Corriere della Calabria - Articoli filtrati per data: Venerdì, 07 Aprile 2017
Venerdì, 07 Aprile 2017 21:23

Nessun colpevole per il delitto Cirolla

COSENZA Resta senza responsabili il delitto di Fazio Cirolla, assassinato per errore il 27 luglio del 2009 a Cassano allo Ionio. La Corte di Cassazione ha confermato la sentenza della Corte di Appello di Catanzaro che aveva assolto con formula piena i due imputati, Archentino Pesce e Saverio Lento. La vicenda giudiziaria è lunga e complessa. Proprio il 6 aprile di un anno fa la Corte di Cassazione aveva annullato la prima sentenza della Corte d'appello di Catanzaro (che aveva condannato gli imputati a trent'anni di carcere) e rinviato gli atti a un'altra sezione della Corte d'Appello.
La vittima, che faceva l'operaio, venne freddato davanti agli occhi del suo figlioletto e ucciso – hanno accertato le indagini coordinate sin dal primo momento dal procuratore aggiunto Vincenzo Luberto – per sbaglio: al suo posto doveva essere ammazzato Salvatore Lione, ritenuto dagli inquirenti il contabile del clan Forastefano di Cassano. Quel 27 luglio del 2009, Cirolla – che all'epoca aveva 42 anni, era appena entrato in autosalone in compagnia del figlio di 7 anni e stava acquistando un'automobile. I killer lo hanno scambiato per un altro e lo hanno ammazzato con un colpo di pistola alla fronte. Il vero obiettivo era il titolare della concessionaria, proprio quel Lione ritenuto il contabile della cosca Forestefano. 
Il nuovo pg aveva chiesto la conferma della condanna a 30 anni di carcere per Pesce (difeso dall'avvocato Vincenzo Belvedere) e per Lento (difeso dai legali Rossana Cribari e Pasquale Marzocchi) ribadendo la responsabilità degli imputati e l'efferatezza dell'agguato. Ma la Corte d'Appello di Catanzaro li aveva assolti. La Procura generale di Catanzaro aveva proposto ricorso avverso la sentenza della Corte di Assise di Appello di Catanzaro che, in sede di rinvio dalla Cassazione, aveva assolto Pesce e Lento dopo che per ben due gradi di giudizio erano stati condannati a 30 anni di reclusione. Ad accusarli erano stati i collaboratori di Giustizia Salvatore Lione e Lucia Bariova. La Corte di Cassazione aveva accolto i ricorsi dei difensori, gli avvocati Enzo Belvedere e Rossana Cribari e aveva già dato indicazioni ala Corte di Assise di Appello sulla inaffidabilità del racconto dei collaboratori, alla luce delle notevoli discrasie del loro narrato, soprattutto se confrontato con quello di testimoni oculari del fatto, che narravano di abbigliamento degli assalitori ben diversi da quello indicato dal Lione. Si era poi aggiunto un testimone di giustizia, che lavorava nella stessa concessionaria di Lione, che affermava che fossero Pesce e Lento. Gli avvocati Belvedere e Cribari hanno dimostrato la falsità del racconto. 
Adesso la Suprema Corte di Cassazione, dichiarando inammissibile il ricorso della Procura generale, ha sancito l'estraneità dei due imputati.

Mirella Molinaro
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    La Cassazione assolve i due accusati di avere ucciso per errore l'operaio di Cassano allo Ionio. Il 42enne fu freddato sotto gli occhi di suo figlio

