Corriere della Calabria - Articoli filtrati per data: Mercoledì, 15 Ottobre 2014

Si avvia a conclusione il procedimento giudiziario a carico di Maria Grazia Laganà. L'ex parlamentare del Pd era stata condannata in primo grado a due anni di reclusione (pena sospesa) per truffa, ma il reato contestato è andato in prescrizione. Dunque, con ogni probabilità la prescrizione determinerà un non luogo a procedere per l'esponente del Pd. Il procuratore generale di Reggio Calabria, Fulvio Rizzo, ha chiuso martedì il suo lavoro nel processo d'Appello che vede imputati pure Pasquale Rappoccio e Maurizio Marchese. Laganà, vedova di Franco Fortugno, il vicepresidente del consiglio regionale calabrese ucciso a Locri il 16 ottobre 2005, era imputata in qualità di ex vicedirettore sanitario dell'Asl di Locri per una presunta truffa compiuta nell'estate 2005 ai danni dell'ente per forniture di materiale. «Le accuse che mi sono state rivolte non sono vere», aveva detto l'ex deputata, facendo dichiarazioni spontanee ai giudici del Tribunale di Locri. Laganà aveva sostenuto, in particolare, che non erano vere le accuse mosse nei suoi confronti dall'ex dirigente sanitaria dell'ospedale di Locri, Albina Micheletti, che ha riferito in aula di essere stata chiamata, nell'estate del 2005, dalla Laganà alla presenza di Fortugno, per parlarle di una fornitura per il pronto soccorso. La teste aveva anche detto che una volta constatata la quantità del materiale aveva fatto denuncia.

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    La parlamentare del Pd era stata condannata in primo grado a due anni di reclusione per una presunta truffa ai danni dell'Asl di Locri

REGGIO CALABRIA Hanno scelto quasi tutti il procedimento con il rito abbreviato i 21 indagati dell'operazione "Erinni", scaturita dall'omonima indagine partita nel 2011 per stringere il cerchio attorno ai latitanti dei clan della zona ma che riuscirà a fare luce sulle dinamiche criminali di Oppido, stretta fra le rivalità mai sopite – nonostante i tentativi di composizione passati anche da uno storico matrimonio – fra i clan Mazzagatti-Polimeni-Bonarrigo e Ferraro-Raccosta. Dovranno invece presentarsi il prossimo 19 dicembre di fronte ai giudici di Palmi per l'avvio del processo che li vede imputati Rocco Mazzagatti, Domenico Scarfone, Pasquale Rustico, Rocco Ruffa, Leone Rustico, Silvana Attenni, Valerio Pepe e Simone Pepe. Ed è proprio il giovanissimo Simone Pepe, uno dei principali imputati del procedimento non solo perché considerato capo del clan Mazzagatti-Polimeni-Bonarrigo, ma anche spietato killer e attento regista di un traffico di droga nella capitale. Si annuncia invece tutto in discesa il processo per l'unica donna che abbia scelto il rito ordinario, Silvana Attenni, difesa dall'avvocato Aldo Labate, che a dicembre, da imputata a piede libero, si presenterà di fronte ai giudici di Palmi, forte dell'annullamento delle accuse per associazione mafiosa rimediato in sede di Riesame e confermato dalla Cassazione, che ha rimesso in discussione anche l'aggravante delle modalità mafiose che pesava sugli altri reati che le vengono contestati.
Coordinata dai sostituti procuratori Alessandra Cerreti, Giovanni Musarò e Giulia Pantano della Dda di Reggio, l'inchiesta "Erinni" ha fotografato la realtà complessa e stratificata delle 'ndrine di Oppido Mamertina, in grado di sparare, uccidere con metodi efferati, insanguinare le strade, in cerca di maggiore spazio e prestigio, ma anche di investire e puntare sul mattone lontano dalla Calabria, nella capitale dove, approfittando del sistema delle aste giudiziarie, è in grado di appropriarsi di immobili, attività commerciali e imprese. Senza mai dimenticare i "tradizionali", efferati metodi, con cui le rivalità fra clan si misurano e si risolvono. Spesso in maniera definitiva.

