Corriere della Calabria - Articoli filtrati per data: Venerdì, 24 Ottobre 2014
Sabato, 25 Ottobre 2014 00:13

Reggio, chiusa la campagna elettorale

REGGIO CALABRIA Se Gonzalo non sembra aver provocato grossi danni a Reggio e provincia, di certo ha generato il caos negli appuntamenti finali di campagna elettorale, saltati, slittati o organizzati in fretta e furia, in posti diversi da quelli in cui originariamente erano stati pensati. Ha scelto ieri la linea della prudenza il Pd, spostando tutta al cineteatro Odeon, riempito per l'occasione di palloncini che promettono una "svolta con Falcomatà sindaco".
LA COALIZIONE DI CENTROSINISTRA INVADE L'ODEON
Scenario quasi da convention democratica, pubblico delle grandi occasioni, il giovane candidato del centrosinistra strappa applausi alla sala piena a scoppiare, che scatta in piedi quando ascolta «da quanto tempo non ci trovavamo a pochi minuti dalla chiusura della campagna elettorale ad assaporare il sapore della vittoria?». Parla già da vincitore Falacomatà, reduce per sua stessa ammissione da una campagna elettorale «durata un anno» e che ha avuto una svolta decisiva nelle primarie che lo hanno ufficialmente incoronato come candidato della coalizione di centrosinistra, ma che soprattutto – dice – hanno segnato «la ricostruzione del rapporto sentimentale con i cittadini nell'anno zero della politica». Un rapporto rinato a detta di Falcomatà «a partire dagli ultimi, dai dimenticati, dalle periferie, perché una città non si governa da dietro una scrivania, ma allacciandosi le scarpe e consumando le suole». Per il giovane candidato sindaco del centrosinistra l'ipotesi di governare la città è concreta, vicina, visibile e al riguardo sembra avere le idee chiare « non vogliamo – afferma – semplicemente sostituire una classe dirigente con un'altra, ma importare la speranza in politica». Si dice pronto per farlo Giuseppe Falcomatà che a chi gli rimprovera la giovane età risponde «noi siamo orgogliosi del nostro futuro e sogniamo una città che in futuro non si vergogni dei propri rappresentanti». Ed è facendo appello alla Reggio «silenziosa, che si ribella, che ha voglia di mettersi in gioco e assumere su dii sé l'onere del cambiamento» che il candidato sindaco del centrosinistra chiede per l'ultima volta supporto «per scrivere una pagina nuova in una città che ancora sanguina per gli squarci aperti da chi ha gestito la cosa pubblica come fatto privato». Promette programmazione e rispetto delle regole, si impegna per un'educazione alla bellezza che emancipi i reggini al "brutto " cui sono stati abituati e per una Reggio che sia degna di essere «capitale del Mediterraneo». Le risorse ci sono e già si sa dove possono essere individuate dice serio Falcomatà, che ha anche intenzione di ribaltare il rapporto con le istituzioni nazionali «andremo lì non per chiedere favori, ma presentandoci con un'idea di città, la città che vogliamo. Torneremo a Palazzo San Giorgio senza mai dimenticare chi siamo e da dove veniamo. Domenica ognuno di noi avrà la possibilità di cambiare la storia di questa città, siate protagonisti di questa scelta». Una città che dice no «alle lobbies affaristiche e criminali che l'hanno sporcata, che da noi devono stare lontane, perché non abbiamo firmato cambiali in bianco con nessuno ».
PIAZZA CAMAGNA FRA VECCHI CAMERATI E SINISTRA RADICALE
Decisamente più improvvisata e molto meno affollata la chiusura del centrodestra, inizialmente programmata per la giornata di giovedì a piazza Duomo, ma sfrattata da Gonzalo, la tempesta che ha riversato sulla città la sua furia e pioggia a secchiate. Lucio Dattola, si deve dunque accontentare di un palco rimediato in tarda serata a piazza Camagna, appena lasciata libera da Stefano Morabito, il giovane candidato di Per un'altra Reggio, la lista della sinistra radicale che a sorpresa sembra stia rosicchiando parecchi consensi fra i delusi di Falcomatà. E proprio contro il centrosinistra Morabito ci va giù duro «non siamo noi a sottarci all'accordo con Falcomatà, ma Falcomatà che ha preferito imbarcare pezzi del centrodestra scopellitiano, voltando le spalle a ipotesi di reale cambiamento in città». E mentre Morabito tuona che «non ci candidiamo a rappresentare