Oliverio, un cattivo maestro

di Pietro Bellantoni

Giovedì, 05 Gennaio 2017 16:28
Il governatore calabrese Mario Oliverio Il governatore calabrese Mario Oliverio

Mario Oliverio è il mio maestro, un cattivo maestro. È una fortuna, in un contesto così arido, spersonalizzante quanto basta, trovare qualcuno che ti insegni delle cose, qualcuno che – attraverso l'esempio – sappia sempre trovare una soluzione, una via da seguire; in questo caso sempre quelle sbagliate. I maestri insegnano, talora anche a non essere e a non pensare come loro. Io difatti non voglio diventare come il mio inconsapevole precettore, ma lo ringrazio perché la sua azione politica ogni giorno contribuisce a modellare – per differenziazione – la mia identità. La testa lucida di Oliverio, per me, è una sorta di specchio deformante su cui si riflette la distopia, un mondo – una Calabria, un modo di essere – altamente indesiderabile.
Ma dunque, è mio obbligo dire grazie al governatore. Che non deve mica star lì a offendersi: anche Socrate (mi si perdoni l'arditissimo paragone) era un cattivo maestro, lo sono stati anche Marx per la borghesia ottocentesca e i capitalisti del secolo breve e perfino lo scorrettissimo Céline, scrittore di odio (per gli ebrei) e di disillusione speranzosa. Come si vede, dipende tutto dai punti di vista, dal periodo storico, dalle convenienze del momento, dall'obnubilamento mentale e così via.
È una questione situazionale: per i dipendenti e i clientes della Cittadella, Oliverio sarà certo più carismatico dell'ayatollah Khomeini, più saggio di Aristotele, più intelligente di Pico della Mirandola, più amabilmente temibile di Rasputin; per quelli che stanno tutt'intorno a quel bel palazzone a ferro di cavallo, invece, probabilmente è solo un satrapo tuttincazzoso, insensibile alle istanze della plebaglia, insofferente alle critiche (cui risponde sempre urlando come un ossesso). E un satrapo, alla fin fine, non insegna forse cos’è la schiavitù, cosa sono l'ingiustizia e la disuguaglianza? Un pessimo politico non ci ricorda l'impellenza di concepire una società più giusta, fondata sul merito, sul lavoro, sui pari diritti, sulle opportunità?
L’esperienza in Regione del mio (e non solo mio) caro (cattivo) maestro rappresenta un patrimonio inestimabile per tutta la Calabria: dopo di lui sarà più chiaro cosa non è lecito fare mai. Oliverio è uno spartiacque: con lui, il diluvio; dopo andrà per forza meglio.
Il mio maestro, panciuto come un buddha, mi ha insegnato che la relatività esiste, eccome. Mai avrei pensato di rivalutare, dopo un esame comparato, uomini politici che lo hanno preceduto e che avevo relegato nel mio personale anti-pantheon. Mi ha insegnato che la bugia può essere un modus vivendi; che il comunismo è morto ma alcuni di quelli che hanno tentato di incarnarlo sono invecchiati proprio male, seppur nel benessere vitaliziante; che chi sognava la rivoluzione può più umilmente blaterare di continuo di cambiamento senza voler scalfire nemmeno una baronia, senza riuscire neppure a pensare di farlo. Ho imparato che il trasversalismo (vedi inciuciamenti vari con Ncd e affini) non è una necessità numerica, ma un modo di concepire i rapporti, perché minore è il numero degli oppositori maggiore è la mia influenza. Ho imparato che la brama di potere, anziché diminuire, cresce con l’andar del tempo; e anche se hai passato quattro decenni tra parlamenti e parlamentini, a fare il bello e il cattivo tempo di una regione disgraziata, il tuo ego non ti consente di lasciar spazio ad alcun volto nuovo, né tantomeno a quelli brutti e vecchi che possono farti ombra.
Mi ha insegnato, Oliverio, che gli alibi (le nefandezze della precedente amministrazione) non scadono mai, sono sempre di ferro, dei jolly da giocare quando si è alle strette. E poi, e poi… che pozzo infinito di insegnamenti è il mio maestro! Mi ha fatto capire, un giorno, che è possibile perdere un'elezione, tipo un referendum molto importante, senza dover dare spiegazioni politiche a quegli stessi elettori a cui era stato chiesto il voto e senza ammettere alcun errore: chissenefrega; ma se si fosse vinto... sai che fanfare e che archi di trionfo!
Adesso io so che il precariato non è sempre un male: lo è solo nella misura in cui è Oliverio a eliminarlo; se invece le assunzioni le firmano altri, tipo i commissari della Sanità, la situazione è grave e dev'essere sospesa. E chi se ne importa del mantenimento dei Lea e degli infermieri in bilico da anni.
Confesso che, fino a due anni fa, conoscevo poco il mio futuro maestro. Ricordo l'impressione che mi fece durante il primo comizio per le regionali al quale assistetti. Stava sul palco assorto, parlava un linguaggio semplice ma deciso, aveva (mi colpirono, non so perché) pantaloni neri ben piegati – era elegante, di quell'eleganza che è cura di sé, non ricercatezza –, pareva vibrante di passione politica e di speranze. Mi piacque subito: «È una persona seria», mi dissi. Locuzione insignificante, in realtà, però tornai al giornale a scrivere il mio pezzo quasi rassicurato. «Quanto meno», considerai, «proverà a rendere la Calabria una regione normale». Quante banalità che mi frullavano in testa.
Non mi aspettavo, comunque, rivoluzioni, né assalti al Palazzo d'inverno dei privilegi storici delle caste calabresi. Però, certo, nei primi mesi credevo che – con la sobrietà e la lentezza che gli avevo riconosciuto fin da subito – Oliverio avrebbe fatto qualcosa per drizzare le barre del lavoro, dell'occupazione, dello stato sociale, della sanità, dei trasporti, della dignità della politica, della responsabilizzazione della burocrazia regionale. È vero, dire così significa fare della facile e spicciola demagogia: chiunque potrebbe obiettare che, in ogni settore, è stato migliorato questo o quest'altro. Il punto, però, è la percezione di ciò che è stato fatto. Se il cambiamento non si sente né si respira, in realtà non esiste. Questi due anni, se ci rifletto su, non sembrano invero passati. È stato come vivere in un tempo immobile e in un quadro immutabile. L'amministrazione Oliverio ci ha insomma regalato la fissità del reale e l'assuefazione ad esso, l'imperturbabilità dell'essere e l'impossibilità del divenire. Ed ecco cos'altro mi ha insegnato, il mio maestro: a non darmi più pensiero per la crescita di questa bella e maledetta Calabria. È un precetto tragico, senza dubbio; e d'altronde tutti i più bravi maestri, soprattutto quelli cattivi, hanno il compito di coltivare il disincanto dei loro giovani e ancora stupidi allievi.