l'ufficio acquedotti del Comune, lo stanno riscontrando le utenze di Fondachello, Catanzaro Sala, Cava, Parco dei Principi, Campagnella, Barone, Bellini, Casciolino e Giovino. Il problema, è scritto in una nota, è legato alla riparazione di un tubo della condotta Sorical. Gli addetti della Società sono già a lavoro per riparare la rottura.

 

Quattro opere di Picasso al Maca di Acri

Lunedì, 22 Gennaio 2018 12:25

ACRI Anche quest'anno, il museo Maca di Acri aderisce alla manifestazione “La Shoah dell'arte”, che coinvolge centinaia di istituzioni culturali italiane. A partire da sabato 27 gennaio, Giornata della memoria, il museo ospiterà quattro opere grafiche di Pablo Picasso, pubblicate per la prima volta nel 1942, a Parigi.
L’evento multidisciplinare sarà incentrato sul tema della Shoah dell’arte, un progetto organizzato da Ecad e nato per porre l’accento sulla Shoah nella vita artistica, valorizzando, all’interno di collezioni pubbliche e private, opere e artisti che durante il nazifascismo furono emarginati e perseguitati.
La scelta di esporre quattro opere grafiche di Pablo Picasso è emblematica dell’intenzione di porre l’accento su quell’arte d’avanguardia che il regime nazista definì “degenerata”, dal titolo di una mostra tenutasi a Monaco di Baviera, nel 1937, che raggruppava 650 opere di 112 artisti esponenti dei più importanti movimenti d’avanguardia del primo Novecento considerate non conformi ai dettami estetici e morali del regime.
Le opere esposte al Maca, quattro raffinate acqueforti in prestito da una collezione privata, fanno parte di un gruppo di trentadue commissionate al grande artista spagnolo dal gallerista ed editore parigino Ambroise Vollard, per illustrare un’edizione enciclopedica in quarantaquattro volumi dell’Histoire Naturelle di Georges-Luois Leclerc conte di Buffon, pubblicata per la prima volta nel 1942.
La posizione fortemente ostile di Picasso nei confronti del regime nazista è riassumibile nel famoso aneddoto secondo il quale, guardando una riproduzione di Guernica, capolavoro dell’artista realizzato nel 1937, in seguito al bombardamento della città di Guernica durante la Guerra civile spagnola, un ufficiale tedesco avrebbe chiesto a Picasso: «Questo l’ha fatto lei?». E Pablo: «No, l’avete fatto voi».
Per offrire a tutti i visitatori, con una particolare attenzione verso le numerose classi di studenti delle scuole primarie e secondarie che fanno visita al Maca, un’esperienza più approfondita della figura di Pablo Picasso, per tutta la durata dell’esposizione, verrà proiettato il documentario Picasso, una vita, di Hugues Nancy e Olivier Widmaier Picasso, Una ricostruzione della vita e dell’arte di Pablo Picasso attraverso le testimonianze di amici e familiari dell’artista e a filmati esclusivi, che creano uno stretto collegamento tra la vita privata del pittore e i suoi diversi periodi artistici. 

«La ricchezza delle nazioni? I rifiuti»