tutta la città, ma come il sindaco Musolino, noi non rappresenteremo mai quella parte di città composta dalla politica che vive di incarichi e prebende, dall'impresa rapace che ha beneficiato di un rapporto perverso con l'ex amministrazione e con la 'ndrangheta che lì ha messo radici» la piazza si riempie di quelli che – pur non rivendicandolo pubblicamente- con la vecchia amministrazione sono in linea di continuità, quanto meno politica. L'avvicendamento avviene senza screzi né problemi, ma sotto al palco di Dattola non si assiepa nessuna folla. In cento, forse centocinquanta sfidano il freddo, ma al candidato sindaco del centrodestra sembra importare poco, per lui comunque «questa piazza è bellissima, siamo tantissimi». Ai temerari che a suo dire «hanno sfidato il vento e il freddo per essere in piazza» giura che la sua candidatura non è dettata da ambizioni politiche, ma solo dalla« voglia di mettersi per cinque anni al servizio della città». Per questo chiede a chi sta in piazza non solo il sostegno nell'urna ma anche uno sforzo per convincere «i riottosi, i disfattisti, quelli che non hanno voglia» a sostenere il centrodestra in quella che definisce «la battaglia della politica contro l'antipolitica, delle persone per bene contro i mascalzoni». Più applausi strappa il senatore missino Renato Meduri, che tuona «oggi, come nel 1970, Reggio è stata aggredita, maltrattata e offesa, dobbiamo andare alle urne per difenderla». Ma il centrodestra – l'anziano politico se lo lascia sfuggire – i peggiori nemici sembra averli più in casa che all'esterno, se è vero che è costretto a sottolineare «contro il tradimento abbiamo sempre lottato, per questo vi dico: se qualcuno della coalizione viene a chiedere il voto per sé e come sindaco indica qualcuno che non sia Lucio Dattola, cacciatelo fuori di casa».
GRILLINI IN PIZZERIA, CHIZZONITI A PELLARO
Anche i pentastellati sembrano aver infine ceduto all'isteria da maltempo, o forse non solo. Ma più che i possibili rovesci meterologici, a spaventare la lista guidata da Vincenzo Giordano sembra essere stata la tempesta tutta interna ai Cinque stelle fra l'area "molinariana" e l'area "morriana". Le due correnti del Movimento si erano presentate divise all'appuntamento con l'ultimo giorno di campagna elettorale. Se l'area più vicina al senatore Francesco Molinari, che ha steso la sua ala protettrice sulla lista dei pentastellati alle comunali aveva organizzato nel tardo pomeriggio un comizio di chiusura in centro città, il gruppo che si riconosce nel senatore Nicola Morra, nelle stesse ore si era dato appuntamento a Saline Joniche per un incontro a sostegno della battaglia contro la centrale a carbone. O almeno tutto così era programmato fino alle 16, quando con un messaggio sul suo profilo facebook il candidato pentastellato Giordano ha annunciato la cancellazione dell'evento previsto in piazza a Reggio - ufficialmente per permettere a tutti di partecipare all'incontro organizzato a Saline – dirottando sostenitori e simpatizzanti su una serata in una sconosciuta pizzeria nella zona sud della città.
Era programmata ed è rimasta a Pellaro la manifestazione di chiusura della campagna elettorale della lista Reggio nel Cuore del presidente della commissione regionale di vigilanza Aurelio Chizzoniti, che dai locali dell'impresa del testimone di giustizia Caminiti, da lui scelto come capolista, ha tuonato « si governa con l'ingegno, l'esperienza, il coraggio, la determinazione, la competenza che rappresentano i requisiti essenziali che scandiscono l'idoneità attitudinale alla carica di Sindaco in una città polveriera quale è Reggio Calabria». Per il noto legale, la gravissima realtà reggina «è incompatibile con qualsivoglia imbottigliatore di nuvole che con discutibile talento narrativo si prospetta quale luce riflessa di un passato i cui effetti parentelari non bastano per affrontare adeguatamente un panorama politico alquanto peculiare diviso negli interessi e paralizzato nell'azione innovatrice da forze non sempre occulte». Un accenno per nulla velato a Falcomatà, alla cui giovane età e corta esperienza, Chizzoniti ha voluto contrapporre la sua larga esperienza e le battaglie condotte dentro e fuori dalle istituzioni.

