Corriere della Calabria - Articoli filtrati per data: Giovedì, 09 Ottobre 2014
Venerdì, 10 Ottobre 2014 00:00

Cosenza, al via "Le strade del paesaggio"

COSENZA Parte oggi il festival “Le Strade del Paesaggio”, l’evento dedicato al fumetto d’autore promosso dalla Provincia di Cosenza e realizzato in collaborazione con“Cluster Società Cooperativa”. Calendario serrato per e più di quindici giorni di appuntamenti che si concluderanno il 29 di questo mese. Per i patiti di manga e universo nipponico, il giorno “cult” sarà comunque dopodomani: domenica 12 alle 17.00, presso l’auditorium “A. Guarasci”, nel centro storico di Cosenza, sarà infatti presentato “Oto” di Yusako Fusaki, autrice giapponese che sarà presente per l’evento insieme a Cristian Jedzic.
A seguire, alle 18.00, sempre presso l’auditorium della Provincia di Cosenza, sarà presentato l’atteso albo speciale di Dylan Dog di De Nardo-Bigliardo “Un amore mostruoso a Cosenza”, dove l'old boy si trova alle prese con amori, malefici e colpi di scena che si intrecciano con le strade di una Cosenza piena di scorci suggestivi e colorati. Appendice d'eccezione, tra l'altro, per l'albo speciale dell'indagatore dell'incubo, con accompagnatori d'eccezione (Groucho, Cagliostro) che giuderanno il lettore in un tour per i luoghi storici della città. A partire dalle 19, inoltre, sarà possibile ammirare le tavole originali preparate per l'albo.

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    Si parte oggi e si prosegue con un calendario serrato con più di quindici giorni di appuntamenti. Atteso dagli amanti dell'universo manga "Oto" di Yusako Fusaki