Lunedì, 22 Gennaio 2018 09:15

Roma è travolta dai rifiuti. Ma non è un problema solo di Roma. Lo sono state altre città, come ricorderemo tutti. Lo è stata Napoli. E lo è stata anche Reggio Calabria. È un problema che incombe su tutte le città. Più o meno, ne sono tutte potenzialmente interessate. Insomma, se Atene piange, Sparta non ride.
Al di là delle carenze, inefficienze, responsabilità nella catena politico-amministrativa di questa o quella città, su cui c’è tanta speculazione in campagna elettorale, ma anche tanta verità, il problema è di fondo. E si allunga, quindi, ben oltre la data del 4 marzo 2018, quando i cittadini saranno chiamati ad eleggere il nuovo Parlamento.
Tra le urla della campagna elettorale nessuno riesce a sentire – sarà forse perché nessuno lo dice (?) –, che l’economia sta virando verso un nuovo paradigma di sviluppo: quello della cosiddetta «economia circolare». Anche se in modo vischioso, ci stiamo progressivamente lasciando alle spalle il modello di economia fondato sull’«usa e getta», che ha caratterizzato il secolo scorso fin dal suo inizio, quando, per intenderci, cominciarono a diffondersi le lamette Gillette. Siamo a un giro di boa.
Davanti a dati che evidenziano l’esplosione dei consumi – quindi, della produzione e dei rifiuti –, il Parlamento europeo ha approvato nel marzo scorso un pacchetto di misure sull’«economia circolare» diretto a spingere il sistema industriale a ripensare il modello di produzione secondo la logica e la dinamica dell’economia rigenerativa. Quella cioè che trasforma i rifiuti in risorsa. È alle corde il modello «lineare» di sviluppo: quello cioè che segue la logica del “trova la materia prima” (sempre più rara e, quindi, costosa), “produci”, confeziona”, “consuma” e, infine, “butta”. È proprio su quest’ultimo anello della catena produzione-consumo che si sta realizzando l’inversione di tendenza.
«Non buttare, ma ricicla il prodotto usato». È il nuovo standard imposto non solo all’industria, ma anche al consumatore, secondo il paradigma che il chimico tedesco Michael Braungart, nell’ultimo ventennio del secolo scorso, ha applicato ai processi industriali, trasformandoli, per l’appunto, da lineari a circolari. Riciclare, dunque: il nuovo must.
Riciclare il 70% dei rifiuti, smaltirne in discarica non più del 5%, ridurre del 50% gli scarti alimentari: sono, in sintesi, gli obiettivi che al 2030 ha fissato l’Europarlamento nel pacchetto sull’economia circolare. A livello nazionale, il nostro governo ha quindi approvato la Strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile, all’esito di un lavoro che ha coinvolto le amministrazioni centrali, le regioni, la società civile e il mondo della ricerca.     
Sviluppo sostenibile. È un’idea assai complessa. E diverse sono le definizioni, o le declinazioni, del concetto di sostenibilità. Tra le più note v’è quella che nel 1987 è stata formulata nel Rapporto Brundtland dalla Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo. È definito «sostenibile» «lo sviluppo che soddisfa i bisogni delle generazioni attuali, senza compromettere la capacità delle future generazioni di soddisfare i loro bisogni».
E, però, fatica, purtroppo, ad affermarsi, tanto a livello individuale quanto a livello collettivo, la consapevolezza che l’uso e il consumo delle risorse è un “prestito” che ci danno le generazioni future. E che dobbiamo restituire.  
Fatica ad affermarsi la consapevolezza che le nostre città, i nostri territori, sono organismi viventi, che, come tutti gli organismi viventi, consumano e bruciano energia. La consumano sotto forma di combustione di petrolio, di carbone, di altri materiali fossili. E la  bruciano sotto forma di emissioni, di rifiuti, di scarichi, di calore.
Bruciando energia, le città producono inquinamento a due livelli: a livello delle città nelle quali viviamo, e a livello globale per il rilascio nell’atmosfera dei gas ad effetto serra, che costituiscono la causa principale del global warming e dei connessi mutamenti climatici. Senza dire poi dei fenomeni di deforestazione, di consumo di suolo, ecc..
Secondo gli studi più accreditati (vedi Roberto Della Seta), le città sono un ecosistema, insieme naturale e artificiale, nel quale, da un lato, “entrano” energia, materiali, informazione (pura o incorporata in altri materiali), e, dall’altro, “escono” perché espulsi sotto forma di emissioni e di rifiuti. Un sistema, insomma, di entrate ed uscite, il cui bilancio si caratterizza nel medio-lungo periodo per uno squilibrio tra degradazione del «capitale naturale» (più rapido) e benefici in termini di sviluppo e benessere (più lenti, in quanto l’ecosistema delle città è fortemente «dissipativo»).
È su questo squilibrio che occorre lavorare e attrezzarsi culturalmente, per poter incidere efficacemente sulle attività di pianificazione, progettazione, riqualificazione e trasformazione delle città e del territorio. E, quindi, sulla qualità dell’ambiente e della vita, che sono tra loro in stretto rapporto. Proprio le città sono il terreno su cui si deve lavorare, perché è qui che si possono mettere in pratica le misure e le azioni necessarie per ridurre le emissioni climalteranti, realizzando, attraverso la decisa riduzione dell’input di energia fossile e di materiali inquinanti e dell’output di rifiuti, la giusta combinazione tra il necessario sviluppo economico-sociale e la qualità della vita.  
In un libro molto intrigante, intitolato “L’economia della ciambella. Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo” (Ambiente Edizioni), l’economista Kate Raworth, sostiene che non si possa superare la sfida della sostenibilità se non facendo “quadrare” i bisogni di tutti con le risorse limitate del pianeta. Ci salverà la ciambella. E ci salverà perché contiene la quantità di risorse necessaria a garantire una buona vita, fatta di cibo, acqua pulita, igiene, alloggi, servizi sanitari, energia, istruzione e democrazia. Come tutte le ciambelle degne di questo nome, anche quella dell’economista di Oxford ha il buco. Ed è il buco nel quale, purtroppo, finisce gran parte dell’umanità. Rappresenta l’anello interno della ciambella: il limite oltre il quale non si può vivere una buona vita. È privazione. All’estremo opposto c’è l’anello esterno, occupato da chi «esagera, consumando più risorse di quelle che abbiamo a disposizione e sforando i limiti planetari». L’anello su cui sono segnati i limiti ambientali della Terra, oltre i quali si sprofonda nell’inquinamento, nel consumo di suolo, nella deforestazione, nei cambiamenti climatici. Lo spazio compreso tra i due anelli è la ciambella stessa. È dentro questo spazio che può costruirsi un modello di sviluppo ecologicamente sostenibile e socialmente giusto. È lo spazio nel quale, come dice l’economista inglese, l’attività economica può soddisfare le esigenze di tutti rimanendo nei limiti dell’anello esterno, senza che nessuno sprofondi nel buco.
È in corso un dibattito molto importante sul superamento della centralità del PIL nella misurazione del benessere di una nazione. A questa misura, che valuta in termini numerici lo sviluppo, si è affiancata (o si va sostituendo?) la misura del «benessere equo e sostenibile» (BES), che calcola il livello di prosperità di una società sulla base di indici non solo economici, ma anche ambientali (il che, in senso stretto, vuol dire inquinamento, rifiuti, alterazioni climatiche, siccità, inondazioni, ecc., e, in senso più ampio, fiducia, partecipazione sociale e politica, sicurezza, servizi, editoria, fermenti culturali. In due parole, qualità della vita e capitale sociale).
Dopo che per anni il modello di sviluppo ha inseguito il profitto e la crescita infinita, è un dibattito che torna come un fiume carsico: già negli anni ’50 del secolo scorso il premio Nobel Simon Kuznets aveva teorizzato che la misura della crescita, e, quindi, del benessere non poteva farsi derivare meccanicamente dai numeri del bilancio nazionale.
La sfida è oggi quella di aggredire squilibri e diseguaglianza, riassorbendoli dentro la ciambella. Energia sostenibile, trasporti a zero emissioni, rigenerazione delle risorse e dei rifiuti. È la nuova frontiera dello sviluppo. Quella su cui si attesta Papa Francesco quando contrasta la «cultura dello scarto». «[…] il sistema industriale – afferma il Pontefice -, alla fine del ciclo di produzione e di consumo, non ha sviluppato la capacità di assorbire e riutilizzare rifiuti e scorie. Non si è ancora riusciti ad adottare un modello circolare di produzione che assicuri risorse per tutti e per le generazioni future, e che richiede di limitare al massimo l’uso delle risorse non rinnovabili, moderare il consumo, massimizzare l’efficienza dello sfruttamento, riutilizzare e riciclare» (Laudato sì, n. 22).  
Se questo è il quadro, il dibattito sui rifiuti d Roma, o di questa o quella città, deve alzarsi in volo, per guardare oltre le carenze, inefficienze, responsabilità nella catena politico-amministrativa. Perché è a livello più alto che si colloca la sfida dei nostri tempi. I rifiuti, parafrasando Adam Smith, possono diventare “la ricchezza delle nazioni”.
Dedicando la sua enciclica alla «cura della casa comune», Papa Francesco non ha voluto piantare una delle tante bandiere “ecologiste”, ma attaccare il modello di sviluppo. «[…] il deterioramento dell’ambiente e quello della società colpiscono in modo speciale i più deboli del pianeta»: così afferma il Papa. Su questi temi la sinistra, in particolare, dov’è rimasta? Se c’è, è bene che batta un colpo. Ma, in generale, tutte le forze politiche sono chiamate a prendere posizione netta, e a stabilire, dal punto di vista culturale e programmatico, quale direzione imboccare rispetto ai mutamenti in atto. Che, essendo molto più veloci di noi, non tollerano deficit di elaborazione.