Alessia Candito

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  • Occhiello

    Il maltempo guasta i piani alle liste in competizione che rimediano in ordine sparso. Centrodestra e sinistra radicale si dividono la piazza, Falcomatà ripara al cine- teatro Odeon, i grillini in pizzeria, mentre Chizzoniti rimane fedele al "fortino" di Pellaro

COSENZA Non si arresta la diaspora in casa Ncd-Udc. Dopo l'addio del capogruppo Ncd Giampaolo Chiappetta, anche il consigliere regionale Gianluca Gallo abbandona il polo centrista guidato da Nico D'Ascola. Ad accoglierlo sono le liste di Wanda Ferro, che nonostante abbia più volte pubblicamente tuonato contro "i traditori", non disdegna assottigliare le fila dei candidati centristi. Democristiano doc, cresciuto all'ombra di Mario Tassone, Gallo sembra aver voluto cercare una più certa collocazione nelle fila del centrodestra, spaventato probabilmente da quelle impegnative soglie di sbarramento – 8% per le coalizioni, 4% per le singole liste – che da consigliere di maggioranza aveva sostenuto e votato. Una scelta in continuità con il percorso intrapreso, dicono dall'entourage nonostante fondati rumors lo accreditassero nelle scorse ore in trattativa con il candidato alla presidenza del Pd, Mario Oliverio. Trattative naufragate – il Pd, almeno formalmente ha sbarrato le porte agli uomini della vecchia amministrazione – che sembrano aver indotto il consigliere Udc a incamminarsi sulla via di Wanda. Di certo, sembra farsi sempre più difficile il cammino del neonato polo centrista, che continua a perdere pezzi ancor prima di iniziare davvero la corsa per le regionali. «Vedrete che alla fine i fatti ci daranno ragione», pronostica il coordinatore Ncd Tonino Gentile. Ma Silvio Berlusconi in persona gufa: «Non ce la faranno».

a. c.