L'OMICIDIO BONARRIGO E L'INIZIO DELLE OSTILITÀ
Rivalità che tracimano in una nuova stagione di sangue fra marzo e maggio del 2012. Cinque mesi durante i quali cadono, uno dopo l'altro, Domenico Bonarrigo, freddato il 3 marzo, Vincenzo Ferraro, ucciso il 13 marzo, Francesco Raccosta e il cognato Carmine Putrino, scomparsi il 13 marzo ed eliminati nel pomeriggio dello stesso giorno, e Vincenzo Raccosta, ammazzato il 10 maggio. Per gli inquirenti – si legge nell'ordinanza – «non si trattava però di una vera e propria faida, ma di una fibrillazione registrata all'interno della locale di Oppido Mamertina da parte di una cosca, quella Ferraro-Raccosta, immediatamente sopita da parte del gruppo 'ndranghetista egemone, quello facente capo ai Mazzagatti, intenzionato a non abdicare il proprio maggiore potere mafioso conquistato negli anni della guerra». Una fibrillazione che rompe quei tre anni di pace che lo storico matrimonio fra i rampolli dei due clan, Francesco Raccosta e Giuseppina Mazzagatti, avevano sancito. A fornire agli inquirenti la chiave di lettura necessaria per interpretare quegli omicidi sono le parole di uno dei principali elementi del clan Bonarrigo, Simone Pepe, figliastro di Domenico Bonarrigo, per mesi intercettato e ascoltato dagli investigatori.

IL BACIO DI GIUDA
È stato il tentativo di espansione criminale dei Ferraro-Raccosta, firmato con continui furti, danneggiamenti ed estorsioni, a innescare la reazione di Domenico Bonarrigo, detto "Mimmazzo", elemento di spicco del clan avversario, che avrebbe per questo pagato con la vita. Allo stesso modo, il clan rapidamente arriverà a identificare e punire i responsabili dell'omicidio di Domenico Bonarrigo «Chi ha ammazzato mio padre è venuto al funerale... quando mi è venuto davanti quello che lo ha ammazzato mi fa le condoglianze... io gli ho dato tipo il bacio di Giuda... capito come? Io l'ho preso, perché l'avevo capito subito che era stato lui, noi lo avevamo capito subito, la sera stessa lo avevamo capito...», dice – intercettato – Simone Pepe. Non a caso quella stessa sera – ricostruiranno gli inquirenti - tanto Simone Pepe, come Rocco e Giuseppe Mazzagatti, Rocco e Antonino De Pasquale si recheranno rispettivamente a casa di Massimo ed Emanuele Ferraro, fratelli del latitante Giuseppe, e da Francesco Raccosta per acquisire informazioni sui killer. «E lì ci siamo arrivati subito che erano loro».

LA VENDETTA PRETESA
Ma da quel momento, per il clan inizierà una stagione di terrore. Il ragazzo verrà allontanato da Oppido per il timore di una faida e la stessa sorte toccherà al cugino Francesco Mazzagatti, mentre i Bonarrigo-Polimeni-Mazzagatti stabiliscono che la morte di "Mimmazzo" deve essere vendicata. Ed è il giovanissimo figliastro a pretenderla dal clan: «L'unica cosa che voglio sentire sai qual è? – racconta Simone Pepe, riferendo una conversazione avuta in quei giorni con Giuseppe Mazzagatti – che vent'anni fa tuo zio, tuo padre c'erano, ed oggi voglio che tu, tuo zio, tuo cugino, ci state, perché adesso mi servite voi, io da solo sono nulla, ma con voi sono non forte, di più... Lo sai cosa mi ha risposto il fratello di Francesco? Simo' tu sei come mio fratello, Mimmo era come mio padre, la famiglia mia è la famiglia nostra, punto». Ancor più eloquente sarà il prosieguo della risposta di Mazzagatti: «Adesso l'unica cosa che devi fare è andare da tua madre, devi avere questa forza perché adesso l'uomo sei tu, Mimmo lo sai chi era, Mimmo sai che era un capo e adesso diventi tu al posto di Mimmo, perché Mimmo ti ha portato avanti te, i tuoi fratelli sono piccoli, adesso ci sei tu», sappi che io adesso se prima... Mi ha detto, lo sai che mi ha detto? "Prima vedevamo Mimmo, adesso vediamo a te come se vedessimo Mimmo, ricordati queste parole - mi fa - Simò, non sbagliare più, non puoi sbagliare adesso, indietro non si può più tornare». Nel futuro ci sarà solo vendetta. Nonostante il tentativo di dissimulare i propri propositi, il clan Mazzagatti-Polimeni-Bonarrigo non rimane inerte di fronte all'omicidio di un suo componente di peso: per tutti sarebbe stato un inequivocabile segnale di debolezza. E i Mazzagatti - famiglia uscita "vincente" dalla faida degli anni 90, attualmente cosca egemone nel territorio di Oppido Mamertina, nota per il suo potere mafioso in tutta la Calabria - non potevano e non volevano permetterselo. Per vendicare la morte di "Mimmazzo", ma anche per affermare la propria egemonia vengono uccisi Vincenzo Ferraro, Francesco, Carmine Putrino, e Vincenzo Raccosta.