Viviamo oggi una della più complesse e delicate fasi della vita politica nazionale e regionale; vi è in tutto il tessuto sociale una sfiducia progressiva verso le istituzioni che deriva da anni di gestioni folli che hanno fatto perdere di credibilità anche a chi con questa impostazione era ed è anni luce distante. Possiamo e dobbiamo cambiare le cose partendo però dalla consapevolezza che su alcuni settori ancora oggi vi è grande, enorme ed imbarazzante speculazione politica.
La sanità è il primo male nella nostra regione, la sanità è stata ed è ancora a tutti i livelli una ferita aperta che nessuno sta pensando di rimarginare. È la storia di tutti i gironi, di chi nel settore sanitario lavora quotidianamente e di chi, usufruisce - o dovrebbe usufruire - delle prestazioni medico – sanitarie. È la storia di chi ha un tumore e dalla Calabria se ne deve andare, è la storia di chi va al pronto soccorso e rimane in attesa come se per rivendicare il proprio diritto alla vita bisogna comunque attendere il proprio turno, che sembra non arrivare mai. Fin quando la direzione della Sanità, a tutti i livelli, risponderà solo a logiche politiche, rimarrà nel totale abbandono ed a farci le spese saranno gli utenti di un servizio che rischia di essere alla mercé di perverse logiche di spartizione del potere.
Carenza di personale, l’assenza di punti ristoro o di incontro, ed attese interminabili sono la quotidianità di un dramma permanente che va risolto con scelte radicali ed in controtendenza rispetto a quello che fino ad ora è stato fatto. La "governance" dell'apparato sanitario ha il dovere intervenire, e di cambiare passo, perché le responsabilità politiche della gestione della sanità non possono essere attribuite esclusivamente alla fase commissariale. Non è un tema del centrodestra o del centrosinistra, bensì è un tema dei cittadini e di un servizio, che al netto di chi governa, va mantenuto con un livello di professionalità e competenza idoneo alle esigenze dell’intera collettività. E ad oggi, così non è. Le risorse destinate alla Sanità in Calabria sono state sempre molto ingenti, forse non sufficienti ma certamente male utilizzate se ancora in tutta le regione vi è una condizione di disagio progressivo.
Lanciamo un appello a tutte le istituzioni nazionali e regionali - abbiamo il dovere di farlo proprio perché facciamo parte della stessa comunità politica - per una presa di coscienza collettiva nella consapevolezza che così non si può più andare avanti.

*Consiglieri comunali Pd Reggio Calabria

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    di Antonino Castorina - Enzo Marra*

CATANZARO Un proscioglimento e 47 rinvii a giudizio, mentre 31 che hanno chiesto e ottenuto di essere giudicati con rito abbreviato. Sono le decisioni del gup distrettuale di Catanzaro, Pietro Carè, a conclusione dell'udienza preliminare del processo "Costa pulita", in cui sono coinvolti la cosca di 'ndrangheta dei Mancuso e i clan Accorinti, La Rosa e Il Grande. L'unico proscioglimento riguarda l'avvocato Giacomo Franzoni. Il processo inizierà il prossimo 22 maggio davanti al tribunale collegiale di Vibo Valentia. Il dibattimento con rito abbreviato si svolgerà invece a Catanzaro e la prima udienza è fissata per il 5 giugno. Gli imputati devono rispondere, a vario titolo, di associazione mafiosa, traffico di armi, estorsioni, usura e danneggiamenti.
Tra coloro che saranno processati col rito abbreviato c'è anche il presidente della Provincia di Vibo Valentia, Andrea Niglia, attuale sindaco di Briatico, accusato di corruzione elettorale. Rito abbreviato anche per Francesco Prestia, predecessore di Niglia come primo cittadino di Briatico.

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    Il gup di Catanzaro autorizza il rito abbreviato per altri 31 imputati. Tra loro anche il presidente della Provincia di Vibo Niglia. L'unico prosciolto è l'avvocato Giacomo Franzoni

LAMEZIA TERME «Questo è un choc culturale per Stoccolma. È una città tranquilla che accoglie i rifugiati. L'aggressività non le appartiene, qui non la concepiscono. Non ci si aspettava una tragedia del genere. Siamo sconvolti». Giuseppina Cappelli, 43 anni, originaria di Lamezia Terme, attende che suo marito rientri dal lavoro. Lui, di origine toscana, è amministratore delegato in una multinazionale e con i suoi dipendenti aspetta che cessi l'allarme dell'attentato che nelle ultime ore ha sconvolto la città. Un camion per il movimento terra ha investito alcuni passanti nel centro di Stoccolma: il bilancio provvisorio è di quattro morti e dodici feriti. Intorno alle 15, nei pressi di un centro commerciale all'incrocio con la strada pedonale più frequentata della capitale svedese. Un attentato in stile Nizza o Londra. Un brivido per una città pacifica che ha messo subito in atto le misure di sicurezza.
«Mio marito, insieme a tutti i lavoratori che si trovano in centro - spiega Giuseppina -, è bloccato in ufficio. Vede, a Stoccolma ci si sposta molto a piedi, si viaggia con i mezzi di trasporto. In questo momento è tutto fermo. L'attentato è avvenuto non lontano dalla stazione centrale dove si trova anche la fermata della metro, ed è avvenuto in coincidenza con l'uscita dei bambini da scuola. Alcune mie amiche, dopo aver preso i bambini si sono rifugiate in casa di vicini o amici».
La sparatoria di cui si è parlato e che pare sia seguita all'attentato del camion non è stata ancora confermata dalle autorità. Ma per sicurezza si evita di camminare per strada. Chiusi, racconta Giuseppina, ristoranti, cinema, evacuato il centro commerciale attaccato e anche uno più distante. E mentre si attende che le autorità ripristinino il normale scorrere delle attività e che i lavoratori tornino a casa, Giuseppina Cappelli non trattiene lo scoramento per quello che ha travolto la città che l'ha accolta da un anno. «È una situazione molto triste», dice. Stoccolma è una città internazionale e tranquilla. Oggi è triste e sotto choc.