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  • Occhiello

    Il consigliere regionale Udc si candiderà con Wanda Ferro, naufragate le trattative con il Pd. Ncd- Udc sempre più soli

Venerdì, 24 Ottobre 2014 22:24

Reggio, fucilate contro un negozio in centro

REGGIO CALABRIA Due colpi di fucile caricato a pallini sono stati esplosi questo pomeriggio contro l'Orologeria La Camera nella centralissima Piazza Camagna a Reggio Calabria, dove nel pomeriggio si sono svolti i comizi di chiusura di diverse coalizioni in lizza per le comunali di domenica. I malviventi hanno agito intorno alle ore 15, approfittando dell'orario di chiusura. Intervenuti immediatamente su segnalazione del proprietario, gli uomini della Squadra Mobile diretta dal primo dirigente Gennaro Semeraro hanno già dato il via all'indagine, ma sugli eventuali sviluppi mantengono il più stretto riserbo. 

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  • Occhiello

    Malviventi sparano in pieno giorno contro  l'orologeria La Camera, sita nel centro storico di Reggio Calabria

Venerdì, 24 Ottobre 2014 21:17

Caos liste, slitta ancora la direzione Pd

REGGIO CALABRIA È in notturna che il Pd sarà chiamato a sciogliere i nodi delle candidature per le regionali del 23 novembre. L'appuntamento è fissato a mezzanotte a Lamezia, ma il tempo non è molto. Entro domani a mezzogiorno le liste dovranno essere presentate, ma le trattative – fra strappi, veti e diktat – sono ancora in corso. In giornata sembrava che la quadratura del cerchio fosse stata trovata, alle 16 il Pd aveva infatti convocato la sua direzione a Reggio Calabria, che - quanto meno in via ipotetica – avrebbe dovuto concludersi per le 18, 30 in modo da permettere ai big del partito, reggini e non solo, di partecipare alla manifestazione con cui il candidato sindaco del centrosinistra Giuseppe Falcomatà ha chiuso la sua campagna elettorale. Ma il banco è saltato e dopo un primo rinvio alle 19.30, la determinante riunione è stata fissata a mezzanotte a Lamezia Terme, nelle sale dell'omonimo hotel. È lì che si consumerà la battaglia finale sui candidati che troveranno posto in lista. Stando a indiscrezioni, le difficoltà starebbero tutte nella ricandidatura dei consiglieri uscenti, che un'area larga vorrebbe fuori da Palazzo Campanella, mentre lo zoccolo duro del Pd pretende in lista. Ma c'è anche chi – sussurra più di uno – «pensa ancora che il congresso non sia finito e approfitta della situazione per imporre i propri diktat».

Alessia Candito

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  • Occhiello

    L'accordo sulle candidature alle regionali non si trova e la direzione slitta di ora in ora. Ultima chiamata, a mezzanotte a Lamezia

Venerdì, 24 Ottobre 2014 19:43

Squinzi tiene a battesimo Unindustria Calabria

LAMEZIA TERME Nasce in Calabria Unindustria, la nuova aggregazione delle associazioni territoriali degli imprenditori. Alla cerimonia di presentazione hanno partecipato il presidente nazionale di Confindustria, Giorgio Squinzi, i presidenti delle associazioni delle cinque province, Daniele Rossi (Catanzaro), Natale Mazzuca (Cosenza), Michele Lucente (Crotone), Andrea Cuzzocrea (Reggio Calabria) e Antonio Gentile (Vibo Valentia), il past president regionale Giuseppe Speziali e il direttore generale di Confindustria, Marcella Panucci. «Squinzi - hanno detto i cinque presidenti - sostiene giustamente che stiamo realizzando una mirata ed efficace spending review di sistema che consentirà, grazie al processo aggregativo realizzato, di essere più presenti, autorevoli ed efficaci. Unindustria Calabria è una nuova associazione di territorio con perimetro regionale che intende comunque conservare e valorizzare i singoli presidi territoriali». Il presidente di Confindustria, nel suo intervento, ha sottolineato il valore della nuova aggregazione calabrese, destinata ad assumere un ruolo rilevante a livello nazionale. «Siete - ha detto - la sesta associazione italiana per numero di imprese e questa è la conferma di quanto la decisione assunta oggi vada nella direzione giusta».