REGGIO CALABRIA Dovranno presentarsi tutti di fronte ai giudici del tribunale di Locri Carmelo Borello, Antonio Cuppari, Francesco Iorfrida, Antonino Iriti, Antonino Sebastiano Toscano e Domenico Vitale, perché a vario titolo ritenuti responsabili della costruzione dell'eco-mostro "Gioiello del mare". Una struttura che sulla carta sarebbe dovuta essere un complesso edilizio destinato al turismo, in realtà, secondo l'accusa, una colata di cemento e mattoni costruita direttamente sulla spiaggia di Brancaleone. L'ecomostro, secondo la Procura, sarebbe stato totalmente abusivo e sarebbe stato realizzato da uomini legati ai clan Aquino e Morabito per riciclare l'enorme mole di liquidità frutto dei traffici illeciti. Il gup Antonio Laganà ha ritenuto valido l'impianto accusatorio costruito dal procuratore aggiunto Nicola Gratteri e il pm Paolo Sirleo e per questo ha rinviato a giudizio sei soggetti accusati non solo abuso d'ufficio e falsità ideologia commessa, aggravati dalle modalità mafiose ma anche reati paesaggistici e urbanistici. Per gli inquirenti infatti, la struttura sarebbe stata realizzata grazie all'improprio rilascio di alcuni permessi, che non avrebbero tenuto conto di alcun vincolo paesaggistico col preciso intento di agevolare i clan Aquino e Morabito che – come svelato dall'inchiesta "Metropolis", di cui tale procedimento rappresenta uno stralcio – nel progetto di convertire l'enorme liquidità proveniente da traffici di più varia natura per cementificare la costa jonica reggina.
Stando a quanto emerso dalle indagini, a permettere la costruzione dell'ecomostro sarebbe stata la variante urbanistica attraverso cui un terreno originariamente destinato a fini agricoli, si sarebbe convertito, su una presunta richiesta dei clan ad area con finalità turistiche-residenziali. Una pratica illegittima che per la Procura avrebbe permesso «la realizzazione di opere abusive di imponente portata dimensionale, parte delle quali anche in zona sottoposta a vincolo paesaggistico» e di cui tutti i sei indagati sarebbero responsabili. Il responsabile dell'ufficio tecnico del Comune di Brancaleone Domenico Vitale avrebbe infatti rilasciato il permesso di costruire richiesto da Cuppari – formale committente dell'opera ma per gli inquirenti soprattutto un soggetto che sarebbe stato affiliato ai clan – sulla base del progetto Iriti e Toscano. Solo qualche mese più tardi, con parere favorevole dello stesso Vitale, sarebbe arrivata però la delibera con cui il consiglio comunale di Brancaleone convertiva attraverso una variante urbanistica la destinazione d'uso del terreno, trasformando un'area agricola in una zona turistico-ricettiva, in barba – stando alla tesi dell'acccusa – a qualsiasi vincolo paesaggistico e ambientale.
Ma il "Gioiello del mare" sarebbe solo uno degli immobili al centro del business messo in piedi dai due clan – che con la connivenza di facoltosi imprenditori anche stranieri avrebbero controllato direttamente 17 villaggi turistici, 1.343 unità immobiliari, 12 società – ma probabilmente quello che è costato loro di più. E non solo in termini di capitale investito.
A mettere gli inquirenti sulle tracce del business milionario – che le famiglie Aquino e Morabito avrebbero messo in piedi per ripulire gli enormi flussi di denaro proveniente dal traffico di "bianca" – è stato un controllo occasionale su un'auto proveniente dall'Albania effettuato da due finanzieri di Bari. A bordo non solo c'erano quattro soggetti di San Luca, già noti alle forze dell'ordine, ma soprattutto le planimetrie del complesso turistico-alberghiero "Gioiello del mare", riconducibile alla Metropolis 2007 srl. Un particolare che avrebbe acceso l'interesse investigativo degli inquirenti che per anni hanno battuto la pista dell'edilizia turistica e residenziale fino a scoprire la presunta rete tessuta attorno a sé da Rocco Morabito, figlio del boss Peppe "Tiradritto". Un tycoon criminale per gli inquirenti, che sarebbe stata capace di tessere attorno a una fitta rete di interessi, operazioni e affari che avrebbero garantito ai clan il mantenimento del consenso, grazie all'utilizzo di manodopera locale per le costruzioni, ma soprattutto lauti guadagni grazie ai compratori stranieri di ville e appartamenti.
Una figura che probabilmente sintetizza al meglio il significato di questa indagine, prova di una 'ndrangheta non solo capace di proiettarsi sul piano internazionale, ma in grado di evolvere e giocare un ruolo sempre diverso e al passo con i tempi e con i mercati. E per questo sempre più pericolosa.

 

Alessia Candito
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    Il gup di Reggio Antonio Laganà ha ritenuto valido l'impianto accusatorio costruito dal procuratore aggiunto Nicola Gratteri e il pm Paolo Sirleo. Sei persone dovranno rispondere di abuso d'ufficio e falsità ideologia commessa, aggravati dalle modalità mafiose, ma anche reati paesaggistici e urbanistici

Giovedì, 09 Ottobre 2014 20:01

Rissa per un "posto al sole"

CORIGLIANO CALABRO Si contendono il "posto di lavoro" lungo la statale 106 nel corso di una vivace discussione degenerata in una rissa per la quale vengono arrestate dai carabinieri. Protagoniste dell'episodio, a Cassano allo Jonio, cinque prostitute originarie dell'Est Europa. Le cinque donne hanno riportato nella rissa lesioni giudicate guaribili tra i cinque e i dieci giorni. Le prostitute sono state successivamente rimesse in libertà per mancanza di esigenze cautelari.