Alessia Truzzolillo
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    Giuseppina Cappelli vive nella capitale svedese insieme al marito. Che aspetta di tornare a casa dopo l'allarme scattato in seguito all'attentato. Il presunto terrorista alla guida del camion ha ucciso quattro persone. Dodici i feriti. «Una tragedia»

Venerdì, 07 Aprile 2017 18:35

Mons. Ciliberti, un Pastore tra la gente

Martedì 4 aprile, il giorno successivo ai solenni funerali di monsignor Antonio Ciliberti, la diocesi di Locri-Gerace, da lui guidata per 5 anni, ha voluto ricordarlo, nella Cattedrale di Locri, alla presenza di molti presbiteri e laici, con una concelebrazione eucaristica, presieduta dall'attuale vescovo, mons. Francesco Oliva. Di seguito pubblichiamo il testo dell'omelia di Mons. Oliva.

Siamo qui riuniti per una preghiera di suffragio per un pastore che ha guidato questa comunità. Ma anche per esprimere gratitudine al Signore per la testimonianza di fede che il vescovo Ciliberti ci ha lasciato.
Una fede che si è alimentata alla Parola di Dio che ha annunciato con chiarezza e senza annacquamenti. Che ha illuminato la sua stessa vita. In questo martedì della V settimana di quaresima, L'evangelista Giovanni ci ripropone la verità della croce, sulla quale è stato innalzato il figlio dell'uomo. Quella croce che ci manifesta il volto di Dio: «Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora conoscerete che Io Sono... Colui che mi ha mandato è con me: non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli sono gradite». Su queste parole il vescovo Antonio ha costruito la sua esperienza spirituale e pastorale. Ha accolto il Cristo crocifisso nella quotidianità di una vita spesa con coraggio. Il coraggio del pastore che sa di non poter tacere per amore del suo popolo.
Il Vescovo Antonio ha guidato questa Chiesa per quasi cinque anni. In un tempo molto difficile, quello dei sequestri. Le associazioni criminali, che avevano nella 'ndrangheta la loro massima espressione, seminavano lacrime e spargevano sangue. Era il tempo di "mamma coraggio", la madre di Cesare Casella, il giovane che rimase prigioniero per un anno e mezzo nelle nostre montagne. Sotto la guida coraggiosa del vescovo Antonio la nostra Chiesa non si arrese di fronte alla sfida della violenza. Fece sentire la sua voce, la voce di chi si dissociava dalla mala vita organizzata schierandosi a difesa della vita. Era il volto di una chiesa che si faceva coraggio di fronte ai mali che affliggevano la propria gente. In una veglia di preghiera per la liberazione di Cesare Casella, alla quale erano intervenuti rappresentanti delle istituzioni e della politica, il vescovo Antonio, rivolgendosi direttamente proprio ai politici, li esortava a rifiutare i voti della 'ndrangheta, affermando che, in caso contrario, sarebbero divenuti zimbelli dei mafiosi.
Mons. Ciliberti era nato il 31 gennaio 1935 a San Lorenzo del Vallo, nella diocesi di Rossano-Cariati. Aveva studiato nei seminari di Rossano, Caltanissetta e Napoli, conseguendo la Licenza in Sacra Teologia nella Facoltà Teologica "San Luigi" di Napoli e la laurea in Filosofia nell'università di Palermo. Ordinato presbitero il 12 luglio 1959, aveva ricoperto numerosi incarichi come educatore e professore in seminario. Era parroco della parrocchia "Sant'Antonio" in Corigliano da poco più di venti, quando il 7 dicembre 1988 fu eletto Vescovo di questa diocesi, che guidò fino al 6 maggio 1993. Accolse come segno della volontà di Dio il suo trasferimento alla sede arcivescovile di Matera-Irsina ove rimase sino al 31 gennaio 2003, quando divenne Arcivescovo della diocesi Metropolitana di Catanzaro-Squillace.
Nel suo ministero mons. Ciliberti ha fatto sua l'esortazione del vescovo che lo ordinava: "Sposa il territorio, dove il Signore Ti invia quale Suo profeta; servi i poveri, e cioè tutti gli uomini che stanno nel bisogno; ama perdutamente la Madonna, perché sia la stella del Tuo futuro ministero". Queste parole profetiche, pronunciate dall'arcivescovo di Rossano- Cariati, Serafino Sprovieri, il giorno della sua ordinazione episcopale, diventarono il suo programma pastorale.
Non era semplice essere vescovo in un territorio come la Locride, piegato in due dalla morsa della criminalità organizzata. La 'ndrangheta scandiva la vita (e, purtroppo, anche la morte) di questa terra, crocevia di spargimento di sangue e di traffici illeciti. Il vescovo Antonio non mancò di alzare la voce, di combattere, di denunciare. Egli andava avanti, convinto che un pastore debba spendersi fino all'ultimo. Non mancò di chiedere ai parroci di leggere nella messa domenicale una lettera in cui invitava i fedeli a non acquistare merce nei negozi gestiti dai mafiosi. Accolse in episcopio Angela Casella, la "mamma coraggio", e con lei si mise in testa ad un corteo per chiedere la liberazione del figlio, che avvenne il 3 giugno 1990.