CON LA BENEDIZIONE DEGLI ANZIANI, NEMICI IN PASTO AI MAIALI
Non a caso a dare luce verde e a collaborare al progetto di vendetta saranno – secondo quanto è emerso dall'inchiesta – anche personaggi del calibro di Domenico Scarfone, mente economica del clan da tempo trasferito a Genzano, o del boss latitante Domenico Polimeni, padre putativo di Domenico Bonarrigo, dopo l'uccisione del padre naturale Vincenzo negli anni della faida. Ancora oltre si spingerà Rocco Mazzagatti, al vertice dell'omonima famiglia mafiosa, che non solo appoggerà i propositi di vendetta del giovanissimo Simone Pepe, ma addirittura sarà suo complice nell'esecuzione materiale dell'omicidio di Francesco Raccosta e del cognato Carmine Putrino. Ai due – sintetizzano gli inquirenti – «fu teso un agguato, pianificato nei particolari, e fu riservata una fine orrida, atteso che furono barbaramente percossi e successivamente, ancora in vita, certamente Raccosta Francesco, dato in pasto a dei maiali».

L'ANIMA IMPRENDITORIALE DEL CLAN
Ma un clan capace di una reazione così efferata – è emerso dalle indagini – ha eguale spregiudicatezza negli affari. Un ramo di attività affidato principalmente a Domenico Scarfone, «uomo di grande spessore criminale, molto scaltro, attento a eludere le attività di indagini, evitando contatti diretti con la famiglia Mazzagatti e con altri pregiudicati della cosca, che dispone molto probabilmente di conoscenze all'interno delle forze dell'ordine che possano informarlo con anticipo dell'esistenza di indagini a suo carico, con grandi capacità profuse nell'investimento mobiliare ed immobiliare e nell'occultamento di fondi, trasferendo somme di denaro all'estero». Scarfone aveva sì rapporti con gli altri affiliati, ma si guardava bene dall'intrattenerli "alla luce del sole". Nonostante fosse da anni residente a Genzano, in provincia di Roma, Scarfone rappresenta un elemento essenziale per il clan. Secondo gli inquirenti, interviene da protagonista nella pianificazione della risposta al clan avversario, ma soprattutto è lui, insieme a Rocco Mazzagatti, a decidere come e dove investire i soldi della famiglia e come farli sparire. Manovre finanziarie decise con la stessa serenità con cui, dopo l'omicidio Bonarrigo, avrebbe partecipato da protagonista alla pianificazione della vendetta, plastica rappresentazione di una 'ndrangheta che non conosce remore e scrupoli. In nessun caso e in nessun campo.

a.c.

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    Al via il procedimento scaturito dall'inchiesta che ha fatto luce sulle dinamiche criminali di Oppido

Mercoledì, 15 Ottobre 2014 22:19

Il gran rifiuto di Oliverio

di Antonio Ricchio

 