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    Cinque prostitute originarie dell'Est Europa si contendevano la zona sulla statale 106. Sono state arrestate dai carabinieri a Cassano allo Jonio

Giovedì, 09 Ottobre 2014 19:17

Asse Pd-Udc, Maiolo: no all'inciucio

CATANZARO Un no deciso all'inciucio. Senza se e senza ma. La posizione espressa dal consigliere regionale del Pd Mario Maiolo rispetto all'ipotesi di accordo con l'Udc è netta e decisa: nessuna apertura «con chi ha sostenuto il centrodestra di Scopelliti negli ultimi quattro anni di legislatura di legislatura». E su questo terreno l'esponente democrat esprime il proprio totale accordo «alla posizione espressa nelle scorse ore dal portavoce e vicesegretario del Partito democratico Lorenzo Guerini». Per Maiolo, «il Pd calabrese deve perseverare con forza nell'ambizione di sostituirsi a una classe politica fallimentare che ha riportato la Calabria indietro in tutti i settori della vita sociale ed economica della Regione, attraverso una gestione miope e strumentale delle istituzioni e l'assoluta mancanza di programmazione e di una visione lungimirante di ciò che questa Regione, e i suoi cittadini, aspira legittimamente a diventare: una Regione europea, più snella ed efficiente, trasparente e centrale nelle politiche euro-mediterranee». Proprio per queste ragioni il consigliere regionale democrat è contrario a quelle che definisce «mediazioni al ribasso» e chiede al partito «un'azione politica netta che disponga in rete le migliori energie positive per la costruzione di programmi coerenti, fruttando la vocazione chiaramente riformista e inglobando, nell'area del Centrosinistra, tutte le forze politiche e d'impegno civico necessarie affinché si costruisca una compagine, non solo vincente nella prossima competizione elettorale ma, soprattutto, in grado di garantire una reale svolta nel governo della Calabria».

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    Il consigliere regionale democrat esprime la sua netta contrarietà alla possibilità di un'alleanza con gli scudocrociati

COSENZA La giunta comunale di Cosenza, presieduta dal sindaco Mario Occhiuto, ha deliberato questa mattina il recupero e l'adeguamento funzionale di Palazzo Gervasi per la realizzazione di un centro polifunzionale per l'integrazione e l'inclusione sociale degli immigrati extracomunitari regolari. Il progetto rientra nei Pon Sicurezza per lo sviluppo obiettivo "Convergenza 2007-2013", asse II obiettivo operativo 2.1, per un importo complessivo pari a euro 1 milione e 185 mila euro. Palazzo Gervasi, ubicato nel centro storico di Cosenza, in via Cafarone, diventerà così sede di iniziative di accoglienza nell'ambito quell'impatto migratorio che in maniera sempre più notevole si registra all'interno del capoluogo bruzio, tradizionalmente aperto a residenza multietnica e a luogo di riferimento transitorio per i migranti dell'intera provincia. «Occorre essere al passo dei tempi che viviamo - afferma soddisfatto il sindaco Mario Occhiuto - e attuare politiche di integrazione che favoriscano la convivenza tra cittadini autoctoni e cittadini stranieri. L'utilizzo di finanziamenti intercettati attraverso progetti mirati ci consente di mettere in pratica azioni concrete che siano finalizzate alla tutela della dignità delle persone e, nella fattispecie, alla possibilità di attività di formazione e di intrattenimento per gli extracomunitari che vivono nella nostra città».

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    L'annuncio è del sindaco di Cosenza Occhiuto. La giunta comunale ha varato il provvedimento per il recupero e la trasformazione di Palazzo Gervasi