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  • Occhiello

    «Una nuova associazione di territorio con perimetro regionale che intende comunque conservare e valorizzare i singoli presidi territoriali»

REGGIO CALABRIA «Nella vita di ciascuno di noi, e ancor di più in questa straordinaria e complessa esperienza chiamata politica, ci sono momenti in cui le scelte riguardano direttamente le proprie convinzioni, i propri riferimenti ideali, la capacità di assumersi responsabilità invece che badare alle personali convenienze». Lo afferma in una nota Gianpaolo Chiappetta, capogruppo uscente alla Regione di Ncd, che ha annunciato l'uscita dal partito di Alfano, la candidatura alla regionali nella lista "Casa della libertà'" e il sostegno a Wanda Ferro.
«Negli ultimi anni di impegno politico – prosegue – penso di aver dimostrato che la politica può anche essere un contesto nel quale c'è qualcuno capace di fare passi indietro, di ragionare in termini di prospettive e di squadra, di anteporre gli interessi dell'amministrazione alle proprie personali e legittime ambizioni, di intendere la semplice rappresentanza, priva della gestione amministrativa concreta, come qualcosa di assolutamente importante e decisivo. L'appuntamento del 23 novembre – continua Chiappetta – sarà decisivo per questa nostra regione. Sono state fatte tante cose, altre potevano essere fatte meglio e altre ancora richiederanno scelte chiare e coerenti».
«È per questa ragione – afferma Chiappetta – che ho deciso di sostenere l'impegno di Wanda Ferro, politico capace ed amministratore che ha già dimostrato le sue ottime qualità. È un sostegno motivato dalla responsabilità e dalla precisa volontà di non assecondare esperimenti politici ed elettorali che negano la storia e la dinamica del sistema politico regionale e nazionale degli ultimi 20 anni. Il mio non vuole essere solo un sostegno formale, ma concreto, diretto, chiaro e senza infingimenti. Lascio il Nuovo centro destra e mi candido nella lista della "Casa della libertà'', un nome che peraltro richiama alla memoria un centrodestra capace di essere inclusivo, di allargare i suoi confini e nettamente distinto – conclude Chiappetta – dalla sinistra». 

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  • Occhiello

    Il capogruppo uscente alla Regione di Ncd ha annunciato l'uscita da Ncd e il sostegno alla candidata forzista alle regionali Wanda Ferro

Venerdì, 24 Ottobre 2014 18:46

La ricetta tedesca

Se parla un tedesco oggi, tutti a bocca aperta ad ascoltarlo. Se poi, per ventura, si chiama Angela Merkel, tutti sugli attenti. Se parlava una volta, del tedesco non rimaneva che il suono gutturale, fino a quando non arrivò Hitler che – per lungo tempo – non ebbe bisogno di parlare. Bastava un suo gesto, un batter di ciglia, un rumore di tacchi e succedeva la… fine del mondo. Così come è, alla fine, successo. Ne sa qualcosa il mio povero padre che, come ho scritto nel volume, edito da Pellegrini, “I diari di mio padre 1938-1946” partì per fare il servizio militare e tornò a casa, per volontà di Dio, meno di quegli uomini, nove anni dopo.
Questo per dire, che quando i tedeschi – che hanno ricostruito il loro Paese, prima e meglio di noi, pur avendone responsabilità maggiori e più danni – parlano, non c’è nessuno che non obbedisca. I fatti hanno dato loro ragione.
Oggi, al di là delle diatribe europee Renzi-Hollande, Merkel-Renzi, il capo della Bundesbank, Jens Weidmann, nel corso del vertice della Banca centrale europea a Napoli, non ha avuto difficoltà alcuna a parlare – dopo aver comprato cravatte, mangiato una pizza, gustato un gelato – coi giornalisti. L’attuale presidente della Bce, Mario Draghi, quando era governatore della Banca d’Italia, venne all’Università della Calabria per una lectio magistralis, e io mi ero illuso, arrivando un’ora prima, di poter fare uno scoop, intervistando Draghi. Il primo approccio fu educato, ma non gentile. Alla fine della lezione mi riavvicinai e lui, ancora più freddo, mi rispose: «Il governatore non rilascia interviste. Avrebbe potuto seguire la mia lezione. Io, a dire il vero, avrei voluto parlare d’altro, non di cose incomprensibili e aride o solo per addetti ai lavori. Niente affatto. Senza speranza, accompagnato dalla scorta lasciò Arcavacata e andò via. A me non rimase che fare una notizia filmata, di poche righe.Diverso è stato il comportamento di Weidmann: si è detto soddisfatto del vertice della Banca centrale europea, si è pronunciato sulla necessità di fare le riforme, compresa quella sul lavoro. Insomma, ha messo a disposizione di altri europei il suo pensiero e il suo sapere. Ha parlato di Renzi, dei suoi proponimenti, della necessità di creare le condizioni per la stabilità anche per evitare le debolezze dell’Eurozona. E poi? Il presidente della Bundesbank ha affrontato il caso Mezzogiorno, dentro il quale ci sta tutta la questione meridionale e il caso Calabria.
Da noi – ha detto Weidmann a Paolo Picone del Corriere della Sera – dopo la riunificazione tra l’Est e l’Ovest, sono piovuti in massa investimenti, con l’arrivo di imprenditori da tutto l’Ovest. Avevano, evidentemente, creduto nelle politiche di Kohl e del suo governo, che pure non ha attraversato momenti felici in quei giorni. Di pari passo, però, Kohl ha fatto le indispensabili riforme perché si potesse giungere a una reale crescita, senza che avesse ostacoli tali – dall’interno o dall’esterno del suo partito – da bloccare la riunificazione così tornare alla Berlino degli splendori di un tempo.
Man mano che il muro veniva picconato – io sarei giunto a qualche mese dalla caduta, per gioire con i giovani di allora della riunificazione delle due Germanie – le luci dei palazzi del potere erano accese giorno e notte. Segno evidente che politici e tecnici, che già non erano giunti impreparati al grande giorno del crollo del muro, continuavano a lavorare per gettare le basi della grande Berlino, senza pensare a ferie, riposi, se e ma, virgole, punti e virgole, lodi, emendamenti e senza porsi il problema delle tessere o dell’uomo solo al comando. Tanto, quando deve cadere, cadrà, indipendentemente dal nome che porta. E non è finita qui. Weidmann si è detto convinto che «le difficoltà del Sud e della Calabria, in primo luogo, dipendano proprio dalla mancanza d’investimenti che, a suo parere, non sono arrivati per tutta una serie di fattori. L’uomo della “cassa tedesca”, per esigenze giornalistiche – ha individuato – tra questi fattori, la lentezza della giustizia e la criminalità. Della e sulla lentezza della giustizia si è soffermato, col presidente Napolitano, il premier Renzi che ha voluto istituire commissioni ad hoc per la riforma dei codici. Su quello penale ha preteso una relazione scritta dal leader della commissione, il procuratore aggiunto della Dda di Reggio, che l’aveva convinto, fin dal primo momento, al punto che avrebbe voluto farlo ministro della Giustizia, dirottando sull’impegnato Orlando, il compito di provvedere.
L’altro punto che ci viene suggerito da fonte (autorevole) tedesca, la questione della criminalità. Argomenti, questi, che si intrecciano tra loro e che sono ben presenti nella compagine governativa. E soprattutto nel capo del governo che spinge perché tra le riforme annunciate queste possano camminare di pari passo con quelle che, anche per motivi politici, il governo vuole portare a casa. E non lasciare quanto promesso nel vezzo dell’annunciato. Insomma perché dovrebbe venire un investitore straniero in Calabria, se ci sono ancora – a sessanta e più anni dalla fine della seconda guerra mondiale – condizioni di arretratezza e burocratiche-ostative per qualsiasi investitore? Testuali parole di Weidmann: «Non si è fatto molto per rendere il Sud appetibile agli investimenti». È vero. Come dargli torto? Ed ecco la chiosa di fonte tedesca: «Tutto cambierebbe facendo una serie di riforme essenziali per cambiare radicalmente le cose». Senza fronzoli di sorta, un’ulteriore ricetta ha fatto capolino. Basterà? Il dubbio si insinua perché c’è sempre una scusa per il mors tua, vita mea. Chi se ne frega dell’arretratezza.