Non ebbe paura di contestare pubblicamente la decisione del tribunale di Locri di vendere all'asta mitra e fucili sequestrati, reimmettendoli di nuovo sul mercato. La sua azione di contrasto alla criminalità organizzata non venne mai meno. Parlando del suo impegno sociale, spiegava che «il vescovo non lotta la mafia, è mandato per proporre il messaggio di Dio. Solo che bisogna calibrare l'evangelizzazione nel contesto ambientale». Rompendo il silenzio nei confronti del sistema mafioso dominante, mostrò il volto di una Chiesa che non aveva paura di denunciare e che soprattutto sapeva di non potersi esimere dall'impegnarsi nel sociale. «Mi sono limitato a predicare il Vangelo». Ebbe a dire il vescovo, che Sapeva bene che nei paesi dell'Anonima sequestri e delle cosche padrone dei traffici di droga, predicare il Vangelo non era un fatto da nulla. È forza di trasformazione, di impegno, di cambiamento, di coinvolgimento personale. Col rischio di dover pagare di persona, il vescovo Ciliberti non ebbe paura di affermare che «l'atteggiamento della Chiesa da sempre è in antitesi alla mafia. La mafia è la negazione di valori positivi, non può mai avere un atteggiamento in qualsiasi modo giustificativo di certi fenomeni...». Ammetteva che quando la chiesa non ha preso posizione era stato perché si era lasciata prendere dalla timidezza, aveva ceduto alla debolezza. E per questo occorreva fare il "mea culpa".
Aveva le idee chiare dimostrando di conoscere bene la situazione in cui operava: «In questo contesto dove dilaga la disoccupazione, diceva, dove le attività economiche come il turismo e l'artigianato non trovano occasioni di sviluppo, si annida però una forza nascosta che agisce in clandestinità, ma che diffonde un alone a dimensione sociale, che crea preoccupazioni, insicurezza, timore e a volte paura. La Chiesa orienta la propria missione proprio nei confronti di questi bisognosi di redenzione, col suo messaggio di liberazione, di non violenza, di vita, di perdono, di amore, di etica nella politica, di impegno sociale. Le cosche tentano però di frenare queste attività, di riaffermare e far valere le proprie ragioni... L' impegno della Chiesa non può essere mai condizionato da forze esterne. Il nostro impegno non può essere ostacolato. Andremo avanti. La Locridedovrà essere liberata dalle forze del male. I gruppi di delinquenza organizzata possono tentare di influenzare altre istituzioni, ma non la Chiesa che è libera, che non può essere influenzata da nessuna potenza umana. E l'intimidazione nei nostri confronti, io credo, è un segno di debolezza umana più che di forza....». Di atti intimidatori ne aveva subito più di uno sino ai colpi di lupara al portone dell'episcopio. Gli fu data la scorta a tutela della sua persona, cosa che prese a malincuore vedendola una limitazione allo spazio di libertà che l'esercizio del ministero richiedeva.
Incisiva fu la sua azione nell' "educare" il popolo alla fede. In occasione della Pasqua del 1993 scriveva la Lettera pastorale "Vieni e seguimi". Chiaro era il suo messaggio contro ogni forma di delega: «La Chiesa è una comunità in cui ogni membro ha un ruolo insostituibile: ciò che dovrò fare io non potrà mai essere fatto da altri; ciò che dovrai fare tu non potrà mai essere fatto da me». Il suo obiettivo pastorale era orientato ad una "pastorale della corresponsabilità.
Alla domanda sulla possibilità di futuro di questa nostra terra, rispondeva: «Sì, ci può essere. Si può creare anche qui una società a misura d'uomo. Anche se i problemi sono tanti, ad incominciare da una viabilità che tiene la Locride ai margini dello sviluppo, ci sono tante energie giovani e vive che attendono di essere valorizzate. E' un potenziale da non perdere. Mi permetterei di dire che ci vuole per questo un impegno unitario, un movimento che parta da qui, dal basso. Non possiamo pretendere che le soluzioni ci vengano da fuori, dall'alto. Da fuori ci devono essere appoggi alla nostra progettualità. E lavorando in comunione non esisterà certo il pericolo di rimanere isolati, esposti».
Nel suo magistero ha sempre manifestato una forte sensibilità per la valorizzazione del laicato, puntando su una più ampia partecipazione dei fedeli laici nella pastorale. Interrogandosi sullo stile di un "nuovo modello di parrocchia", elencava cinque piaghe presenti - a suo dire - nella chiesa: una catechesi anemica, una tensione missionaria sclerotizzata, il disimpegno socio-pastorale, lo scollamento tra parrocchia e movimenti, un clero poco specializzato in pastorale. Limiti questi non del tutto superati. E con altrettanto spirito profetico indicava i tre ambiti di azione pastorale che dovevano guidare il servizio pastorale: la nuova evangelizzazione, la liturgia e la carità.
Nel vivere questo momento ricordando il vescovo Antonio mi piace pensare che «il suo andare via è al contempo un venire, un nuovo modo di vicinanza a tutti noi» (Benedetto XVI). È il mistero della morte, che ci apre alla luce della Pasqua del Signore!
Ora l'amato vescovo Antonio è nelle mani misericordiose di Dio, Padre di tutti. Lui che ha creduto in Gesù, il crocifisso per amore, risuscitato dal Padre! E' nelle mani della santissima Madre di Gesù, alla quale era tanto devoto da scegliere come motto episcopale "Ad Iesum per Mariam", Maria, la madre che non ci abbandona.
Grazie, vescovo Antonio, per quanto hai saputo fare per questa nostra chiesa diocesana. Amen!