 

*Docente Università Mediterranea

REGGIO CALABRIA Luigi Zinno forever. Malgrado un bando pubblico per la scelta del nuovo direttore generale, il governatore Mario Oliverio ha infine deciso di mantenere al comando di Azienda Calabria Lavoro un manager in palese conflitto d’interessi, un burocrate che, a suon di decreti, ha trasformato l’ente in un poltronificio capace di succhiare alla Regione centinaia di migliaia di euro all’anno. 
L’ingegnere cosentino è ancora il commissario di Cl e di Fondazione Field, malgrado un contratto scaduto il 31 dicembre scorso. Merito di una postilla nel decreto di nomina del 16 gennaio 2017, nel quale si specifica che l'incarico resterà in vigore «fino all’attuazione della riorganizzazione» disciplinata con la «approvanda» legge regionale di «riforma del mercato del lavoro». 
E dire che, nel maggio 2017, il dipartimento Lavoro guidato da Fortunato Varone aveva approvato un avviso pubblico per la formazione di un elenco di aspiranti dg dell’Azienda con sede a Reggio Calabria. 
Quasi un anno dopo, e a poche settimane dalle elezioni politiche del 4 marzo, il governatore ha di fatto preferito puntare sulla conservazione, sull'"usato sicuro”, cioè sullo stesso grand commis che, negli ultimi mesi, ha approvato manu militari una lunga serie di proroghe a favore di decine e decine di collaboratori, per una spesa da capogiro per le casse pubbliche.