Che Mario Oliverio fosse un osso duro Lorenzo Guerini non doveva aspettare certo l’incontro di ieri al Nazareno per verificarlo. Lo aveva sperimentato ampiamente nella fase che ha preceduto le primarie, quando Oliverio non accettò nessuna linea di compromesso e mantenne intransigente la sua candidatura. Ieri sera, però, Guerini appariva stremato quando, dopo quasi tre ore di confronto con Oliverio e Magorno, ha lasciato il Nazareno per spostarsi a Palazzo Chigi dove il premier Renzi, alle prese con la legge di stabilità, attendeva aggiornamenti anche sulla Calabria. La consegna del silenzio viene rispettata dai diretti interessati, ma esponenti dem vicini al premier-segretario assicurano che ancora la partita è aperta e che si farà di tutto per evitare imposizioni romane rispetto alla scelta delle alleanze politiche da realizzare in Calabria. Ernesto Magorno e Mario Oliverio, nel frattempo, hanno letteralmente fatto perdere le loro tracce, lasciando come unica certezza il fatto che l’incontro con Guerini non si è concluso e anzi proseguirà ancora nella giornata di oggi. Il vice di Renzi spera di convincere i calabresi a piegarsi alla «ragion di partito», per questo evita di assumere toni che suonino come un’imposizione.

Ma se Magorno, che resta sempre un renziano di ferro e che per il ruolo che ricopre non può dire un secco «no» alle esigenze del partito nazionale, qualche segno di cedimento lo lascia intravedere, Oliverio rimane arroccato sul suo «rifiuto» a ogni ipotesi di «apparentamento innaturale».

Si incaricano di ribadirlo i parlamentari più vicini a Oliverio che, in Transatlantico, ieri sera, scomodavano anche difficoltà lessicali: «Non so come si farà a spiegare al Paese che un partito che si chiama Nuovo Centrodestra entra nella coalizione del centrosinistra. Forse a Roma sarà possibile ma in Calabria ci provino loro». Ogni riferimento è diretto soprattutto ai fratelli Pino e Tonino Gentile, che in Calabria sono i maggiori azionisti di Ncd. Oliverio rimane dell’idea che un’intesa con loro sia impraticabile soprattutto dopo le aspre contrapposizioni – su tutte quella delle provinciali di Cosenza del 2009 che videro Oliverio candidato contro Gentile senior – di questi ultimi anni. Resta il fatto che a Guerini la cosa è stata spiegata in modo più politico ma non meno intransigente. Al plenipotenziario del premier è stato fatto notare che le difficoltà vengono dalle primarie, durante le quali Oliverio si è espresso per la chiusura al centrodestra mentre il suo antagonista Gianluca Callipo, invece, su questo versante ha mostrato una linea meno intransigente. Ora si tratta di restare coerenti con gli impegni presi e qui starebbe il disagio di Oliverio ad accettare i “consigli” di Guerini.

Rimane da chiarire, in vista del nuovo incontro di oggi, se Oliverio intende restare irremovibile fino allo scontro con il Nazareno oppure se si accontenterà di portare a casa il risultato di dimostrare che, contrariamente a quel che si è fatto capire, è il Pd nazionale, fermamente governato da Renzi e Guerini, a volere aprire le porte a pezzi della maggioranza ex scopellitiana e di ciò deve assumersi ogni responsabilità politica davanti ai calabresi.

Nel Nuovo centrodestra, comunque, non vogliono restare col cerino in mano. E per questo motivo, incassato l’accordo con l’Udc per dare vita a liste in comune anche in questa regione – “Popolari per la Calabria” è il nome più gettonato – non si scarta nessuna opzione. Compresa quella di un clamoroso ritorno con Forza Italia e gli altri pezzi del centrodestra. Matteoli e Gentile hanno avuto modo di scambiare le loro impressioni a Palazzo Madama. Il senatore toscano, incaricato da Berlusconi di gestire la partita delle alleanze, ha ribadito la volontà di volere allargare la coalizione a sostegno di Wanda Ferro e di essere pronto ad accettare le condizioni poste da Ncd. Ieri sera, al termine del Consiglio dei ministri, Gentile ha raggiunto Quagliariello e Alfano per un vertice – si spera – risolutivo.

Cresce l'attesa anche per conoscere le mosse di Peppe Scopelliti, sulla cui testa è caduta in queste ore l’ennesima tegola giudiziaria. L’ex governatore starebbe lavorando all’ipotesi di candidare i sette-otto consiglieri e assessori regionali uscenti a lui più vicini nelle liste a sostegno di Ferro. L'alternativa sarebbe quella di varare una lista autonoma da piazzare sempre nella coalizione di centrodestra. Il nome è già stato scelto: “Calabria Futura”.