REGGIO CALABRIA Sceglie la strada del rito abbreviato Martino Fotia, il 43enne di Cardeto accusato di aver sparato al termine di una lite contro il compaesano Paolo Vadalà, miracolosamente sfuggito ai proiettili, lanciandosi in una folle corsa tra le vie del paese. L'istanza è stata presentata dal legale di Fotia, l'avvocato Giuseppe Nardo, in sede di udienza preliminare al termine dell'interrogatorio del vigile urbano Charles Manti, indagato per favoreggiamento insieme ad altri due soggetti – Francesco Doldo e Giovanni Fotia – che, secondo la Procura, nella prima fase di indagine avrebbero omesso informazioni preziose per ricostruire quanto accaduto la sera del 28 marzo dell'anno scorso. Tutti loro avranno tempo fino al prossimo 27 novembre per decidere se procedere con l'abbreviato o sottomettersi al giudizio del gup, mentre a Fotia e al suo legale – che oggi ha chiesto e ottenuto di mettere agli atti una perizia fonica e una balistica che contestano quanto emerso dalle indagini dei Ris – non resta che preparare la difesa. Per il pm Rosario Ferracane che ha coordinato l'inchiesta, il quadro – ricostruito anche grazie alle rivelazioni della vittima, confermate dalle indagini del Ris – è più che chiaro.

 

UNA LITE DEGENERATA
Tutto sarebbe iniziato dall'ennesima lite fra Vadalà e Fotia, trasformatasi in breve in un vero e proprio scontro. I toni sono alti, volano parole grosse, che si trasformano in spintoni, schiaffi, pugni. Poi spunta una pistola e la situazione degenera. Il 43enne Martino Fotia spara cinque colpi contro Vadalà, che miracolosamente riesce a sfuggire ai proiettili, lanciandosi in una folle corsa tra le vie del paese, fino ad arrivare al bosco. Ma questo i carabinieri lo scopriranno solo 48 ore dopo, quando si presenterà in piena notte alla stazione di Cardeto per raccontare ai militari quello che da due giorni tentano di scoprire. Invano. Perché quando a lite da poco conclusa si presentano in piazza a Cardeto, nessuno sa niente, nessuno ha visto niente e qualche provvidenziale manina ha provveduto anche a far sparire i bossoli.
I carabinieri provano a ricostruire l'accaduto. Ascoltano prima una fonte confidenziale, quindi contattano informalmente Charles Manti, agente della polizia municipale di Cardeto, ma nell'immediatezza quelle che ottengono sono solo parziali ammissioni. Sì, c'è stata una lite. Sì, si sono sentiti dei colpi, ma forse potevano essere dei petardi. Più in là non si va. Solo il giorno dopo, formalmente sentito a sommarie informazioni, l'agente inizierà a confermare le prime ricostruzioni, seppur edulcorandole – si sottolinea nel fermo – con «imbarazzanti reticenze». Di fronte ai militari, Manti ammette che quella sera si trovava all'interno di un bar vicino alla piazza, quando ha sentito 4-5 colpi presumibilmente di arma da fuco, ma – sottolinea – avvicinatosi al punto da cui presumeva arrivassero non avrebbe notato bossoli o cartucce, o altre tracce da «ricondurre ai presunti colpi di arma da fuoco». C'era – dice ai militari – solo un gruppo di persone che parlavano. Dichiarazioni «palesemente reticenti sotto molteplici profili» si legge nel fermo, che Manti procederà integrare solo a distanza di oltre dodici ore, quando improvvisamente ricorderà di non conoscere i rapporti tra Fotia e Vadalà, ma di sapere che Vadalà era poco benvoluto al contrario di Fotia.

 

LE PRIME INFORMAZIONI
Più utile agli investigatori sarà Martino Megale, che ai militari confermerà di aver ascoltato dall'interno del bar le voci di Martino Fotia e Vadalà, chiaramente impegnati in un'accesa lite, quindi di aver udito, dopo alcuni minuti, «5 botti che sembrava fossero dei petardi», ma di aver avuto «la netta sensazione che si trattasse di colpi di arma da fuoco», presumibilmente una pistola. Uscito immediatamente dal bar avrebbe visto un gruppo di persone allontanarsi rapidamente, ma – mette a verbale – non avrebbe distinto i due uomini che in precedenza aveva sentito litigare, mentre nei pressi della chiesa «una voce allarmata diceva che Martino aveva sparato a Paolo». Ma è soprattutto una l'informazione che preoccupa gli investigatori: da quella sera Megale afferma infatti di non aver più visto né Fotia né Vadalà. Il timore che si diffonde fra i militari è che la lite si sia conclusa tragicamente e che Fotia si sia dato alla macchia. Ma terrorizzato, 48 ore dopo quell'alterco, è lo stesso Vadalà a presentarsi dai carabinieri in piena notte per sporgere denuncia.