CONFLITTO D’INTERESSI 1 Tra i beneficiari c’è anche una persona che Zinno conosce molto bene: suo figlio Antonio. Il decreto del 15 dicembre scorso (l’81) proroga di un altro anno, fino al 31 dicembre 2018, il progetto per la “realizzazione e implementazione del registro regionale delle organizzazioni di volontariato in Calabria” e, di conseguenza, anche i contratti dei collaboratori già in servizio, tra cui proprio quello di Zinno jr. Il tutto per una spesa complessiva di 177mila euro. 
Il commissario non ha fatto tutto da solo: il suo decreto nasce in seguito a una nota del 14 dicembre, con la quale il dg Varone gli chiede di «voler prorogare il progetto» imputando i relativi costi «sulla quota relativa alle spese di gestione» assegnate all’Azienda «nell’ambito dei progetti affidati dai dipartimenti regionali». Zinno senior non se l’è fatto chiedere due volte. Il numero uno di Cl, però, è uno che vuole salvare le apparenze (senza riuscirci). Infatti, uno degli ultimi contratti integrativi a favore del figlio (siglato il 29 settembre) non lo firma lui, bensì, in modo del tutto irrituale, un "funzionario delegato", Elena Maria Latella.   

CONFLITTO D’INTERESSI 2 Il capolavoro personale del commissario è il decreto 86 del 27 dicembre. Anche in questo caso si tratta della proroga dei contratti di 15 «esperti esterni» arruolati per l’assistenza al Piano Trasporti. Per i consulenti, Zinno ha previsto un «uguale numero di giornate uomo equivalenti» e «lo stesso importo dell’attuale contratto». Precisamente 24.200 euro per gli «esperti senior», per un massimo di «110 giornate uomo», e di 26.200 per gli «esperti junior», fino al limite di 140 giornate. Il prolungamento dei contratti trae origine da una nota del 13 novembre scorso firmata dal dg del dipartimento Infrastrutture e Lavori pubblici, che ha ritenuto «indispensabile la prosecuzione delle attività degli esperti» anche dopo il 31 dicembre 2017 (prima data di scadenza) e chiesto la proroga di un altro anno, fino al 29 dicembre 2018. 
E chi è il dg del dipartimento Infrastrutture e Lavori pubblici? Zinno, sempre lui. Ricapitolando: il dg Zinno chiede al commissario Zinno di prorogare i contratti; e il commissario Zinno autorizza il prolungamento su input del dg Zinno. Come dire: se vuoi un lavoro fatto bene, fattelo da solo.

LE ALTRE PROROGHE Basta andare sul portale online di Calabria Lavoro per rendersi conto della ubiquità del manager scelto da Oliverio e della sua sollecitudine nel concedere proroghe contrattuali. Il decreto 72 del 15 novembre, ad esempio, segue le solite dinamiche. Il giorno prima, il 14, il dg Zinno chiede al commissario Zinno di prolungare fino al 30 giugno 2018 la collaborazione dei 17 esperti esterni per l’assistenza tecnica relativa ai Progetti integrati di sviluppo locale (Pisl). Zinno non può certo contraddire Zinno: la proroga è concessa. 
Il 27 ottobre arriva invece un’altra “stabilizzazione temporanea” per i 27 consulenti impegnati nel progetto per la rimodulazione del Piano rifiuti e di quello per la bonifica dei siti inquinati: allungamento fino al 28 febbraio 2018.

IL CONCORSO FARSA Una delle ultime operazioni di rilievo (ve l’abbiamo raccontata qui) risale alla fine di dicembre 2017, nella settimana di Natale, quando Zinno, in soli 6 giorni, riesce a chiudere tutta l’istruttoria relativa al progetto per la modernizzazione della pubblica amministrazione. Una sorta di concorso farsa, visto che i requisiti richiesti per parteciparvi – tra cui il conseguimento di uno dei due master territoriali attivati dalle Università Luiss Business school e Sda Bocconi, d’intesa con la Regione Calabria – hanno finito per “premiare” gli stessi esperti che a quel progetto ci lavorano dal lontano 2010, per un compenso di 3mila euro a testa. 
Oliverio, con il bando poi cestinato, aveva l’opportunità di cambiare il corso di Calabria Lavoro, ma ha preferito "confermare" Zinno e, quindi, avallare il suo modo di condurre l’Azienda. Una gestione che potrebbe anche attirare l’attenzione dei magistrati di Reggio.

Pietro Bellantoni
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