*Vescovo di Locri-Gerace

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    di mons. Francesco Oliva*

Venerdì, 07 Aprile 2017 17:49

Cosenza, al via il decimo congresso Ust Cisl

CROTONE Se il Crotone si salva «torno in bici da Crotone a Torino: ho già il programma con le tappe, ci vorranno tra i sette e i dieci giorni». È una battuta, ma non troppo, quella di Davide Nicola a margine della conferenza stampa che precede l'impegno casalingo con l'Inter. L'allenatore del Crotone si è detto certo che il Crotone sia «nella condizione di poter fare una partita straordinaria. Cinque punti sono ancora tantissimi, e per poterci salvare dobbiamo dimostrare ancora molto, ma siamo nella condizione psicologica favorevole; la vittoria di domenica scorsa ci autorizza a sperare, e se dovesse arrivare un risultato positivo contro l'Inter allora avremo la consapevolezza di poter fare cose straordinarie. Incontriamo un'Inter molto diversa da quella dell'andata; allo Scida arriva una squadra capace di inanellare molte vittorie, grazie al grandissimo lavoro fatto da Pioli. È una squadra di altissima qualità, ma anche noi non siamo gli stessi dell'andata. Possiamo contare sul nostro pubblico, e vogliamo rendere questo finale di campionato molto interessante per noi, per i tifosi e per tutto l'ambiente. Dovremo mantenere la concentrazione per tutta la durata della gara e fare quello che abbiamo fatto col Chievo. Ci saranno momenti difficili e noi dovremo essere bravi a gestirli. Sarà una partita complicata anche sotto il profilo dell'approccio mentale; dovremo cercare di essere perfetti».
Per quel che riguarda le scelte tecniche, il tecnico degli squali avrà a disposizione l'intera rosa; con tutta probabilità, però, sceglierà lo stesso undici titolare che a Verona ha centrato la prima storica vittoria esterna del Crotone in serie A. In attacco, dunque, la coppia Trotta-Falcinelli. Probabile formazione (4-4-2): Cordaz; Rosi, Ceccherini, Ferrari, Martella; Rohden, Capezzi, Crisetig, Stoian; Trotta, Falcinelli.

