Il dramma della Calabria è la scomparsa del paesaggio

di Battista Sangineto*

Venerdì, 24 Febbraio 2017 14:51 Pubblicato in I paesaggi perduti della Calabria

Il problema principale dello sviluppo, e del turismo, della Calabria non è - come scrivevo nel mio precedente articolo - l’assenza di musei o di siti storici o archeologici da visitare, che invece abbondano, ma è la scomparsa del paesaggio, la distruzione di quello che i francesi chiamano “terroir”, termine con il quale si identifica un sapere intellettuale collettivo di produzione territoriale. Il sapere collettivo dei paesaggi calabresi dovrebbe essere rappresentato dall’enorme patrimonio culturale sedimentatosi per più di trenta secoli nel tessuto delle nostre città antiche, dei nostri tanti Musei, delle nostre tradizioni popolari, delle chiese, dei siti preistorici, dei palazzi dei nostri centri storici incastonati nel paesaggio che dovrebbe interagire, in maniera sistemica, con un sostrato eno-gastronomico ricco e vivo, con una ricettività alberghiera degna di questo nome e con un mare pulito e non inquinato come, sciaguratamente, è dappertutto in Calabria.
Iniziamo, dunque, con il prendere in considerazione una delle parti che dovrebbero esser fondative dei terroirs calabresi: il patrimonio culturale conservato nei Musei, nei centri storici, nei siti e nei parchi archeologici della Calabria.
Il luogo comune più diffuso, a proposito della offerta turistico-culturale calabrese, è quello riguardo alla esiguità, o addirittura all’assenza, di monumenti, musei, scavi e parchi archeologici meritevoli di esser visitati, se si esclude il Museo che conserva i Bronzi da Riace. Un altro luogo comune è quello riguardante l’incapacità da parte dello Stato di custodire e valorizzare il patrimonio storico lasciatoci dai nostri progenitori e protetto, caso quasi unico nel mondo civile, da un articolo della tanto, secondo alcuni, inadeguata Costituzione della Repubblica italiana: l’articolo 9 («La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione»).
I due luoghi comuni sopra descritti, alimentati dai mezzi di comunicazione di massa nazionali, hanno attecchito da un lato perché è più facile descrivere così la Calabria e dall’altro perché si poteva smantellare l’unico, e ultimo, presidio di tutela istituzionale dei paesaggi antichi e moderni che rimane alla Nazione: le Soprintendenze. Sia nel primo caso, sia nel secondo le manchevolezze, le incapacità, i ritardi e le responsabilità non sono mancati e non mancano, come ho più volte denunciato, ma fare di tutte le erbe un fascio senza esercitare le opportune distinzioni equivarrebbe a condannare definitivamente la Calabria, ed il Mezzogiorno, all’eclissi totale dall’orizzonte nazionale e internazionale e alla sostituzione degli organi periferici dello Stato con la più moderna, e più conveniente per alcuni, imprenditoria privata. Un disegno, quello di alleggerire, prima, ed eliminare, poi, le strutture e le prerogative dello Stato, che è conforme all’ideologia dello Stato leggero posto al servizio del mercato che, secondo il pensiero unico neoliberista, si autoregolamenterebbe.  Abbiamo avuto modo di vedere, e di subire, quanto ingannatrici e portatrici di sventure fossero le sirene liberiste nella precarizzazione del lavoro, nelle privatizzazioni, nelle liberalizzazioni e nella globalizzazione. Perché dovremmo pensare che, invece, il legato storico e ambientale dei nostri progenitori sarebbe meglio custodito e valorizzato se fosse affidato alle mani dei privati?
Negli ultimi anni -proprio a smentire i luoghi comuni riguardo alla consistenza dei beni culturali calabresi ed il pensiero unico liberista- grazie agli organi periferici dello Stato e ai suoi funzionari (archeologi, storici dell’arte, architetti e antropologi), impiegati, restauratori e operai calabresi, sono stati aperti ex novo o ampliati alcuni importanti e ricchi Musei in tutta la Calabria. Di recente sono stati inaugurati - con la collaborazione, in alcuni casi, degli Enti locali - il Museo di Rosarno-Medma, la sezione archeologica all’interno del Museo diocesano di Tropea ed è stata aperta la sezione romana di quello di Vibo Valentia ad opera, sopratutti, di Silvana Iannelli.