 

IL RACCONTO DELLA VITTIMA
Racconta che quella sera c'era stato uno scontro con Fotia, una brutta lite degenerata anche in rissa, ma che dopo l'intervento di alcune persone – Giovanni Fotia, Pietro Casile, Sebastiano Fotia e Domenico Fotia – la situazione sembrava essere tornata alla calma. «Tra me e Fotia Martino – racconta ai militari - vi è una "vecchia antipatia"; pur non essendosi verificati, anche in passato, episodi particolarmente rilevanti (che io ricordi, prima del 18 marzo 2014, non sono mai venuto alle mani con il Fotia ed è invece successo che ci siamo scambiati qualche parolaccia e abbiamo avuto per futili motivi qualche lite verbale), l'antipatia nasce, a mio avviso, dal fatto che lui – essendo un po' più grande di età di me – ha sempre avuto nei miei confronti un atteggiamento da arrogante e quasi di superiorità, come se sapesse tutto lui; questo atteggiamento mi ha sempre dato molto fastidio».
Nulla dunque a suo dire lasciava presagire tale degenerazione. Eppure, racconta ai militari, nonostante la lite fosse stata sedata dai suoi parenti, «improvvisamente il Fotia Martino ha messo la mano sulla cintola, ha tirato fuori una pistola (di un colore più chiaro rispetto al nero, con un manico marrone credo in legno e con la punta della canna rotonda e non squadrata), ha "scarrellato" (avendo fatto il militare mi sento di dire che si tratta di una pistola semi-automatica) e, tenendola ferma con due mani all'altezza dello stomaco, ha sparato – da una distanza di non più di 4-5 metri – un primo colpo contro di me ad altezza d'uomo; io, prima che sparasse, ho avuto la prontezza di riflessi di allontanare da me prima Domenico e poi Sebastiano Fotia; il colpo non mi ha preso ed è passato vicinissimo a me e in particolare alla mia sinistra (io stavo proprio di fronte al Fotia Martino), rischiando di colpire anche uno dei suoi zii. Dopo il primo colpo ho capito che mi voleva realmente ammazzare e allora per salvarmi la vita ho incominciato a correre (anche a zig zag) in direzione di piazza Felice Romeo».

 

LA FUGA
Impossibile non vederlo, racconta Vadalà, «sono pure passato di corsa davanti a due bar del paese che erano aperti e pieni di gente». Ma anche la fuga – stando al racconto del 38enne – non avrebbe fatto recedere l'aggressore dal progetto di ucciderlo: «Sentivo – racconta – i passi del Fotia Martino che aveva iniziato ad inseguirmi e continuava a spararmi contro altri colpi di pistola (in totale, oltre al primo colpo che ho appena descritto, me ne ha sparati contro almeno altri 5-6); io correvo come un pazzo e appena sono arrivato in piazza Felice Romeo poco prima di prendere la discesa di via Fontana Vecchia ho visto con la coda dell'occhio un'ogiva (che non so se fosse direzionale o di rimbalzo) passava alla mia sinistra all'altezza del polpaccio». Dopo essere sfuggito al suo aggressore, per due giorni – riferisce Vadalà – si sarebbe nascosto nel bosco per paura di ritorsioni: «Ho camminato per ore verso le campagne della parte alta del paese di Cardeto, cercando di nascondermi in quanto avevo paura che se fossi tornato in paese Fotia Martino avrebbe potuto tentare di ammazzarmi nuovamente. Inizialmente avevo pensato di nascondermi per 48 ore e poi di tornare in paese».