Twitter: @AntonioRicchio

COSENZA Sei anni di carcere. E' questa la richiesta dei magistrati della Dda di Catanzaro per Franco Bevilacqua, detto "Franco i Mafarda", ritenuto dagli inquirenti trafficante di droga, rapinatore di furgoni blindati e feroce assassino. L'ex boss, giudicato con il rito abbreviato, è accusato di aver guidato il commando della strage, compiuta il 9 novembre del 2000, a via Popilia, quartiere di Cosenza. Quella tragica sera persero la vita Francesco Tucci e Benito Aldo Chiodo. Una settimana dopo vennero uccisi l'imprenditore Sergio Perri - titolare del cantiere dove venne sotterrata l'auto con la quale si allontanarono i killer della strage di via Popilia – e la moglie Silvana De Marco.
Nel 2001 le forze dell'ordine strinsero le manette ai polsi di Franco Bevilacqua che era sfuggito a una condanna definitiva a 27 anni di carcere. Bevilacqua decise sin da subito di collaborare con la giustizia e fece ritrovare l'automobile usata per la strage e i caricatori dei mitragliatori utilizzati. I magistrati della Dda hanno scoperto i dettagli di quella orrenda strage dal racconto di Bevilacqua che è reo confesso del duplice omicidio di via Popilia. Dopo 14 anni il pubblico ministero Pierpaolo Bruni ha cercato di fare luce sull'agguato del 2001.
Oggi nel corso dell'udienza preliminare, che si è svolta a Catanzaro, il pm ha chiesto la condanna a sei anni di carcere con le attenuanti generiche e l'applicazione dell'articolo previsto per i collaboratori di giustizia. Una richiesta alla quale si sono opposti i legali di parte civile. In particolare, l'avvocato Pasquale Naccarato – difensore assieme alla collega Fiorella Bozzarello della famiglia di Francesco Tucci, che si è costituita parte civile – ha sottolineato l'efferatezza del delitto. Si torna il aula il prossimo 16 dicembre per le repliche della difesa. Quel giorno il gup Mellace dovrebbe emettere la sentenza nei confronti di Bevilacqua, difeso dall'avvocato Manfredo Fiormonte. L'ex boss, attualmente, è ai domiciliari con diritto al lavoro.

Mirella Molinaro

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    Franco Bevilacqua è accusato del duplice omicidio compiuto il 9 novembre del 2000

Mercoledì, 15 Ottobre 2014 21:51

Pd, nulla di fatto sull'intesa con Ncd e Udc

ROMA Tre ore non sono bastate a Guerini per convincere Oliverio ad accettare un allargamento della coalizione in Calabria che contenga il nuovo soggetto politico che Udc e Nuovo centrodestra stanno formando in queste ore. Guerini, Magorno e Oliverio si rivedranno oggi. I dettagli della giornata tormentosa e tormentata nella nota di Antonio Ricchio.

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    Guerini, Magorno e Oliverio si rivedranno nuovamente nella giornata di oggi

Mercoledì, 15 Ottobre 2014 21:10

Intercity bloccato per due ore in galleria

VIBO VALENTIA Un treno intercity partito dalla stazione di Palermo e diretto a Roma Termini è rimasto oggi fermo per quasi due ore all'interno di una galleria a pochi chilometri dalla stazione di Vibo Valentia-Pizzo. Un guasto alla locomotiva, la causa del fermo del treno che ha richiesto la sostituzione della stessa con i passeggeri nel frattempo rimasti bloccati ed impossibilitati a comunicare in qualunque modo con l'esterno per via della mancanza di campo all'interno della galleria. Il blocco del treno ha causato disagi anche agli altri treni. Solo dopo circa due ore la circolazione è ripresa regolarmente.

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    Un guasto alla locomotiva nei pressi di Vibo Valentia rallenta il treno diretto a Roma Termini