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(L'interno del museo di Rosarno)

Rosarno-Medma Il museo di Rosarno è strettamente collegato al Parco archeologico dell’antica città di Medma che la soprintendenza per i Beni archeologici della Calabria ha indagato, già a partire dagli inizi del ‘900, con Paolo Orsi e fino ai nostri giorni.  Le fonti antiche ci raccontano che l’antica città di Medma, individuata dalle ricerche archeologiche sul Pian delle Vigne dell’attuale Rosarno, fu fondata dai Locresi intorno alla fine del VII secolo a. C. insieme a Hipponion, l’attuale Vibo Valentia. Le ragioni che spinsero Locri a fondare le due sub-colonie furono di natura economica: nuovi territori per sfruttamento agricolo e possibilità di avere uno sbocco sul Mar Tirreno che era al centro dei principali traffici commerciali dell’epoca. 
Il museo è ospitato all’interno del Parco archeologico  in una struttura che, sebbene ristrutturata dal 2005, era rimasta, fino al 2015, inutilizzata. L’esposizione inizia con la ricostruzione della vasta ed articolata necropoli: tombe alla cappuccina, a cassa di embrici ed a vasca, tutte contenenti ricchi corredi funerari. Splendidi esemplari della coroplastica (tecnica di lavorazione artistica della terracotta) medmea -statuette di varie dimensioni e fogge, busti, grandi maschere, criofori (portatori di ariete) - vasi ed armi in ferrorinvenuti nell’area sacra di località Calderazzo, sono presentati ai lati di una virtuale via sacra che si arresta davanti ad un altare in terracotta (arula) di grandi dimensioni, con in rilievo i personaggi della tragedia di Sofocle che rappresenta la vicenda di Tyrò, giovane donna, figlia del re Salmoneo ritratta con i figli Pelia e Neleo che, per vendicare la madre, hanno appena ucciso la matrigna Sidero che giace, esanime, ai piedi di un altare, mentre il vecchio re Salmoneo fugge, inorridito, davanti a tanto orrore.

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La suggestiva esposizione si conclude con i materiali provenienti dall’abitato tra i quali si segnala un modello di fontana rituale in terracotta. Sono presenti anche alcuni oggetti provenienti dalla collezione privata di Giovanni Gangemi, donata allo Stato, che è costituita da pregevoli vasi -sia a figure nere sia a figure rosse- tra i quali si segnala per la pregevole fattura un’anfora con scene della lotta per la conquista delle armi di Achille.
Parlando del Museo non possiamo non ricordare il Parco archeologico dell’antica Medma che è costituito da una grande distesa di ulivi ubicata alle spalle del Museo e nelle immediate vicinanze dell’attuale cimitero di Rosarno. L’area - espropriata intorno agli anni ‘80 del secolo scorso dalla Soprintendenza per i Beni archeologici della Calabria, non senza polemiche e ostilità da parte di alcuni cittadini che, nell’area, avevano interessi edilizi - corrisponde alle aree sacre di Calderazzo e S. Anna, note attraverso gli scavi dell’Orsi. All’interno del Parco sono stati portati alla luce anche alcuni quartieri dell’abitato medmeo come, per esempio, quello artigianale che ha restituito pozzi e fornaci.

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(Il Museo di Tropea)