 

LE PROVE PARLANO, I TESTIMONI NO
Un racconto confermato dal rinvenimento di alcuni frammenti di ogiva nel punto indicato da Vadalà come luogo dell'aggressione. Per il pm Rosario Ferracane si tratta di «un formidabile riscontro oggettivo al narrato della persona offesa e delle altre persone sentite a sommarie informazioni», ma anche la conferma che «il mancato rinvenimento di altri frammenti, e soprattutto dei bossoli, sia da attribuire in via esclusiva ad un'attività di "bonifica" effettuata nell'imminenza del fatto delittuoso da soggetti che hanno favorito l'odierno indagato». Nessuna conferma arriverà invece dai testimoni oculari di quella sera, che o si avvarranno della facoltà di non rispondere o – annota il pm – rilasceranno «dichiarazioni palesemente false e reticenti, cadendo peraltro spesso in contraddizione, oltre a riferire circostanza inverosimili e che si pongono in stridente contraddizione con quanto indicato» dalla vittima. Una reticenza che almeno a Manti, Doldo e Fotia, è costata una richiesta di rinvio a giudizio che adesso toccherà al gup sciogliere.

 

Alessia Candito

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    L'uomo è accusato di aver tentato di uccidere Paolo Vadalà. Indagato per favoreggiamento un vigile urbano

Giovedì, 09 Ottobre 2014 18:26

«Il governo manca di rispetto alla Calabria»

CATANZARO La presidente facente funzioni della Regione, Antonella Stasi - informa una nota dell'Ufficio stampa della giunta - ha stigmatizzato la mancata riunione del governo con i precari calabresi. «Ancora una volta - afferma - il governo Renzi manca di rispetto alla Calabria, in questo caso specifico ai precari calabresi che confidavano nell'incontro già programmato. Continuiamo a essere profondamente delusi da questo atteggiamento. La "cabina di regia", promessa a più non posso, l'attenzione che il governo aveva sbandierato per la Calabria, non trovano corrispondenza nella realtà. E il rinvio della riunione non è altro che una ulteriore penalizzazione verso il nostro territorio e verso quei calabresi che, con grande difficoltà ma con estrema dignità, arrivano a stento alla fine del mese». «Confidavamo molto - conclude Stasi - in questo incontro, pur non essendo stati coinvolti direttamente, ma, è evidente, a questo punto, che i problemi della nostra regione non interessano più di tanto Roma».

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Giovedì, 09 Ottobre 2014 17:58

E Abramo invoca una nuova seduta del Consiglio

CATANZARO «La politica regionale, da destra a sinistra senza distinzioni, sta dimostrando una innaturale, controproducente e distruttiva impasse sul fronte dei rifiuti. Palazzo Campanella è riuscito, ancora una volta, a centrare un sonoro fallimento nell'ambito della gestione e raccolta della spazzatura». Lo sostiene, in una nota, il presidente del Consiglio per le autonomie locali della Calabria, Sergio Abramo, sindaco di Catanzaro. «Se il direttore generale del dipartimento regionale all'Ambiente, Bruno Gualtieri - aggiunge - non continuasse ad agire, ed è l'unico, con grande senso di responsabilità, il settore rifiuti della Calabria scoppierebbe definitivamente, lasciando nel caos, ambientale ma non solo, l'intero territorio e gli oltre 400 Comuni della Calabria, che stanno facendo sforzi immani per evitare il ripiombare dell'emergenza». «Saltata una prima soluzione, l'utilizzo della contabilità speciale per reggere il sistema - dice ancora Abramo - bruciata la possibilità di ricorrere a un'anticipazione di cassa, il consiglio regionale doveva almeno prendere in considerazione la terza ipotesi nell'ultima sessione dei lavori, per mettere un tappo, attraverso semplici variazioni di bilancio, a una situazione ormai critica. Invece, denotando una totale incapacità di ascoltare gli enti locali e, dunque, i cittadini, i rappresentanti di Palazzo Campanella hanno pensato bene di lavarsene le mani ancora una volta. Il timore dell'assessore all'ambiente Pugliano di vedere le strade calabresi invase nuovamente dai rifiuti non è lontano dalla realtà. A breve tutti i contratti con le aziende incaricate della raccolta dei rifiuti scadranno. Cosa pensano di poter fare, i consiglieri regionali, se non vogliono approvare lo stanziamento di un budget necessario, irrinunciabile e prioritario alla ripartenza del sistema? E dove pensano di inviare la spazzatura se dovesse chiudere anche l'ultima discarica della regione, quella di Pianopoli, la cui proroga scadrà fra meno di dieci giorni? Il default sembra annunciato se non si trova un rimedio concreto e immediato». «I Comuni - afferma il presidente Abramo - non hanno più intenzione di rimanere a guardare, inermi, l'indolenza che si ripercuoterà sui cittadini e sugli enti locali. Se il consiglio regionale non si autoconvocherà nel giro di pochi giorni per approvare, quantomeno, le variazioni di bilancio necessarie a reperire i fondi, chiederò a tutti i sindaci calabresi di partecipare a una eclatante manifestazione di protesta che sfocerà nell'occupazione dell'aula consiliare di Palazzo Campanella. È da tempo che il Cal chiede misure certe, ma sembra che la sua voce non abbia fatto altro che perdersi nel vento».