 

*Giornalista

 

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  • Occhiello

    di Gregorio Corigliano*

Venerdì, 24 Ottobre 2014 18:45

Riforme e Costituzione

Chi ha avuto la costanza di seguire i miei interventi, ormai pluriennali, avrà avuto modo di rilevare la presenza di un motivo ricorrente, di un costante punto di partenza imprescindibile di qualsiasi analisi, commento, opinione, sui temi della politica, delle riforme, della giustizia. Ho sempre preso le mosse dalla Costituzione, dalla lettera e dallo spirito di questo documento fondativo della nostra Repubblica, della nostra democrazia, del nostro vivere civile.
Sino agli anni 90 un richiamo tanto insistente sarebbe apparso superfluo. Nessuno, a livello parlamentare o governativo, avrebbe mai pensato di mettere in discussione i principi della nostra carta costituzionale, nessuno avrebbe mai pensato di modificare l’assetto costituzionale dei poteri, la loro composizione, le loro prerogative. Non mancavano – all’epoca – leggi, che si ponevano in contrasto con la Costituzione, ma la Corte costituzionale – i cui componenti presentavano un elevatissimo profilo giuridico e morale – costituiva un presidio insuperabile di tutela della legalità, e nessuno osava dubitare dell’imparzialità di ciascuno dei giudici che la componevano. Furono quegli gli anni nei quali la Corte – su impulso dei giudici – provvide a liberare la legislazione vigente di tutti i residui pre-costituzionali, espressione del passato regime fascista. Operazione giuridica e politica di straordinaria importanza che contribuì – non senza resistenze – a introdurre profonde innovazioni non solo nel funzionamento delle istituzioni, nella tutela dei diritti individuali e collettivi, ma anche nel costume civile del nostro Paese (basti pensare, a questo proposito, alla dichiarazione di incostituzionalità dell’omicidio per causa d’onore o dell’adulterio).
Dal 1994 in poi, le cose cambiarono profondamente e nell’ultimo ventennio abbiamo assistito al tentativo, a volte malauguratamente riuscito, di introdurre modifiche, aggiustamenti, riforme, persino nella procedura di revisione costituzionale regolata dall’articolo 138. Al tentativo di stravolgimento delle sue norme, si accompagna – quale indispensabile corollario – la modifica, graduale, ma sempre più insistita, dei criteri di composizione dei suoi componenti.
La lunga, interessata polemica, circa il carattere politico delle decisioni della Corte – quelle relative all’annullamento delle norme ad personam degli anni 2000 – ha prodotto nel lungo periodo, che la Corte rappresenti, nell’opinione pubblica meno informata, non più il supremo organo di garanzia super partes della nostra Repubblica, di gradino persino più elevato rispetto allo stesso presidente della Repubblica, ma un organo politico. Da qui discende che la composizione debba da anni rispecchiare la maggioranza politica contingente, in modo da costituire un continuum tra governo, parlamento, corte.
Si tratta, all’evidenza, di uno stravolgimento degli equilibri fra poteri delineati nel 1948, una vera e propria modifica della forma Stato, alla quale non potrà che conseguire un diverso rapporto tra cittadini-politica-istituzioni. Di ciò è segno la riduzione degli spazi decisionali del corpo elettorale, ritenuto che alcuni enti elettivi (Province e Senato della Repubblica) sono del tutto sottratti alla procedura del suffragio universale, mentre la Camera dei deputati appare formata secondo una legge elettorale, dichiarata incostituzionale, non affidando al cittadino il voto di preferenza tra i candidati, che verrà sostituita, secondo le indicazioni governative, da nuova legge che conterrà la medesima privazione, in totale disprezzo della pronuncia della Corte costituzionale.
Le considerazioni sinora espresse trovano amara conferma nell’attuale, irrisolta, selezione di due giudici costituzionali di nomina parlamentare, essendosi raggiunto il triste record di ben 17 votazioni andate a vuoto. Il problema che impegna il Parlamento in seduta comune in un estenuante braccio di ferro, si gioca tutto sulla necessità che i nuovi giudici siano quanto più possibile “vicini” a due dei partiti di maggioranza e di opposizione, quasi che dovessero stabilire dentro la Corte una rappresentanza fiduciaria, regolata da vincolo di mandato. Un obbrobrio costituzionale, occorre dirlo con vigore, senza tentennamenti, se crediamo ancora nella nostra democrazia.
Ulteriore corollario è rappresentato dal ridimensionamento delle garanzie di autonomia e indipendenza della magistratura, nelle sue varie declinazioni civile, penale, amministrativa, contabile, in nome del “primato della politica”. Un ridimensionamento tentato dal 1994 in poi dai governi di centro-destra, oggi proseguito, con maggiore successo, per l’adesione convinta di circa tre quarti del Parlamento e per la debolissima opposizione che trova nei Palazzi romani e nel Paese. Le misure adottate circa il prepensionamento dei magistrati e la riduzione delle ferie (che di per sé sole potrebbero avere un carattere tecnico “neutro”) assumono invece un netto significato politico sia per lo strumento adottato, due decreti legge nel giro di
