Il capo dello Stato nella città vittima della 'ndrangheta

La domenica a Locri del presidente Mattarella, mezzo secolo dopo Saragat. A parlare non è l'inquilino del Colle, ma il fratello di Piersanti, vittima di Cosa Nostra. Dietro al palco l'incontro riservato con Minniti, Bindi e pochi altri. Prima della ripartenza la consegna di alcuni doni

Domenica, 19 Marzo 2017 14:03 Pubblicato in Politica
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Locri Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Locri

LOCRI Non lo ha detto esplicitamente, ma ha voluto, Sergio Mattarella, che tutti cogliessero l’intima partecipazione alla giornata che ricorda le vittime innocenti di tutte le mafie. Avevano accolto nello stadio comunale di Locri uno di loro, una delle centinaia di figli, fratelli, genitori privati dalla brutalità mafiosa di affetti cari e di ricordi intimi.
No. Non è il capo dello Stato a dire con fermezza che i mafiosi sono solo persone vili dedite al male. È il fratello di Piersanti Mattarella, ammazzato dai corleonesi quando la stagione stragista di Cosa nostra era agli inizi e quando la politica cominciava a percorrere una strada di liberazione dalle collusioni mafiose.
Lascia le parole miti, il capo dello Stato: «I mafiosi non conoscono né pietà né umanità, non hanno alcun senso dell’onore e del coraggio, i sicari colpiscono con viltà persone inermi e disarmate. Le mafie non risparmiano nessuno: colpiscono chiunque diventi ostacolo al raggiungimento dei loro obiettivi, denari potere e impunità. La lotta alla mafia riguarda tutti».
Lo stadio appare tracimante di sole e di colori. L’abbraccio dei locresi a Mattarella si appalesa per quel che voleva essere: carico di speranza, gravido di attese, impregnato di simpatia. «Oggi ho vissuto la giornata più commovente della mia vita», assicura Giovanni Calabrese, sindaco di Locri che ha voluto accogliere personalmente ed uno per uno i parenti delle vittime di mafia giunte sino a Locri, città che è essa stessa una vittima di mafia.
Città deturpata e sconvolta, depredata dei suoi beni e dei suoi figli migliori. Città che ha conosciuto il primo codice di leggi, dettato da Zaleuco, e che ha poi visto morire la legalità sotto i colpi di faide e collusioni.
Sono trascorsi cinquant’anni da quando un presidente della Repubblica era passato da Locri. L’ultimo era stato Giuseppe Saragat. Quella di Mattarella non è una visita ufficiale, la sua presenza è legata alla tre giorni organizzata da Libera ma è pur sempre un modo per Locri di guardare negli occhi chi incarna la sovranità e l’unità dello Stato. Lo sanno bene i locresi e la loro è stata una risposta convincente e piena.
Poco importa se Mattarella resterà in città appena tre ore. Nessun problema se il politico regionale abituato ai “selfie con il capo” dovrà rinunciare alla passerella e accontentarsi di una striminzita intervista all’emittente locale. È andata benissimo così. Niente fronzoli e bando ai discorsi ipocriti. Mattarella limita incontri e strette di mano al selezionatissimo gruppo di persone che il cerimoniere, rigido quanto non mai, convoca in una saletta allestita appositamente dentro lo stadio. C’è posto per i due sindaci, di Locri Giovanni Calabrese e della città metropolitana di Reggio Calabria Giuseppe Falcomatà; per il ministro dell’Interno Marco Minniti; per l’inviato di Papa Francesco, monsignor Nunzio Galantino; per il vescovo di Locri, monsignor Francesco Oliva; per il fondatore di Libera don Luigi Ciotti; per Maria Grazia Laganà e Giuseppe Fortugno; per Daniela Moroni e Deborah Cartisano; per la presidente della commissione Antimafia Rosy Bindi.
Tutto all’insegna di una serena sobrietà. Come i doni che la comunità locrese ha inviato a Sergio Mattarella: lo stemma civico e i volumi recuperati dall’editore Franco Pancallo che spende la sua vita per impedire che quel passato di cui Locri resta custode, muoia, anch’esso, sotto i colpi della ‘ndrangheta e della malapolitica.

Paolo Pollichieni
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