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    Secondo il presidente delle Autonomie locali è urgente convocare l'Assemblea per scongiurare l'emergenza rifiuti

ANDALI Raccoglieva i rifiuti ad Andali ma invece di portarli all'isola ecologica, andava in una zona di campagna e li bruciava. Per questo motivo i carabinieri del Noe di Catanzaro hanno posto agli arresti domiciliari un dipendente del Comune, Giuseppe Stanizzi, 39 anni, accusato di incendio doloso di rifiuti in base alla nuova normativa della terra dei fuochi. I carabinieri hanno sequestrato l'area e l'autocompattatore. Le indagini proseguono per definire compiutamente la vicenda.

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    I roghi nelle campagne di Andali. Sequestrati area e autocompattatore

TRENTO Scambiarsi esperienze nella promozione del volontariato e per la sicurezza del territorio: questo l'obiettivo di un protocollo d'intesa firmato oggi presso la Provincia a Trento dal ministro degli Affari regionali Maria Carmela Lanzetta, dall'assessore provinciale Tiziano Melllarini e dal presidente dell'associazione comuni della Locride Giorgio Imperitura. Nel protocollo viene previsto lo scambio di risorse umane, mezzi e attrezzature, «al fine di formare i volontari calabresi alla difesa del territorio, per la prevenzione degli incendi e delle calamità naturali».
Per realizzare questo obiettivo, fanno sapere gli interessati, «si punterà anche sulle unioni fra comuni e sul coinvolgimento della popolazione locale». Il documento sancisce formalmente, peraltro, il gemellaggio fra la Provincia autonoma di Trento e i comuni calabresi della Locride. «È importante dare attenzione a comunità che ne hanno bisogno, e incentivare le buone pratiche nella gestione del territorio», ha detto il ministro Lanzetta, per anni sindaco del comune calabrese di Monasterace, in provincia di Reggio Calabria.
«La solidarietà fa parte dell'essenza dell'autonomia – ha detto l'assessore Mellarini – per questo siamo ben felici di poter dare una mano alla Locride, a cui ci lega un rapporto ormai consolidato, partito dall'impegno di monsignor Giancarlo Bregantini». Il ministro Lanzetta era accompagnato dal deputato trentino Mauro Ottobre con il quale, nel pomeriggio, si è recata ad Arco per un incontro con i sindaci della zona, per approfondire la tematica delle fusioni fra i comuni del Trentino. 

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    Protocollo firmato dal ministro Lanzetta, dall'assessore provinciale Mellarini e dal presidente dell'associazione della Locride Imperitura. Previsto lo scambio di risorse umane, mezzi e attrezzature

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