[24/10/14 18:42:56] Maurizio D'Agostino: pochi mesi al di fuori delle ipotesi richieste dall’articolo 77 della Costituzione, sia per la polemica sottostante nei confronti della neghittosità dei magistrati italiani, smentita dalle statistiche ufficiali comparate di organi internazionali (disinvoltamente ignorate), alla quale si aggiunge la polemica, anch’essa fondata su falsità conclamate, circa l’entità degli stipendi, la cui media è di circa un quarto rispetto a quella enunciata più volte dal presidente del consiglio nel corso delle sue esternazioni.
Ma queste, di cui abbiamo parlato, sono piccole anticipazioni circa le riforme che condanneranno per sempre la magistratura ordinaria ad un ruolo subordinato, dipendente e insignificante nel panorama istituzionale italiano, riducendola davvero a strumento della politica di governo. Parlo della separazione dei poteri e della responsabilità civile dei magistrati. Chi scrive è prossimo alla conclusione della sua attività di magistrato e non sarebbe in nessun caso coinvolto dagli effetti delle due riforme, così come, per mentalità e comportamenti, è estraneo a logiche corporative e associative, delle quali è stato solo vittima, e proprio per questo si sente legittimato a sostenere che, se anche solo una delle due riforme annunciate dovesse essere tradotta in legge dello Stato, le conseguenze sarebbero gravissime, di incalcolabile portata, ma non per i singoli magistrati, che, volenti o nolenti, finirebbero con l’adeguarsi al nuovo sistema, ma alla giustizia, alla sua funzione, al suo funzionamento in concreto, alla possibilità che essa rappresenti ancora la possibilità di assicurare la tutela dei diritti di ogni cittadino delle parti deboli della società, dei lavoratori, delle vittime della criminalità organizzata ed economica, di tutti gli utenti della giustizia insomma, nessuno escluso.
Nel settore civile, in presenza di contrapposizione tra attore e convenuto, la parte perdente non esiterebbe a denunciare per violazione di legge, imparzialità e altro, il giudice, o il collegio di giudici, che le ha dato torto.
Nel settore penale, ogni imputato procederebbe alla denuncia in relazione ad ogni singola pronuncia (la misura cautelare personale o patrimoniale, la perquisizione e sequestro, il rinvio a giudizio, la condanna, il rigetto dell’appello o delle richieste incidentali, ecc), per analoghe ragioni. In mancanza di filtri di ammissibilità, il magistrato (non uso il termine giudice perché il problema riguarderebbe anche i magistrati delle procure), si troverebbe ad essere chiamato in giudizio in decine e decine di cause contemporaneamente, così rendendo impossibile la serena prosecuzione del suo lavoro, e nel contempo consentendo la propria ricusazione per incompatibilità sopravvenuta essendo parte contrapposta a quella del denunciante.
I problemi che ne deriverebbero in ordine all’aggravamento delle pendenze giudiziarie, al trasferimento di processi da un giudice all’altro in cerca di quello di gradimento, alla necessità di mutamento continuo dei collegi, alla sottrazione di tempi di lavoro per la giustizia nel suo complesso e per ciascuno dei giudici interessati come parti o come decidenti sulle migliaia di procedimenti, renderebbero l’amministrazione della giustizia una giungla inestricabile, un paradiso per ricattatori, una continua esercitazione di violenza diretta e indiretta contro i giudici, la cui attività presuppone, al contrario, il massimo della serenità, dell’equilibrio, dell’approfondimento scientifico dei problemi di fatto e di diritto che si trova continuamente ad affrontare e risolvere. Nessuno pensi che si tratti di previsioni apocalittiche, questa, è bene saperlo, sarà la realtà se tale misura dovesse essere approvata, a voto segreto, dal parlamento.
Sulla separazione dei poteri si è già avuto modo di parlare: essa sancirebbe, formalmente, e non solo di fatto, il tramonto dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, dell’obbligatorietà dell’azione penale, dell’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge.
Sulla riforma del processo civile, sia il Csm, a larga maggioranza, sia l’Anm, hanno espresso pareri fortemente critici sulle modifiche proposte dal governo. Osservo che nell’arco degli ultimi cinque anni si è assistito ad una lunga serie di modifiche al codice di procedura civile, che avrebbero dovuto essere risolutive. Il fatto stesso che se ne propongano di nuove, anch’esse risolutive, è il segno più evidente che le prime non hanno funzionato del tutto, mentre le ultime rischiano di introdurre ulteriori complicazioni, ulteriori organismi, che avranno necessità di anni prima che entrino a regime, anche perché richiedono investimenti per nuove risorse umane e strutturali. Interverranno invece nuovi tagli, più o meno lineari, e così tra qualche anno saranno annunciate nuove risolutive riforme.
C’è un ultimo punto da affrontare. Non è chiaro chi, al momento, siede nella cabina di regia delle riforme in materia di giustizia. Il ministro della Giustizia si adopera per fare da collegamento tra avvocatura, magistratura e forze di governo, ma i suoi propositi si scontrano con altri centri decisionali non tutti identificati o identificabili con chiarezza, dei quali si ignora la collocazione e la legittimazione politica. A breve, il ministro Orlando potrebbe lasciare il dicastero di via Arenula. Le possibili alternative non sono rassicuranti né per le sorti della giustizia, né per quella della democrazia di questo Paese.