Mercoledì, 15 Ottobre 2014 21:08

Sequestro di beni per 900mila euro a Zoccali

CATANZARO Nuovi, grossi, costosi guai per il direttore generale della presidenza della regione Calabria Franco Zoccali. Proprio in queste ore, la Procura di Catanzaro ha notificato al dg non solo un nuovo avviso di garanzia, ma anche un contestuale provvedimento di sequestro (disposto dal gip su richiesta del pm Gerardo Dominijanni) per beni del valore di circa 900mila euro, entrambi relativi al procedimento aperto a suo carico per quel primo incarico ottenuto dalla Regione Calabria, ricevuto secondo i pm in totale assenza dei requisiti richiesti. Insieme a lui, risultano indagati per le stesse circostanze l'assessore al personale Domenico Tallini e la dirigente della regione Rosalia Marasco - già finiti sotto la lente dei magistrati per la nomina della moglie del giudice Vincenzo Giglio, Alessandra Sarlo - come pure l'ex governatore ed ex sindaco di Reggio Calabria Giuseppe Scopelliti e i componenti delle giunte comunali di Reggio in carica dal 2002 al 2007. Tra loro ci sono due attuali senatori del Nuovo centrodestra, Giovanni Bilardi e Antonio Caridi, i consiglieri regionali Tilde Minasi e Candeloro Imbalzano (sempre Ncd) e il presidente forzista della Provincia di Reggio Calabria, Peppe Raffa. A loro carico, gli inquirenti ipotizzano i reati di abuso d'ufficio, truffa e falso ideologico, contestati a vario titolo agli indagati per quelle insufficienti attestazioni con cui l'attuale manager della Regione avrebbe ottenuto la nomina in Regione, ma anche indebiti emolumenti da dirigente.
Quando è approdato a Palazzo Alemanni, Zoccali - che in passato pur incassando una retribuzione da dirigente, aveva solo coperto le funzioni di direttore generale presso il Comune di Reggio e quelle di capo di Gabinetto e capo staff del sindaco della medesima città - aveva in tasca solo una qualifica da funzionario dello Stato, ma non aveva superato il concorso per accedere al settimo livello degli enti locali che qualifica i dirigenti, né tantomeno possedeva titoli equipollenti. Nonostante ciò, a sostegno della sua nomina a dg in regione, il noto politico reggino aveva presentato le delibere della giunta comunale, che attestano il conferimento e le successive proroghe per gli incarichi da city manager e da capostaff del sindaco della città calabrese dello Stretto. È dunque per questo motivo che la Procura è stata costretta a iscrivere nel registro degli indagati anche gli ex assessori comunali che avevano firmato quelle delibere.
Le indebite retribuzioni percepite da Zoccali erano divenute di pubblico dominio all'esito dell'ispezione della Ragioneria dello Stato negli uffici di giunta e consiglio regionale, ma già in precedenza sul punto i consiglieri regionali di minoranza avevano presentato diverse interrogazioni. «Ora capisco – aveva commentato all'epoca l'esponente del Pd Demetrio Naccari Carlizzi – perché la giunta regionale non mi ha mai dato risposta. Il contenuto della relazione, specie la parte sulla gestione del personale, è gravissimo e merita provvedimenti urgenti e in ogni caso la giunta regionale deve venire a riferire in commissione».
Per il dg della Presidenza della Regione Calabria non si tratta della prima indagine a carico. Allo stato, Franco Zoccali risulta infatti indagato a Reggio Calabria nell'ambito del cosiddetto procedimento Fallara bis, mentre a Catanzaro è iscritto nel registro degli indagati nell'ambito di diverse inchieste, da quella sulla sanità a quella relativa al trasferimento dei dirigenti regionali.

Alessia Candito

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REGGIO CALABRIA Cominceranno domani mattina alle nove e mezzo presso il carcere di Palmi gli interrogatori dei 26 fermati nell'ambito dell'operazione Eclissi, scaturita dall'inchiesta che 24 ore fa ha decapitato l'amministrazione comunale di San Ferdinando, mentre toccherà probabilmente aspettare fino a venerdì per sapere se i due gip del Tribunale di Palmi convalideranno l'ordinanza, dando visto buono all'impianto accusatorio costruito dal pm Giulia Pantano. E mentre ancora infuriano le polemiche sull'appartenenza o meno al movimento Cinquestelle dell'ex consigliere comunale Giovanni Pantano – fondatore del meet up di San Ferdinando, dalla cui pagina è stato prontamente rimosso dopo l'arresto per associazione mafiosa e la sconfessione di Grillo – nuove ombre si addensano sull'amministrazione comunale, già da ieri passata sotto la guida del commissario Cosima Di Stani. Agli atti dell'inchiesta "Eclissi" sono finiti infatti una valanga di provvedimenti amministrativi assunti dalla giunta Madafferi, che adesso verranno passati al vaglio dagli inquirenti, per comprendere in che misura nel Comune di San Ferdinando fosse estesa l'infezione.

