Nuova sfornata di precari in Calabria

di Domenico Marino*

Giovedì, 16 Febbraio 2017 11:07 Pubblicato in Contributi

Si chiama Ria, acronimo che sta per Reddito di inserimento attivo, (perché sia stato definito attivo non è dato sapere, ma sicuramente è un termine evocativo). È una misura contenuta nel Pac, che sta per Piano di azione e coesione, (altro acronimo evocativo che serve a celare il fatto che si tratta di fondi non spesi nella programmazione 2007-2013, che solo grazie alla "benevolenza" del governo sono stati riprogrammati, anziché essere restituiti, come si sarebbe dovuto correttamente fare, all'Ue), che promette di dare 800 euro al mese a seimila disoccupati che saranno impiegati in progetti di utilità sociale progettati dai Comuni. Secondo gli estensori del Piano sono 13.700 i posti di lavoro che saranno creati dall'attuazione del programma di cui questi 6.000 sono una parte rilevante.
L'economista non può astenersi a punto dal puntualizzare il pacchiano utilizzo del concetto di posto di lavoro applicato a dei contratti temporanei. Gli economisti sanno che la corretta misura dell'occupazione creata viene fatta quantificando le Ula (altro acronimo, meno evocativo, che sta per Unità di lavoro annue). Accettando incondizionatamente i numeri dichiarati dagli estensori del Piano e ammettendo che tutte le misure vengano attuate in tre anni (cosa ardua da credere visti i risultati precedenti) i 13.700 posti di lavoro in tre anni (fino al 2020, termine del piano) con contratti di 6 mesi si ridurrebbero ad un sesto e cioè 2.284 (con un'approssimazione per eccesso dell'ultima cifra).
Ma la cosa più grave del Reddito di inserimento attivo è che in sostanza altro non è che la fotocopia di una azione che ha causato danni enormi ai calabresi, i famigerati Lavori di pubblica utilità. Con buona pace degli estensori del Piano non si può non sottolineare che l'equazione Ria=Lpu è perfettamente verificata.
In sostanza, mascherando la misura con un termine che richiama il Reddito di inclusione sociale vengono riproposti sotto mentite spoglie i Lavori di pubblica utilità, che come è noto coinvolgevano 5.000 disoccupati in progetti proposti dagli enti locali con una retribuzione di circa un milione di vecchie lire (non sappiamo se gli estensori del piano abbiano rivalutato la retribuzione tenendo conto dell'inflazione, ma per il resto tutto sembra coincidere).
Ciò significa creare un nuovo bacino di precariato, quando ancora non è stato svuotato quello storico degli Lsu-Lpu. Allo scadere dei 6 mesi di attività i lavoratori impegnati in questo programma chiederanno con ragionevole certezza di essere prorogati, faranno manifestazioni, bloccheranno strade, autostrade e ferrovie e la politica, per evitare ricadute negative sulle sempre presenti campagne elettorali, non potrà che assecondarli. E dopo qualche proroga si comincerà a parlare di stabilizzazione e la giostra del precariato istituzionalizzato riprenderà a girare.
Questo significa tenere una generazione di calabresi in uno stato di precarietà, sotto ricatto, con il miraggio della stabilizzazione nella pubblica amministrazione. Questo in Calabria è già successo e non sono bastati 20 anni per uscirne, riproporlo dimostra che in Calabria chi gestisce i processi ha una memoria troppo corta.
Una ulteriore sottolineatura va fatta in relazione alla circostanza che il Reddito di inserimento attivo (RIA) ha poco da spartire con il Reddito di inserimento sociale (Ris). Il secondo infatti è un contributo economico che viene dato al disoccupato, non mediato da nessuna istituzione pubblica, associato a misure di formazione e di sostegno nella ricerca attiva di lavoro e diretto a coloro che sono in situazione di povertà assoluta. Il Reddito di inserimento attivo è una politica, sconfessata dalla storia, che non solo non risolve i problemi occupazionali, ma rischia di riproporre una situazione di insostenibile precarietà per una intera generazione di calabresi.
Le politiche per il lavoro devono creare posti di lavoro veri, aumentare il livello della domanda, direbbe un economista. Forse, un po' di studio dell'economia del lavoro non farebbe male a chi gestisce le politiche del lavoro in Calabria.

*docente Università "Mediterranea" di Reggio Calabria