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    Mister Nicola si lascia andare a una battuta alla vigilia della sfida casalinga con l'Inter. La prima vittoria in trasferta ha acceso gli entusiasmi. «Siamo in una condizione psicologica favorevole, ma contro i nerazzurri non dovremo sbagliare nulla»

CATANZARO La Regione calabria sarà parte civile nei processi a carico di persone accusate di aver ricevuto contributi illegittimi e di truffa ai danni della Regione stessa. L'autorizzazione è stata deliberata nel corso della seduta di giunta di oggi. L'esecutivo ha anche approvato un disegno di legge in materia di concessioni demaniali marittime. Il testo passerà ora all'esame del consiglio regionale.
Su proposta del governatore Oliverio, inoltre, sono stati deliberati il recepimento degli strumenti di programmazione e delle disposizioni attuative adottate dall'autorità di gestione; l'approvazione dei disciplinari di produzione integrata, anno 2017 - parte difesa fitosanitaria e controllo delle infestanti;
Disco verde anche al rendiconto per l'esercizio 2015 dell' Agenzia Regione Calabria per le erogazioni in agricoltura (arcea), proposto dal vicepresidente della giunta Viscomi. Anche questo provvedimento dovrà transitare da Palazzo Campanella per l'approvazione definitiva.
La giunta regionale, infine, ha approvato alcune variazioni di bilancio e un disegno di legge per il riconoscimento della legittimità di alcuni debiti fuori bilancio, su cui dovrà esprimersi anche il consiglio regionale.

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    La costituzione è stata approvata durante la riunione di oggi dell'esecutivo. Ok anche a una nuova legge sulle concessioni demaniali marittime e al bilancio 2015 di Arcea