L'INDAGINE SI ALLARGA?
E l'impressione – dicono fonti vicine alle indagini – è che il livello di compromissione delle istituzioni del piccolo centro della Piana, vada ben oltre le figure del consigliere Pantano, arrestato perché considerato la longa manus del clan Pesce-Pantano, del vicesindaco Santo Celi, fermato in qualità di rappresentante istituzionale degli interessi dei Bellocco-Cimato e del sindaco, Domenico Madafferi, attento equilibrista fra i contrapposti desiderata criminali delle due consorterie. Del resto – al netto delle indiscrezioni – a rivelare che l'infiltrazione delle 'ndrine nel Comune di San Ferdinando possa andare oltre i già gravi episodi contestati ai tre politici finiti in manette, è lo stesso decreto di fermo. Lo suggeriscono le intercettazioni, che danno conto dell'estremo nervosismo di Madafferi quando il comandante della locale stazione dei carabinieri, Francesco Vadalà – un «cosu lordu» per il primo cittadino – si presenta in Comune per un'indesiderata ispezione, vissuta con gran patema d'animo dal sindaco che a uno dei dipendenti dell'amministrazione confessa: «Non è che qua, tu, ci sono persone per bene per decreto e delinquenti per funzione, dove siamo qua!? (...) io quando sono entrati, quando li ho visti arrivare tutti quanti ho detto e che siete venuti per arrestarmi?».

FARI PUNTATI SULL'UFFICIO TECNICO?
Ma lo rivelano soprattutto sono le circostanze contestate alla responsabile del servizio dell'Area tecnica, Caterina Papasidero, attualmente indagata nel medesimo procedimento per abuso d'ufficio aggravato dall'aver favorito il clan Bellocco-Cimato. Per gli inquirenti, è una di quelle «figure che pur non potendosi ricondurre all'alveo degli intranei alle cosche certamente hanno posto in essere delle condotte delittuose agevolatrici della 'ndrina» a San Ferdinando, perché in soli tre giorni avrebbe concesso a Gregorio Malvaso, esponente di spicco dei Bellocco, un'ingiustificabile autorizzazione allo scarico delle acque reflue nella conduttura comunale per l'autolavaggio di sua proprietà. Un provvedimento adottato in palese violazione di legge e revocato in fretta e furia due mesi dopo, quando la procedura diventa di interesse investigativo. «L'attività di autolavaggio del Malvaso, autorizzata dal Comune allo sversamento dei reflui nella conduttura comunale – sintetizzano gli inquirenti – sarebbe dovuta proseguire, nel totale silenzio dell'ente che aveva rinunciato a svolgere qualunque intervento di controllo e vigilanza, lasciando decorrere più di 2 mesi senza effettuare alcunché, se il Noe dei Carabinieri, accedendo agli atti amministrativi, non avesse mostrato di svolgere attività di indagine in relazione a quella pratica. Solo allora Papasidero Caterina, dopo essersi prestata ad assecondare gli interessi economici del Malvaso e della sua cosca, consapevole dell'abuso compiuto, ritirava il provvedimento, onde limitare il danno». Accertamenti che hanno provocato non poca apprensione non solo nella dirigente – a più riprese contattata anche dal vicesindaco Celi per verificarne la "tenuta" psicologica dopo la richiesta di acquisizione atti da parte dei carabinieri – ma anche nel sindaco Madafferi, «che si mostrava – annotano gli inquirenti – molto seccato di vedere posto sotto la lente di ingrandimento degli investigativi il proprio operato». Un nervosismo che rivela, forse, che il provvedimento adottato a favore di Malvaso non è stato l'unico atto amministrativo ambiguo a transitare dalle cruciali scrivanie dell'ufficio tecnico.