Tropea-Tropae La ricostruzione storica e i reperti archeologici presentati per la prima volta nella sede del museo Diocesano a Tropea, grazie alla concorde volontà della Curia Vescovile di Mileto, Tropea e Nicotera e della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria, sono il risultato di decenni di ricerche svolte insieme dagli appassionati locali, dagli archeologi della Soprintendenza insieme ai loro collaboratori di diverse università italiane e straniere. La posizione geografica di Tropea, all’estremità occidentale del fertilissimo altopiano del Poro, affacciata sul Tirreno di fronte alle isole Eolie, ha favorito consistenti insediamenti umani sin dall’Età del Bronzo fino ai giorni nostri. 
Per la prima volta un allestimento museale, a Tropea, presenta un panorama archeologico delle culture succedutesi nel territorio della città: dalle fasi protostoriche aperte ai contatti marittimi con la Sicilia, il Tirreno settentrionale e i navigatori provenienti dal Mediterraneo orientale, attraverso le testimonianze delle età magno greche e romane, fino agli eccezionali documenti paleocristiani, unici in Italia meridionale, e ai resti archeologici dell’intensa vita a Tropea nel medioevo. I primi segni archeologici a Tropea vennero in luce nel XIX secolo, con il ritrovamento di iscrizioni paleocristiane, di grande importanza storica, oggi conservate nel palazzo Toraldo Serra. Nella prima metà del secolo scorso, vari rinvenimenti archeologici fortuiti furono raccolti e segnalati da ricercatori locali, tra i quali Pasquale Toraldo Di Francia, al quale si deve una scrupolosa e preziosa documentazione trasmessa a noi dal nipote, monsignor Ignazio Toraldo Di Francia.
Dagli anni ’70 del Novecento, un gran numero di recuperi e segnalazioni di siti archeologici furono opera del “Gruppo Archeologico Paolo Orsi”, fondato da monsignor F. Pugliese che ha avuto, nel corso degli anni, alcuni attivissimi collaboratori (tra cui A. Lo Torto, F. Rombolà, F. Staropoli). La loro attività, evidenziando l’importanza di questo territorio nell’antichità, pose le basi conoscitive per gli scavi svolti dalla Soprintendenza per i Beni archeologici della Calabria nel centro storico di Tropea, in Piazza della Cattedrale (nel 1980 e nel 2001), e nel cortile del Palazzo Vescovile (nel periodo 1992-1998 e nel 2013).

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(ll busto di Agrippa esposto nel museo di Vibo Valentia)

Vibo Valentia-Hipponion  Nel 2014 è stata inaugurata la sezione romana del Museo Archeologico nazionale “Vito Capialbi” di Vibo Valentia insieme ad un riallestimento della sezione greca che si segnala, in particolar modo, per la presenza della celebre “laminetta orfica”.  L’apertura della nuova sezione romana del Museo ha rappresentato un evento di portata sia regionale, sia nazionale perché ha completato, nel migliore dei modi, la già importantissima raccolta museale di Vibo Valentia. Questa sezione, collocata al pianterreno del Castello normanno-svevo, custodisce le straordinarie e monumentali statue romane di marmo e di arenaria, provenienti dal quartiere di S. Aloe, tra le quali si segnala il bellissimo, e ormai celebre, busto di Agrippa donato allo Stato da Raniero Pacetti negli anni ’70 del secolo scorso. L’ampia sezione romana del Museo di Vibo contiene anche, a testimonianza della vita quotidiana degli antichi abitanti del municipium romano, una significativa scelta dei ricchi materiali ceramici, vitrei e metallici provenienti da tutte le aree finora scavate in città. 

museo vibo statue romane

La pecu­lia­rità mag­giore del patrimonio culturale italiano, e calabrese, è rappresentata pro­prio dalla quantità e dalla qualità dei Musei e delle collezioni museali, espres­sione, come nei casi sopracitati, dei nostri territori, delle nostre antiche città. È in Italia, è nel Mezzogiorno, più che altrove, che è possibile ricostruire un senso di appartenenza, di cittadinanza per mezzo della ricomposizione materiale ed immateriale dei nostri luoghi, dei nostri paesaggi, mettendo insieme azione politica e ricerca della felicità collettiva ed individuale. Per avvalorare questa unicità italiana e calabrese, nelle prossime settimane ci occuperemo non solo del Museo e della riapertura del Parco archeologico di Sibari, del Museo di Crotone e dell’area di Capo Colonna, ma anche del nuovo Museo archeologico di Gioia Tauro - che contiene i reperti provenienti dall’insediamento di Metauros, fondato nel VII secolo a.C. e rimasto in vita fino al V secolo d.C. - e del recente riallestimento dell’importante Museo di Monasterace che conserva gli straordinari rinvenimenti archeologici provenienti dalla colonia magnogreca di Kaulon.

*Archeologo-Docente Unical