COSENZA Economista brillante, analista politica, allieva di Nicola Piepoli e manager presso l’Istituto Piepoli, direttrice di tre master universitari in Marketing, advisor per istituzioni nazionali, aziende ed enti, fondatrice della startup Ingreen. La calabrese Filomena Tucci (cosentina di nascita ma con base a Reggio Calabria) è un’eccellenza nel suo campo. Ed è, tra le altre cose, autrice del saggio “Soft Revolution”. Perché quella che auspica per un Paese “impantanato” come l’Italia è una rivoluzione “dolce”, non violenta, basata su sentimenti, valori. Una rivoluzione che passi attraverso i giovani, le donne, il Sud, le opportunità offerte dal digitale, il recupero del senso autentico di appartenenza all’Europa, la sburocratizzazione delle istituzioni, la valorizzazione del merito. “Soft Revolution” è un decalogo per il moderno rivoluzionario che sappia coniugare l’attitudine leaderistica alla cooperazione, alla solidarietà. È l’idea di collaborazione a tutti i livelli della vita politica che sottende l’intera impalcatura testuale. Per usare le parole del professor Marco Rossi-Doria, che ha definito l’autrice «erede del pensiero di Saul Alinsky», il libro «ci restituisce la speranza che questo Paese abbia ancora una possibilità». Tucci è senza dubbio - come lei stessa ama definirsi - una “pasionaria”, ma senza nostalgie. O forse sì. Nostalgia di quando la politica era qualcosa di serio e autorevole. Ma lo sguardo è tutto rivolto al futuro. E, come recita il sottotitolo, “a chi ama l’Italia, nonostante tutto”.
La rivoluzione soft: un titolo evocativo dell’esigenza profonda e non più procrastinabile di un ripensamento dell’intero sistema sociale, economico e politico italiano, condotto in chiave etica e senza il ricorso agli strumenti dell’arroganza e della violenza. Da dove proviene questa necessità?
«Nel corso della mia carriera come analista politica, cominciata nel 2004, ho visto cadere governi locali e nazionali senza soluzione di continuità. È evidente che ormai il sistema della democrazia rappresentativa non funziona più, complici la spettacolarizzazione televisiva che ha contribuito a ridicolizzare il ruolo degli esponenti politici, così come il metodo di reclutamento delle classi di governo basato su criteri tutt’altro che meritocratici. La soft revolution non è altro che il ritorno ad un senso di rispetto nei confronti delle istituzioni, il recupero del federalismo, la presenza di una guida politica autorevole, in grado di realizzare ciò di cui parlava il professor Giuseppe Duso, ovvero il modello dei cerchi concentrici in cui la pluralità si auto-organizza ed ha luogo la piena collaborazione di governanti e governati. Ma, affinché ciò avvenga, è fondamentale la formazione di nuove figure tecnico-amministrative: la vecchia classe dirigente ha forti gap in quanto a competenze. Proprio per questo motivo, il testo si articola su due livelli: un primo livello in cui propongo le nuove forme di governo da studiare e sperimentare, ed un altro in cui fornisco dei consigli, rivolti in primis alle donne ed alle nuove generazioni».
Donne e giovani sono per lei il motore del cambiamento, e ad essi concede ampio spazio all’interno del pamphlet. In che modo possono contribuire a ridisegnare la nostra società?
«I giovani sono per la maggior parte lontani e disinteressati alla politica e, più in generale, a quanto accade nella sfera pubblica: qualcuno li ha definiti “eroi fragili”, proprio perché, al chiuso delle proprie stanzette, si autoescludono dai meccanismi di rappresentanza, convinti di non poter cambiare nulla, o di poterlo fare solo attraverso presunti “voti di protesta”. Ma i giovani di adesso sono anche quelli della boomerang generation: quelli che tornano a casa, al Sud, dopo essersi allontanati per formarsi all’estero o al Nord, e che una volta tornati aprono un b&b, creano una startup, fondano un’impresa. Quanto alle donne, credo sia giunto il momento di un maggiore protagonismo nella vita politica: le quote rosa sono senz’altro una forzatura, ma necessaria in questa fase storica. Eppure sulle loro spalle grava ancora eccessivamente il peso del “care giving”, ovvero della cura parentale e della gestione domestica. Noi donne non vogliamo prendere il potere, ma poter governare insieme agli uomini. Ed ecco che torniamo al concetto di collaborazione».
Il lavoro è suddiviso in maniera meticolosa per tematiche e si articola in due sezioni. Quali sono le caratteristiche dell’una e dell’altra?
«Nella prima parte ho scelto di esporre e analizzare sistematicamente quelle che secondo me devono essere le doti, o meglio, le virtù, del rivoluzionario: creatività, coraggio, resilienza, trasparenza, coinvolgimento, cultura, giovinezza (si badi bene, non intesa come mero attributo anagrafico, l’auspicio è quello di un dialogo intergenerazionale!), etica, visioni di bellezza e di umanità. La seconda parte è dedicata alle rivoluzioni in atto, latenti: quella europea, quella di un Sud che non si conforma agli stereotipi e che vuole rinascere, la digital revolution, che passa in primis attraverso la digitalizzazione della pubblica amministrazione, ma anche attraverso ciò che io chiamo “neoumanesimo digitale” (il connubio uomo-macchina e la complementarità – soprattutto in ambito lavorativo – di intelligenza naturale e artificiale); infine, la talent revolution che, però, ad oggi, è più un auspicio che altro: in Italia l’ascensore sociale è bloccato da anni, e i giovani si trovano dentro un turbine di eterno precariato che impedisce loro di fare carriera, pur possedendo profili altamente specializzati. Per risolvere questo annoso problema, si dovrà assistere necessariamente ad una fase in cui avrà luogo lo smantellamento di alcune vecchie professioni, con la conseguente perdita di posti di lavoro ricollocabili all’interno del terzo settore, e l’avanzamento di nuove figure giovani provviste di adeguate competenze digitali».
Ha parlato di rivoluzione europea in atto: non pensa, però che l’Europa in questo momento storico stia indietreggiando rispetto agli intenti originari per i quali è nata?
«Considero la nascita dell’Europa la migliore risposta alla guerra e all’odio razziale. Bisogna riconoscere, però, che il nostro senso di cittadinanza europea in tempi recenti è stato scarso. Affinché venga ripristinato, è necessario che ognuno di noi, che ciascuno Stato rinunci ad una fetta del proprio egoismo. Ed è altrettanto importante essere in grado di scegliere la classe dirigente che ci rappresenti al meglio e che sappia portare le nostre istanze in Europa, allineando, come sostenuto dal sottosegretario Sandro Gozi, le tempistiche decisionali e di programmazione tra regioni, nazioni ed Europa (il famoso semestre comune). Questo metodo consentirebbe un accorciamento dei tempi burocratici dovuti al succedersi di governi diversi e una maggiore efficacia applicativa di norme e provvedimenti».
In conclusione, possiamo dedurne che una Soft Revolution è davvero possibile?
«Senz’altro questo è un testo che muove da princìpi ideali, ma si tratta di una rivoluzione del tutto attuabile. Nel mio libro ho affiancato a ciascuna proposta esempi concreti, testimonianze, interviste a personaggi di spicco del mondo dell’economia, della politica, dell’imprenditoria, della cultura. Basti pensare al modello di governance pugliese, che ha permesso a tanti ragazzi di dar vita a metodi innovativi di promozione turistica del proprio territorio. A città come Cosenza, Bari a Catania, risultate ai primi posti della classifica delle città più virtuose del Sud Italia nel campo della sostenibilità e del riciclo. Sarà che sono una “pasionaria”, ma io ci credo. E mi piacerebbe che tanti miei coetanei che oggi vivono fuori tornassero qui, per esplorare le illimitate risorse e potenzialità che una terra come la Calabria è in grado offrire. Perché prima o poi, la tua terra, ti chiama».