*Magistrato

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  • Occhiello

    di Vincenzo Macrì*

Venerdì, 24 Ottobre 2014 18:43

C'è bisogno di regole

I ricordi sono ormai lontani, riguardano la fanciullezza trascorsa in Sicilia nel paese che mi ha dato i natali. Si era in pieno Dopoguerra, ma ancora era possibile vedere le piaghe che il conflitto aveva lasciato. C’era miseria ovunque; nulle le occasioni di lavoro. Non si parlava ancora di ricostruzione e la fame era tanta. Il pane era razionato, si comprava con la tessera: un tanto al giorno.

Con una tale situazione era normale che il mercato clandestino – la cosiddetta “borsa nera” – prendesse piede e si divulgasse; il contrabbando fioriva ovunque e, in mancanza di liquidità, lo scambio avveniva con i beni di famiglia. Le disperate condizioni economiche indussero molti cittadini a cercare altrove fortuna e parecchi espatriarono in continenti lontani in cerca di lavoro. C’erano tutte le condizioni perché le varie consorterie mafiose, già presenti nelle regioni del Sud, trovassero nuova linfa con il contrabbando, fonte di facili guadagni fatti di soprusi e di violazione delle norme.
Allora come oggi la mafia era il vero cancro per lo sviluppo del Meridione. È il segno che oggi, come allora, i governi che si sono succeduti non hanno fatto a sufficienza per estirpare questa pianta infestante. E ancora sembra che non si voglia affrontare adeguatamente e con serietà il tema, nonostante le parole che continuano a essere sprecate in tutte le occasioni. Il presidente del Consiglio nei giorni scorsi, ad Assisi, nella ricorrenza di San Francesco ha detto che «in Italia ci sono molte cose da riparare». Chissà se si riferiva anche alla lotta alla ’ndrangheta, alla camorra, alla mafia e alla Sacra corona che avrebbe effettivamente bisogno di un serio intervento governativo visto che sono proprio i nostri governanti a sostenere che il Sud non decolla per l’azione della criminalità organizzata. Ma allora perché non la si combatte a dovere?
Perché non si assumono iniziative drastiche che possano instaurare la legalità in quei territori? E, invece, l’impressione che si ha è che si dicano belle parole, che si enuncino buoni propositi, ma che non seguano i fatti, che diventano annacquati dal tempo che inesorabilmente trascorre finché non sopraggiunge un nuovo problema a catalizzare l’attenzione. Eppure, quello dell’influenza dei poteri mafiosi sui territori è un problema importante e molto sentito dalle popolazioni che lo ritengono la più importante concausa del venir meno della fiducia nelle istituzioni che non hanno mai dimostrato risolutezza ad intervenire in modo da combattere e vincere quelle cause. Sbaglia chi pensa che il Paese non abbia alzato lo sguardo per capire che tra le politiche finalizzate a favorire la crescita è indispensabile che vi sia anche una seria lotta alla delinquenza organizzata e al malaffare in qualsiasi parte esso si annidi; sbaglia chi non lo considera un impegno tra le tante priorità; sbaglia chi pensa che non bisogna ricorrere a iniziative eccezionali come straordinari furono i poteri che il governo conferì al prefetto Cesare Mori per condurre la lotta al banditismo in Sicilia.
Il Sud si aspetta come obiettivo una politica di interventi a 360 gradi, ma il primo deve essere il contrasto al malaffare. Diversamente il pericolo dell’aggravarsi del processo di balcanizzazione rischia non solo di accentuarsi quanto potrebbe diventare endemico. Il pericolo c’è ed è reale: gli interessi sono mossi dal denaro e, probabilmente, nemmeno i nostri avi avevano immaginato che quella organizzazione romanticista cui hanno dato vita per sovrintendere sulla comunità e intervenire sui soprusi, potesse poi trasformarsi in uno strumento di oppressione e di prepotenza.
Il percorso di riscatto di questa parte estrema della Penisola deve iniziare proprio dalle critiche al sistema che appare disattento ai bisogni delle popolazioni le quali dovrebbero uscire dall’atavica “bonomia” per pretendere controlli e lotte serie al fenomeno mafioso senza sconti per nessuno, soprattutto per coloro che dicono di rappresentare i cittadini nelle istituzioni. A loro, tra l’altro, compete il dovere di creare le condizioni per migliorare anche le strutture amministrate; lavoro – questo – essenziale per la costruzione di un nuovo rapporto con la società, a sua volta chiamata in causa per promuovere una diversa realtà alla quale richiedere l’onere di mettere all’indice la sofisticata e agguerrita consorteria mafiosa. È un risanamento che richiede tempi lunghi, ma se non si comincia non si arriva mai. Crescita e lavoro nascono dalle imprese private che fanno sapere di non voler investire al Sud proprio a causa della minaccia che rappresenta la delinquenza. La funzione pubblica deve creare i presupposti per rendere sicuro (da quel punto di vista) il territorio perché, senza le condizioni per la crescita, tutti i discorsi sono destinati a rimanere parole vuote, affidate al vento.
Senza una severa lotta alla criminalità qualsiasi investimento sarà destinato a non produrre effetti, e la debolezza del Sud continuerà solo a foraggiare i soliti noti e la demagogia. E, invece, bisogna lavorare per fare arrivare anche in questa parte del Paese gli imprenditori, però quelli veri, non quelli che, esauriti i filoni degli interventi pubblici e prosciugata quel poco di ricchezza disponibile, vanno via lasciando più povertà e desolazione.
Ecco le condizioni affinché i margini per una ripresa di questa parte del Paese – senza più essere piagnucolona ed elemosinante – possano essere reali e determinare risultati importanti anche per il resto dell’Italia. C’è bisogno di regole. Ne tenga conto il governo che deve garantirle. Solo così sarà possibile attrarre lavoro e benessere al Sud.

*Giornalista

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  • Occhiello

    di Franco Scrima*

CATANZARO La presidente facente funzione della Regione Antonella Stasi - si legge in una nota dell'ufficio stampa - ha inviato una lettera, sottoscritta dai componenti la giunta regionale, al direttore generale della fondazione Campanella Mario Martina, a rassegnare le dimissioni per aver disatteso quanto deciso dalla giunta. La presidente Stasi e l'esecutivo hanno inoltre invitato il presidente della Fondazione Falzea a revocare con effetto immediato le lettere di licenziamento e a predisporre al più presto un Piano di sviluppo aziendale che tenga conto della possibilità di ampliare l'attività della Fondazione verso altri settori sanitari, anche oltre quelli di pertinenza oncologica. «Ho incontrato una rappresentanza dei dipendenti i quali si sono scusati per i toni e i contenuti della recente lettera pubblicata dalle testate giornalistiche, lettera che non riconoscono e che gli stessi dipendenti, hanno tenuto a ribadire i lavoratori che ho incontrato, non hanno sottoscritto. Chiederò alle autorità competenti, nei prossimi giorni, di indagare sull'incresciosa questione. La buona notizia é di qualche ora fa: dopo diverse sollecitazioni, abbiamo infatti avuto riscontro che martedì prossimo il ministero della Coesione confermerà al Mef la copertura del debito sanitario attraverso i Fas, pertanto le risorse della fiscalità regionale possono essere svincolate e restituite alla Regione Calabria. Questo passaggio fondamentale, se certificato dal Tavolo di verifica ministeriale, consentirà di recuperare risorse per firmare la transazione con la fondazione Campanella. Comprendo bene le difficoltà manifestate nell'incontro avuto con una rappresentanza delle maestranze. Proprio per questo faremo di tutto per scongiurare i licenziamenti nonostante la competenza della giunta regionale in questo momento particolare, é purtroppo, limitata».

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