QUELLE NOTIZIE RISERVATE CHE MINACCIANO GLI INVESTIGATORI
Ma di certo un altro fronte di indagine è probabile che si concentri su quella talpa che ha permesso agli uomini dei due clan non solo di avere la certezza di essere nel mirino degli inquirenti, ma soprattutto di avere continue informazioni sullo stato delle indagini, tanto da valutare l'eventuale ipotesi di darsi alla latitanza. Circostanze inquietanti e pericolose non solo per l'esito dell'inchiesta, ma anche per i militari coinvolti in prima linea nelle attività, come il maresciallo Vadalà. Su di lui si concentrerà infatti l'astio di Malvaso – assolutamente consapevole di essere indagato – all'indomani del sequestro del bar Corona. Un provvedimento che il reggente dei Bellocco attribuisce a presunte volontà persecutorie del militare, a proposito del quale non ha timore di affermare. «Io non voglio che soffra lui, che muoia lui, io voglio che gli capiti qualcosa o alla moglie o alla figlia». Propositi che, lungi dall'essere ipotetici, stando alla conversazione intercettata sembra fossero stati sottoposti anche all'attenzione dei massimi vertici del clan, da cui era arrivato un secco no al progetto di fare del male alla bambina per colpire il padre. Un no cui Malvaso, pizzicato a discutere dei suoi feroci propositi con l'amante Viktoriya Trifonova Georgieva, non sembra rassegnarsi. «No, quando mi dicono no, la bambina non c'entra – dice alla donna, riferendo le direttive ricevute – ma a lui dei figli miei non gliene fotte un cazzo, a me perché mi deve interessare di sua figlia e di quel cornuto che è!».

CACCIA ALLA TALPA
E proprio Malvaso – emerge dalle conversazioni intercettate – sarebbe uno dei destinatari delle confidenze della talpa, fedele ai clan, ma – forse – non così arguta da non destare sospetti fra i colleghi. In mano ai militari, c'è già un nome emerso nel corso di un'intercettazione e che, forse non casualmente, corrisponde a quello di un carabiniere che si è rifiutato di essere coinvolto nelle attività di indagine, asserendo di preferire il servizio di pattuglia sul territorio. Affermazioni che adesso è probabile che vengano passate al setaccio, anche perché gli inquirenti sanno – per averlo ascoltato direttamente dalla viva voce degli indagati – che i maggiorenti del clan erano in grado di conoscere anche i dettagli operativi dell'indagine, come il numero e il luogo di ubicazione di telecamere installate dagli inquirenti. Segno inequivocabile della presenza di una ben informata talpa. Una talpa che adesso sono decisi a scovare.

 

Alessia Candito
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Mercoledì, 15 Ottobre 2014 18:53

Due escursionisti calabresi soccorsi sul Pollino

POTENZA Due escursionisti – due uomini, entrambi di 60 anni, di Cassano allo Jonio – si sono smarriti oggi sul versante lucano del Parco nazionale del Pollino e sono stati ritrovati, in buone condizioni, dai volontari del Soccorso alpino. I due si sono persi nel territorio di Terranova di Pollino, da dove erano partiti stamani per un'escursione. Quando hanno capito di non riuscire a trovare il sentiero giusto per rientrare hanno chiesto aiuto: nella zona sono cominciate le ricerche da parte del Soccorso alpino e degli agenti del Corpo forestale dello Stato che, alcune ore dopo, hanno portato al ritrovamento dei due uomini.

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    Si erano smarriti oggi sul vesrante lucano del Parco nazionale. Ritrovati dal Soccorso alpino e del Corpo forsetale dello Stato

CATANZARO Un sondaggio on line tra i cittadini per proporre un nome alla cittadella regionale. Lo ha lanciato il sito ufficiale del Comune di Catanzaro. L'iniziativa, è scritto in una nota, dà la possibilità, attraverso l'accesso al link www.comunecatanzaro.it, di esprimere la propria preferenza sul nome della sede del governo della Calabria, cliccando sul banner presente nella homepage «Esprimi la tua opinione. Quale nome per la cittadella regionale?». Le opzioni fra le quali è possibile scegliere sono: Palazzo della Calabria, Palazzo Cassiodoro, Palazzo degli Itali, Palazzo delle Aquile, Città del Sole. La proposta più votata sarà sottoposta alla presidenza della giunta regionale che, essendo proprietaria dell'immobile, ha la competenza dell'intitolazione. Ogni utente avrà la possibilità, una volta espressa la propria preferenza, di visualizzare il numero di votanti e le percentuali di voto di tutte le possibili scelte.

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    A lanciarlo è il Comune capoluogo sul sito ufficiale. La proposta più votata sarà sottoposta alla presidenza della giunta regionale

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