Chiara Fazio
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    L'analista politica cosentina (ma reggina d'adozione) presenta il suo ultimo volume: «Mi piacerebbe che tanti miei coetanei che oggi vivono fuori tornassero qui, per esplorare le illimitate risorse e potenzialità di questa terra»

Venerdì, 07 Aprile 2017 17:00

Intimidazione al vicesindaco di Crosia

CROSIA Ennesimo atto vandalico ai danni di un amministratore comunale. Nella notte scorsa, infatti, ignoti in via San Francesco di Paola, nel centro storico, hanno tentato di incendiare l'auto del vicesindaco di Crosia Serafino Forciniti. Lo stesso, accortosi quasi nell'immediatezza dell'accaduto, ha evitato che le fiamme avvolgessero l'intera vettura e provocassero danni ancora maggiori alle vicine abitazioni. Sul posto sono subito intervenuti i carabinieri del Nucleo operativo radiomobile della Compagnia di Rossano e del comando stazione di Mirto-Crosia che hanno avviato le indagini per risalire agli autori del gesto intimidatorio.
Unanime il coro di solidarietà dell'amministrazione comunale. «È una vera e propria escalation di atti intimidatori – dichiara il primo cittadino Antonio Russo – che nell'arco di pochissime settimane hanno colpito due nostri amministratori, prima l'assessore Saverio Capristo e oggi il vicesindaco Forciniti. Entrambi impegnati nella rimodulazione e nel rilancio di settori strategici come i Lavori pubblici e l'Ambiente. Non retrocediamo di un passo rispetto a quanto stiamo facendo nel solo e totale interesse della comunità di Crosia. Abbiamo rivoluzionato il sistema ultradecennale di gestione della casa comunale e questo probabilmente da fastidio a qualcuno. Non si spiegherebbero diversamente le azioni continue di vandalismo ai danni di Assessori e consiglieri di maggioranza. Ho portato subito – aggiunge il sindaco – solidarietà all'amico e collaboratore Serafino Forciniti, trasmettendogli la vicinanza fraterna dell'intero gruppo di maggioranza. Andiamo avanti senza timori, sicuri che questi atti non scalfiranno la nostra condotta amministrativa. Del resto – conclude Russo – confidiamo nel lavoro degli inquirenti con l'auspicio che si potrà far luce sull'accaduto per garantire gli autori di questi gesti alla giustizia».

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